4 studi senza crudeltà, senza numero, senza calore

Andrea Raos

Mi mettono in 1 stanza con le pareti mobili, invasa di strumenti spenti e coperti di teli. Mi accorgo solo ora, scrivendo, che non ricordo quando mi hanno chiamato per la radiografia. Eppure devono averla fatta. Sono qui perché tossisco sangue, non penso proprio che mi abbiano solo misurato la pressione (eppure l'hanno fatto). Ricordo di avere passato molto tempo a torso nudo, sdraiato sul lettino, a fissare la tenda tirata e ascoltare i rumori del reparto. E quindi, in qualche punto di quel molto tempo, la radiografia deve esserci stata.

Dopo 1 po' mi alzo e scosto la tenda per guardare fuori. Rispetto alla sofferenza e al caos dell'Accettazione qui colpiscono la calma, la rassegnazione routinaria del dolore gestito. Le 2 infermiere-ragazze in camice che scherzano accanto all'uomo sdraiato, le gambe tremanti, con il cranio aperto e le garze ubriache di sangue. La donna ancora giovane, appena morta di non so che cosa nella stanza accanto alla mia, il marito e i figli ancora stupefatti, non ancora penetrati nella parte acuminata del venire a mancare. Appoggiati anche loro agli stipiti sembriamo vicini di pianerottolo, mancano solo le 4 chiacchiere sul tempo che fa. Mi lanciano ogni tanto quello sguardo vacuo tipico di chi ha appena perso 1 persona molto cara, inespressivo tranne che per 1 fondo colpevole, il lampo buio di chi si sta chiedendo in cosa ha sbagliato, perché ha lasciato morire, se non è forse questo che voleva. Conosco troppo bene, l'ho visto per troppi anni, ogni mattina, nello specchio riflesso. Mi annoia. Mi distolgo.
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