Julian Charrière, sguardi indifferenti sulla post-apocalisse

Serena Carbone

Non ci sono uomini, se non piccoli esseri fluttuanti in una stanza dall'atmosfera embrionale, che accoglie e rigetta, facendoti sentire lì e altrove, nutrendoti e scacciandoti, inserendoti in un ciclo di costruzione e distruzione che solo la natura può avere. Ma da quando l'uomo non è più parte della natura? Forse da quando la Natura soffiò sull'Islandese rendendolo polvere, facendolo scomparire in un abisso orrido e immenso da cui non c'è redenzione. Eppure lei, la Natura, sta lì, maestosa e prorompente, e i suoi rumori sono vita, perché causati da particelle che, pur nella loro intima piccolezza e infinita invisibilità, si muovono, si trasformano.

Non c'è giudizio, e non c'è un j'accuse nelle immagini di Julian Charrière - il giovane artista franco-svizzero di base a Berlino, a cui il MAMbo di Bologna dedica la prima personale in Italia a cura di Lorenzo Balbi. I video (Iroojrilik, As We Used to Float, Somewhere), le fotografie (Polygon) e le installazioni (Pacific Fiction, All We Ever Wanted Was Everything and Everywhere) in mostra descrivono e non interpretano lo stato in cui versano i territori che sono stati soggetti ad esperimenti nucleari. Le sue opere non si pongono al di sopra della tragedia, ma dentro la tragedia per divenire farsa nel momento in cui ciò che è stato di navi e di edifici, di cielo e di terra, di fuoco e d'aria non svanisce nel nulla, ma continua il suo percorso, forte di un tempo che non è il tempo mortale. Perché è nel tempo mortale che il potere acquista una sua autonomia indipendentemente dalla sopravvivenza, è nel tempo degli uomini che le geografie sono state separate da muri e da cortine di ferro per una corsa agli armamenti che ha lacerato corpi e imputridito anime. La natura non conosce potere se non quello dell'adattamento e del fluire, del resistere e del mutare alla ricerca di un equilibrio che non ha un fine fuori di sé, ma dentro di sé.

L'atollo di Bikini nelle Isole Marshall, l'ex sito di test nucleari di Semipalatinsk in Kazakistan, una monocoltura di palma da olio in Indonesia o, più recentemente, le profondità marine: questi sono i paesaggi di Charrière, il cui sguardo è ondivago e predatore, come quello dei grandi artisti e navigatori del XIX secolo. Anche lui va alla scoperta di mete esotiche, di luoghi lontani e inesplorati, come gli abissi degli oceani, ma il suo di occhio è potenziato dalla tecnologia, e questo fa di Charrière una sorta di navigatore lunare a cavallo di un ippogrifo rivestito d'argento. I suoi orizzonti non sono infiniti e la sua indagine non è mossa dalla passione ma piuttosto dall'indifferenza. L'indifferenza. La grande categoria che ci ha lasciato in eredità il secolo scorso. In questi inferni artificiali, a dominare non è il Giudizio ma l'Impossibile, non si può agire su di essi se non testimoniandoli, se non rappresentandoli in maniera scientifica, puntuale, concreta. Charrière è così l'artista etnografo, colui che non solo affronta il presente ma che ne esplora l'alterità a partire dalle sue morfologie più complesse, e dalle sue pieghe saltano fuori noci di cocco racchiuse in sarcofagi di piombo, una campana da immersione in acciaio, dei cavi, dei sacchi di plastica pieni di acqua marina del Pacifico (All We Ever Wanted Was Everything and Everywhere), dei mappamondi che tracciano nuove cartografie (We Are All Astronauts), finanche delle piccole torri di Babele composte di mattoncini di gesso, fruttosio e lattosio che, chiuse in teche di vetro e inumidite con acqua proveniente dai principali fiumi delle grandi civiltà, come il Nilo, l’Eufrate e il Mekong, si decompongono davanti all'ineluttabilità della Storia (Somehow They Never Stop Doin What They Always Did).

La mostra di Charrière è di respiro internazionale, l'asettico e grigio ambiente dell'ex-forno nella Sala delle Ciminiere è un'ottima scenografia per i suoi scenari post-apocalittici, e nella sua ricerca convergono una serie di temi caldi dell'attualità: nell'era dell'Antropocene, il nucleare e i suoi fallimenti fan da padroni. E come non pensare anche alla nuova serie tv Chernobyl - di produzione americana e in lingua inglese! - dove lo storytelling riscrive la storia a uso e consumo del potere stesso che l'ha generata. Ma se le parole e le immagini sono soggette a un'egemonia (dello sguardo in primo luogo), forse non più la bellezza salverà il mondo, ma la materia fatta di particelle che vivono tra di noi e oltre noi, quella materia che è chimica e che per Primo Levi «rappresentava una nuvola indefinita di potenze future» che avvolgeva il suo avvenire «in nere volute lacerate da bagliori di fuoco, simile a quella che occultava il monte Sinai».

Julian Charrière

All We Ever Wanted Was Everything and Everywhere

a cura di Lorenzo Balbi

MAMbo – Museo d'Arte Moderna di Bologna

9 giugno – 8 settembre 2019

That’s It, nuove lenti per la generazione Y

Serena Carbone

A un anno dalla nomina di direttore artistico del network del contemporaneo bolognese (MAMbo, Villa delle Rose, Museo Morandi, Casa Morandi e residenza per artisti Sandra Natali), il trentaseienne Lorenzo Balbi, ex curatore della Fondazione Sandretto, apre le porte a That's It!, esponendo al MAMbo le opere di 56 artisti nati tra il 1980 e il 2000, i cosiddetti millennials o generazione Y.

Dopo la direzione di Gianfranco Maraniello, tacciata più volte dalla stampa qualunquista di aver fatto scelte troppo di nicchia e di difficile approccio per un pubblico non specialista, e la reggenza comunale che ha ribaltato l'assunto precedente con un susseguirsi di mostre evento, forse oggi l'obiettivo è raggiungere un sano equilibrio tra ciò che un museo d'arte contemporanea per sua natura è chiamato a essere, a livello di sperimentazione e ricerca, e ciò che il suo essere “pubblico”, anche in una logica di marketing culturale, dolente o meno, gli impone. Il museo dunque è tornato a pensare, progettare e allestire esposizioni ma in stretta connessione con la città e il territorio, grazie alla programmazione della project room, ovvero una serie di mostre dedicate a Bologna e dintorni (come quella in corso su Rosanna Chiessi, storica gallerista di Reggio Emilia vicina a Fluxus e all'Azionismo Viennese, scomparsa nel 2016) e alle esposizioni temporanee taggate MAMbo, ma anche attraverso piccoli ma significativi accorgimenti museografici: la sala delle ciminiere è stata inondata di luce naturale con l'apertura delle vetrate che affacciano su via don Minzoni ed è stata posta in dialogo con il primo piano dell'edificio dedicato alla collezione permanente, ripristinando alcune finestre che nel progetto di musealizzazione iniziale erano state oscurate.

Pochi passaggi, questi, che incidono su un percorso che già dalle prime battute sembra abbastanza chiaro. Ma apertura, trasparenza e flessibilità, non sono sempre indici di semplificazione, anzi la mostra That's it! presenta più di una criticità. Impossibile ripercorrere qui le opere dei 56 artisti, sarebbe tanto didascalico quanto inutile, e altrettanto poco proficua sarebbe la caccia alle tematiche, anche perché nelle intenzioni di Balbi fin dall'inizio non c'è stata l'idea di un tema da indicare: That's it! espone una generazione di artisti con la quale - probabilmente per affinità di tempi - lo stesso curatore si è posto nella condizione di co-curatore all'interno di uno spazio espositivo gestito come una kunsthalle. Molti sono i lavori pensati per l'occasione, pochi quelli già fatti, e se nonostante quanto detto, si cede ad onor di cronaca alla tentazione di etichettare le ricerche, non mancano i trend del momento e di sempre: postcoloniale, paesaggio, autorappresentazione, uomo e tecnologia. I testi in catalogo accompagnano la riflessione e scorrono in essi le parole: identità, autonomia, tempo, narrazione, formazione, mappatura e si ripete l'aggettivo magmatico. E magma è forse la parola che meglio racchiude il senso del flusso di immagini e figure in divenire che caratterizza lo spazio dentro e fuori la mostra, lo spazio di una generazione che fa i conti con il caos. Magma significava originariamente “impasto”; l'aggettivo magmatico qualifica un insieme variegato, disordinato, caotico e perciò complesso di elementi che ormai sotto il vulcano si muovono in un'unica direzione, seppur iridescenti, disobbedienti, ostinati a non solidificarsi troppo in fretta, seguono la gravità e discendono verso il basso, come il Nudo che scende le scale n.2 di Duchamp, come l'Io narrante delle Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij. E dalle viscere, non possono che riemergere alla ricerca di un'identità. Sembrava che dopo la fase glocal degli anni Duemila la questione fosse stata accantonata, ma essa torna più forte che mai, vestita di un abito completamente diverso rispetto alle questioni del genius loci degli anni Ottanta; non si tratta infatti di dare una specificità a un gesto istintuale, ma piuttosto di trovare un nuovo vetro per la lente con cui vedere il mondo. Per fare questo bisogna scoprire quante diottrie occorrono e provvedere poi al montaggio dell'apparecchio. Quello precedente è ormai opaco, scalfito, invecchiato. Ci vogliono nuove lenti per osservare da vicino ciò che accade mentre accade e ripristinare la connessione io-mondo. E interessante infatti è il ripetersi della parola narrazione, dopo le fanfare che ne hanno suonato la fine, è chiaro che non si è mai smesso di raccontare, e quand'anche la storia sia stata fatta a brandelli, questi brandelli hanno composto un puzzle da risistemare. E non si può così non dire che questa non sia una mostra che racconta, racconta una generazione che deve essere ancora conosciuta, e tirata fuori dal magma di nomi e informazioni che inonda la visione. Forse allora il passaggio successivo è la selezione critica che porterà a riflettere su come lo spazio e il tempo, sbrindellato, strattonato, dilatato, ristretto e accartocciato, si relaziona all'occhio dell'artista. Ma una cosa sembra chiara: la consapevolezza con cui la discesa si attua. La generazione Y non è una generazione allo sbando, è al corrente dei suoi mezzi, e li utilizza, sperimenta, conosce il passato e in esso a volte si confonde per confondere, lascito maturo probabilmente di un Novecento che ha ucciso ogni categoria superiore a cui rivolgersi per spiegare l'origine, implorare la fine o dare un ordine al caos.

Quando l'Orfeo di Pavese scende agli Inferi ed incontra la sua Euridice, le prende la mano e poi consapevolmente si volta e la lascia andare, That's it!

Artisti in mostra:

Matilde Cassani (1980), Giuseppe De Mattia (1980), Margherita Moscardini (1981), Michele Sibiloni (1981), Riccardo Benassi (1982), Ludovica Carbotta (1982), Danilo Correale (1982), Andrea De Stefani (1982), Giulio Squillacciotti (1982), Marco Strappato (1982), Carlo Gabriele Tribbioli (1982), Ian Tweedy (1982), Invernomuto (Simone Trabucchi, 1982 e Simone Bertuzzi, 1983), Francesco Bertocco (1983), Giovanni Giaretta (1983), Lorenzo Senni (1983), Alberto Tadiello (1983), IOCOSE (Filippo Cuttica, 1983, Davide Prati, 1983, Matteo Cremonesi, 1984 e Paolo Ruffino, 1984), Elia Cantori (1984), Giulio Delvè (1984), Elena Mazzi (1984), Diego Tonus (1984), Calori&Maillard (Violette Maillard, 1984 e Letizia Calori, 1986), Federico Antonini (1985), Alessio D’Ellena (1985), Nicolò Degiorgis (1985), Riccardo Giacconi (1985), Adelita Husni-Bey (1985), Diego Marcon (1985), Ruth Beraha (1986), Elisa Caldana (1986), Roberto Fassone (1986), Francesco Fonassi (1986), Petrit Halilaj (1986), Andrea Kvas (1986), Beatrice Marchi (1986), The Cool Couple (Niccolò Benetton, 1986 e Simone Santilli, 1987), Filippo Bisagni (1987), Benni Bosetto (1987), Lia Cecchin (1987), Alessandro Di Pietro (1987), Stefano Serretta (1987), Giulia Cenci (1988), Tomaso De Luca (1988), Julia Frank (1988), Marco Giordano (1988), Orestis Mavroudis (1988), Valentina Furian (1989), Parasite 2.0 (Stefano Colombo, 1989, Eugenio Cosentino, 1989 e Luca Marullo, 1989), Alice Ronchi (1989), Emilio Vavarella (1989), Irene Fenara (1990), Angelo Licciardello (1990) & Francesco Tagliavia (1992), Caterina Morigi (1991), Margherita Raso (1991), Guendalina Cerruti (1992).

That's It!

a cura di Lorenzo Balbi

MAMbo - Sala delle Ciminiere

Bologna

22 giugno – 11 novembre 2018