alfadomenica gennaio #2

INGLESE sulla CRISI DEL LIBRO - NEGRO su CITTÀ DEL MESSICO - LO RUSSO POESIA - BARAKA VIDEO *

I LIBRI FARANNO UNA BRUTTA FINE
Andrea Inglese

Ce lo ha ricordato, in un post dell’8 gennaio, Luca Sofri: i libri faranno una brutta fine. Scherzi a parte, l’argomento è serio e d’attualità. Sofri ci ricorda anche che è un autore da diecimila lettori. Non è un dettaglio di poco conto. In tempi di morte del libro, bisogna chiedersi che peso dare alle persone che ancora scrivono, dentro o fuori il libro.
Leggi >

LA CITTÀ PIÙ GRANDE DEL MONDO
Virginia Negro

La città più grande, più inquinata, più caotica del mondo. Il mio battesimo nel Distrito Federal è stato nel centro storico, tra Regina, una delle poche vie pedonali e ricettacolo di localini e ristoranti, e Avenida 20 de Noviembre; immersa giorno e notte nella moltitudine di suoni, persone e colori.
Leggi >

POESIA
Rosaria Lo Russo

Perché non sempre funziona, anzi non si capisce
com’è che funzioni data la fretta, quando, dài fac-
ciamoci un giro di pista, morino, dài, tanto si muo-
re, che te ne frega, dài, facciamoci sta pista per mori-
re più contenti, dài, che l’usato sicuro ti conviene in tu-
tti i sensi, e i saldi adesso sono saldi davvero, da ve-
ra recessione, mica cazzi.
Leggi >

AMIRI BARAKA - SOMEBODY BLEW UP IN AMERICA
Guarda il video >


Amiri Baraka, poeta e attivista statunitense
Newark, 7 ottobre 1934 – Newark, 9 gennaio 2014

*alfadomenica è la nuova rubrica di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.

I libri faranno una brutta fine

Andrea Inglese

Ce lo ha ricordato, in un post dell’8 gennaio, Luca Sofri: i libri faranno una brutta fine. Scherzi a parte, l’argomento è serio e d’attualità. Sofri ci ricorda anche che è un autore da diecimila lettori. Non è un dettaglio di poco conto. In tempi di morte del libro, bisogna chiedersi che peso dare alle persone che ancora scrivono, dentro o fuori il libro.

Quanti lettori bisognerebbe avere, perché valga la pena di essere ascoltati? Una volta i Wu Ming ricordarono a qualche loro sprezzante commentatore che loro erano autori da cinquantamila lettori. Okkio. Sarebbe forse importante, oggi, far precedere ogni enunciato, almeno in ambito culturale, e necessariamente in quello più specifico della letteratura, dal numero di lettori di colui che parla (che scrive) in pubblico. Almeno chi legge si sa regolare quanto al tasso di autorevolezza e d’importanza dell’enunciato che gli viene proposto. Torniamo però nel vivo del soggetto.

Luca Sofri dice nel suo pezzo un sacco di cose importanti e pertinenti. Risulta solo un po’ strano che lo dica con una certa foga, una certa urgenza, come di scoperta recente e allarmante, dopo aver premesso che il problema è vecchio di decenni. Il punto nevralgico, che secondo lui però non è stato ancora affrontato, riguarda non il declino “commerciale”, ma quello “culturale” del libro. Per Sofri ciò significa innanzitutto due cose: “la Rete ha accelerato la nostra disabitudine alla lettura lunga” e il libro “è diventato marginale come mezzo di costruzione e diffusione della cultura contemporanea”. Di queste faccende, qualche mese fa ne parlò anche Giorgio Mascitelli su Nazioneindiana, il tono era però più sobrio, ma anche probabilmente più amaro. (Mascitelli come Sofri si era interrogato sui tempi della lettura, nella società attuale, e meno panoramicamente si era interrogato sullo statuto del libro soprattutto come mezzo di costruzione e diffusione della letteratura contemporanea.)

Ora, quello che mi lascia perplesso nell’intervento di Sofri, è il suo modo di sciogliere, dal punto di vista argomentativo, i nodi che ha lucidamente individuato. Ad un certo punto egli scrive: “qui starei alla larga dai litigi inutili su cosa sia meglio e cosa sia peggio e se il mondo peggiori o migliori con il declino dei libri. Limitiamoci a registrarlo e capire cosa succede.” La formula è di quelle che, nel mondo del giornalismo culturale (autori da diecimila lettori in su), ci siamo abituati a leggere in varie salse. Neutralità e contegno, innanzitutto. I partiti presi, magari conflittuali, sono roba da autori dilettanti. Se però mi soffermo un attimo su questa formula, permettendomi un’arcaica lentezza, i conti non tornano.

Perché mai i litigi dovrebbero essere inutili se vertono sul fatto che questi cambiamenti possono influire su un peggioramento o su un miglioramento del mondo? Per come sono stato educato, e per i valori che ho assorbito nella società in cui vivo, mi sembra che nulla ci sia di più utile che interrogarsi, e magari litigare, sul bene o il male della polis, dei destini generali, del mondo in cui storicamente e socialmente viviamo. Mi han detto che questo modo di fare si accompagna con la storia delle società cosiddette democratiche, a differenza di quanto accade in quelle che possiedono libri sacri e verità indiscutibili. Insomma, quell’aggettivo “inutile” sotto la tastiera di Sofri è una spia di qualcosa di strano e un po’ aberrante. Non solo nel suo punto di vista, ma in quello che egli crede, probabilmente a ragione, essere un punto di vista condiviso.

Forse Sofri si è sbagliato, ha scritto una cosa per un’altra. Forse ha voluto dire che questo cambiamento non si può descrivere né come un peggioramento né come un miglioramento. O più precisamente: è prematuro discutere se si vada verso un miglioramento o verso un peggioramento. Infatti aggiunge: “limitiamoci a registrarlo e capire cosa succede”. Il problema è che oltre la mera “registrazione” del fatto, l’autore non sembra andare. Non sembra minimamente interrogarsi su che cosa comporti, da un punto di vista antropologico, la perdita di centralità del libro, inteso come strumento cognitivo specifico, né la perdita delle competenze del lettore “lento”, che può leggere e rileggere testi impegnativi e lunghi.

Anzi, secondo Sofri, pare che perdite e guadagni si equivalgano, e che in definitiva l’unico motore della cultura sarà l’attività giornalistica in rete. (Chissà che ruolo residuale assegna Sofri agli studi universitari, ad esempio?) Tutto ciò che comporta ricerche e scritture meditate e approfondite, raccolta paziente e analisi di dati, ecc. pare essere una perdita, in fondo, non rilevante, come il declino di un hobby. Ed è infatti con un moto di tenerezza, che Luca Sofri conclude il suo articolo, come chi constati il declino del Tricche Tracche, divenuto ormai gioco da tavolo per rari amatori: “poi, ripeto, restano gli appassionati “romantici” dei libri: lo siamo un po’ tutti, e c’è il piacere e c’è la bellezza, eccetera (e internet offre loro nuovi spazi di sopravvivenza anche se sempre più riserve indiane)”. Riassumendo, i libri sono “il piacere, la bellezza, eccetera”.

Vogliamo metterci a frignare, perché spariscono? Non abbiamo piaceri nuovi e sostitutivi in abbondanza? Questa generica “bellezza”, perché mai sarebbe indispensabile? La foto con lo smartphone di un tramonto non può ben sostituirla? Quanto all’eccetera, gli assenti hanno sempre torto. Ora io non sono né un assiduo lettore di Luca Sofri, né ho opinioni preconcette nei suoi confronti. M’interrogo però su quella cifra da lui citata – ho diecimila lettori – e sul concetto di responsabilità, che io vedo connesso con la cultura, con quanto si scrive in pubblico su canali di ampia diffusione. La montagna della questione epocale sulla scomparsa del libro, come strumento di costruzione della cultura contemporanea, ha partorito un topolino: limitiamoci ad accettare come va il mondo (i buoni consigli della nonna) e consoliamoci con il fatto che per gli amanti di Tricche Tracche, come per quelli della Recherche o del Secolo breve, c’è sempre un tavolo disponibile in qualche caffè di quartiere o una pagina web nel grande oceano del giornalismo perpetuo.

Della scomparsa del libro, personalmente, ne so qualcosa. Lo dichiaro infine: sono un autore di non più di mille lettori. Okkio (al tempo che avete perso). E ho l’aggravante di continuare a scrivere libri che rientrano nel genere “poesia”, ossia libri che hanno smesso di esistere già prima che si gridasse alla scomparsa del libro. Non ho strumenti né tempo salariato per svolgere ricerche approfondite su cosa comporti la sparizione del libro come vettore di cultura e delle forme di lettura “lenta”.

Faccio parte, però, di coloro che non si limitano ad accettare questo stato di cose e non penso che la poesia sia un semplice hobby, nonostante la sua conclamata marginalità all’interno della sfera culturale. In altri termini, non credo che la poesia, così come il teatro, così come forme di letteratura di non facile lettura e consumo, siano dei meri passa-tempi. Penso che queste attività abbiano un radicamento antropologico e una funzione strategica: esse possono fungere da trasformatori di tempo. E difenderne l’importanza non è una questione genericamente culturale, ma politica.

I bambini sono moderni?

Michele Emmer

Nel 1983 il dipartimento di Matematica dell’Università di Roma decise di realizzare uno dei primissimi centri, se non il primo, attrezzato con personal computer a disposizione degli studenti del corso di laurea in Fisica. Praticamente nessuno studente aveva un computer a disposizione in quegli anni. Stava anche nascendo la rete internet. Dopo due anni di sperimentazione dell’uso dei personal nei corsi di analisi matematica, furono svolti dei test sugli studenti, circa 300. Il risultato fu che l’uso dei computer non aveva migliorato le qualità degli studenti più bravi ma aveva innalzato il livello degli studenti di livello medio e medio-basso. Erano gli anni in cui i personal erano della Olivetti o della Ibm. Con migliori prestazioni dei personal Olivetti. Una delle grandi tragedie dimenticate della industria italiana la sparizione della Olivetti.

Da allora sono passati diversi anni. Siamo circondati dalla tecnologia, una parte importante della economia mondiale ruota attorno al mondo tecnologico. I nostri figli vivono immersi in questo mondo, dove Dvd, videogame, iPad e simili sono da anni delle vere e proprie babysitter dei ragazzi più piccoli e degli adolescenti. Al concerto di Natale all’Accademia di Santa Cecilia un fesso ha continuato a scattare fotografie col telefonino, una dietro l’altra, all’orchestra mentre sul podio Lorin Mazel dirigeva la Nona sinfonia di Beethoven, era una serata a inviti. Capita spesso in un ristorante di vedere ragazzi e non che smanettano tutto il tempo sui telefonini o sui videogame tra una portata e l’altra e anche mentre mangiano.

Qualcuno si è chiesto anche in Italia se la scuola può restare fuori da tutto questo. Bisogna essere moderni. Nessuno si scandalizza che partiti (?) si presentino alle elezioni con programmi virtuali, mai discussi in pubblico, entità astratte in cui comandano coloro che gestiscono e manipolano i dati. In cui gli eleggibili sono realtà virtuali viste su YouTube. E in cui uno, con pochi eletti selezionati, decide quale è il suo programma o agenda.

Di tutt’altro tenore l’idea del Ministro della pubblica istruzione di avviare sin dall’anno prossimo la diffusione delle lavagne elettroniche nelle scuole sin dai primi anni delle elementari. Niente più libri di carta ma e-book da leggere su Tablet. Modernità, combattiamo l’uso improprio delle nuove tecnologie nelle scuole adottando lo stesso tipo di linguaggio. Per fare cosa? Uno dei danni collaterali della diffusione di internet è l’accesso ad una quantità sterminata di dati. Milioni di studenti cercano informazioni in rete, con google, Wikipedia ecc. Leggono ovviamente solo le prime pagine, difficile che arrivino alla seconda schermata e se devono comporre un qualche scritto pensano che la cosa si risolva con un buon uso del copia ed incolla senza nemmeno preoccuparsi di capire che anche a un semianalfabeta salta agli occhi l’utilizzo di frasi di diversi autori, con stili, parole ed espressioni diverse. L’idea che i dati in rete non sostituiscono la cultura ma la integrano, non li sfiora nemmeno, e si sta parlando di studenti universitari.

E sulla cultura devono operare coloro che si occupano a tutti i livelli di trasmissione del sapere, soprattutto in un mondo in cui, nei paesi più fortunati, la vita media si è allungata tantissimo. Per cosa usare questa porzione di vita in più se non per essere il più possibile parte e partecipe della vita di tutti? Il problema si risolve con la diffusione delle tavolette elettroniche. C’è qualcuno che pensa che l’istruzione dipenda in maniera essenziale dallo strumento elettronico che dovrebbe risvegliare l’interesse e la fantasia sviluppando anche la capacità di comprendere e di concentrarsi?

Non ha ragione chi, il maestro elementare Franco Lorenzoni, ha lanciato un appello per non mettere in contatto gli studenti più piccoli dai 3 agli 8 anni con nessun strumento elettronico? Come fanno in Francia, a Parigi, dove le mie nipoti di 10 e 8 anni toccano un computer una volta o due l’anno? Magari chiedendo agli insegnanti di convincere i genitori di resistere alle pressioni pubblicitarie e di mercato per impedire che anche fuori della scuola sia bloccato un approccio a strumenti che a quella età non possono che essere dannosi? Bisogna disegnare, contare, raccontare, scoprire, inventare, i primi anni sono essenziali.

Certo è molto piu facile, non ci si deve sforzare molto, si usano gli strumenti messi a disposizione. E si sarà moderni. Diranno i professori universitari, di università di grande prestigio: la tecnologia è neutra, non è né di destra né di sinistra. Contro chi non vuole il nuovo, non vuole cambiare. Al contrario, cambiare per sviluppare un modo sempre diverso di ragionare, di costruire la propria vita, utilizzando tutto quello che possiamo avere a disposizione anche per contrastare questo modello di società in cui gli strumenti, finanziari soprattutto, stanno diventando il fine. Formeremo poi superstudenti selezionati, delle elite supertecnologiche che decideranno il futuro, in università superselezionate per scegliere i grandi protagonisti del futuro. E questo il modello che si deve affermare? In cui i tagli alle rette dei disabili partiti il primo gennaio non sono né di destra né di sinistra.

Staccare la spina e leggere le fiabe ai nostri figli, in modo che da grandi siano capaci di inventare e raccontare fiabe, utilizzando le parole che capiranno, che scriveranno, che racconteranno. Usando tutti gli strumenti tecnologici che abbiamo e che saranno inventati in futuro, ma in grado di manipolare quegli strumenti, non di manipolare donne e uomini, che sono invece il fine.

Dal numero 26 di alfabeta2, dal 4 febbraio nelle edicole, in libreria e in versione digitale

Il libro bene comune

Con un Manifesto firmato da 76 editori indipendenti - distribuito gratuitamente a partire da oggi a «Più libri più liberi», la fiera romana della piccola e media editoria, presso gli stand delle sigle aderenti - si avvia l'attività di un Osservatorio, che intende analizzare le varie declinazioni del lavoro editoriale in un tempo, e in un paese, che sembrano indifferenti, se non ostili, all'idea stessa di «fare cultura». Ve ne anticipiamo qui uno stralcio.

Il libro non è solo un mercato. Nemmeno per noi che per mestiere produciamo e vendiamo libri. Come strumento di formazione, come risorsa individuale e collettiva, come forma di circolazione delle conoscenze, anche come svago e divertimento, il libro è un bene comune. I nostri libri, comunque, vogliamo che lo siano. E vogliamo immaginarne il futuro anzitutto a partire da questo.

Che il libro sia «anche» un prodotto in vendita, perché per molti possedere libri è ancora una cosa preziosa, non significa che il suo ecosistema sia riducibile al numero degli scontrini battuti. Come editori, e dunque come promotori di una proposta culturale, non possiamo ignorare e non sostenere quegli usi del libro che prescindono da un acquisto. Usi pubblici. Non possiamo non capire l'importanza di chi rivendica un uso senza preoccuparsi della proprietà, di chi chiede un diritto a un accesso. Siamo consapevoli che facilitare questo accesso, moltiplicare le forme non proprietarie di uso delle narrazioni e dei saperi, estendere capillarmente il numero dei luoghi («luoghi» nel senso di reti, di rapporti compositi e di una molteplicità di luoghi differenti), in cui questo diritto può esercitarsi significa predisporre il terreno di una ricchezza culturale e sociale forse non misurabile ma della quale non saremo i soli a beneficiare. Occorre considerare il libro anzitutto una risorsa, per tutti e di tutti.

Il libro inteso come ecosistema complesso, nella varietà delle sue forme e delle sue articolazioni, nelle sue diversità bibliografiche e nell'estensione dei viventi che lo abitano. Dire «bibliodiversità» significa immaginare i soggetti vivi, fatti di carne e ossa, che tale «bibliodiversità» fanno esistere, siano essi autori, editori, librai, docenti, bibliotecari o lettori. Dire «bibliodiversità» significa che qualcuno, in un dato momento della filiera del libro, si è posto il problema dell'esistenza e dell'importanza della diversità, forse sommandolo a quello della vendita o magari per un momento mettendo quest'ultimo da parte. Conservare e far crescere un ecosistema fatto di diversi ambienti del libro e di diversi soggetti del libro significa dunque anche riuscire a vederne i punti di squilibrio, quando una specie prevale su un'altra o quando una pratica mette in discussione l'esistenza stessa di tale complessità. Significa quindi immaginare strumenti capaci di adattarsi caso per caso, che coinvolgano e richiedano la partecipazione di tutti i soggetti che l'ecosistema lo abitano.

Non possiamo non dirlo: la mano invisibile del mercato non governa granché. E tantomeno lo fa ora, quando fenomeni di concentrazione e standardizzazione impattano un mercato che è sempre meno lo specchio della diversità e forse nemmeno della libertà d'impresa. Poco importa che ciò avvenga dentro un regime di legalità, con il beneplacito dell'antitrust.
Se il libro è un ecosistema e non solo un mercato, denunciare e tentare di correggere ciò che produce squilibrio e impoverimento, non solo per gli editori, è un atto di civiltà, di ecologia dell'intelligenza sociale.

Leggi il testo completo del Manifesto

Le fredde ali della società

Giorgio Mascitelli

Ugo Foscolo nei Sepolcri afferma più o meno che la poesia si sostituisce alle tombe nella loro funzione eternatrice della memoria storica, quando queste in quanto oggetti materiali soccombono alle ingiurie del tempo. Naturalmente Foscolo non dice proprio così, dice soltanto che le muse siedono custodi delle tombe quando il tempo con le sue fredde ali ha spazzato via financo le rovine, ma insomma l’idea implicita è che la poesia in quanto testo virtuale realizzabile su vari supporti non sia soggetta alle leggi della materia ma eterna come prodotto dello spirito umano.

Questo ragionamento, in vero molto strano per uno che si definiva materialista, è assolutamente sbagliato: mentre la piramide di Cheope (XXVI a.c.) troneggia tranquillamente nel deserto, i testi più antichi che noi abbiamo ( credo che siano alcune parti del Pentateuco) risalgono tutt’al più al XII a.c. D’altra parte è proprio questa nostra epoca che sembra essersi incaricata di evidenziare quanto sia madornale l’errore di Foscolo nel non dare la giusta importanza ai supporti materiali. Qualche osservatore, più incline all’attenzione sulle cose che ai facili entusiasmi, ha sottolineato che con il presumibile predominio dell’e-book sul mercato la digitalizzazione del libro finirà con il minacciarne la conservazione in quanto il supporto informatico è molto più aleatorio di quello cartaceo. Se poi a questa oggettiva fragilità si aggiungeranno le prevedibili strategie commerciali attraverso la manipolazione del software per fidelizzare il pubblico a una determinata piattaforma di lettura o per indurlo a cambiarla molto spesso, è abbastanza evidente che tale preoccupazione abbia qualche fondamento.

Eppure l’introduzione degli e-book avrebbe in sé non solo degli aspetti positivi, ma addirittura liberatori di un certo stato di cose nell’organizzazione della cultura: la drastica riduzione dei costi di produzione e distribuzione potrebbe favorire una felice anarchia delle iniziative in risposta all’attuale tendenza alla concentrazione e omologazione (basti pensare alla polemica sui troppi libri pubblicati promossa proprio da ambienti vicini ai grandi editori), che potrebbe aiutare anche il libro cartaceo. Se invece c’è il fondato dubbio che questa favorisca una perdita culturale forte quasi fosse un’invasione barbarica, allora bisogna rivolgersi al contesto sociale in cui ha luogo questa introduzione.

Martin Zet, Passage (Pio Monti Arte Contemporanea, 2008)

Infatti, il passaggio dei testi da un supporto più stabile a uno più aleatorio diventa pericoloso soprattutto se la produzione letteraria e intellettuale di una società come la nostra è dominata da un’estetica del profitto ossia dall’idea che qualsiasi opera trae giustificazione e fondamento solo dal proprio successo commerciale. È chiaro che in questo contesto la sopravvivenza di un testo interessa le istituzioni della società solo per il periodo in cui produce profitti. Inoltre il discredito che oggi investe il sapere storico, che viene visto nella società come un sapere inutile, in quanto non produce utili, e perciò anche non scientifico, colpisce anche l’idea della conservazione dei testi, che di questo sapere è una conseguenza culturale. Se queste sono le idee dominanti, c’è solo da augurarsi che nei decenni a venire, quando il problema si proporrà concretamente e non solo in via ipotetica, la pietà privata prenda qualche iniziativa opportuna.

D’altra parte se le idee dominanti in una società, come mi è stato insegnato, sono quelle delle classi dominanti, si apre qui lo spazio per una critica culturale e politica del sapere del nostro tempo. È dall’efficacia di questa critica che dipende la salvezza della civiltà del libro in qualsiasi formato. Se le cose stanno così, coloro che sono interessati se non all’eternità quanto meno alla lunga durata dei loro testi, invece di affannarsi a raggiungere posti al sole nei centri dell’industria culturale, dovrebbero procurarsi un certo numero di lapidi, contattare qualche professionista che sa ancora scolpire la pietra (credo che nelle nostre città se ne trovino nell’ambito dell’industria delle pompe funebri) e ingaggiarlo per incidere con un bel carattere capitale le proprie opere. Statisticamente resta ancora il modo migliore per superare indenni un certo numero di secoli.

La solitudine che connette

Luca Ferrieri

In solitude, for company
Auden,
Horae canonicae

 Tra le tante contraddizioni attraverso cui ci conduce la pratica della lettura (sempre le siano rese grazie), c’è quella tra la solitudine dell’atto e la ricchezza di relazioni, umane, spirituali e sociali che spalanca. Come di fronte ad ogni contraddizione che esprima fedelmente una verità e non derivi da un paralogismo o da un’oscillazione nominalistica, la tentazione della conciliazione e della complementarietà (insomma dell’et-et) è forte. In questo caso essa potrebbe appoggiarsi proprio sulla dimostrabilità plateale di entrambe le affermazioni:

a. la lettura è un atto solitario (per esempio, Proust: essa ci permette di godere della “potenza intellettuale della solitudine, […] che la conversazione dissipa immediatamente”);

b. la lettura è un atto sociale (per esempio, Wallace: il libro esiste per combattere la solitudine). Ma la verità degli opposti dovrebbe vieppiù metterci in guardia dalla fallacia di una sintesi “ecumenica”: essa infatti rischierebbe di occultare proprio la necessità di una scelta, nel tempo e nello spazio di lettura dati e nella materialità della relazione che essa instaura. E la lettura si nutre di scelte, piccole e grandi. Nel “punto di lettura”, infatti, solitudine e socialità lottano per escludersi: o c’è l’una o c’è l’altra o c’è un ibrido instabile. Entrambe le prospettive appartengono alla lettura ma il loro dosaggio o bilanciamento può ribaltarsi nello spazio di una riga. Subito dopo aver chiuso il mondo fuori dalla porta della sua lettura, il lettore cercherà di farlo rientrare dalla finestra, lasciando tracce o addirittura convocando convitati e complici. (È forse superfluo ma importante ricordarlo: ciò che non ha capito l’et-et, non lo capisce certo meglio l’aut-aut, con le sue ipostasi che congelano e rendono incomunicanti gli estremi).

Quando si pensa alla solitudine della lettura in realtà si fa riferimento a una costellazione di termini e di situazioni non sempre coincidenti e sovrapponibili. Esiste la solitudine primigenia e fondante del piacere di leggere, quella non delegabile e non trasferibile, sovversiva e segreta, descritta da Roland Barthes e da tanti altri, in cui il godimento del testo “mette in stato di perdita”, “fa vacillare le assise storiche, culturali, psicologiche del lettore” (Il piacere del testo). Cento giorni di solitudine sono necessari per leggere (veramente) un testo. Ma subito si scopre che il nucleo centrale di questa solitudine è in realtà un rapporto a due, anzi una serie di rapporti a due (autore/lettore, libro/lettore, personaggio/lettore, lettore/lettore…). Una solitudine che, come direbbe Stevens attraverso le lenti di Bloom, “solo i due possono condividere”. Si tratta quindi di una solitudine amorosa, di un rapporto protetto, intimo, esclusivo (di qui la gelosia del lettore di cui ci hanno raccontato sempre Barthes, nella voce “Lettura” dell’Enciclopedia Einaudi, oltre a Proust, Pennac, Canetti e molti altri). Con il libro non ci sono convenevoli (Proust), ma ci sono molti riti, molte scaramanzie, molti passi di danza e molti passi falsi (ti leggo, non ti leggo, se ti leggessi… se ti leggesse UN ALTRO!).

E in ogni caso, come nota Jorge Larrosa, dire che la lettura sia solitaria non significa che sia un’esperienza di solitudine. Anzi. A rompere la solitudine, infatti, c’è innanzitutto la presenza di un’assemblea di scrittori e di lettori intorno a noi, che veglia sul libro aperto, ci chiama, ci provoca, ci strattona. Se il lettore per lo scrittore è sempre postumo, vuol dire che egli è sempre impegnato nella scelta e nella costruzione del suo precursore, come diceva Borges. A questo punto si intravede quella particolarità della condizione solitaria della lettura cui corrisponde, sull’altro versante, la particolare socialità della lettura. La solitudine della lettura è in realtà un combattimento, una difesa dell’autonomia di chi legge, una barriera protettiva, cui il libro e anche l’ebook si prestano perfettamente, isolandoci nella “bolla” di lettura, schermandoci da intrusioni, confidenze e approcci indesiderati. È l’esperienza di sottrazione e irreperibilità di cui ci racconta la sovrana lettrice di Bennett, la “conversazione silenziosa nella dittatura del rumore” di Cioran, la rivendicazione della stanza tutta per sé di Virginia Woolf, vero brodo primordiale della lettura moderna.

La costellazione della solitudine, per noi lettori e lettrici di oggi, si richiama in modo diretto a questa prima dichiarazione di indipendenza della lettura, che non a caso si fonde e confonde con un gesto di libertà femminile. Non possiamo interrogarci sul futuro e sulle mutazioni della lettura se non partendo dal rapporto diretto, di filiazione, che la lettura intrattiene con la formazione dell’individuo moderno e della sua concezione di individualità. La solitudine di cui stiamo parlando, infatti, non è certo anomia e anonimato, ma l’opposto: pienezza della autonomia e della responsabilità individuale. In questo senso la solitudine del lettore è esattamente il contrario di quella descritta da Riesman nella Folla solitaria che poi prosegue nell’uomo flessibile e fungibile di Sennett, una solitudine, questa sì, che nasce dalla deprivazione e dalla indifferenza verso il simile e non a caso si caratterizza per l’assoluta incapacità di leggere i comportamenti altrui, differenziando i propri (la lettura è,batesonianamente, una differenza).

Talvolta la dimensione della solitudine viene confusa o sovrapposta ad altre, che fanno parte della costellazione, ma possono esistere anche autonomamente. Il silenzio, per esempio. La pratica della lettura silenziosa, o endofasica, da Ambrogio in poi, è dominante nel mondo occidentale scolarizzato, in cui la lettura ad alta voce, al di fuori di alcune situazioni eccezionali, è considerata segno di scarsa alfabetizzazione o di cattiva educazione. Ma la lettura è silenziosa anche nel senso che crea silenzio (diceva Fortini in Non solo oggi, crea “aria, silenzio e tempo intorno alla parola scritta”), opera una rarefazione della massa culturale circolante, esercita un’azione di ecologia della lettura. La vicinanza tra lettura silenziosa e preghiera, richiamata spesso da Fortini, può alludere a una azione di questo tipo. Tuttavia vi sono letture solitarie ad alta voce (alcune addirittura frutto di una solitudine imposta o autoimposta, ad esempio la recitazione di versi all’interno di istituzioni totali, come forma di libertà e sopravvivenza) e vi possono essere letture silenziose massive e gregarie. La dialettica tra solitudine e silenzio si collega molto strettamente a quella tra oralità e scrittura che ha conosciuto, da McLuhan a Ong, molti rovesciamenti: basti pensare a come oggi, più che a una seconda oralità siamo in presenza di una seconda scrittura, ossia alla nascita di un codice ibrido tra oralità e scrittura che si sta sviluppando sul web e sui social network.

Un discorso analogo si potrebbe fare per la dimensione di unicità e singolarità della lettura. Sulla singolarità ha detto cose molto importanti Derek Attridge che non a caso sono collegate al concetto di responsabilità e di etica della lettura. Attridge, nel definire il termine, ci tiene a non concepirlo semplicemente come l’opposto di universale, o come sinonimo di particolare, contingente, specifico, unico. Sebbene il concetto di singolarità sia molto lontano da quello usato in fisica, qualcosa della singolarità del big bang o di un buco nero trapassa nella visione di Attridge. La singolarità infatti definisce uno spazio etico, irriducibile e inviolabile, allude a una sospensione della legalità ordinaria, a uno stato di eccezione, a un incontro tra il carattere inatteso del testo e la creatività del lettore che lo interpreta e trasforma. Ogni lettore è libero di fare il suo testo o di fare suo il testo, ma non di farlo arbitrariamente, perché risponde a una sua chiamata e si impegna a risponderne. La libertà consiste proprio nell’essere responsabile della lettura fatta (Miller, Etica della lettura). Anche questa dialettica, quindi, agisce sulla solitudine del lettore creando zone di sovrapposizione e zone di fuga. Proprio perché il lettore è solo nel cuore del testo, egli sente che la lettura non è solo sua. Levinas direbbe che la singolarità della lettura consiste proprio nella sua esposizione all’altro.

Le nozioni di singolarità e di responsabilità, così strettamente legate, annunciano il cambio di paradigma che dalla solitudine della lettura conduce alla condivisione. Per quanto il passaggio possa apparire naturale, esso è sempre il frutto di un cambio di punto di vista, di una scelta del lettore. Tra gli esempi di lettura condivisa vi sono quelli di lettura “duale” o plurale come la lettura della buonanotte proposta da un adulto a un bambino (o viceversa), la lettura degli amanti di cui ci sussurra Quignard, e naturalmente la lettura nel/del gruppo di lettura. Essa nasce da uno strappo rispetto alla condizione solitaria del lettore: non nega la legittimità e la necessità della bolla di lettura, anzi la sancisce, ma afferma la volontà di mettere in comune i frutti della lettura individuale.

La lettura condivisa va distinta dalla lettura collettiva e dalle sue varie manifestazioni storiche, dalle quali si distanzia vistosamente. Sono forme di lettura collettiva, per esempio, la lettura ecclesiale di un testo sacro (o la corrispondente pratica di letture ideologiche e identitarie in comunità laiche), la lettura contadina durante le veglie intorno a un fuoco (di cui ci ha raccontato Chartier), le letture patriarcali alla famiglia riunita, le letture operaie agli albori della rivoluzione industriale, o quelle dei sigarai cubani, quando un lavoratore leggeva a voce alta per gli altri, “che rimborsavano di tasca loro il denaro che in questo modo il compagno perdeva” (Altick), le letture pubbliche, teatrali, scolastiche, ecc. In questa dimensione la lettura diventa una specie di offerta votiva alla collettività; deriva da un’autoria, può essere autorevole o autoritaria; si esprime attraverso un’oralizzazione spinta anche quando ne sono venuti meno i presupposti storico-sociali. La lettura collettiva corre sempre il rischio di una qualche, anche se generosa, strumentalità; lavora per mettersi al servizio della comunità mentre la lettura condivisa effettua esattamente il percorso inverso, costruisce la comunità sui bisogni di lettura.

La lettura condivisa disegna un’idea di comunità e di comune (e anche di bene comune potremmo dire con un termine oggi al centro della discussione politica ma anche da questa usurato), in cui ciò che si mette in comune è esattamente il niente che si ha in comune, e questo niente, o quasi niente (Jankélévitch) è ciò che permette al quasi tutto della lettura di dispiegarsi. L’idea batailliana, blanchotiana, della comunità si avvicina alla comunità di lettura molto di più delle visioni organicistiche, spiritualistiche, retoriche della lettura collettiva. E la lettura condivisa riabilita anche un’altra componente, etimologica e pratica, del concetto e della vita di comunità: il dono, anche se è vero che nella sua accezione di munus (“cum munus”), esso si porta appresso una sfumatura di doverosità, di obbligatorietà, che certamente contrasta con le pratiche autofinalizzate di lettura, ma esprime nel contempo il carico, il debito etico che attraverso la lettura si contrae.

La principale espressione della lettura condivisa è oggi rappresentata dai gruppi di lettura. Lontani discendenti di esperienze sette-ottocentesche come i caffè e i club letterari, e naturalmente molto distanti da quelle origini, si sono diffusi massicciamente nei paesi anglosassoni intorno agli anni novanta del secolo scorso, e sono poi approdati, attraverso la mediazione spagnola, anche in Italia, dove se ne contano circa un migliaio raccolti intorno alle biblioteche, alla rete e al blog dei gruppi di lettura. In queste sedi reali o virtuali si cerca di praticare il dono e l’arte della condivisione e della conversazione, suggerendo letture, discutendo, dividendosi e reincontrandosi, cambiando il punto di vista, osservando il mondo attraverso lo sguardo di un personaggio, immaginando diverse soluzioni narrative, in una sorta di autofiction governata dal lettore, facendo dell’etica della lettura il fondamento anche delle relazioni tra lettori (il che non è affatto scontato: vi sono accaniti lettori che accanitamente taglierebbero la testa ad altri lettori, per non dire dei non-lettori). Dice un frequentatore dei GdL americani: “Quando qualcuno diceva che leggere da solo è come bere da solo, io non ero d'accordo. Ho sempre amato leggere da solo. Poi frequentando un gruppo di lettura ho capito: non è che leggere da solo sia male, è che leggere con altri è meglio” (in The Book Group Bookdi Ellen Slezak). I gruppi americani, soprattutto quelli segnati dall’impronta mediatica di Oprah Winfrey, nascono all’insegna di una larvata o dichiarata polemica verso la solitudine della lettura. Tra i valori aggiunti che il gruppo mette in campo rispetto alla lettura solitaria vanno menzionati anche quelli relativi al mutuo soccorso tra lettori, il conforto nella traversata di libri difficili, l’aiuto solidale contro gli attacchi di paura di leggere (una sindrome che può colpire anche i lettori più allenati, magari dopo un trauma di lettura, perché la lettura in ambito scolastico, professionale, lavorativo può divenire una prestazione e una fonte di ansia e di stress).

Molti gruppi di lettura hanno poi utilizzato gli strumenti di comunicazione della rete per facilitare gli scambi e pubblicizzare le proprie attività, o in alcuni casi sono migrati sul web atterrando nel multiforme pianeta del social reading. Notevoli, infatti, sembravano le affinità: la condivisione e la partecipazione sono il vangelo del web 2.0, così come la spolverata di like ad ogni commento ricorda il “mi piace /non mi piace” del primo giro di tavolo in un bookgroup. In realtà il rapporto tra gruppi di lettura e social reading, pur essendo vivo e reale, si è rivelato non sempre idilliaco: la condivisione richiesta dalla lettura è più esigente e non si accontenta delle pratiche plebiscitarie o un po’ approssimative in voga su Internet. I gruppi di lettura esclusivamente virtuali hanno avuto spesso vita breve o difficile, con una forte presenza di lurkers, al contrario dei gruppi di lettura “fisici”, in cui la contribuzione attiva è molto elevata. Il che suggerisce che il valore aggiunto di Internet, in cui vige la regola 90-9-1 (90 silenti, 9 saltuari, 1 attivo), non sia precisamente quello della partecipazione, e fa pensare che anche qui stia ormai prevalendo un sistema di comunicazione similtelevisivo, broadcasting e push.

Vi sono poi dei punti di contrasto ancora più netti tra la socialità dei gruppi di lettura e quella dei social reading, sia che li si intenda come network per la socializzazione della lettura (Anobii, Goodreads, LibraryThing, Bookliners, ecc.), sia che li si intenda come software per la condivisione della lettura, come quelli esistenti sugli ebook, che consentono di scambiarsi opinioni, sottolineature, note, e di comunicare istantaneamente lo stato d’animo di chi legge, l’umore e le passioni suscitate dalla lettura. Mentre il social reading sembra basarsi sulla estemporaneità e sulla simultaneità (in questo senso è forse uno streaming reading…), il gruppo di lettura è asincrono e lavora “in differita”: si fonda sulla distinzione tra il momento di lettura individuale e la rielaborazione successiva operata dal gruppo. Il differimento, la procrastinazione e la programmazione sono elementi che caratterizzano fortemente la vita del gruppo, permettendogli anche di esprimere una propria autonomia rispetto alle pressioni della moda e del mercato. Ciò può avvenire anche in un gruppo online, ma il gruppo di lettura cerca di agire selettivamente e in controtendenza rispetto ai flussi e alla religione della iperconnettività, praticando l’approccio diretto ai testi e la risalita delle fonti, opponendosi quindi a quel primato del commento (Steiner) che imperversa su Internet. A volte l’impressione è che nell’ambito del social reading le letture tendano a moltiplicarsi all’infinito e a viaggiare in mondi paralleli senza incontrarsi e scalfirsi mai, mentre i gruppi di lettura sono impegnati nel continuo tentativo di produrre l’incontro e il clinamen degli atomi di lettura, in uno sfibrante corpo a corpo con la loro finitudine.

La citazione di Auden posta in epigrafe a questo post (che non a caso figura come titolo del capitolo dedicato alla socialità della lettura nel libro di Alan Jacobs, The pleasures of Reading in an Age of Distraction), può quindi essere letta in molti modi. Due i principali ed opposti: la solitudine è una buona compagnia oppure è l’unica che ci resta. La lettura non scioglie questa incertezza interpretativa, anzi la alimenta. Quando siamo immersi in una “ora canonica” come quella di Auden o in una notte di lettura come quelle descritte da Romano Guardini, quando i libri diventano esseri viventi, “singolarmente viventi”, avvertiamo anche noi la sensazione di pienezza e di pace prodotta dalla solitudine di lettura. Ma se un libro ci lascia senza fiato sentiamo irresistibile la pulsione del giovane Holden: “quando l’hai finito di leggere e tutto quel che segue vorresti che l'autore fosse un tuo amico per la pelle per poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira”.

Reading Life. Nuovi comportamenti del lettore digitale

Maurizio Caminito

A partire da Amazon, i più grandi players del mondo digitale, già da tempo, stanno operando per l’integrazione, all’interno della propria rete di clienti, di piattaforme di lettura social. In questo senso infatti si può leggere l’acquisizione nel 2013 da parte di Amazon di Goodreads, il celebre social network per i libri che, come ha rilevato lo scrittore statunitense Scott Turow, è “un sito noto per la profondità e la mole dei giudizi critici redatti dagli utenti. Il passaparola tra lettori che hanno gusti simili sembra essere il Santo Graal del commercio di libri online. E grazie alla combinazione del database delle recensioni di Goodreads con quello di Amazon in cui è registrato lo storico degli acquisti fatti dai lettori, il controllo di Amazon sul mercato online del libro si profila incontrastabile”1

Allo stesso obiettivo in fondo, pur se a scala minore e in ritardo, tende l’operazione italiana Anobii – Mondadori – eReader Kobo. La gestione globale del web però ci ha spesso abituato a continui cambi di scenario. E proprio quando il sistema delle raccomandazioni di lettura, basato sulle preferenze dei lettori dello stesso testo, si integra sempre di più con le piattaforme di acquisto on line, il social reading riparte proprio dal libro.2

 Zola Books3, per fare l’esempio di maggior successo, è una piattaforma che unisce la natura di libreria on line con la funzione social in un modo decisamente diverso. Lanciata nel 2012, è stata subito descritta dal Washington Post come "un'impresa la cui strategia è quella di combinare tutte e tre le funzioni principali del mondo degli e-book e della lettura digitale: la vendita al dettaglio, la ricerca di titoli e il social-networking, in un tentativo ambizioso di diventare un punto di partenza per tutti gli amanti del libro sul Web".4 Zola è anche una piccola azienda proprietaria del sito Bookish.com5, che è stato rilevato dopo che Hachette, Penguin Group (USA) e Simon & Schuster, inizialmente promotori del progetto, lo hanno abbandonato sfiduciati per l’assenza di risultati6.

 Bookish si basa su un algoritmo che raccomanda al lettore un piccolo numero di libri a partire dalle caratteristiche del primo libro scelto. Per fare ciò analizza dozzine di attributi e dati associati a ciascun titolo: l’autore, l’editore, l’eventuale illustratore, premi che un libro ha vinto, il genere, la data di pubblicazione, e poi ancora più in profondità i temi affrontati, i concetti, i sentimenti, ecc. Confluiscono in questo sistema di raccomandazioni anche i consigli del bibliotecario, dell’esperto o della rivista letteraria autorevole. Una redazione organizzata secondo i vari generi letterari controlla ed aggiorna continuamente i dati7.

L’esperienza della lettura digitale si arricchisce ogni giorno di nuovi strumenti, che da un lato sembrano recuperare modi e comportamenti usuali che accompagnano da sempre la lettura (fare sottolineature, note a margine, ecc.), ma dall’altro inseriscono il testo che si sta leggendo in un sistema di rimandi e di approfondimenti molto più ricco e di facilissimo uso.

 Un servizio online come Highlighter8, per esempio, rende molto semplice non solo commentare i singoli passi di un libro, ma anche condividere opinioni e notazioni, confrontarsi, fruire di informazioni aggiuntive riguardo a personaggi e luoghi narrati nel testo9. Openmargin10 invita il lettore “nello spazio libero di un libro all’interno del quale condividere i propri pensieri”11, rendendo facilissimo annotare i propri commenti a lato di un testo e, contemporaneamente confrontarli con quelli di altri lettori.

L’italiana Bookliners12 offre la possibilità di leggere le anteprime e i libri gratuiti messi a disposizione dagli editori, commentare ogni singola parola dei libri in lettura, visionare e rispondere ai commenti degli altri lettori, creare gruppi di lettura aperti a chiunque o riservati solo agli amici e quindi arrivare a conoscere altri lettori con gli stessi gusti.

Anche Kobo13 ha creato il programma di lettura “Reading Life”, aggiungendo alla fruizione del libro tutta una serie di elementi social che sono curiosi ma indicativi. Grazie a “Reading Life”14 il “nuovo modo di leggere tutto digitale”, ciascuno può scoprire molto sulle proprie abitudini di lettore. Si può controllare quanti eBook sono stati letti, quante ore sono state dedicate alla lettura, quanti libri presenti nella propria libreria sono ancora in attesa di essere sfogliati. E tutte queste funzioni, per essere più facilmente riconoscibili, sono abbinate all’assegnazione di badge colorati che attribuiscono un simbolo alle abitudini di lettura.

E “Se state leggendo ‘Alice nel paese delle meraviglie’, quando la protagonista entra in scena nel romanzo, accanto al testo appare una piccola icona che lancia un pop-up con su scritto: ‘Hai incontrato Alice, vuoi dirlo su Facebook?’. In questo modo Alice diventa una specie di tua amica o contatto virtuale e tu puoi pensare di costruire intorno ad essa un social network”15

Inoltre la funzionalità “Oltre il libro” offre ai lettori i retroscena della storia che stanno leggendo. Basta toccare le parole evidenziate per ottenere articoli web, libri simili e autori che sono tematicamente correlati. E così “Oltre il libro” consente davvero un'esperienza di lettura ‘aumentata’.

È proprio attraverso il concetto di “reading life”, che non è solo una funzione meramente tecnica, né soltanto social legata alla pura e semplice ‘condivisione’ (come continuamente sollecita a fare Facebook), che la lettura ‘digitale’ potrebbe diventare uno strumento efficace per la crescita di un profilo nuovo del lettore futuro.

  1. Cfr: Il blog THE AUTHORS GUILD, “Turow on Amazon/Goodreads: This is how modern monopolies can be built”, http://www.authorsguild.org/advocacy/turow-on-amazongoodreads-this-is-how-modern-monopolies-can-be-built/ oppure l’articolo su BLOOMBERG di Tom Giles “Amazon Buys Goodreads to Add Tools to Help Users Discover Book”, http://www.bloomberg.com/news/2013-03-28/amazon-buys-goodreads-to-add-tools-to-help-users-discover-book.html []
  2. A questo cambio di paradigma, che inizia ad investire anche le grandi biblioteche statunitensi, è dedicato, in particolare il mio articolo “I nuovi paradigmi della lettura digitale, tra raccomandazioni e reading life”, pubblicato sul blog AVVERTENZE PER GENI http://avvertenze.wordpress.com/2014/04/13/i-nuovi-paradigmi-della-lettura-digitale-tra-raccomandazioni-e-reading-life/ []
  3. https://zolabooks.com/ []
  4. Nance, Kevin (October 3, 2012). "ZolaBooks plans to be one-stop shop for e-reading"The Washington Post. []
  5. http://www.bookish.com/home []
  6. Vedi a tal proposito l’articolo di Laura Hazard Owen “Two years and three CEOs later, publisher JV Bookish is ready to help users find their next book”, http://gigaom.com/2013/02/04/2-years-and-3-ceos-later-publisher-jv-bookish-debuts-to-help-users-find-their-next-book/ []
  7. Bookish è stato recentemente adottato anche da BiblioCommons, il nuovo servizio proposto della New York Public Library che aiuta l’utente della biblioteca a scoprire nuovi libri partendo dalle proprie preferenze e dai propri gusti di lettura. []
  8. http://highlighter.com/ []
  9. Ecco un video che illustra le possibilità offerte da Highlighter: https://vimeo.com/26091209 []
  10. http://www.openmargin.com/ []
  11. Anche in questo caso le prime informazioni sulle possibilità offerte dalla piattaforma sono fornite da un breve video: https://www.youtube.com/watch?v=GcjdVLh-G10 []
  12. http://www.bookliners.com/_front/it/ []
  13. La multinazionale nippo/canadese, produttrice di eReader, in Italia ha stretto un accordo, prima con Mondadori e poi nel 2013 anche con Feltrinelli, diventando la più importante piattaforma di acquisto di eBook, insieme a IBS. []
  14. Kobo Reading Life http://it.kobo.com/koboarc7hd#readinglife []
  15. Intervento di Gino Roncaglia, citato da Alessio Iacona nell’articolo “Social Reading is here” all’interno del suo blog http://jacona.blogautore.espresso.repubblica.it/2012/06/29/social-reading-is-here/ []