Il Traghettatore

Paolo Fabbri

In politica le metafore fanno il lavoro notturno e si vogliono tutte vere. «Peones» e «pontieri», per esempio, sono le figure esatte del movimentato firmamento grillino. Ma il termine più adatto è Traghettatore. Ruolo obbligato quando i governi sono a mezzo servizio, frutto di nozze combinate e di convenienza tra partiti allergici nei valori ma in unione di fattaccio.

Non servono le allegorie militari: armistizio, fine di guerre civili, pacificazioni tra «pezzi di società» o «tribù sociali». Il governo in corso richiama piuttosto i separati in casa, l’unione tra anziani e badanti o le nozze gay con suoceri invadenti. Sono i linguaggi naturalistici e neodarwiniani che ci forniscono le appropriate metafore biologiche. Le campagne elettorali hanno rivelato malformazioni politiche congenite – il grillino – e condotto a un ibrido governativo.

Senza contare i nati morti, i gemelli evanescenti – esseri «papiracei» come Fini, Casini, Monti –, le elezioni hanno prodotto all’interno dei partiti coppie siamesi o altri tipi di chimere, con impronte digitali ideo-compatibili (PD-L). Una progenie interspecifica tra partiti estranei e correnti interne, che riesce solo nella fertilità coatta della cattività o nella fecondazione in vitro. Un inciucio cellulare tra corredi cromosomici che si proclamavano diversi e sono felicemente degeneri. Come i muli e i bardotti, il beefalo (vacca e bufalo), lo zebrallo (zebra e cavallo), il leopone (leopardo e leone), il came (cavallo e cammello) e soprattutto il cognuomo (ottenuto nel 1983 con cellule umane e ovuli di coniglio). Tutti ben portanti, ben oltre la modesta Fattoria degli animali di Orwell.

Difficile quindi definire il cosiddetto «non-self» in questo brodo primordiale senza discriminature assiologiche; più difficile ancora anticipare le infiammazioni, i rischi di trombature e i possibili rigetti, che sono attualmente cronici ma potenzialmente iperacuti.

Meno male che il Traghettatore c’è. Lui si crede necessario: senza passatisti e progressisti tocca infatti ai passatori, cortesi o suscettibili che siano. Come tenere sullo stesso Lettino guelfi e ghibellini dell’insegnamento, gli estremisti del pubblico impiego e chi chiama autonomi gli evasori del privato? I frugalisti e i consumasti? I no-questo e i no-quello? Mentre i governi ponte fanno decreti ponte, il Traghettatore flessibile deve inventarsi tamponi e ammortizzatori nelle strettoie della politica. Turare nasi e orecchie, mettere guanti e sordine, allenare i muscoli del sorriso.

Questo Caronte di anime erranti nelle nebbie e tra le correnti deve farla da semiconduttore: intermedio tra il conduttore televisivo e l’isolante economico, fa passare uno e intercetta altri. Deve rendere sostenibili le reazioni di rigetto – i vari Occupy – aumentando gli immunodepressori. Deve diminuire gli anticorpi e livellare le antimenti e anticoscienze. Inventando formule strabilianti come: «i correntisti da caminetto portano allo sconfittismo»! Senza avere altro potere se non quello del portavoce e/o del portasilenzio.

E senza andare in piazza col sindacato, per non turbare il (PD)L. Perché accetta il Traghettatore? Perché la funzione del partito è comunque l’office seeking? Per la carenza di impieghi sindacalmente garantiti? Perché i suoi percorsi sono brevi e gli basta mantenersi alla superficie dei problemi? In realtà il travet del traghetto lavora duro, almeno quanto l’arrampicatore su vetro. Rischia il disturbo bipolare, ma ha la garanzia dell’approdo perché l’arte di arrangiarsi è nel Dna della nostra politica.

Il trasformismo ricombinante è un chimerismo congenito e i governi italiani sono da sempre ermafroditi potenziali. Allora, serve davvero il Traghettatore? Chissà! Nella nostra politica nessuno è mai morto di contraddizione.

Dal nuovo numero di alfabeta2 in edicola e in libreria in questi giorni
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cover ab2 luglio

Est iniuria in verbis

Paolo Fabbri

Nelle piazze reali e sulle autostrade virtuali della politica volano stracci e parolacce. Non è una sorpresa. Le male parole, sdoganate da tempo, dilagano fuori dal traffico e dagli stadi per approdare, enfatiche e imperative, in tutte le forme di vita. È pandemia.
Le canzoni popolari e le colonne sonore dei film sono tutte Parolacce e musica. Nelle Camere parlamentari e nei condomini si chiederà la Parolaccia, nei tribunali si darà la Parolaccia alla difesa, nei pubblici uffici si metterà una Parolaccia buona. Se di fretta, ci scambieremo due o quattro Parolacce. Insomma vivremo a Parolacce incrociate e i vip moriranno con le ultime Parolacce famose.

Tendete l’orecchio e arrivano: oscene, volgari, sporche, spinte, crude, indecorose, scurrili, empie, villane, triviali e via disdicendo. Un elenco è dapprima ghiotto ma sempre più ridondante e infine depressivo. Basti pensare alla carriera inversa e parallela di termini colloquiali come Cazzate e Figate che segnalano, in una società cosiddetta machista, l’opposizione tra greve ottusità e brillante riuscita.

E pensare che poco fa ci lamentavamo del PO.CO., cioè del POliticamente COrretto, nel tempo postvittoriano dei buoni sentimenti, regno dell’eufemismo e della litote. Sui genitali e gli orifizi, il coito e l’intera gamma delle secrezioni corporee, sulla malattia, sulla morte e soprattutto sui ruoli e i modi della vita collettiva – genere, comunità e professioni – aleggiava un’atmosfera untuosa di tabù, atti indiretti, definizioni oblique e ipocriti sottintesi. (Nei galatei universitari era impossibile scrivere un pronome senza doppia menzione di genere.)

Una reazione all’idioma licenzioso degli anni Sessanta, quando la lingua era politicamente libertaria e sessualmente libertina. Quando le avanguardie relativiste rivendicavano, horribile dictu, l’ugual valore letterario d’ogni parola del dizionario. E sceglievano per i rapporti sessuali l’uso di crudi verbi transitivi, mentre quelli del PO.CO., i Pochisti, si esprimevano con verbi pudicamente intransitivi e delicatamente reciproci. (Parlando di sesso siamo tutti villani: la scelta lessicale è tra l’asilo, l’anatomia e il blog!)

Come si spiega l’inversione cattivista di questa inversione? Con l’evidenza che il segno è energumeno (Bataille) e che la lingua non è una finestra sulla mente individuale, ma una veduta sulla cultura collettiva. Non è un riferimento tautologico – «dire pane al pane» – nel mondo esangue della logica, ma un’azione efficace sui valori, i loro conflitti e trasformazioni. Quindi le espressioni di informalità, machismo, sfrontatezza solleticano, provocano e offendono, ma perdono alla svelta l’odore di zolfo e il mordente. La parolaccia ridondante stinge il suo marchio, diventa un’interiezione e finisce, scarica, come un infisso nella sequenza discorsiva. Come l’affettuoso «bastardo» e il rilassato «vaffa». Sazietà semantica.

Accade lo stesso all’atto linguistico prediletto dell’attuale diverbio politico: l’insulto, con le sue fangose varianti: ingiurie, improperi, offese, contumelie, villanie, sberleffi, calunnie che traboccano dalla presenza alla telepresenza, dall’audience ai new media e viceversa. (Lo schermo si presta allo scherno e il digitale al dileggio). I linguisti si interrogano sulla speciosa sintassi dell’offesa – come l’improbabile imperativo anglosassone «fuck you» o il curioso plurale dei «cazzi acidi e amari» dell’italiano; una tipologia sommaria distingue le contumelie in descrittive, idiomatiche, enfatiche e catartiche – ma l’eccetera è numeroso. Vaffa, per esempio, è la parola d’ordine e il labaro d’un nuovo movimento politico.

Generalizziamo: l’insulto vola, ma c’è chi lo raccoglie, se ne ha a male e lo contraccambia con la legge bronzea dell’escalation: risentirsi e farsi sentire passando il segno altrui. Come nell’antico duello, il diritto non riconosce il diritto all’oblio dell’offesa e autorizza la vendetta. In questo tiro a segno alla reputazione e al decoro, è impossibile misurare le parole. L’insulto quindi è una performance razionale o per lo meno aggiustata. Erede dell’antica bestemmia – si dice «sacramentare» – dà forza e ritmo al discorso, sensibilizza al valore, ridesta rapporti emulsionati e assopiti. Serve a far entrare i valori condivisi o divisi più che a far uscire l’emozione.

Lo hanno capito i cognitari dei blog che hanno ripreso il testimone dall’idioma proletario dei carrettieri, scaricatori, militari e tifosi. Carta bianca agli improperi, quindi, ma con un principio di precauzione. L’insulto corrente – come la bestemmia la quale torna con il ritorno del sacro – è trito e ritrito. Espletivo per i linguisti o pleonasmo per i retorici, colma i vuoti del discorso e le pecche dell’immaginazione.

E se dice quando non c’è niente da dire, è votato alla più cerimoniale inefficacia. Eppure sono note le sue caratteristiche poetiche: parallelismi, allitterazioni, assonanze: una magia verbale che può giungere alle vette dell’epigramma e del pamphlet. Ricordate il «Nobodaddy» con cui William Blake pronunciava il nome da non dire invano? E il profetico motto con cui Samuel Johnson additava un politico del suo – del nostro? – tempo: «Morì nel suo letto senza insudiciare il patibolo»? Imprecatori, ancora uno sforzo! Impariamo a maledire bene. Più inventiva nell’invettiva!

Dal numero 29 di alfabeta2, dal 7 maggio nelle edicole, in libreria e in versione digitale

Politica e social network

Giacomo Pisani

I social network hanno svolto, a ben guardare, un ruolo di primo piano nella campagna elettorale legata alle primarie del centro-sinistra. Basti pensare all’esplosione delle parodie avvenuta attorno allo slogan del Presidente della Puglia, “Oppure Vendola”, o a quelle altrettanto dissacranti sorte attorno ai motti di Renzi. Ma il fenomeno dell’amplificazione mediatica ha raggiunto dimensioni poderose nel caso del gruppo “Marxisti per Tabacci”, divenuto talmente famoso da meritarsi una citazione dal vincitore Bersani, proprio in occasione del discorso di ringraziamento all’elettorato.

Il punto fondamentale è che i social network forniscono le possibilità di espressione più adatte alla diversione e all’irrequietezza che caratterizzano il nostro tempo. Anche nel caso delle elezioni, l’istantaneità degli slogan, l’immediatezza dei “post”, costituiscono il mezzo ideale per comunicare, senza impegnarsi troppo, senza mettersi in discussione. E questo emerge anche nei contenuti. La neutralità dei temi veicolati permette agli utenti di non impegnarsi in questioni che richiedono prese di posizioni, analisi, giustificazioni. Il tutto si esaurisce nell’ironia - neanche troppo ragionata - di uno slogan, in possibilità fugaci, che permettono di affermare di esserci, senza affondare i colpi.

I social network divengono allora un modo di stare al mondo. È nota la triade che Heidegger pone alla base dell’esistenza inautentica e non genuina: la chiacchiera, la curiosità e l’equivoco. Si tratta di modalità di esistenza caratterizzate dalla distrazione, dall’irrequietezza, che si esauriscono nell’attimo senza prolungarsi in progetti a lungo termine. Che si determinano quindi in possibilità neutre, indifferenti rispetto all’identità soggettiva, che resta invece quasi in sospeso. Certo, il discorso si fa qui complicato, perché forse uno dei motivi per cui la chiacchiera diviene una delle modalità principali di esistenza è il fatto che l’identità spesso non trova vie per esprimersi.

Le vie di accesso alla cittadinanza sono precluse, soprattutto alle giovani generazioni, a cui il lavoro è negato, e con questo ogni possibilità di progettarsi in un futuro a lungo termine. È per questo che la certezza resta legata al presente, e a quelle possibilità neutre, indifferenti. Non è un caso, allora, che la chat (in inglese, letteralmente, “chiacchiera”) divenga il modo di discorrere postmoderno. E persino la politica assume le forme della chiacchiera, della banalizzazione. I contenuti del confronto si isteriliscono, fino ad allontanarsi dal terreno stesso della politica e a farsi “slogan”, durando il tempo di una risata. In cui tutti possono ritrovarsi, senza troppo tempo da perdere nei confronti e nei ragionamenti. Tutti sono fan dei “Marxisti per Tabacci”, o degli slogan di Renzi, oppure Vendola. Ma c’è qualcosa che comincia a non quadrare. A vincere è stato invero il candidato più distante da quest’opera di mediatizzazione capillare e di spettacolarizzazione della persona e dei contenuti.

Ma un segnale ancor più forte viene da quei giovani che da qualche settimana in tutta Italia, come del resto in buona parte dell’Europa, stanno tornando a porre i temi del lavoro, dei diritti di cittadinanza, della cultura. Prima nelle piazze, poi occupando i luoghi di lavoro e di formazione, c’è un’intera generazione che rivendica gli spazi della decisione. Forse quella dispersione tra le maglie del presente non riesce a contenere la tensione verso il futuro di quegli uomini e di quelle donne che rivendicano il diritto di esistere, di decidersi, di riprendersi il proprio spazio. È in gioco la riappropriazione del futuro che sottrae gli spazi alla neutralizzazione postmoderna e li riempie di vita, dei sogni e delle passioni che fanno il nocciolo della nostra storia.

Negro, nero, di colore o magari abbronzato

Anna Scacchi

Durante le primarie del partito democratico nel 2007-2008, e poi nel corso della campagna che ha portato all’elezione di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti, i media italiani hanno evitato di parlare di razza come un fatto che riguarda il nostro paese nel profondo, e non solo nelle manifestazioni violente del razzismo, spostando lo sguardo sulla questione razziale americana. Il presupposto di innocenza degli italiani, fondato come sottolinea Laura Ricci [in La lingua dell’impero] sul mito di un imperialismo bonario diffuso dalla letteratura coloniale già dalla fine dell’Ottocento e sull’amnesia, si è spesso manifestato come giustificazione della nostra ignoranza linguistica e della noncuranza con cui parliamo e accettiamo che si parli dei cosiddetti ‘altri’.

Poiché non abbiamo mai avuto un problema razziale, in altre parole, possiamo permetterci di parlare di razza con la leggerezza che non è consentita in altri paesi, dove invece c’è una storia di schiavitù, segregazione e imperialismo. Essendo ignari della questione razziale, presentata al tempo stesso come un fatto proprio degli Stati Uniti e in ogni caso superato dall’elezione del primo presidente nero, che certificava l’avvento dell’America post-razziale, la nostra mancanza di un vocabolario per parlare di razza era giustificata. E comunque il linguaggio non era così rilevante e ciò che importava veramente erano le intenzioni e il contesto.

Abbondavano incertezze, ipercorrettismi, uso di termini offensivi o paternalistici e soprattutto confronti errati e cattive traduzioni. Ne è un esempio la copertina del Venerdì di Repubblica dove il titolo “Piccoli Obama crescono? Nelle classi dove gli alunni sono già tutti stranieri” era accompagnato dalla foto di un gruppo di alunni delle elementari, i cui diversi fenotipi dovevano simboleggiare la ‘non italianità’. A parte una certa ambivalenza nella presentazione della questione – oscillante tra la celebrazione di un multiculturalismo indice di modernità e l’allarme per le difficoltà poste dalla presenza di alunni ‘stranieri’, che si supponevano non italofoni, in un momento in cui la Lega Nord aveva fatto approvare una mozione sulle classi ponte definita eufemisticamente “una sciocchezza” da Tullio De Mauro (cit. in Bontempelli) – il richiamo a Obama era del tutto errato in quanto stabiliva un’equazione sbagliata tra il sistema di cittadinanza americano e quello italiano.

Un altro esempio è la puntata di Porta a Porta della notte dell’elezione, intitolata dapprima “Un nero alla Casa Bianca?” e poi corretta in “afroamericano” dopo le rimostranze di alcuni dei presenti. Rimostranze rivolte alla parola “nero”, ritenuta non corretta, non a un gioco di parole di dubbio gusto. D’altra parte Obama sembrava aver scatenato nei giornali italiani la voglia di giocare con la lingua e con il colore della pelle, producendo lo “Strano ma nero” di Libero, e anche “L’uomo nero” del Riformista e del manifesto, “L’America cambia pelle” della Repubblica, ripetuto in molti giornali e siti internet, e “Indovina chi viene a cena?”, ancora del manifesto. […]

Ci si trovava dunque, dal momento che il colore della pelle era emerso come il segno più radicale della novità della vittoria di Obama, a dover parlare di razza con un lessico infiltrato di razzismo, ma paradossalmente per sostenerne l’obsolescenza. E tutto questo, ancor più paradossalmente, avveniva in un periodo in cui il governo stava adottando provvedimenti legislativi che hanno fatto censurare come razzista il comportamento dell’Italia dall’Agenzia per il lavoro dell’ONU e dal Consiglio d’Europa. Ma è proprio vero che manchiamo di un vocabolario razziale? O, piuttosto, tale mancanza è una finzione derivante dal mito dell’innocenza? In realtà, come dimostrano nomi per designare il caffè macchiato diffusi in tutta Italia, come ‘marocchino’ o ‘moretto’, e le espressioni usate da vari esponenti della Lega Nord per riferirsi agli immigrati africani, quali ‘baluba’, ‘bingo-bongo’, ‘beduino’, ‘ottentotto’ o ‘zulù’, un modo per parlare di razza ce l’abbiamo.

Sopravvive nell’uso quotidiano un vocabolario che è il lascito di quell’italiano “dell’impero” analizzato da Laura Ricci, con cui, attraverso la letteratura di viaggio e la propaganda, si è costruito nell’immaginario collettivo un mondo coloniale esotico, ipersessualizzato e primitivo, vero paradiso dei sensi contrapposto alla superiorità razziale, morale e culturale degli italiani. […] La naturalizzazione degli stereotipi di rappresentazione dei neri è talmente profonda da risultare invisibile anche a molti progressisti che non hanno alcun dubbio riguardo al proprio antirazzismo. Diventa dunque possibile, in Italia, che si neghi recisamente il contenuto razziale di testi che in altri contesti nazionali sarebbero giudicati palesemente razzisti.

Anticipiamo un brano tratto dal libro Parlare di razza. La lingua del colore tra Italia e Stati Uniti, a cura di Tatiana Petrovich Njegosh e Anna Scacchi, in uscita in questi giorni per ombre corte

Moderati

Paolo Fabbri

Il gusto, si sa, è fatto di molti disgusti. Per conservare, ad onta e dispetto delle circostanze, un qualche e minimo gusto per la politica vanno dichiarate le proprie allergie. Anche il fastidio, che l’etimo dichiara: ibrido tra il fasto e il tedio. È proprio quel che provo per il Moderato, che va o torna politicamente di moda. La scienza cosiddetta politica è interdetta: nei dizionari titolati – N. Bobbio, N. Matteucci, P. Pasquino, Utet, 2004, non figura. Si dubita se sia, o se ne possa fare, una categoria come Massimalismo o Minimalismo - dove tra i socialisti si trovavano peraltro i “centristi unitari” (“intermedi” o “mezzani”).

Infatti. Il Moderato, diafano e versipelle, affiora nei tempi critici e burrascosi, dove può collocarsi al centro, dopo aver atteso che tutti gli altri prendano posizione. Soggetto politicamente modificato, col programma di non aver programmi, salvo quello di far sembrare tutti gli altri attori politici indecorosi ed eccentrici. Si manifesta, di preferenza in occasione di governi tecnici, balneari e di parcheggio, mentre le forze politiche s’impiegano a convergenze parallele. E tira la giacchetta a quanti gli promettono di aiutarlo a cambiare la sua. Sono i momenti in cui il Moderato vive il Parlamento come una camera di compensazione abitata da gruppi misti e a raggio variabile; una cassa integrazione per ammortizzatori politici; un’agenzia di collocamento per chi si può mettersi in mezzo per mettere in mezzo gli altri e carpire i media. Lui si vuole mediocre, anzi inter-mediocre, ago d’ogni bilancia, e così addita tutti gli altri come opposti e pericolosi estremisti. Figuratevi che anche i centristi sono superlativi - estremisti del mezzo - per lui che sta sempre in equilibrio comparativo. Intermedio tra l’andante e l’allegro, sceglie sempre l’andante, ritmo ideale per farla in barba agli altri e a gettar fumo negli occhi. È noioso e ridondante, ma ci vuole molto sforzo per mantenersi da par suo alla superficie dei problemi seri.

Deve dar segni di Moderatezza, perchè per lui est modus in rebus, verbis e signis. Parla quindi il linguaggio ordinario e usa solo le parole di quelli da cui prende le (in)debite distanze. Parole stupite di trovarsi in bocca a lui e in compagnia di altre che non vorrebbero frequentare. Inutile domandargli di dire qualcosa di sinistra, o di destra. Il Moderato non eccita discorsi fiacchi, come i moderatori televisivi, è lì per sedare le idee vive. Col PO-CO, cioè con il POliticamente COrretto, toglie il sapore e diffonde il sopore. Artista della circonlocuzione, evita i discorsi diretti, le promesse da mantenere, i programmi responsabili; parla per proposizioni condizionali, al congiuntivo; si ferma davanti a ogni sostantivo e fa lunghe pause. Tra le maggioranze silenziose e le minoranze vocianti lui è per le medie statistiche, sussurrate tra le falsarighe dei sondaggi. Se il problema fosse quello di prendere una ferma posizione, il mondo potrebbe far a meno di lui. Ricordate il caso S. Rushdie e i suoi Versetti Satanici? E avete letto Joseph Anton? Da Carter a Bush fino a Obama tutti Moderati: non si offende l’Islam – e non era proprio il caso! – meglio sacrificare moderatamente la libertà di parola. (Ma Free speech non si traduce “parola gratuita”!).

La satira ha poca presa sul Moderato: per la caricatura ci vogliono tratti salienti e caratteri pregnanti, mentre lui ha i connotati sfuggenti del compromesso e del restyling. Sta davanti alle telecamere col sorriso smorzato e l’intonazione sommessa. Non si riesce neppure ad affibbiargli ingiurie e oltraggi riservati, grazie a lui, agli opposti estremisti. Non funziona neppure il ridicolo che, se uccidesse davvero, i Moderati li vorrebbe tutti morti. Ma loro sanno come fare: conoscono a puntino il Moderariato vintage della Democrazia Cristiana. Continuano infatti ad abitare il luogo comune – dove pagano l’IMU parecchi ex-luogo-comunisti; sono geneticamente trasformisti e soprattutto opportunisti. Cioè, come da etimologia, il Moderato sta fermo davanti al porto, (ob-portum) in attesa che il buon vento lo porti. (E non chiamatelo immobilista!).

Il Moderato smussa e intanto ammassa. Parco a parole ma smodato in rebus, non è frugale quanto dice di essere. Lui sa di pratica e d’intuito che i termini Comunità e Comunicazione provengono entrambi da munus, il “regalo vistoso” che si trova anche in munificenza e remunerazione. Che è appunto quel che si aspetta e/o mette in opera il politico Moderato. Vorrei tradurre il mio fastidio con una proposta a tutti i curatori di dizionari ed enciclopedie. Nelle prime pagine del genere letterario detto Vocabolario, si trovano i sensi detti Alterati. In calce ai sostantivi sono registrate – abbreviate e in corsivo - le alterazioni e il loro grado: dim. vezz. accr. (diminutivo, vezzeggiativo, accrescitivo, ecc.). Propongo di premettere alla parola Moderato pegg. e spreg., per peggiorativo e dispregiativo*. Una proposta modesta lo riconosco, ma è il mio modo professionale di tradurre un sentimento a cui potrei dare una voce lirica all’altezza della tragica buffoneria del presente politico: “Moderati, vil razza dannata” (Rigoletto, atto II, scena IV).

*nota all’attenzione del linguista G. Carofiglio: Sono le particelle che il dizionario premette a Scribacchino, “che scribacchia, scrivucchia o scrivacchia malvolentieri cose di poco conto” e a Scribacchiatore. Per questi Barthes ha forgiato la categoria critica di écrivant, per opporlo all’écrivain, che traduciamo “scrittore” (e allo scribe, da rendere come “scrivano o scritturale”). Da distinguere da “imbrattacarte”, davvero offensivo.

Retoriche globalizzanti

Giorgio Mascitelli

Ammetto di essere stato molto colpito dalle dichiarazioni dell’amministratore delegato della FIAT dottor Marchionne, che commentando la sentenza di reintegro di 145 cassaintegrati FIOM a Pomigliano d’Arco ha definito questo pronunciamento del tribunale di Roma come «folklore locale». L’aspetto sorprendente di tale dichiarazione non sta nel suo erroneo presupposto che solo in Italia esistano leggi che sanzionano i comportamenti antisindacali, ma nella sua novità retorica. Fino allo scoppio di quest’ultima crisi un qualsiasi omologo del manager italocanadese a fronte di una sentenza sfavorevole avrebbe fatto ricorso ad altri modelli retorici, in particolare a quello antistatalista della burocrazia che è d’ostacolo alla libera iniziativa.

Tale cambio di registro è da addebitarsi senza dubbio a circostanze individuali che riguardano il dottor Marchionne: la sua immagine pubblica, la sua exit strategy dall’Italia e non ultimo il fatto che abbia commentato la sentenza mentre si trovava in Cina; ritengo, tuttavia, che esso sia anche un riflesso di un cambiamento della sensibilità dominante. L’immagine di un potere arcaico, burocratico e conservatore richiama per connotazione anche la speranza di un domani prosperoso e felice, quando esso cesserà di ordire regole che imbriglino le forze della libera iniziativa umana; l’immagine del folklore locale richiama semplicemente una nicchia attardata che non si è ancora accorta che, per citare le parole del Poeta, il mondo non si è fermato mai un istante, senza peraltro promettere niente a nessuno.

Vi è tuttavia un’altra differenza cospicua tra le due linee retoriche: l’immagine del folklore è un’immagine derisoria che rende ridicolo il suo oggetto, l’altra è un’immagine che instilla paura evocando un potere ostinato e terribile. Sociologicamente la prima appartiene al repertorio del gran signore certo più abituato a fare le leggi che a subirle, la seconda a quello dell’alacre lavoratore che teme che un arbitrio vanifichi una vita di sforzi. Se dovessimo trovare delle parentele letterarie quella del folklore locale è un’espressione che starebbe bene in bocca al re de Li soprani der monno vecchio del Belli, l’immagine della burocrazia troverebbe una sua collocazione ottimale nel racconto kafkiano Davanti alla legge.

Infondo definire folklore locale una sentenza del tribunale, da un punto di vista retorico, è una semplice perifrasi, benché irridente. La giurisdizione di un tribunale è sempre locale e per quanto esso aspiri a produrre una giurisprudenza universale, l’universalità della sua giurisprudenza coincide con l’estensione della sua giurisdizione, come potrà testimoniare qualsiasi fuggiasco a cui è bastato varcare una linea di frontiera, godere di un’immunità o fare un balzo sul sagrato di una chiesa per evitare l’esecuzione della condanna. Al di fuori dei suoi confini una sentenza può non solo essere inosservata, ma sembrare anche risibile: ritenerla folcloristica, cioè relitto di ciò che è trascorso, significa porre i confini della giurisdizione non su un piano spaziale o formale, ma su un piano temporale.

Significa affermare che c’è stato un tempo in cui ci si poteva anche rivolgere a un tribunale per far rispettare i propri diritti, ma ora questo tempo è finito. Naturalmente una simile affermazione non è da tutti, chiunque tra i comuni mortali si troverà di fronte a una sentenza sfavorevole non potrà che accettarla o darsi alla macchia, come è sempre stato. Ma per chi come gli dei ha il dono dell’ubiquità, ossia il potere di passare con facilità e in molti modi da un luogo all’altro, anzi da un non luogo all’altro, allora ciò diventa possibile. In definitiva senza saperlo il dottor Marchionne con la sua battuta ci informa che gli dei sono tornati sulla terra, dopo un periodo di sonno che qualcuno aveva chiamato modernità.

Reality o politica

Giorgio Mascitelli

Non so se sia vero, come afferma qualche dissidente, che i 5 Stelle nella loro comunicazione seguono i dettami del programmazione neurolinguistica o di qualche altra tecnica di marketing, ma mi sembra indubbio che tengono presente, magari inconsapevolmente, la vecchia regola delle nonne per parlare con gli stranieri: parla la tua lingua a voce più alta.

È infatti del tutto evidente che l’intensità del loro linguaggio cresce tanto più quanto più emerge la mancanza di una linea politica. Infondo e un’ordinaria saggezza da reality show: se il clima langue nella casa o nell’isola, nulla di meglio di una bella litigata, magari con una spruzzatina di volgarità, e l’audience torna a crescere. Prendiamo ad esempio gli attacchi a Laura Boldrini. Un movimento dotato di una linea politica avrebbe rivendicato ciò che è vero, ossia che senza la sua presenza in parlamento sarebbe stata impossibile l’elezione di una figura dalla storia così limpida a un’alta carica dello Stato, e avrebbe poi cercato di incalzarla specialmente sui temi affini alle due sensibilità politica.

Invece in assenza di politica l’unica cosa che risulta fattibile è portare avanti una sorta di mobbing permanente nei confronti di una persona che per i suoi comportamenti è sentita come concorrenziale per il target elettorale di riferimento dei 5 Stelle. Prove ne siano il fatto che i primi attacchi e, credo, richieste di dimissioni sono già giunte il giorno successivo alla sua elezione proseguendo con cadenze e motivazioni alternate fino a oggi e che il decreto per il quale la presidente della camera è nell’occhio del ciclone è stato discusso al senato senza azioni particolarmente eclatanti da parte del gruppo parlamentare 5 Stelle. L’assenza di una linea politica naturalmente rende impossibile l’elaborazione di un’opposizione radicale e perciò non resta che fornirne il simulacro specialmente a livello verbale.

Si può leggere in questa prospettiva l’episodio degli insulti a sfondo sessuale alle deputate del PD. Naturalmente la matrice del fatto è quello del maschilismo da bar perfettamente complementare a quello delle battute su Rosy Bindi fatte in passato dagli esponenti del Centrodestra, ma il pompino ha qui la funzione di evocare un pathos da bar dell’indignazione contro il potere al passo con i tempi (così nei film contemporanei l’attore per rappresentare la propria indignazione dirà “fottuto” o addirittura “cazzo” anziché “maledizione” come negli anni cinquanta). La volgarità è il surrogato verbale di un’alterità politica che non può esistere perché non c’è linea politica.

Caso analogo è quello degli attacchi a Corrado Augias. Il giornalista esprime le sue critiche indubbiamente dirette, ma argomentate all’operato dei 5Stelle e subito viene additato come nemico del movimento. L’ostilità personale di cui è fatto oggetto e soprattutto il torrente di livore e insulti indirizzati a lui sono ancora una volta dei succedanei di un’assente critica politica al sistema mediatico e al discorso avversario.

Il modo in cui i 5 Stelle si rapportano agli avversari sembra vagamente ispirato a quei consigli che si trovano nei manuali scritti per coloro che si sentono insicuri, ma vogliono fare carriera: non c’è niente di meglio per rafforzare la propria autostima che spianare qualche rivale. Ma non è detto che riesca sempre: Macbeth per esempio, nonostante l’intensa attività di counseling di Lady Macbeth, resta sempre un insicuro che crede alle baggianate che gli dicono le streghe anziché analizzare con realismo la situazione.

Beppe Grillo in un post apparso quest’estate contro il politicamente corretto, che a mio parere è un documento molto importante di strategia comunicativa per il movimento 5 Stelle intero, a un certo punto confonde il disprezzo per l’ipocrisia del politicamente corretto con la sanità morale dell’insulto a ruota libera. In altri termini Grillo confonde il fatto che ciò che è ipocrita nel politicamente corretto sia l’uso di certe parole cortesi e concetti umanitari invece di altri rudi ma onesti, ma non è così: l’ipocrisia del politicamente corretto è che alla correttezza verbale fanno seguito altri tipi di pratiche.

L’ultima grande manifestazione dell’ipocrisia del politicamente corretto è stata l’indignazione delle autorità europee per il bestiale lavaggio degli immigrati a Lampedusa: da un lato protestavano per il trattamento inumano, dall’altro istituivano cose tipo frontex ed eurosur che renderanno ancora più possibili scene del genere in futuro. Invece per Beppe Grillo l’ipocrisia del politicamente corretto consiste nel chiamare rifugiati al sole i clandestini e qui dovrebbe fare attenzione perché a sua volta clandestino è una parola usata per nasconderne altre e dunque ha una sua natura ipocrita. Come del resto l’hanno l’insulto e l’aggressività verbale quando sostituiscono un discorso politico che non c’è.