Francesco Pecoraro, l’Esausto sullo Stradone

Filippo Polenchi

Non basta avere qualcosa da osservare: importante è sapere come farlo, inteso anzitutto come declinazione posturale. L’io-osservante dello Stradone di Francesco Pecoraro lo immagino in piedi, dietro una membrana trasparente (una finestra di casa, al settimo piano di una “palazzata”), con un “binocolo comprato dai cinesi” in mano. È irrequieto, cambia posizione: si siede, scrive, osserva ancora, rimugina. Lo scrivente (lo studioso) per il Deleuze che scrive di Beckett è la figura dell’esausto, giacché – come dice Agamben nella postfazione all’omonimo libro – “esausta è […] quella possibilità che si è portata come tale nell’atto e per questo non ha più alcuna possibilità di essere messa in atto e realizzata”.

Si vive fra le macerie di una possibilità implosa: essenziale è descrivere la circoscrizione del proprio sguardo, allora. Così, il Narrante percepisce serenità soltanto al “Carrefour”, perché lì le possibilità del suo desiderio (e il desiderio, si sa, è anzitutto occhio-che-vede, Peeping Tom, “la mentula umana non tollera menzogna, tranne quella, tragica, dell’immaginazione”) sono limitate: “lo spazio di manovra [...] coincide con ciò che ci possiamo comprare, anzi che ci dobbiamo comprare”. Desiderio, immaginazione, violenza politica del consumismo. È questo il pianeta di una mente che non cancella, anzi, che tiene traccia di tutto (in fondo Lo Stradone inizia come Eraserhead di David Lynch, con lo stesso prologo galattico).

Per questo pensionato – storico dell’arte bruciato a un concorso universitario, poi integrato nel Ministero, prima comunista, quindi socialista, corrotto, con un brevissimo periodo di incarcerazione (in quanto pesce piccolo) alle spalle, ora pensionato, che vive in una “palazzata” lungo lo “Stradone”, a ridotto del “Quadrante”, nella “Sacca”, insomma, incastrato come un corpo sofferente nella Roma/“Città di Dio” – la possibilità si è trasferita nell’atto rimanendo tale. Esausta.

Il Comunismo si è esaurito senza mai realizzarsi, o meglio, si è realizzato come sacrificio sovietico, necessario e terribile per strappare al capitalismo atlantico elementi di socialismo che hanno dato vita a quella social-democrazia che ora è rimpianto, nostalgia. Oggi l’orizzonte del possibile è “Ceto Medio Esteso”, ogni esistenza piccolo-borghese – nel suo meccanismo di bisogno/sussistenza/adorazione capitalistica, seduzione merceologica, desiderio esausto – è una trappola sociale: il Narratore sembra dire che l’unico modo per uscirne è osservare, scrivere; raccontare dalla sua posizione di esausto beckettiano – el hombre invisible sofferente, terrorizzato, vegliardo come Svevo, sempre stupefatto – il crollo, il “Ristagno”, lo schianto del Comunismo personale, tentare una impossibile mimesi con i “fornaciai” del primo Novecento, sfruttati dai padroni nella “Sacca”, immaginare perfino un impenetrabile Lenin.

In fondo Pecoraro ce lo ripete da sempre – l’ultima occasione è stata il bellissimo e giustamente celebre La vita in tempo di pace (Ponte alle Grazie 2013): gli “specialisti del consenso” hanno rimosso il conflitto, ma la struggle for life (social)darwiniana continua: “sopraffare prima di essere sopraffatti”; l’armonia del massacro herzoghiana sono i terroristi che recidono le nostre stolide esistenze con un furgone lanciato a centoventi all’ora sulla folla; sono i neo-proletari necessari al sistema dello sfruttamento che tiene in piedi perfino il nostro traballante sistema previdenziale; è l’incubo cyberpunk delle nostre città, sono le carni della GDO, alle quali è dedicato un brano memorabile, dove Rembrandt galleggia nel rosa-azzurro del bancofrigo.

Lo stradone parla di anestesie, di narcolettici urbani, di sonnambulismo, perché “in epoca di Ristagno [..] l’immaginazione si attenua, l’utopia sbiadisce, la manutenzione dell’esistente diminuisce, quasi si azzera, e l’inconscio distruttivo [...] prende sempre più piede”. Nello Stradone si dice ancor più chiaramente che il socialismo è (o è stato e mai più tornerà ad essere) la sola Cultura possibile: indispensabile elemento dialettico perduto. Quando il protagonista afferma “Natura come Grande Madre Benigna---cioè l’opposto di come la vedo io” lo si deve intendere in maniera antropologica più che leopardiana, come, appunto, rapporto dialettico, Natura/Cultura: “Il naturale è lì che aspetta noi e ciò che ci circonda, in quanto ordine da noi provvisoriamente imposto al caos: vuole riprendersi tutto”, comprese le nostre precedenti conquiste culturali.

Il Capitale, azzerando l’utopia del Comunismo – del quale rimane una versione “interiore” (“Pensare comunista mi dà piacere”) – induce nostalgia per una dialettica (fortiniana): il narratore ‘manca’ al fronteggiamento, alla differenziazione universale, alle categorie novecentesche di autentico/inautentico (il porno, con la sua “doppiezza [...] il suo essere verità e menzogna allo stesso tempo, gli conferiva un potere per me ipnotizzante, nella ricerca compulsiva dell’interamente vero, in un universo in cui quasi tutto è semi-vero”). La mente si lacera di fronte all’afasia collettiva – l’immagine (cosa ben diversa dall’immaginazione), infatti, prevale sulla parola, la quale si spezza, si sporca nell’argot romanesco, mimetico e straniante al tempo stesso, perché per il Ceto Medio Esteso la lingua è un perpetuo “stagno eterno greve arguto”.

Il romanzo di Pecoraro è costruito come un brano di jazz modale, con sequenze che paiono frutto d’improvvisazione, ma naturalmente sono costruitissime; su ciascun nucleo prosastico è impresso un ritmo indiavolato; il prodigioso spasimo per l’esattezza del narratore sbrana lo schermo opaco del reale, come uno di quei teli che sventolano sulle impalcature e che un inopinato libeccio urbano squarcia. La mitosi della Città di Dio – mai così tetra, cancerosa, catatonica, lercia, sacrificale – ha prodotto una “distopia del presente”, ma sarebbe potuta andare diversamente: “so che lo Stradone era evitabile, so che poteva essere pianificato e realizzato con più cura e intelligenza e senso della forma, attenendosi alla nozione non solo di cos’è una città contemporanea, ma anche soltanto una città rinascimentale”. Non c’è speranza, ma se c’è sta nell’atto di nominare i pezzi della fine, tentare di discernere ancora, di criticare, di riconoscere la traccia archeologica in ogni segno del presente. Un giorno verrà il “Punto Omega, l’umano onnisciente che si fa dio di sé stesso”, ma nel frattempo siamo immersi fra narcisistiche masse sonnamboliche che come in Eros e Priapo, ciucciando lo Xanax del consenso, sono dirette verso l’abisso e il nulla. Nel frattempo questo Malone contemporaneo racconta.

Francesco Pecoraro

Lo Stradone

Ponte alle Grazie, 2019, 448 pp., € 18