Moderati

Paolo Fabbri

Il gusto, si sa, è fatto di molti disgusti. Per conservare, ad onta e dispetto delle circostanze, un qualche e minimo gusto per la politica vanno dichiarate le proprie allergie. Anche il fastidio, che l’etimo dichiara: ibrido tra il fasto e il tedio. È proprio quel che provo per il Moderato, che va o torna politicamente di moda. La scienza cosiddetta politica è interdetta: nei dizionari titolati – N. Bobbio, N. Matteucci, P. Pasquino, Utet, 2004, non figura. Si dubita se sia, o se ne possa fare, una categoria come Massimalismo o Minimalismo - dove tra i socialisti si trovavano peraltro i “centristi unitari” (“intermedi” o “mezzani”).

Infatti. Il Moderato, diafano e versipelle, affiora nei tempi critici e burrascosi, dove può collocarsi al centro, dopo aver atteso che tutti gli altri prendano posizione. Soggetto politicamente modificato, col programma di non aver programmi, salvo quello di far sembrare tutti gli altri attori politici indecorosi ed eccentrici. Si manifesta, di preferenza in occasione di governi tecnici, balneari e di parcheggio, mentre le forze politiche s’impiegano a convergenze parallele. E tira la giacchetta a quanti gli promettono di aiutarlo a cambiare la sua. Sono i momenti in cui il Moderato vive il Parlamento come una camera di compensazione abitata da gruppi misti e a raggio variabile; una cassa integrazione per ammortizzatori politici; un’agenzia di collocamento per chi si può mettersi in mezzo per mettere in mezzo gli altri e carpire i media. Lui si vuole mediocre, anzi inter-mediocre, ago d’ogni bilancia, e così addita tutti gli altri come opposti e pericolosi estremisti. Figuratevi che anche i centristi sono superlativi - estremisti del mezzo - per lui che sta sempre in equilibrio comparativo. Intermedio tra l’andante e l’allegro, sceglie sempre l’andante, ritmo ideale per farla in barba agli altri e a gettar fumo negli occhi. È noioso e ridondante, ma ci vuole molto sforzo per mantenersi da par suo alla superficie dei problemi seri.

Deve dar segni di Moderatezza, perchè per lui est modus in rebus, verbis e signis. Parla quindi il linguaggio ordinario e usa solo le parole di quelli da cui prende le (in)debite distanze. Parole stupite di trovarsi in bocca a lui e in compagnia di altre che non vorrebbero frequentare. Inutile domandargli di dire qualcosa di sinistra, o di destra. Il Moderato non eccita discorsi fiacchi, come i moderatori televisivi, è lì per sedare le idee vive. Col PO-CO, cioè con il POliticamente COrretto, toglie il sapore e diffonde il sopore. Artista della circonlocuzione, evita i discorsi diretti, le promesse da mantenere, i programmi responsabili; parla per proposizioni condizionali, al congiuntivo; si ferma davanti a ogni sostantivo e fa lunghe pause. Tra le maggioranze silenziose e le minoranze vocianti lui è per le medie statistiche, sussurrate tra le falsarighe dei sondaggi. Se il problema fosse quello di prendere una ferma posizione, il mondo potrebbe far a meno di lui. Ricordate il caso S. Rushdie e i suoi Versetti Satanici? E avete letto Joseph Anton? Da Carter a Bush fino a Obama tutti Moderati: non si offende l’Islam – e non era proprio il caso! – meglio sacrificare moderatamente la libertà di parola. (Ma Free speech non si traduce “parola gratuita”!).

La satira ha poca presa sul Moderato: per la caricatura ci vogliono tratti salienti e caratteri pregnanti, mentre lui ha i connotati sfuggenti del compromesso e del restyling. Sta davanti alle telecamere col sorriso smorzato e l’intonazione sommessa. Non si riesce neppure ad affibbiargli ingiurie e oltraggi riservati, grazie a lui, agli opposti estremisti. Non funziona neppure il ridicolo che, se uccidesse davvero, i Moderati li vorrebbe tutti morti. Ma loro sanno come fare: conoscono a puntino il Moderariato vintage della Democrazia Cristiana. Continuano infatti ad abitare il luogo comune – dove pagano l’IMU parecchi ex-luogo-comunisti; sono geneticamente trasformisti e soprattutto opportunisti. Cioè, come da etimologia, il Moderato sta fermo davanti al porto, (ob-portum) in attesa che il buon vento lo porti. (E non chiamatelo immobilista!).

Il Moderato smussa e intanto ammassa. Parco a parole ma smodato in rebus, non è frugale quanto dice di essere. Lui sa di pratica e d’intuito che i termini Comunità e Comunicazione provengono entrambi da munus, il “regalo vistoso” che si trova anche in munificenza e remunerazione. Che è appunto quel che si aspetta e/o mette in opera il politico Moderato. Vorrei tradurre il mio fastidio con una proposta a tutti i curatori di dizionari ed enciclopedie. Nelle prime pagine del genere letterario detto Vocabolario, si trovano i sensi detti Alterati. In calce ai sostantivi sono registrate – abbreviate e in corsivo - le alterazioni e il loro grado: dim. vezz. accr. (diminutivo, vezzeggiativo, accrescitivo, ecc.). Propongo di premettere alla parola Moderato pegg. e spreg., per peggiorativo e dispregiativo*. Una proposta modesta lo riconosco, ma è il mio modo professionale di tradurre un sentimento a cui potrei dare una voce lirica all’altezza della tragica buffoneria del presente politico: “Moderati, vil razza dannata” (Rigoletto, atto II, scena IV).

*nota all’attenzione del linguista G. Carofiglio: Sono le particelle che il dizionario premette a Scribacchino, “che scribacchia, scrivucchia o scrivacchia malvolentieri cose di poco conto” e a Scribacchiatore. Per questi Barthes ha forgiato la categoria critica di écrivant, per opporlo all’écrivain, che traduciamo “scrittore” (e allo scribe, da rendere come “scrivano o scritturale”). Da distinguere da “imbrattacarte”, davvero offensivo.

Retoriche globalizzanti

Giorgio Mascitelli

Ammetto di essere stato molto colpito dalle dichiarazioni dell’amministratore delegato della FIAT dottor Marchionne, che commentando la sentenza di reintegro di 145 cassaintegrati FIOM a Pomigliano d’Arco ha definito questo pronunciamento del tribunale di Roma come «folklore locale». L’aspetto sorprendente di tale dichiarazione non sta nel suo erroneo presupposto che solo in Italia esistano leggi che sanzionano i comportamenti antisindacali, ma nella sua novità retorica. Fino allo scoppio di quest’ultima crisi un qualsiasi omologo del manager italocanadese a fronte di una sentenza sfavorevole avrebbe fatto ricorso ad altri modelli retorici, in particolare a quello antistatalista della burocrazia che è d’ostacolo alla libera iniziativa.

Tale cambio di registro è da addebitarsi senza dubbio a circostanze individuali che riguardano il dottor Marchionne: la sua immagine pubblica, la sua exit strategy dall’Italia e non ultimo il fatto che abbia commentato la sentenza mentre si trovava in Cina; ritengo, tuttavia, che esso sia anche un riflesso di un cambiamento della sensibilità dominante. L’immagine di un potere arcaico, burocratico e conservatore richiama per connotazione anche la speranza di un domani prosperoso e felice, quando esso cesserà di ordire regole che imbriglino le forze della libera iniziativa umana; l’immagine del folklore locale richiama semplicemente una nicchia attardata che non si è ancora accorta che, per citare le parole del Poeta, il mondo non si è fermato mai un istante, senza peraltro promettere niente a nessuno.

Vi è tuttavia un’altra differenza cospicua tra le due linee retoriche: l’immagine del folklore è un’immagine derisoria che rende ridicolo il suo oggetto, l’altra è un’immagine che instilla paura evocando un potere ostinato e terribile. Sociologicamente la prima appartiene al repertorio del gran signore certo più abituato a fare le leggi che a subirle, la seconda a quello dell’alacre lavoratore che teme che un arbitrio vanifichi una vita di sforzi. Se dovessimo trovare delle parentele letterarie quella del folklore locale è un’espressione che starebbe bene in bocca al re de Li soprani der monno vecchio del Belli, l’immagine della burocrazia troverebbe una sua collocazione ottimale nel racconto kafkiano Davanti alla legge.

Infondo definire folklore locale una sentenza del tribunale, da un punto di vista retorico, è una semplice perifrasi, benché irridente. La giurisdizione di un tribunale è sempre locale e per quanto esso aspiri a produrre una giurisprudenza universale, l’universalità della sua giurisprudenza coincide con l’estensione della sua giurisdizione, come potrà testimoniare qualsiasi fuggiasco a cui è bastato varcare una linea di frontiera, godere di un’immunità o fare un balzo sul sagrato di una chiesa per evitare l’esecuzione della condanna. Al di fuori dei suoi confini una sentenza può non solo essere inosservata, ma sembrare anche risibile: ritenerla folcloristica, cioè relitto di ciò che è trascorso, significa porre i confini della giurisdizione non su un piano spaziale o formale, ma su un piano temporale.

Significa affermare che c’è stato un tempo in cui ci si poteva anche rivolgere a un tribunale per far rispettare i propri diritti, ma ora questo tempo è finito. Naturalmente una simile affermazione non è da tutti, chiunque tra i comuni mortali si troverà di fronte a una sentenza sfavorevole non potrà che accettarla o darsi alla macchia, come è sempre stato. Ma per chi come gli dei ha il dono dell’ubiquità, ossia il potere di passare con facilità e in molti modi da un luogo all’altro, anzi da un non luogo all’altro, allora ciò diventa possibile. In definitiva senza saperlo il dottor Marchionne con la sua battuta ci informa che gli dei sono tornati sulla terra, dopo un periodo di sonno che qualcuno aveva chiamato modernità.

Critica dei linguaggi / linguaggi della critica

Gianfranco Marrone

I mattoncini Lego non sono più come una volta. Prima erano, per principio, tutti uguali – al massimo due o tre misure e altrettanti colori – di modo che l’inventiva consisteva nel costruire a partire da essi quante più forme del mondo si riusciva a immaginare. I risultati erano approssimativi, grezzi, spartani, ma straordinariamente creativi. Oggi nelle scatole Lego ci sono pezzi di innumerevoli forme, dimensioni, misure e colori, che a vederli così ci si confonde. Ma mettendoli in ordine e seguendo con paziente attenzione le istruzioni accluse nella confezione è possibile realizzare aggeggi di una straordinaria precisione: sofisticati macchinari edili, navi da crociera, interi edifici con annessi omini, animali e oggetti – tutte robe bell’e fatte, la cui perfezione materiale è funzione di una rigorosa progettualità a monte da cui non ci si può minimamente distaccare. Dai Lego per bricoleur, avrebbe detto il buon Lévi-Strauss, siamo insomma passati a quelli per ingegneri. Leggi tutto "Critica dei linguaggi / linguaggi della critica"

La voce della moneta

Elvira Vannini

Se il pensiero operaista ha considerato il linguaggio come “mezzo di produzione” al centro del lavoro contemporaneo, la “svolta linguistica” dell'economia postfordista – come sostiene Christian Marazzi nel breve scritto The Linguistic Nature of Money and Finance, commissionato lo scorso anno da Semiotexte in occasione della Biennale del Whitney - ha mutato radicalmente il rapporto tra moneta e linguaggio. Una ristrutturazione del capitale (che per Guattari è un elemento semiotico) ha reso direttamente produttivi la comunicazione, la cooperazione intersoggettiva, il sapere e le relazioni, ora al centro dei processi di valorizzazione e di “messa al lavoro del linguaggio” stesso.

E proprio all’azione del linguaggio è dedicata l’ultima produzione di Stefano Boccalini, in mostra allo Studio Dabbeni di Lugano: dall’indagine antropologica e urbana nell’ambito della sfera pubblica, cui aveva improntato gli ultimi anni rivolti alla costruzione di processi comunitari e di partecipazione sociale, ha spostato il campo d’osservazione al centro dell’attuale dibattito socioeconomico, segnato dalla pervasività della finanziarizzazione e le sue ricadute nella realtà, quanto nell’immaginario collettivo, piegato alla logica del profitto e non più del conflitto, della compatibilità e non della trasformazione.

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Stefano Boccalini, Economia, Christian Marazzi (2014)

Economia nasce dal dialogo con Marazzi a cui l’artista ha richiesto un’espressione che fosse significativa per la sua professione e l’ha trasformata in oro, nella parola Affetti che contrasta solo apparentemente con una lettura antagonista dei grandi apparati del sistema economico, dalle biopolitiche del lavoro alla natura sempre più antropogenetica del regime di accumulazione: l’affezione, nel divenire della crisi, allude a una tensione critica verso le forme culturali e politiche esistenti, con l’irriducibilità di essere di parte rispetto alla volontà generale.

Il linguaggio non è neutro. Molti dei rapporti di dominazione passano proprio attraverso il linguaggio. Tutto lo strutturalismo era organizzato intorno al linguaggio che funzionava come modello interpretativo: per Deleuze non esiste struttura se non di ciò che è linguaggio. La ricerca di Boccalini parte da questo assunto e si snoda su un piano linguistico: la scrittura e le definizioni verbali producono una disamina delle concatenazioni logiche e degli enunciati discorsivi, di quella che Benjamin Buchloh aveva indicato come “aesthetic of administration”.

Ma non siamo di fronte a un’investigazione teoretica, di derivazione concettuale, sulla spazializzazione della parola o la temporalizzazione delle formazioni visuali: a dispetto dei paradigmi percettivi il lavoro, come proposta analitica, è un elemento immateriale nella procedura di costruzione del significato, che attraverso una radicalizzazione della nozione semiotica di codice, assume ogni asserzione linguistica come strumento di potere. Sono le parole della crisi in cui anche i diritti sociali diventano debiti.

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Stefano Boccalini, SCHULDKREDIT (2014)

Come nell’installazione SchuldKredit: due stampi in acciaio per la produzione del pane. Già Maurizio Lazzarato aveva assegnato un ruolo centrale alla relazione “debitore-creditore”, come dispositivo di sfruttamento e controllo sociale nel progetto neoliberista, con la costruzione di un rapporto di potere specifico, ultima tappa della contro-rivoluzione liberale e paradigma soggettivo del capitalismo contemporaneo, di un’economia del tempo e della soggettivazione. Contrassegno di un comando sempre più deterritorializzato, il termine tedesco Schuld ha una duplice accezione, significa “debito” ma anche “colpa”. Il controllo di classe è un rapporto monetarizzato, presuppone una relazione politica, non solo economica.

Una serie di pietre litografiche (Europa 2014) sono disseminate a terra, con impressi dei caratteri tipografici rovesciati e inchiostrati. Parole come emergenza, austerità, ridistribuzione, crescita e mercato, tra i diktat imposti della BCE, sono scritte all’inverso, diventano il loro contrario. Ma se “la negazione è il denaro del linguaggio”(Paolo Virno) le parole sono in uno stato di potenzialità, come ambivalenti matrici semantiche, in attesa di essere moltiplicate.

Stefano Boccalini Europa 2014, Disoccupazione 2014
Stefano Boccalini, Europa 2014, Disoccupazione (2014)

Può configurarsi la pratica artistica come una semiotica a-significante, che eccede la rappresentazione (come accade per la moneta, la musica, la matematica o la finanza)? Se il capitale privilegia le logiche a-significanti il suo percorso generativo presuppone tre modi di esistenza: quello virtuale delle strutture semio-narrative, quelle discorsive e quelle testuali.

Il lavoro di Boccalini si sviluppa al terzo di questi livelli, che si da all’immanenza come atto linguistico al grado zero, concentrandosi però sul suo valore performativo piuttosto che di rappresentatività, per cui ogni enunciato, che sia visivo o concettuale, implica un’istanza di produzione di senso che va al di là della forma del significante, come qualcosa a venire, con la stessa ambivalenza circolare del rapporto tra linguaggio e moneta. Attraverso le parole.

 

Nuovi disagi nella civiltà

Paolo B. Vernaglione

Che il “discorso del capitalista” sia parlato in sottotraccia da TV, rete e grandi giornali è evidente, soprattutto nella continua denegazione della crisi della finanza neoliberale. Che i tratti specie-specifici della natura umana (senza virgolette) risaltino nella prassi del presente è cosa meno evidente nel colpevole oblìo della critica.

Dunque l’attribuzione di valore alla natura umana e il discorso del capitalista costituiscono due polarità nel cui campo di tensione è possibile un’ontologia non complice dell’attualità. È quanto ottimamente è squadernato in Nuovi disagi nella civiltà, testo a 4 voci, a partire dalla densa introduzione e la puntuale guida al dialogo di Francesca Borrelli, e la cui terza parte è lo specchio in cui si riflettono i nuclei problematici di questa modernità: il sapere come “tra”, relazione transindividuale in cui si genera l’individuo; e la corporeità, in cui ha luogo quel cosiddetto “mutamento antropologico”, difficile per la teoria psicoanalitica quanto facile da osservare nella quotidianità.

Ciò che infatti fa problema, nel confronto tra il capitale testo di Freud del 1929 e una nuova sintomatologia di cui si stenta a ricostruire la genealogia (anoressìa, bulimìa, dipendenze, soggetto panicato…) nell’attuale civiltà digitale e del debito, è l’interpretazione dell’insieme delle molteplici realtà del disagio in un totalizzante “discorso del capitalista”, la cui asserzione consiste nel criminalizzare il godimento di merci (di oggetti, di esseri umani) latore di una pulsione di morte urlata nell’imperativo mercantile: “godi!”. In questa lettura della dinamica sociale il godimento verrebbe imposto a soggetti “senza inconscio”, o comunque lontani da un desiderio di norma procrastinato dalla legge del padre, la cui evaporazione avrebbe causato niente di meno che il crollo dell’intero orizzonte simbolico singolare.

Come invece ricorda Francesco Napolitano a partire dalla metapsicologia di Freud, la psicoanalisi, come scienza naturale, si incarica di ricostituire la naturale innaturalezza dell’animale umano, il cui tratto peculiare è quell’inestricabile intreccio di eventualità storica e invariante concettuale, anzitutto riscontrabile nella facoltà di linguaggio, oggi ampiamente sfruttata. Ciò significa che l’attribuzione delle parti di sfruttato e sfruttatore, padrone e servo, soggetto e assoggettato, come anche di un possibile discorso del rifiuto e di un discorso del capitalista, questa attribuzione non può essere univoca, laddove, ancora con Napolitano, “una buona dose di infelicità è intrinseca alla natura umana” – il godimento totale non essendo possibile.

Si tratta allora da un lato di indagare la finitudine umana in rapporto a qualsiasi legge e in relazione alla sua nostalgica reinvenzione; dall’altro constatare come l’eventuale restauro di un nome del padre, seppure a lettere minuscole, non farebbe altro che riprodurre un dispositivo simbolico di assoggettamento che si aggiungerebbe ai dispositivi di cattura neoliberali, in atto da tempo.

Ciò che dunque vale la pena chiedersi nel realizzare una cartografia delle nuove soggettivazioni è quanto l’interpenetrazione (De Carolis) dell’esteriorità sociale e della psiche individuale abbia effetto sulla legge del desiderio, l’Edipo, il rapporto tra istinto e pulsione e quello tra godimento e desiderio. Altrimenti il lacaniano discorso del capitalista diviene l’ombrello significante sotto il quale riparano senza eccezione tutte le dinamiche psico-sociali al tramonto della modernità. Forse invece è utile distinguere la clinica, da cui si evince la micidiale operatività del “discorso”, dalla filosofia, per la quale è più sensato recuperare l’inseparabilità di verità materiale e verità storica del soggetto “sotto” il capitale, poiché in quel punto rileva l’emergere dell’inconscio come dato ontologico e quindi etico.

Una teoria della clinica e una filosofia del disagio nella civiltà potrebbero invece insieme prendere sul serio, cioè alla lettera, l’ “orda primordiale” e “l’origine egizia di Mosè”, perché in quella lettera c’è forse qualcosa di cui ci parla oggi l’inconscio: l’intreccio di storia e metastoria, “già da sempre” e “proprio ora”, invariante biologica e variazione storica.

Perché o crediamo all’inconscio strutturato come un linguaggio (Lacan), cioè alla facoltà di linguaggio come dato naturale in una evolutiva invarianza, e in tal caso il compito sarebbe osservare in quali rapporti entrano in una certa epoca desiderio e godimento; oppure si crede che esista un orizzonte simbolico (il soggetto barrato, il Significante) le cui catene producono sia l’intero soggetto che l’intera realtà, entrambi assoggettati ad un significante-padrone di cui il godimento è unica legge, imposta in nome e per conto di un desiderio assente.

Mentre però il discorso del capitalista risolve la molteplicità delle forme di soggettivazione ad un dato quantitativo in un giuoco a somma 0 (tutto godimento, niente desiderio e niente legge), la cui economia andrebbe ristabilita nel nome di un padre oggi impronunciabile - come Dio per gli ebrei ortodossi - un’analitica del presente ci indica che le molte forme in cui il godimento si ottiene rimandano ad un’eterogeneità di rapporti al desiderio, di cui è quantomeno ardua la riduzione ad uno.

Gli è che, come De Carolis osserva, il presente invece di compiere il nichilismo lo fa troppo poco. Con Nietzsche, via Benjamin, bisogna volere il tramonto affinché la finitezza umana divenga accettazione della morte (senza cui non c’è eredità), ed esprima così la massima potenza di vita. Così il godimento, pulsione di morte, ha la chance di divenire la forma più radicale di rifiuto di qualsiasi “discorso” voglia ripristinare una legge che priva il soggetto di libertà, cioè di autonomia e di autorganizzazione.

Borrelli, De Carolis, Napolitano, Recalcati
Nuovi disagi nella civiltà. Un dialogo a quattro voci
Einaudi (2013) pp. XLVI - 202
€. 19,00