Una vita allo specchio dell’umorismo yiddish

Lisa Ginzburg

Un uomo va dal rabbino e incomincia a lamentarsi: “non vinco mai alla lotteria, ah povero me, io che ne avrei tanto bisogno, mia moglie, i bambini, i debiti… perché non vinco mai, perché dio non mi ama?”. Tempo dopo torna, ricomincia a piagnucolare, e il rabbino: “tu però, perché non cominci con il comprarti un biglietto della lotteria?”.

Un altro, completamente ubriaco, incontra per la strada il suo rabbino, che a trovarlo in quello stato, severo lo rimprovera. “Provo ad annegare nell’alcol le mie preoccupazioni”, l’uomo dice. “Ma perché ridurti così?”, il rabbino domanda. “Perché le mie preoccupazioni sanno nuotare”.

Si sorride – o ride – a più riprese, leggendo il Dictionnaire amoureux de l’humour juif di Adam Biro (Plon, 785 pp., 25 euro). Per l’arguzia, la sottigliezza dei witz (aneddoti e barzellette ebraiche) riportati, ma anche in virtù dell’architettura narrativa secondo cui Biro ha scelto di montarli. Freud molto ha scritto del motto di spirito, del witz come veicolo di comunicazione di istanze inconsce. Anche limitandosi al suo aspetto più letterale, quello dell’umorismo yiddish è universo sparso, disseminato, sterminato (nel duplice significato, di “gigantesco” e di “annientato”). Un magma estesissimo, di non facile mappatura, al punto da risultare per molti aspetti non-classificabile. L’intento di Adam Biro ciononostante si fa spazio, delineandosi a mano a mano: dar forma a una tassonomia che rischierebbe l’irrealizzabilità, e riuscire a farlo per come saldo il baricentro epistemologico viene mantenuto sulla soggettività del proprio punto di vista (la propria vita, anche: è un dizionario d’autore). “Il mio ruolo in questo libro è ridere, e provare a spiegare perché rido”, scrive Biro a metà del suo Dictionnaire: dichiarazione di intenti che rende onore all’ariosità del contenuto del volume. Che è un caleidoscopio di mondi, puntato sulle “impossibili verità” che i motti di spirito contengono e lambiscono nel mentre, miti e impietosi, irridono al mondo. Con un montaggio e una scelta di criteri di tassonomia i cui risultati hanno del travolgente.

Classificatore/autore molto adatto alla materia in cui si addentra e che ripartisce, Adam Biro, ungherese, si è stabilito in Francia più di sei decenni fa, svolgendo un lavoro poliedrico – autore di testi di finzione ma anche, per lunghi fruttuosi anni, raffinato editore di libri d’arte. Tortuosamente limpido come i witz che cuce insieme, nel mentre ripercorre i frastagliati confini di un mondo transnazionale (per natura, prima ancora che per tragedia storica), Biro mostra di possedere un bandolo infallibile per insinuarsi tra meandri e pieghe dell’umorismo yiddish. Dipana i molti fili di questa tentacolare tradizione sfavillante sottigliezza, per poi (forma di ammirato rispetto) tornare ad annodarli, ripristinando l’ordito originario, quello più “geo-letterariamente” scomposto.

Allegria della varietà, la mole enciclopedica del Dictionnaire amoureux de l’humour juif spazia (danza) tra lemmi, witz, istantanee biografiche – Kafka, Joseph Roth, molti autori yiddish meno noti. Lunghi excursus degni di un Tristram Shandy vestito dei panni variopinti e malinconici di una figura di un quadro di Chagall. Più e oltre che dizionario, “opera-mondo”. Che ha del mirabolante quanto a fantasmagorie dialettiche, e dalla cui lettura è difficile “uscire” – forse per quanto dentro ci si trova, miscelato insieme al divertimento intellettuale, qualcosa d’altro che conforta. Anziché disorientare, tanto scibile condensato infonde leggerezza. Una leggerezza triste anche, qua e là, ma lenitiva. “Come il Talmud, l’humour appiana le disuguaglianze, gli ostacoli, le faglie che si creano in una vita”.

Adam Biro

Dictionnaire amoureux de l’humour juif 

Plon

ppp. 785, euro 25

Alfadomenica #4 – maggio 2017

cantiGli ultimi sono stati giorni intensi: la Biennale di Venezia, a cui abbiamo dedicato ieri uno Speciale, che sarà poi seguito da altri approfondimenti, il Festival di Cannes, di cui avete letto le recensioni quotidiane di Mariuccia Ciotta e Roberto Silvestri e, per quanto riguarda noi direttamente, il seminario su Verità alternative, che si è tenuto il 25 maggio a Roma: a partire dalla prossima settimana troverete dei brevi stralci video nel nostro sito, mentre le videoregistrazioni integrali saranno caricate nel Cantiere, lo spazio online riservato ai soci dell'Associazione Alfabeta. Per il Cantiere stiamo preparando nuove iniziative e anche per questo invitiamo i lettori di alfapiù a iscriversi: è il modo migliore per partecipare all'attività della rivista e per sostenere il nostro lavoro.

Ed ecco cosa trovate oggi su Alfadomenica:

  • Yuma Martellanz, Porto Rico, il potere rivoluzionario dell'allegria, il sorriso come arma: Al momento Porto Rico è divenuto ufficialmente il caso di bancarotta più grande della storia del mercato delle obbligazioni pubbliche americano con un debito non ancora preciso che va dai 70 ai 123 miliardi di dollari. Porto Rico è uno Stato Libero Associato degli Stati Uniti, la sua relazione è di territorio non incorporato, pertanto non gode degli stessi diritti che hanno gli altri stati e tanto meno ha la libertà di decidere il proprio destino non essendo indipendente. Alla fine di giugno 2016 è stata imposta dagli Stati Uniti una Giunta di Supervisione Fiscale Federale (JSF) composta dalle stesse persone legate alle compagnie di possessori di buoni, ai creditori o a coloro che hanno fatto parte di recenti governi.  - Leggi:>
  • Lisa Ginzburg, Matar, il dolore di un lutto nell'assenza: In un film realizzato nel 2010, il cileno Patricio Guzman dava voce alle madri dei desaparecidos sotto la dittatura di Pinochet. Lo faceva dopo avere dedicato buona parte della sua pellicola, invece, alla natura: raccontando astri e terre, e galassie, e sconfinati spazi resi secchi dalle arsure di altipiani desertici. Chi ha visto il film non può dimenticare il dolore di quelle madri, i loro volti segnati, induriti. Donne resilienti. L'empatia del regista le aveva messe in condizione di raccontare la loro angoscia; e di lì, dalle loro confessioni, lo sprigionarsi di una forza. - Leggi:>
  • Antonella Sbrilli, Alfagiochi / Intitolati: Baleni N. E. (Biennale alla lettera): Baleni N. E.: non è il titolo possibile di un racconto di Peter Handke (Epopea del baleno), o di Banana Yoshimoto (N. P. - North Point) né di una canzone di Elisa ( Tramonti a nord est), ma solo un anagramma della parola Biennale. Un anagramma semplice, anche se non privo di un suo orientamento geografico e di una suggestione.  - Leggi:>
  • Alberto Capatti, Alfagola / Epiteti, sfottò, insulti, freddure: La cucina n’è piena e la pasta sembra giocarci. Dopo l’arrabbiata, c’è la puttanesca e la zozzona. Per quest’ultima, dei rigatoni alla … tante ricette, anche con panna, pancetta e funghi coltivati. Che cosa spinge a questi titolacci, è intuibile, la cultura di un’osteria romana oggi scomparsa, il piacere d’ingozzarsi e blaterare in compagnia, uno scherzo che dura un piatto ed è dimenticato. A casa, il zozzone e la zozzona sono tenuti lontano. - Leggi:>
  • Una poesia 29 / Vincenzo Bagnoli: c’è un insetto che striscia sul soffitto / e io lo guardo, sdraiato sul letto, / con le parole che non ho mai detto / chiuse ben strette nel petto afflitto - Leggi:>
  • Semaforo: Font - Placebo - Sostenibilità - Leggi:>

Matar, il dolore di un lutto nell’assenza

Lisa Ginzburg

Hisham Matar, Author of 'In The Country Of Men'.

In un film realizzato nel 2010, il cileno Patricio Guzman dava voce alle madri dei desaparecidos sotto la dittatura di Pinochet. Lo faceva dopo avere dedicato buona parte della sua pellicola, invece, alla natura: raccontando astri e terre, e galassie, e sconfinati spazi resi secchi dalle arsure di altipiani desertici. Chi ha visto il film non può dimenticare il dolore di quelle madri, i loro volti segnati, induriti. Donne resilienti. L'empatia del regista le aveva messe in condizione di raccontare la loro angoscia; e di lì, dalle loro confessioni, lo sprigionarsi di una forza. Il cuore del film (una storia di assenza, di vuoto di tracce) sta tutto nell'irruzione tardiva di quella forza – perché tardiva, sconvolgente.

Ho ripensato a Nostalgia de la luz, leggendo Il ritorno di Hisham Matar. Medesima lotta tra presa di coscienza e illusione, come accade con le perdite complicate dalla loro immaterialità (quando manca il corpo e niente può venire elaborato a partire da un rituale di sepoltura, tutto resta allo stadio di drammatica ipotesi circa un possibile altro corso degli avvenimenti, diverso, meno definitivo).

Il padre di Matar, Jaballa, attivista militante in prima linea nell'opposizione al regime di Gheddafi, è scomparso ventidue anni prima. Ora, nel 2012, il figlio, scrittore già noto, ritorna in Libia nel fermo proposito di fare luce sul passato. Elaborare: sebbene lui stesso non lo sappia sino in fondo, è infine maturo per farlo. Gestione di un lutto in absentia è processo raddoppiato, come raddoppiata è la perdita. Privi non si è soltanto della persona, anche della certezza della sua morte. La china dell' impervio cammino, Hisham Matar la sale senza infingimenti. Provvisto di una sana dose di amor proprio, anzi. Vigile su se stesso. Attento ai crolli psicologici, allo sfiancante oscillare tra consapevolezza e illusione, tra lucido convincersi che il padre sia morto, e un'altrettanto lucida intuizione che una speranza, perché non debordi trasformandosi in illusione, si deve saperla addomesticare. Vero narratore, sa come inanellare le volute di certi andirivieni della memoria. Fluente, chiara, la sua voce scivola in mezzo alle sponde del ricordo (immagini del padre sparito, testimonianze di chi lo ha conosciuto) e istantanee della terra “color ruggine, giallo e verde” che è stata quella dei paesaggi d'infanzia.

Jaballa è morto nella prigione di Abu Salim, nell'atroce massacro (più di mille prigionieri torturati e uccisi) che Gheddafi vi perpetrò? Sul filo d'acciaio di questo interrogativo, il libro scompone e ricompone un capitolo di storia, di resistenza, di passione di giustizia. Lo sguardo di Hisham Matar disseziona il nervo più scoperto delle cose, riemergendone limpido, con chiarezza puntato attorno a sé – sulla Libia, il suo paese, e su quel che del passato soffia nel vento presente. Il ritorno non è quello di Ulisse, ma di Telemaco, colui che mite, compassionevole, accoglie il padre, lo riabbraccia abbracciandone intanto il destino. Come un Telemaco contemporaneo, ripercorrendo le ombre della vicenda di cui è figlio, Matar nel mentre dipana gli orditi del passato dona un nuovo assetto alla sua propria vita.

Succede con certe narrazioni solide, mirabilmente compatte nonostante le molte diffrazioni del flusso temporale, che a prevalere sulla materia narrativa sia la forma del racconto. Qui trova parola quanto di più muto può accompagnare il tormento di un ricostruire in absentia. “Nel tempo, il treno dei miei tentativi di scoprire dove fosse mio padre ha continuato a sferragliare. Avanzava nel buio, senza cedimenti, e sempre più simile, col passare degli anni, a qualcosa che si nutre della propria bramosìa”. Di questa imperiosa, tirannica necessità di capire, conoscere, racconta Il ritorno. Lo fa con la precisione e la grandezza d'animo di qualcuno che sa come scandagliare i risvolti più chiaroscurali della propria urgenza di voler sapere. Incontri, memorie condivise, tentativi di chiarimento di livelli stratificati di fatti lontanissimi nel tempo ma sempre pulsanti nel cuore: l'indagine di cui il libro di Hisham Matar si compone ha qualcosa di un romanzo di formazione. Insieme al protagonista, a lettura ultimata ci sentiamo noi anche più maturi, e migliori. Pronti ad affrontare e osservare la vita con maggiore pienezza e attenzione, ora che l'arcipelago della perdita, lancinante ancora, perché più chiaro si è però configurato più sopportabile.

Hisham Matar
Il ritorno
Einaudi
pp. 256, euro 19,50

Face à face con Henri Michaux

Lisa Ginzburg

michaux1-tt-width-918-height-517-fill-1-crop-0-bgcolor-ffffff“Sincero?” Henri Michaux asseriva nel suo Passages; “io scrivo perché quel che era vero non lo sia più. Prigione esibita non è più una prigione”.

Un principio di robusta, radicale trasfigurazione presiede a tutta l’opera del poliedrico scrittore belga: anche per quel che riguarda la sua produzione di artista figurativo. Sulla specularità tra opera scrittoria e pittorica, è imperniata la (non grande, ma puntuale e preziosa) mostra allestita a Parigi, al Centre Wallonie-Bruxelles, a Michaux dedicata con l’evocativo titolo “Face à face”. Dove il fronteggiamento è pensato come tripartito: confronto con la propria creazione, con le opere altrui, e quello, cruciale, tra se stesso e gli altri. In termini di rispondenza scrittura/pittura, è forse quest’ultima “sezione” del face à face la più interessante, e sintetica delle altre.

Immagini, volti, figure di animali, scorci: ogni cosa agli occhi di Michaux trova legittimità per venire plasmata, trasformata, trasfigurata. Se ciò accade, è perché a ogni elemento della realtà è peculiare una porosità, e una cangianza. Fanno da didascalie ai suoi acquarelli, riflessioni dello scrittore sull’idea di ritratto. “In tutte le cose incompiute, trovo volti. (…) Quel che è fluido, una volta fermato diviene volto. Tutte le forme imprecise, io le riconosco come volti. (…) Un viso: così poco chiuso, attraversato invece, condiviso, dissolto e dissolvente (…) E sempre persistono gli occhi, impregnati di un altro mondo”. “Ci vuole una incredibile forza di volontà, per estrapolare un volto, abituato come esso è al suo individuo umano”.

Risultato di questo scindere le facce dalla loro “codificazione”, è un’umanità trasfigurata, che proprio nel perdere le sue caratteristiche più riconoscibili, leggibili, rende gli individui iperbolicamente più veri del vero. “Perché quel che era vero non lo sia più”: ed ecco una nuova, lancinante realtà prendere forma. “Visi contratti che il passo ha talvolta incrociato, urtato anche, in un vertiginoso gesto. Visi privati di parole. Bocche serrate dalle quali a stento emergono suoni: rauchi e gutturali”. Di questa afasia, che asintoticamente coincide con un’impellente necessità di dirsi, esprimersi, gridarsi, raccontano gli acquerelli esposti nella mostra “Face à face”. Dietro i lineamenti miti e delicati dei volti si percepiscono, compresse, pulsioni violente, animalesche. Un contrasto che rimanda a quello tra le tinte tenui degli acquerelli, e invece i tagli scuri delle bocche, i fori neri degli sguardi. Rarefatta grazie alla sublimazione trasfigurante, la vita in tutta la sua ferocia torna a irrompere. Ineluttabile.

Di “occhio senza palpebre michaudiano” ha parlato Giuseppe Girimonti Greco (“Le parole e le cose”, 14 settembre 2012): metafora perfetta per spiegare l’assenza di filtro che questo mago dell’immaginazione sapeva mantenere nei confronti della realtà. Prima di venire reinventato, riscritto, il mondo viene guardato da Michaux per quel che è. Maurice Blanchot parlava nel suo caso di “arte sorvegliata”, di “un’immaginazione che incessante lavora contro se stessa”, di “misteri privati di enigmi”. “Lodevole, dare al mistero una sorta di evidenza” Blanchot concludeva 1 . Procedimento oltre che lodevole, quasi paradossale, verrebbe da aggiungere. Un dominio della fantasia tale da lasciar scaturire la più potente libertà di espressione. Una continua calibratura tra realtà e sua invenzione, per cui le più mirabolanti immagini e divagazioni risultano credibili (Ailleurs, antologia di reportages inventati, è capolavoro di misura stilistica). Michaux crea un dispositivo creativo secondo cui, per dirla ancora con Blanchot, “quel che simula la vita si confonde con la vita stessa”. Impregnata di verità, l’immaginazione conquista mano a mano nuovi territori di dicibilità, diventa essa stessa sguardo, concreto essere delle cose. Vita.

Il confronto con gli altri ossessionava Henri Michaux, lui che desiderava con forza osservarli e invece non essere osservato (Le Clézio dedicò al tema della solitudine in Michaux la sua tesi di laurea, un testo che sarebbe interessante leggere). Trasfigurare per celarsi: interpretare e rappresentare i volti altrui, intanto nascondendo il più possibile il proprio. In una conferenza sullo scrittore che avrebbe dovuto pronunciare a Nizza nel 1941 (gli fu invece vietata dalla Legion d’onore degli Anziani Combattenti), Andrè Gide mostrava l’elemento più puramente “artistico” dell'opera di Michaux, il più benefico, a detta sua, nel suo essere del tutto straniante 2 . Puntando il dito sul contemporaneo “bisogno di letteratura galvanizzante, edificante e alimentare”, Gide così concludeva la sua (poi sabotata) lezione: “queste minuzie poetiche (…) sarebbe un gran peccato che le si trascuri o le si sacrifichi, perché fanno parte di quel che abbiamo di meglio. Sono inattuali, è vero; e ve l’ho detto, all’inizio di questo mio intervento, che intendevo insieme a voi per un’ora dimenticare i problemi attuali, le nostre angosce e i nostri bisogni. Inattuale… è buona cosa che una parte di noi sappia rimanerlo, al riparo da avvenimenti tanto gravi, per quanto urgenti essi siano (…) Questa parte di noi, l’intemporale, non lasciamo che divenga aliena ” (il corsivo è mio).

Inattuali, e quanto, i volti insieme dolci e violenti dei ritratti da Henri Michaux! E proprio perché irreali, e inattuali, così necessari. Tutto in lui – i suoi libri, esattamente come i suoi quadri – trova radice e senso nell'invito ad astrarsi dal reale, rimanendo fedeli al resto – quanto di inverosimile, e proprio, personale, si sia capaci di estrarre dal “vero”. Da una realtà che così spesso abbiamo l’impressione che sempre meno ci riguardi.

1 M. Blanchot, Henri Michaux ou le refus de l’enfermement, Farrago 1999.

2  A. Gide, Découvrons Henri Michaux, Gallimard 1941.

 

Henri Michaux. Face à face

Parigi, Centre Wallonie-Bruxelles

22 febbraio - 21 maggio 2017

 

Alfadomenica #1 – aprile 2017

fibra2 copia"Perché non provare a scovare nelle fake news non solo l’elemento che le contraddice o le smentisce dall’interno - ad esempio portandone all'estremo le premesse - ma pure l’elemento di verità che contengono? Di solito quest’ultimo è quello più scomodo e quello che ci riguarda più da vicino". Abbiamo scelto di girare alle lettrici e ai lettori di Alfadomenica questo interrogativo emerso in un dibattito del Cantiere di Alfabeta per due motivi. Da un lato apre una prospettiva non scontata nella discussione sulla cosiddetta post-verità , dall'altro mette in luce quello che vorremmo fosse il metodo di lavoro del nostro forum, un metodo che prevede il confronto e l'analisi anche di "aspetti della realtà che talvolta escludiamo per continuare a far quadrare i conti del nostro paradigma culturale", come ha scritto un'altra socia nel thread su Nick Land e i neoreazionari. Per questo, ci auguriamo che siano sempre più numerosi i lettori e le  lettrici che aderiscono all'Associazione Alfabeta, partecipando alle conversazioni in corso nel Cantiere e aprendone altre, per comprendere meglio il presente e (soprattutto) per affrontare il futuro in modo consapevole e attivo.

 

Ed ecco cosa trovate oggi su Alfadomenica:

  • Piero Del Giudice, Marcinelle, non escono nemmeno i cadaveri: «L’ultima speranza è stata un pezzo di legno lungo più di tre braccia, a 1035 metri, dove c’era scritto con il gesso: “siamo una cinquantina e andiamo verso 4 Paume”, che era il numero della vena. Firmato “il capo Gonet”. Quando abbiamo aperto le porte, abbiamo visto quei cinquanta lì a terra, tutti morti». La strage nella miniera di carbone Bois du Cazier di Marcinelle, in Belgio, è scritta nella storia del movimento operaio internazionale: l’8 agosto 1956 alle 8 del mattino. C’è un incendio sotto, a 900 metri, che parte dalla cabina di un montacarichi per un cortocircuito. Un certo Iannetta, «uno piccolino che lavorava sempre lì», fa un errore mentre mette dentro l’elevatore i carrelli e trancia un cavo elettrico che con le scintille dà fuoco a una tubatura d’olio. Leggi:>
  • Cecilia Guida, I nonni concettuali di Laure Prouvost: “John Latham è una parte importante della mia vita, è diventato il mio nonno concettuale” risponde Laure Prouvost con tono affettuoso e divertito in una breve intervista telefonica, disturbata dai rumori di Londra, sulla sua mostra personale al Pirelli HangarBicocca di Milano (in corso fino al 9 aprile 2017, a cura di Roberta Tenconi). Nata a Lille, in Francia, nel 1978, Laure Prouvost è stata per vari anni l'assistente di Latham (1921-2006), artista poliedrico che nel suo lavoro collegava arte, filosofia e scienza per effetto dell'influsso degli scienziati Clive Gregory e Anita Kohsen, incontrati nella metà degli anni Cinquanta, con i quali sviluppò un suo sistema, complesso e piuttosto prolisso, di comprensione dell'umanità. Leggi:>
  • Lisa Ginzburg, Face à face con Henri Michaux:  “Sincero?” Henri Michaux asseriva nel suo Passages; “io scrivo perché quel che era vero non lo sia più. Prigione esibita non è più una prigione”. Un principio di robusta, radicale trasfigurazione presiede a tutta l’opera del poliedrico scrittore belga: anche per quel che riguarda la sua produzione di artista figurativo. Sulla specularità tra opera scrittoria e pittorica, è imperniata la (non grande, ma puntuale e preziosa) mostra allestita a Parigi, al Centre Wallonie-Bruxelles, a Michaux dedicata con l’evocativo titolo “Face à face”. Leggi:>
  • Antonella Sbrilli, Alfagiochi / Ecce E: Da alcune settimane stiamo facendo un viaggio lungo la parola “alfabeta”: ogni lettera una stazione a cui scendere per guardarsi intorno in cerca di somiglianze fra le lettere che la compongono e forme e segni dipinti, disegnati, fotografati, animati. Ad oggi, sono arrivate - soprattutto via Twitter con l’hashtag #alfagiochi - centinaia di immagini in cui si riconoscono le sembianze della “A”, della “L”, della “F”, della “B”. Intraviste in un disegno di Klee, nel gesto di una danzatrice, nelle linee di un paesaggio, nel movimento di una Gif animata, aspettano di essere ricombinate in innumerevoli varianti verbo-visive, che riscrivano collettivamente il nome della rivista (e i suoi anagrammi, come per esempio “Beata la F”). Leggi:>
  • Alberto Capatti, Alfagola / Pesci fuggiti nel nulla: Immaginate, come vi pare, masterchef, una gara, l’esame o l’ultimo atto di un corso di cucina. In cattedra, gli chef che interrogano ed esaminano, che hanno preparato la prova. I candidati si avviano alle loro postazioni dove troveranno utensili, ingredienti e il problema da risolvere. E invece che cosa li aspetta ? ci sono mucchi di conchiglie o di pietre con alghe, sedano e cipolle, pomodori e la pentola. Spaghetti, anzi vermicelli. I candidati si interrogano, non capiscono, cercano con l’occhio il mollusco che non c’è, la cozza che se n’è ita, prevedono operazioni astruse. Alcuni protestano, altri se ne stanno lì inebetiti, ad aspettare. Uno o due buttano tutto nella pentola, qualcuno si domanda se è uno scherzo. Eppure la ricetta c’era, ed era di casa, a Bari e dintorni, e portava questo nome: Vermiciedde cu suche d-u pèssce fesciute  - Leggi:>
  • Una poesia 21 / Vittoriano Masciullo:  stesse dritto spiegherei / il tradimento al sé ma devo / dimenticarmi dei giorni litio / dei visi che avevano l’aura del sempre / non posso farci nulla non ha / mai visto morire nessuno - Leggi:>
  • Semaforo: Fellatio - Intrattenimento - Trans - Leggi:>

 

Emanuele Coccia, il respiro vegetale

pianteLisa Ginzburg

Non è comune imbattersi in un saggio filosofico che possieda l’ampiezza di struttura, il nitore formale e l’andamento catturante di una narrazione. La lettura de La vie des plantes di Emanuele Coccia, filosofo italiano di meritata notorietà internazionale, colpisce per questo motivo in primo luogo. Come limpidi si amalgamano stile e impianto, e quanto fluido è il ragionare. In polemica con una concezione settoriale del pensiero (“la filosofia è ciò che il sapere umano diventa, una volta riconosciuto che non esiste nessuna disciplina possibile, né morale né epistemologica”), progressivamente, per volute argomentative via via più ampie, ariose, convincenti, Coccia orienta la riflessione sul mondo vegetale verso una più generale – e rivoluzionaria – ipotesi di lettura del mondo. Mondo inteso come “atmosfera” (“la filosofia è atmosferica, poiché la verità esiste sempre sotto forma di atmosfera”). Mondo pensato come rete di relazioni tra gli esseri, secondo un interagire dove esce di scena il sopruso – quel rapporto di forza pensato dalla specie umana altrettanto che da quella animale come solo fronteggiamento possibile. Ed ecco una diversa cosmogonia articolarsi: un universo di viventi nel quale reciproca violenza, agonismo, paura del contatto, tutto si vanifica. Per lasciar posto a una dimensione al cui centro invece, modello paradigmatico di forme di esistenza più vitali, salutari, in accordo con la natura, ci sono le piante.

Le piante, sì. Foglie, fusti, radici, fiori. Le piante che inspirano ed espirano l’aria attorno, intanto rendendosene parte. Che “fanno mondo” immergendosi nel flusso del reale – e proprio in quell’immersione, Coccia argomenta, si trova la forma di mutuo rapporto più legittima, appropriata, consona alla realtà. Perché come le piante, noi anche siamo, esistiamo, respirando. Come loro, è respirando che ci rispettiamo l’un l’altro: mescolandoci, secondo sussulti di una continua osmosi che nondimeno preserva ciascuno lasciandogli margine di rimanere se stesso. Di questa solidarietà originaria, partecipazione a qualcosa di totalmente collettivo quanto assolutamente individuale, di questo principio (metafisico prima che esistenziale) mai davvero preso in considerazione dal pensiero occidentale, il libro racconta.

La vita è “soffio”, respiro, (quel pneuma che nel pensiero degli Stoici arriva a coincidere con lo spirito); è sincronizzandosi con il ritmo di tale respiro, che il vivere trova (o ritrova) senso, posizione, ragione. Tutto si sfiora e si compenetra, ogni cosa si ingloba reciprocamente, in un incessante inspirare e subito poi tornare a sé, dentro sé, alla propria singolarità, uno spazio intimo nel quale ecco convergere mondi altrui, le “vite degli altri”. Da tale osmosi, che nulla ha di simbiotico ma tutto di comunitario, noi proveniamo. A quella sarebbe saggio (o imperativo, a seconda dei punti di vista) saper fare ritorno. Senza rischio di smarrirsi, poiché tra gli esseri, in mezzo a loro, permane la materia, un magma che mai può dividere davvero nella misura in cui è composto di tutti gli organismi viventi: del loro respirare. Ecco l’evidenza che le piante, con il loro silenzioso, inoffensivo, inesauribile ossigenarsi e ossigenare, intendono trasmetterci. Il valore dell’essere fluidamente tutti connessi al resto dell’atmosfera. Senza perciò temere di venire invasi da niente e nessuno (nessun “prossimo”), poiché anche di quel prossimo siamo composti, nello stesso momento in cui noi pure contribuiamo alla sua composizione.

Mentre d’un fiato (per l’appunto) leggevo questo libro insolito e intenso, ho immaginato interesserebbe al Dalai Lama. Il puntuale percorso teoretico che vi viene intrapreso, spaziando tra capisaldi della filosofia occidentale arriva a conclusioni prossime a concetti chiave del buddismo (quello di “interconnessione” in primis). Riflettevo anche su come, parlando di vegetali, Emanuele Coccia ci dica anche molto sulla nostra contemporaneità di umani. Compulsivamente tesi a comunicare, interagire, affannosamente informarci e “farci un’idea”, là dove si tratterebbe di sentire il nostro essere connessi (in senso vero, altro che virtuale), gli uni agli altri tanto quanto all’atmosfera. Senza più necessità di eccedere, se non nell’invenzione di nuovi paradigmi di accoglienza. Noi, ancorati alla terra, pronti a distrarci con oroscopi e altre predizioni, là dove sarebbe saggio ampliare gli orizzonti della mente, allenarla a una visione metafisica “astrale”, dove la terra è solo astro tra gli astri, poiché tutto non è che cielo. Cielo e respiro.

Di “tesi strabiliante” parlava a ragione Michele Spanò, commentando su questo stesso giornale un altro libro di Emanuele Coccia. Strabiliante sa essere un pensiero quando arriva al nucleo di verità che ci riguardano da vicino. Oggi, in questo mondo farneticante, saturo di comunicazione, ammalato di terrore degli scambi umani, raccontando di piante e di astri, di terra e di cielo, di fluidità e di immersione, Emanuele Coccia arriva con le sue parole a tutti. La sua prosa filosofica è generosa, possiede “anima ed esattezza”, per dirla con Musil. E di più: tra le righe, La vie des plantes sembra suggerire un diverso modo di stare al mondo. Utilizzando criteri vitali più vasti, e decisivi, di quelli del mero abitare la terra.

Rasserena, leggere un libro così. Mitiga almeno per un tempo lo smarrimento solitario di chi quasi mai vede opporre all’entropia montante la scelta morale di coltivare invece l’empatia, la mitezza. Contro la fretta, l’approssimazione, l’intasamento mentale che imperano su questi tempi, avvelenandoli, preferire piuttosto volgere uno sguardo misurato ma fervido al cielo o alla quiete del verde, che entrambi mai sono scomposti, e mai precipitosi.

Emanuele Coccia

La vie des plantes. Une métaphysique du mélange

Payot & Rivages, 2016, pp. 192, € 18

Noi, loro, il lutto

bataclanLisa Ginzburg

Il quotidiano «Le Monde» s’è fatto promotore di una bella iniziativa all’indomani del più traumatico lutto collettivo che Parigi abbia conosciuto da molto tempo (senza azzardarsi in sempre discutibili raffronti con altri drammatici momenti del passato): quel breve lasso di tempo dello scorso venerdì 13 novembre che ha sconvolto la città nel più profondo delle sue viscere. Accorpandoli all’hashtag #enMémoire, il giornale riporta ogni giorno necrologi delle persone che quella notte, in quel pugno di minuti, hanno finito di vivere. Vale la pena (in senso letterale, «vale-la-pena») leggere la dichiarazione d’intenti firmata dalla redazione del giornale: «Centotrenta persone hanno trovato la morte negli attacchi del 13 novembre a Parigi. Brutalmente strappate a quanti li vedevano ogni giorno, esse fanno oggi parte del nostro universo, di tutti. Non ci lasciano più. Rifiutandoci di ridurle a una cifra, centotrenta, e a uno statuto, quello di “vittime”, abbiamo voluto dare loro un volto» (ogni necrologio è accompagnato da una fotografia della persona deceduta). «Raccontare chi erano, restituire loro la loro vita attraverso quelli che li conoscevano e li amavano. Fare spazio nel nostro ricordo, a tutti, senza eccezione». Le centotrenta biografie verranno pubblicate, il testo si conclude, perché ciascuna esiste individualmente.

Poter dare un volto e una storia ai morti è pietra miliare, prima che tombale, di ogni lutto. Non accade sempre. Quasi mai, nel caso delle migliaia di migranti morti in mare negli ultimi anni. Si avventurò in una ricostruzione biografica Giovanni Maria Bellu, nel suo bellissimo I fantasmi di Portopalo. Un libro che, a partire dal documento d’identità di un annegato, dipanava una vicenda sventurata e commovente. Qui, tra i morti di Parigi, i percorsi biografici che la strage ha spazzato via sono assai meno difficili. Spesso solari, anzi. Storie di trasferimenti alcune, ma di stranieri arrivati in Francia non per disperazione; per dinamismo piuttosto, curiosità, fame di vivere. E persone in molti casi generose per scelta, le cui vite si nutrivano dell’impegno per migliorare la qualità di quelle altrui.

Le molte singole storie che leggo ogni giorno via via sul sito del giornale, è vero, mi attraversano. L’una dopo l’altra riecheggiano nella cassa di risonanza della mia sensibilità. Trovano spazio nella mia vita interiore, diventano bagaglio più e meno consapevole della mia memoria. Non posso dire di essere in lutto per la perdita di queste centotrenta persone, perché non le conoscevo (quattro di loro erano in modi diversi legate ad altre che fanno parte del mio mondo, ma non è la stessa cosa). Eppure, senza dubbio, queste «vite degli altri» intersecano la mia: qualcosa che cambia il mio stare a Parigi. Trasforma la mia vita di cittadina, la prossemica del mio camminare in strada, salire sugli autobus o le metropolitane, entrare negli uffici e nei posti di lavoro, sedermi nei caffè. Non solamente, come molto si è detto, nella misura in cui ciò che di terribile è accaduto aumenta la paura e la diffidenza verso il prossimo. Anche perché il venire a conoscenza di tante vite umane, delle trame cangianti dei loro tessuti, accresce la curiosità nei confronti degli altri. In questa città dove sino a venti giorni fa ci si guardava pochissimo, il meno possibile, ora gli sguardi sono prolungati, spesso solidali, talvolta addirittura affettuosi.

«How wild a history is written within that bosom!» esclama tra sé e sé il protagonista del racconto L’uomo della folla di Edgar Allan Poe. Ha appena visto passargli davanti un uomo solo, cupo in volto, il passo animato da un’incomprensibile fretta angosciata. Quale selvaggia storia gli starà nascosta in petto, pensa il protagonista notando quell’uomo, e subito prima di mettersi a pedinarlo. Interrogarsi sulle vite altrui, pensarle ciascuna come straordinariamente, selvaggiamente singola, non è solo scettica conoscenza della malvagità umana. È compassione, anche. Comprendere quel che di drammatico o bellissimo si annida negli altri, e di lì con sguardo diverso considerare chi ci passa accanto: una miriade di estranei che ogni giorno velocissima lambisce le nostre giornate senza lasciarvi traccia.

Nel comporre l’Antologia di Spoon River, Edgar Lee Masters aveva come modello l’Antologia Palatina. Lo dichiarò lui stesso, aggiungendo che la sua ambizione era quella di creare «una rappresentazione epica della vita moderna». L’epica classica trova nella catarsi il suo esito ultimo, conclusivo. Epici paiono anche questi epitaffi recentissimi, sobri e tanto commoventi, che «Le Monde» intelligentemente ha scelto di dedicare alle vittime delle stragi di Parigi, indicando, attraverso il racconto di tante vite, il valore irripetibile di ciascuna. Quando nel dolore, così come nella gioia, universale e particolare dialogano insieme, osmoticamente passando in consegna tra i loro vasi comunicanti le rispettive verità, allora la catarsi della condivisione trova la propria ragion d’essere più profonda. Come la gioia il dolore accomuna, unisce. Il racconto di tante esistenze spezzate da una tragedia che ha fatto irruzione rapidissima, del tutto inaspettata, fa sì che le vicende personali trascolorino in qualcosa di meno chiuso, meno unico: invece condiviso. Ne sono un esempio io stessa, che in questi giorni di così forte dolore collettivo ho trovato nel prendervi parte una sorta di balsamo a un lutto durissimo, mio privato, che m’ha colpita due anni e mezzo fa.

Epica è anche questo. Trarre dalle storie di vita di chi è morto senso e ragione per la propria vicenda. Significato delle proprie conquiste e delle proprie perdite. Nessuno è uguale a un altro, nessun dolore può neppure da lontano assomigliare a una pena altrui. Ma questi necrologi, i ritratti così profondamente umani che giorno dopo giorno vanno componendo insieme, ci dicono qualcosa di autenticamente importante. Qualcosa che parla di fraternità, e compassione.