Le donne protagoniste della storia: il periodo 1865-1925 come fondativo della contemporaneità

Franca Bellucci

Le donne come essenziali protagoniste della vita sociale e intellettuale dell’Italia unita: questo propone la ricerca attenta di Liviana Gazzetta nel suo recente libro, documentando nel periodo scelto le articolate modalità della partecipazione femminile alla vita del Paese.

L’autrice, studiosa esperta dei percorsi femminili contemporanei singoli e collettivi, nel filone di ricerca iniziata negli anni Sessanta da Franca Pieroni Bortolotti e arricchita da successive esplorazioni compie qui una ricognizione profonda mirando all’orizzonte dell’Italia che si faceva nazione. Dal punto di vista giuridico, le donne non furono premiate: il predominio del paternalismo informò il codice civile, o codice Pisanelli, varato nel 1865. Malgrado ciò, la Penisola risulta uno spazio-crogiuolo entro il quale si delinearono gruppi femminili, spesso intorno a temi diversi resi visibili da azioni pratiche nella società e da pubblicazioni giornalistiche: per tutte ne segnaliamo due, «La Donna» di Gualberta Adelaide Beccari (1868-1891), la «Vita femminile italiana» di Sofia Bisi Albini (1907-1913). Non vi fu una direzione unica dei movimenti creati dalle donne, ma è evidente, oltre ad una energia di stampo garibaldino, una ispirazione etica che dava risalto al mazzinianesimo, pur se appreso tardi nella regione veneta divenuta italiana solo dopo il 1866, e all’ideale religioso vissuto come “Risveglio”, e che poteva guardare o alla dottrina cattolica o alla protestante o alla ebraica. Il bisogno dei vari movimenti femminili di confrontarsi e unificarsi culminò nel 1908, raggiungendo, con travaglio, la forma federale (Consiglio nazionale delle donne italiane, CNDI), che poté affrontare a Roma il suo I Congresso, fissando i riferimenti per quella legislazione di tutela riguardo al lavoro delle donne e dei fanciulli, che, in accordo con il contesto europeo, caratterizzò il periodo detto “giolittiano”. Il termine finale che l’autrice dà al suo esame, il 1925, segnala l’esaurimento e l’involuzione, rispetto alle prove fattive e consapevoli precedenti, sia pure disparate. Le istanze elaborate dai movimenti femminili in oltre mezzo secolo furono bloccate quando il regime fascista si impose azzerando le istanze partecipative. Escono dalla ricerca il periodo dal fascismo, il suo abbattimento, il suffragio generalizzato nel 1945. Solo per cenni l’A. registra la continuità del movimento cattolico pur negli anni della dittatura, «sempre riconosciuto come interlocutore» (p. 224).

Questo libro è anche recupero di biografie (molte: e il ricco apparato, a partire dall’indice dei nomi, ne è buona guida), ma è soprattutto recupero di costruzioni ideali, presso nuclei attivi sparsi sul territorio dell’Italia intera: quelli dediti ad interventi sociali come la lotta alla prostituzione, la filantropia, gli atelier per il lavoro delle donne, l’istruzione ai vari livelli, e inoltre quelli attivi nella richiesta del suffragio, più tardi quelli orientati verso il libero amore, o il divorzio. In molti di questi gruppi l’impegno per il disarmo e la pace fu un percorso forte, in concomitanza con la Conferenza Internazionale all’Aja del 1899, poi abbandonato e persino convertito nell’opposto, al tempo dell’opzione militarista dell’Italia dopo il 1911. Nel complesso, il saggio procede in una riflessione profonda sulla prospettiva della storia come “generale”.

Una “storia italiana”, verrebbe da dire, nel complesso un percorso di impegno-dissipazione-gemmazione altra. Lo spazio-Italia c’entra molto, in questo studio: una vera sorpresa, rispetto a interpretazioni presenti nella storiografia internazionale che, oltre a minimizzare la legislazione sociale italiana e ad ignorarne il collegamento con i movimenti delle donne italiane, descrivono questi come episodi di esterofilia, modellati sul suffragismo anglosassone. Ma, si badi: è il concetto stesso di storia che viene scosso, se include le donne. La narrazione di Gazzetta, cioè, esito di un largo scandaglio di fonti, è tutt’altro che un complemento da affiancare alla storia canonica: è questo un libro di attento metodo che, concentrandosi sull’Italia, invita a rivedere il quadro in cui nascono i fatti e le idee, la materia della storia. Ora, focalizzarsi sui soggetti, donne incluse, che hanno dato vita all’Italia-stato, è polemizzare con chi, ignorandole, procede da un astratto all’altro, raccontando di italiane in modo approssimato.

Questo metodo di osservare “in modo inclusivo” la società italiana ha qualcosa in comune con la riscrittura della storia artistica che da alcuni decenni incontriamo: per esemplificare in Italia, penso alle narrazioni d’arte ricche di meditazioni, ma anche di verve polemica, di Lea Vergine, di Martina Corgnati, al dramma artistico di Carla Accardi, alla rivolta metodologica di Carla Lonzi, ai quesiti che al riguardo pone Maria Luisa Boccia.

È congrua con questa direzione di lettura la parola-segnale, “femminismo”, che Gazzetta pone fin dal titolo e che commenta nell’Introduzione a designare il complesso delle testimonianze di vitalità sociale delle donne, sia che riguardino l’ambito della cultura riconosciuta, ovvero la pratica, ovvero la teoria. La parola “femminismo” può applicarsi al periodo trattato «per affermare una più piena cittadinanza e livelli superiori di autonomia femminile rispetto alla società del tempo» (p. 8): questa parola, puntualizza l’A, circola fin dagli anni Novanta dell’Ottocento. È tuttavia una scelta innovativa rispetto a “emancipazionismo”, parola più spesso usata in storiografia con il fine di separare le manifestazioni più antiche. Vengono così distinti i movimenti relativamente antichi da quelli che gli anni Settanta del XX secolo hanno espresso, come fenomeno dirompente che ha posto in evidenza gli accadimenti riferibili alle donne. Ma Gazzetta, con una scelta che motivatamente rompe con quella storiografia, ricompone in un unico termine le manifestazioni promosse dalle donne, accettandone l’andamento non progressivo e irregolare. L’A. riprende la questione nelle ultime pagine, riallacciandosi a quanto riconoscevano i professori dell’Università del Sacro Cuore nel 1923: «Il femminismo è una realtà che constatiamo» (p. 219). Contestualmente venivano distinti tre femminismi: quello liberale, quello socialista, quello “così detto” cristiano.

Seguendo questa prospettiva, dunque, il lettore si sente motivato ad accettare le articolazioni e le connessioni del femminismo dall’Ottocento a oggi, attraverso esperienze attinenti a campi e rilevanze diversi. È appropriato includervi i documenti del protagonismo femminile anche attinenti ad ambiti culturali diversi: nulla vieta, per esempio, di collegarvi la fecondità filosofica di una Simone Weil, purché si rispettino, sui vari piani dell’assetto culturale, i dovuti distinguo.

Liviana Gazzetta

Orizzonti nuovi. Storia del primo femminismo in Italia (1865-1925)

Viella, 2018

pp. 225 e apparati pp. 30 € 28,00

Diaconato femminile: teologia o politica? L’esperienza della chiesa evangelica

NCR-Endorses-Women-Priests-MovementLiviana Gazzetta

Dopo cinquant’anni di rifiuti, la questione del ministero femminile dentro la Chiesa sembra tornare d’attualità grazie alle recenti aperture di papa Francesco. Nel corso dell’udienza dell’Unione delle Superiori Generali, l’11 maggio scorso, è stato chiesto tra l’altro al Papa perché la Chiesa escluda le donne dal servire come diaconi, contrariamente a quanto accadeva nel cristianesimo delle origini; e il pontefice sembra aver manifestato il suo assenso a costituire una commissione di studio sul tema.

In sé si tratta di una piccola apertura, ma grande ne è stata e ne è la risonanza. Fin qui, infatti, nonostante la crescente affermazione di un paradigma paritario nella vita pastorale e nonostante l’importanza assunta dalla voce di alcune teologhe all’interno del dibattito ecclesiale, nessun sostanziale passo in avanti è stato fatto nella Chiesa cattolica in materia di ministeri femminili: la questione dell’incapacità cultuale delle donne continua a costituirvi il nodo centrale dell’asimmetria tra i sessi, e a rappresentare uno dei principali segni di demarcazione tra protestantesimo e cattolicesimo.

Nel dibattito che si è aperto, il confronto col protestantesimo può in effetti risultare utile, a nostro avviso; e non per attestare una «supremazia» delle confessioni evangeliche (dove da decenni è previsto anche l’accesso femminile al pastorato), quanto per chiarire alcuni aspetti della questione che anche nella discussione odierna restano velati da un’attenzione tutta teologica al problema. Che l’accesso ai ministeri ordinati non possa essere regolato sulla base dell’appartenenza di sesso all’interno di chiese che si rifanno al messaggio cristiano, infatti, è divenuto via via più evidente non soltanto sulla base di indagini esegetiche o teologiche sul tema, peraltro in continua crescita, ma anche sulla base di una complessiva trasformazione della soggettualità religiosa femminile, che continua a interrogare la tradizione e il messaggio cristiani in rapporto alla loro capacità di sostenere o meno lo sforzo di libertà delle donne.

In età contemporanea, dopo la lunga parentesi medievale e moderna, la figura della diaconessa torna d’attualità nelle chiese protestanti e in particolare negli ambienti del pietismo tedesco influenzati dal movimento del Risveglio: basandosi sull’esperienza di una Società femminile per la cura ai poveri e ai malati, il pastore Theodor Fliedner aprì nel 1833 nella Prussia renana una prima «casa delle diaconesse», seguita poi da analoghe esperienze in Francia e in Svizzera. L’istituzione delle diaconesse permetteva di rispondere alle necessità delle nuove forme di assistenza ai poveri sviluppate dalle comunità locali, ma soprattutto dava uno sbocco al bisogno di impegno e corresponsabilità nella vita ecclesiale avvertito in ampi settori del protestantesimo femminile di matrice romantica.

Il legame con lo sviluppo del movimento femminile è confermato anche dalla situazione del diaconato femminile nel nostro paese. In Italia, accanto a una filiazione delle diaconesse tedesche a Roma, una «Casa italiana delle Diaconesse» nacque nel 1901 presso l’Ospedale valdese di Torino, come sede di una scuola di formazione che seguiva il modello del Centro per diaconesse di Saint-Loup, nel cantone svizzero di Vaud. L’aspetto forse più interessante è che questa esperienza nacque nell’ambito delle organizzazioni femminili evangeliche (Unioni Cristiane delle Giovani e Unione delle Amiche della Giovane), le quali – proprio negli stessi anni in cui davano vita a questa forma di diaconia – manifestavano anche un esplicito, convinto legame col coevo movimento femminista italiano (e internazionale). La stessa Associazione delle amiche della giovane era la filiazione di un’associazione fondata negli ambienti protestanti europei nel 1877, a seguito del primo Congresso internazionale per l’abolizione della prostituzione di stato svoltosi a Ginevra.

C’era un legame profondo tra queste nuove forme di assunzione di responsabilità nella vita di chiesa e movimento delle donne. E non solo nel senso che di fatto il legame tra femminismo e protestantesimo tra Otto e Novecento si rafforzava, in Italia come in altri paesi europei, su tutta una serie di temi di mobilitazione (dall’istruzione, all’abolizione dell’autorizzazione maritale, sino al voto); ma ancor più nel senso di una rivendicazione della forma di vita propria delle diaconesse come espressione della consapevolezza, della capacità, della libertà rivendicata allora dalle donne nella società. Non a caso secondo la responsabile italiana delle Amiche della giovane, Berta Turin, fin dal suo avvio la diaconessa poteva essere indicata alle giovani come «la femminista per eccellenza in tutta la sua libertà e la sua forza» (La diaconessa, «L’Alba», II, 3, Firenze 15 aprile 1901).

La questione del diaconato femminile divenne più chiaramente politica qualche anno dopo, quando all’interno della chiesa evangelica valdese il termine diaconessa cominciò a essere usato in senso letterale come femminile di diacono, e cioè per indicare quelle donne che erano scelte come membro dei consigli di chiesa, con il compito di amministrare il denaro e sostenere le attività della comunità. È in questo secondo senso che la questione divenne oggetto di una vivace discussione quando nel 1909 due donne furono elette nel consiglio della chiesa valdese di Pisa: Florence Giorgini Rochat e poi Italia Senesi furono (allo stato degli studi) le prime donne a svolgere il ministero del diaconato nella chiesa evangelica italiana. E lo furono proprio perché in quel momento l’elemento maschile risultava scarso e poco affidabile a confronto di quello femminile, come precisano le fonti. Il ricorso «ai precedenti apostolici, di cui è memoria nelle Sacre carte» veniva cioè invocato, anche un secolo fa, a fronte di una crescita soggettiva e oggettiva della presenza femminile nella vita ecclesiale, e più complessivamente nella società, cui risultava sempre più difficile chiudere le porte. Crescita che riusciamo a comprendere meglio se pensiamo che quelli erano gli anni di maggiore risonanza pubblica del suffragismo a livello nazionale; senza contare che da qualche anno, anche nel nostro paese, si stava sperimentando una prima forma di elettorato femminile, introdotta dalla legge Crispi sulla pubblica assistenza, in virtù della quale le donne furono eleggibili e poterono votare nei consigli di amministrazione delle opere pie, istituzioni di assistenza e congregazioni di carità.

Molto del percorso compiuto un secolo fa dalla chiesa evangelica in materia di diaconato femminile lo si doveva quindi al femminismo, inteso non solo come movimento organizzato per la rivendicazione dei diritti, ma anche e soprattutto come espressione di una ideale, femminile «repubblica delle coscienze» che rappresentava in qualche misura la parte soggettiva della trasformazione in corso. La nostra tesi è che esattamente questo sia il patrimonio su cui oggi potrebbe contare la Chiesa cattolica nell’affrontare il tema urgente del diaconato femminile.

Il genere a scuola

Liviana Gazzetta

In Francia la polemica contro la cultura dei gender studies è arrivata ben prima che da noi. Qui una petizione promossa nel 2011 da Christine Boutin (Partito cristiano democratico) e sostenuta da 80 deputati e 113 senatori ha chiesto il ritiro dei manuali prodotti per l’insegnamento di Sciences de la vie et de la terre, dove è stata introdotta la distinzione tra sesso, genere e orientamento sessuale; le disposizioni governative francesi, infatti, su questo terreno sembrano ben più avanzate che in Italia, prevedendo anche fin dal 2010 che nel Programme d’Histoire-géographie l’insegnamento collochi al centro delle problematiche trattate gli uomini e le donne che costituiscono le società.

Anche in Italia alcuni settori del mondo cattolico hanno avviato forme integralistiche di reazione alla diffusione dei gender studies nel dibattito delle idee e soprattutto nel contesto scolastico. I giornali ne hanno già dato notizia, segnalando in particolare “l’aggressione” subita da alcune associazioni femministe romane che hanno promosso il corso La scuola fa la differenza. Ancora più grave l’intervento del Sottosegretario di Stato Miur, on. Toccafondi, che ha bloccato il programma UNAR contro le discriminazioni “basate sull’orientamento sessuale e l’identità di genere”, programma avviato dal precedente governo.

 Ma perché tanto accanimento contro la categoria di genere? Accreditando l’esistenza di un complesso teorico omogeneo di impianto costruttivista che viene definito «gender theory», molti organi cattolici vi individuano una visione politica della sessualità in stretta relazione con «l'attivismo omosessuale» e vi vedono un nesso strutturale col relativismo che caratterizzerebbe il mondo della cultura contemporaneo. La denuncia di un presunto narcisistico «mercato dell'autofondazione sessuale» ha portato Benedetto XVI ad affermare, nel discorso al Pontificio Consiglio «Cor Unum» sul matrimonio il 19 gennaio 2013, che “L’insidia più temibile di questa corrente di pensiero è di fatto l’assolutizzazione dell’uomo che viene sciolto da ogni legame e da ogni costituzione naturale”, fino a pretendere di “essere indipendente, pensando che nella sola affermazione di sé stia la sua felicità”.

In alternativa alla «gender theory» questi stessi organi vanno articolando un discorso sulla differenza come luogo di realizzazione del soggetto, che tiene conto, almeno in parte, delle libertà femminili attuali, ma riprende gli assi della riflessione essenzialista propria della tradizione neotomista. Si insiste così sulla differenza femminile e sulla valorizzazione della cultura delle donne con temi e atteggiamenti di fondo che possono avere punti di osmosi con talune ricerche femminili, e in molti casi se ne mutuano addirittura i linguaggi. Si promuove la conoscenza di teorie e pensatori/trici che tendono a superare l'opposizione tra «destino biologico» e «libertà» e indicano la maternità come un'esperienza privilegiata, un modello universale di apertura all'altro.

Non esiste in realtà una “teoria del gender”. Con questa categoria non si introduce tanto una determinata visione dell’essere uomo e dell’essere donna, quanto piuttosto uno strumento concettuale per poter pensare e analizzare le realtà storico-sociali delle relazioni tra i sessi in tutta la loro variabilità, complessità e articolazione. La polemica contro il “gender” è però particolarmente grave nel contesto formativo: oggi che nelle relazioni tra i sessi convivono stereotipi di fasi storiche precedenti, modelli di comportamento derivanti da ambiti antropologico-culturali anche molto diversi tra loro e nello stesso tempo schemi di comportamento violenti che si ritenevano superati, l’educazione al genere può davvero contribuire alla costruzione di una società più giusta e tollerante, sviluppando la consapevolezza dei condizionamenti storico-culturali ricevuti.

Per questo il Direttivo della Società Italiana delle Storiche ha ritenuto di dover prendere posizione, inviando una lettera all’on. Stefania Giannini, Ministra dell’Istruzione, e all’on. Teresa Bellanova, che la ha delega alle PP. OO.: una lettera che non solo segnala le indebite ingerenze e il vuoto normativo italiano in materia, ma che anche rivendica l’importanza di promuovere l’educazione al genere come contributo ad una formazione civile e intellettuale più completa, che insegni a riflettere sugli stereotipi sessuali e combatta i pregiudizi.

Leggi la lettera