Ai Weiwei a Londra

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La potenza della narrazione e l’energetica prestanza delle opere di Ai Weiwei, che si muovono adatte e perfette nelle grandi sale della Royal Academy di Piccadilly Street a Londra, si percepiscono sin dalla maestosa foresta collocata nel cortile centrale della RA. In Cina gli alberi hanno un significato profondo e sono venerati in quanto mettono in collegamento tra il regno del cielo e il mondo sotterraneo.

Artista trasversale, scomodo, coraggioso, Ai Weiwei sembra sempre ricordarci che il mondo è pieno di oggetti e che è nella loro concatenazione fisica e concettuale che si stabilisce il filo di un racconto diacronico e sincronico sempre sul crinale esplicito della protesta e della denuncia.

Curata in collaborazione con lo stesso artista, che ha lavorato dal suo studio a Pechino, l’esibizione presenta alcune delle opere più importanti da lui create in un periodo che spazia tra il suo ritorno in Cina nel 1993 – dopo un lungo periodo passato negli Stati Uniti – fino all’ultima produzione. I lavori più recenti sono stati creati appositamente per le gallerie della Royal Academy. Si tratta di una serie d’installazioni di grandi dimensioni composte dai materiali più vari: marmi, acciaio, vetro, legno, pietre antiche, cocci di vasi dipinti, carta da parati, cubi di ferro. Queste monumentali sculture, che al loro interno accolgono le scene della prigionia intollerabile subita dall’artista, già occupavano minacciose la Chiesa di Sant’Antonin di Venezia durante la Biennale del 2013.

Con la tipica audacia dell’indagine sociale e politica che contraddistingue il discusso artista cinese, le opere esplorano una moltitudine di temi impegnativi. Attingendo all’esperienza dell’artista che commenta sempre con una libertà creativa scevra da controlli e reticenze la censura e i diritti umani, le opere ci conducono all’interno di una ricerca che affonda le sue radici nella disamina dell’arte e la società cinese contemporanea. L’impiego dei materiali è fondamentale in tale processualità artistica. Ai Weiwei conosce le forme e riconosce nell’essenza stessa della materia un modo per esprimere un pensiero sempre dialogico basato sulla memoria e sulla sua rarefazione. Centrale il concetto di rovina che, a differenza della maceria, non è dato spazzare via nonostante un sistema di potere totalitario ed estremo che in quella zona del mondo lavora nella direzione dell’asservimento delle coscienze e del controllo delle menti.

Sottile e bulimico, controllato e incontrollabile, classico e anticlassico, maestoso e concettuale, multimediale e artigianale, Ai Weiwei possiede il grande talento di saper associare magistralmente l’indipendenza di opere che, a seconda dello spazio che abitano, creano differenti canali energetici ed esercizi di riflessione. Le sue installazioni sprigionano tenacemente una tensione che corre tra forze contrapposte di spinta e controspinta, col risultato di non limitare l’intervento alla sola pratica consueta del time o site specific, bensì ampliando il senso delle opere col luogo che il lavoro occupa e il percorso dello spettatore.

Ai Weiwei celebra la fine di un’epoca e pone domande sulla cultura contemporanea; sempre partendo dal riemerso, dal segno, dalla struttura, dalla sovrapposizione di pratiche tradizionali e tecnologie avanguardistiche: impiegando l’innesto, il curvo, il diritto, il verticale e l’orizzontale. Le sue mostre si svolgono su una griglia geometrica che induce a sollevare e allontanare lo sguardo, lavorando su paesaggi della mente e della fantasia, ma sempre impiegati per srotolare la storia e i suoi plurimi significati. I suoi alberi – che tra le varie installazioni predisposte paiono costituire l’ossatura centrale dell’esposizione, lo scheletro fisico e dichiarato della narrazione – sono assemblati con pezzi di tronchi abbattuti trascinati giù dalle montagne del sud della Cina e venduti nei mercati di Jingdezhen, provincia di Jiangxi. Questi frammenti sono stati portati dall’artista nel suo studio a Pechino e riconvertiti in alberi: con un’operazione che non può non far pensare al lavoro di Giuseppe Penone. Dice Ai Weiwei: «è come cercare di immaginare ciò che l’albero sembrava». Assemblati con bulloni industriali, gli alberi sembrano naturali se visti da lontano, artificiali se li si osserva più da vicino. Il gioco dell’arte si muove costantemente fra inganni e dissimulazioni, senso di spaesamento e percezione distorta.

Ai Weiwei

RA

Londra, Royal Academy

19 settembre-13 dicembre 2015

Azioni Frustrate, Gesti Futili

Flora Pitrolo

In un'intervista con Yvette Greslé a proposito della mostra in corso a Londra, programmata fino al 27 Luglio alla Blain Southern, Bill Viola afferma che “spesso ciò che manca è il mistero – non si vede più nel mondo dell'arte. E io penso che il mistero è forse l'aspetto più importante del mio lavoro. Il mistero è quando apri la porta, te la chiudi dietro, e non sai dove stai andando. Sei perduto. Questo essere perduti è una delle cose più importanti”.

Perdere, e perdersi, è sempre stato più interessante per Viola piuttosto che trovare, o trovarsi – e questo è chiaro anche questa volta, che in mostra ci sono nove nuovi lavori che sembra abbiano come obiettivo una non-risoluzione. Il titolo della mostra, Frustrated Actions and Futile Gestures, sembra puntare proprio a questo non-risolversi di tutti i lavori presenti, un non-risolversi che non è una questione di fallimento, o una mossa narrativa ingegnata per lasciare aperta una fine, ma che appartiene a un ordine temporale.

Il tempo di Bill Viola, qui, è trasparente: in loop, e senza densità. Un tempo geologico e domestico, che cambia continuamente di peso e di misura, inafferrabile. Squisitamente narrativo eppure senza vettorialità: si ha sempre l'impressione di aver dimenticato la fine, come in certi grandi film o romanzi.

Bill Viola, Chapel of Frustrated Actions and Futile Gestures, 2013 (Photo: Peter Mallet)
Bill Viola, Chapel of Frustrated Actions and Futile Gestures, 2013 (Photo: Peter Mallet)

La mostra prende il nome da uno dei lavori-cardine, Chapel of Frustrated Actions and Futile Gestures, nove schermi orizzontali in griglia raffiguranti azioni frustrate e gesti futili: un uomo scava e riempie una buca in esterno notte; una donna incarta e scarta delicate porcellane. L'attenzione è catturata soprattutto da un uomo nell'atto di trainare un carro su per una collina – giunto alla vetta, il carro ridiscende la collina, silenzioso, lento. L'uomo ricomincia. L'allusione al Mito di Sisifo di Camus riporta l'azione domestica a un piano cosmico, e il termine Chapel assume una sua significativa religiosità: alle azioni frustrate e ai gesti futili si sommano i vizi assurdi.

Oltre alla Chapel, la prima sala della Blain Southern – che, occorre dirlo perché si sposa bene col lavoro di Viola, è un gigantesco, impeccabile spazio bianco, che ricorda certe ville Californiane – contiene tre pezzi appartenenti al ciclo Mirage. Sono opere girate a El Mirage, nel deserto del Mojave, ritraenti lunghe camminate dall'orizzonte verso lo spettatore: i personaggi attraversano varie fasi di visibilità e invisibilità tra soffi di sabbia, umidità, foschie desertiche. L'atmosfera è mitica, addirittura biblica: giunte in primo piano, si ha il senso forte che queste figure abbiano “attraversato qualcosa”, che alla nitidezza dell'immagine ne corrisponda una interiore, riflessa nei loro visi distesi, neutrali. Si parla molto, nel catalogo della mostra, nelle recensioni e tra gli astanti, di passaggi interiori ed esteriori, di attraversamenti geografici, mentali, spirituali.

Bill Viola, Chapel of Frustrated Actions and Futile Gestures (Detail), 2013 (Photo: Kira Perov) 2013
Bill Viola, Chapel of Frustrated Actions and Futile Gestures (Detail), 2013 (Photo: Kira Perov)

Ma tutto questo è reso strano, ed estraneo, dalla performatività quasi naïf dei personaggi, dal loro fare mimetico, dai gesti quasi didatticamente comprensibili eppure sospesi in una neutralità talmente innocente da rendere tutto abbastanza misterioso. Nelle messinscene di Viola c'è una specie di dramma di superficie, una narratività di situazione, che sembra non avere mai effetti veri sui protagonisti: puntano ad un'eventualità o ad un'altra, illustrano delle scene, delle parabole, ma tornano sempre al neutrale. Le opere sono quasi “esempi”, i personaggi esemplari.

Altre due opere, Man with His Soul e Angel at the Door, mettono in scena con forza questa strana performatività: entrambe illustrano scene enigmatiche, gesti ripetuti, attorialità candida – ed entrambe concludono senza concludere, non sapremo mai “come finisce”. Alla neutralità degli attori si sovrappone quella degli interni minimali eppure familiari, e l'altissima definizione del video, la messa a fuoco più reale del reale, pulitissima, disarmante.

Altri due passaggi portano al piano inferiore, Man Searching for Immortality / Woman Searching for Eternity, su due lastre di granito nero, in cui due attori anziani, nudi, ispezionano con delle torce l'invecchiamento dei propri corpi, scomparendo nel nero della pietra; e Inner Passage, per l'appunto, un'altro miraggio del Mojave, ma interrotto, questa volta, da un montaggio caotico di suoni, esplosioni, incendi. Al ritorno dell'uomo sullo schermo abbiamo l'impressione di averlo seguito in un incubo – un incubo che si è bruciato sul video, come se anche questo HD smagliante fosse, in fondo, composto come un antico palinsesto in cui le immagini di prima pulsano sotto le immagini di adesso.

Bill Viola, The Dreamers, 2013 (Photo Peter Mallet)
Bill Viola, The Dreamers, 2013 (Photo: Peter Mallet)

Nel sotterraneo troviamo il più chiacchierato tra i lavori, The Dreamers. Qui Bill Viola torna all'acqua, elemento chiave della sua ricerca, allegoricamente e fotograficamente denso. Sono sette schermi ritraenti sette “sognatori”: figure sott'acqua, con gli occhi chiusi, che respirano lentissime. Una di loro, l'immagine promozionale della mostra, è una bambina bionda con un vestito rosso a balze che fa pensare all'Ophelia di Millais.

Ma vista nel contesto, l'immagine non ha nulla di tragico: dorme. Suoni acquatici si diffondono cristallini per la sala, le bocche dei sognatori producono minuscole bollicine, i visi deformati dolcemente dal movimento dell'acqua. Vediamo l'uomo d'affari, la signora anziana ben vestita, la bambina, la ventenne, e più che sentirci immersi, è come se ci riconoscessimo, tanto i sognatori si attengono alla preferenza stilistica di Viola per la gente qualunque. È come se la stessa società che deambula tranquilla per le strade di Londra, fosse d'un tratto sott'acqua: il mondo è sommerso. Ci si lascerebbe prendere da preoccupazioni fantascientifiche se non fosse per l'atmosfera, che è così lenta, rassicurante, calda.

London jacquerie

Federico Campagna

9 Agosto 2011, London

Sono quasi quattrocento anni che una rivolta di queste dimensioni non si verifica a Londra. Quest’inverno, durante le manifestazioni degli studenti inglesi, la stampa internazionale aveva parlato di ‘riots’, di subbugli, di insurrezione. Un tipico caso di esagerazione giornalistica. Stavolta no.

Ma stavolta è diverso.

Le riots di questi giorni, iniziate sabato 7 agosto durante una manifestazione di protesta per l’uccisione di un giovane da parte della polizia, hanno un tono che ricorda più le banlieues parigine che la guerriglia urbana dei black bloc. Da tre giorni la capitale Britannica è attraversata da un’ondata di jacquerie semi-fantascientifiche, in cui i moti di folla da ancien regime si incontrano con i messaggi istantanei lanciati dai BlackBerries. Leggi tutto "London jacquerie"

Essere sudditi

Federico Campagna

Ve li ricordate i volti della folla nei film di Disney sulle principesse? Se guardate bene, nelle feste danzanti di Cenerentola o della Bella Addormentata, vedrete come i disegnatori non hanno nemmeno sprecato tempo creando a ciascuno un volto diverso. Macchie di colore, blobs rosastri, volti senza occhi. Così è giusto che vengano rappresentati i sudditi.

E’ quindi forse per una questione estetica che la mano pesante del governo Inglese ha deciso di ritoccare lo sfondo umano dei preparativi per il ‘matrimonio del secolo’, tra il principe ereditario William e Kate, la cenerentola figlia di milionari dal sangue comune. Leggi tutto "Essere sudditi"

Up Yours!

Federico Campagna

Chi pensava che i sindacati fossero un relitto del passato, pensi di nuovo. Nella mattina di sabato 26 Marzo, di fronte al continuo tagli alla spesa sociale, la confederazione inglese dei sindacati (TUC) ha portato nelle strade di Londra più di 500,000 persone. Numeri che non si vedevano dalle manifestazioni contro la guerra del 2003. Come nel caso della FIOM in Italia, però, i sindacati non hanno agito da soli. Insieme alle famiglie dei lavoratori minacciati dalla lotta di classe condotta dal nuovo capitalismo, decine di migliaia di studenti, disoccupati e anziani hanno occupato le strade e le piazze della capitale inglese. Leggi tutto "Up Yours!"

Londra: and the struggle continues

Paolo Mossetti

Nei giorni in cui il Belpaese finisce sotto i riflettori per gli scandali sessuali del suo premier  - il motivo meno serio, forse, tra tutti quelli per i quali avrebbe dovuto dimettersi – mi trovo Oltremanica a seguire gli sviluppi di una generazione che ha deciso di non rassegnarsi al grigio gotico delle sue classi dirigenti, e in questa immersione vi trovo parecchi spunti su cui riflettere: sia per chi è rimasto ad assistere al grottesco declino del berlusconismo, sia per chi ne è già fuggito da tempo. Leggi tutto "Londra: and the struggle continues"

Dialogo sulla violenza tra Paolo Mantioni e Federico Campagna

[Rendiamo pubblico lo scambio di mail avvenuto tra un lettore di "alfabeta2", Paolo Mantioni, e uno dei collaboratori del numero 5, Federico Campagna, autore di questo breve intervento.]

Paolo Mantioni

Spett. redazione,

scrivo per esprimere il mio più totale dissento a proposito dell'articolo a firma f.s. (Federico Campagna) intitolato La battaglia di Londra,riquadro conclusivo e autonomo dell'articolo che lo precede, Merry ecc., tutt'altro che disprezzabile (sul piano letterario). Non si tratta di buonismo pacifista o moderatismo politico, non è sul politicamente opinabile che s'appunta il mio viscerale rifiuto dei contenuti di quell'articolo. Non è nemmeno sul piano legale (induzione alla violenza?) che mai e poi vorrei imputare all'estensore dello scritto. il fatto è che io sono così folle da credere sacra la saggezza. Sono così folle da credere che le mie ragioni non sono così assolute da poterle imporre con la violenza a chi non le ritiene tali, e non solo per un astratto senso di reciprocità, ma proprio perché volendo imporre con la violenza le mie ragioni do al mio avversario la certezze che le ragioni possono essere imposte con la violenza. Leggi tutto "Dialogo sulla violenza tra Paolo Mantioni e Federico Campagna"