Bookshow

Maria Teresa Carbone

Di fronte a Bookshow, il nuovo programma in onda su Sky Arte HD, si prova (a dir poco) imbarazzo. Non siamo forse d'accordo che tutto quello che si fa per promuovere la lettura è bello e buono? e che una nuova trasmissione televisiva sui libri è un avvenimento così raro da meritare solo lodi e applausi? Ebbene no, a malincuore, non siamo d'accordo. E come a suo tempo per la campagna governativa Leggere è il cibo della mente - Passaparola (costata, si dice, due milioni di euro), i ventitré minuti della prima puntata di Bookshow appaiono un'occasione sprecata, a dispetto delle risorse evidentemente profuse nell'impresa.

Due parole per spiegare come funziona il programma: ogni volta c'è un attore-lettore o una attrice-lettrice (nella prima puntata Carolina Crescentini), che guida gli spettatori in un percorso tra i suoi libri preferiti; c'è una città, in questo caso una Roma che ha una pura funzione di décor (ehi, abbiamo l'alta definizione e non la sfruttiamo? via con Trinità dei Monti e Trastevere!); c'è una serie di intermezzi di tono “leggero”, o addirittura comico;
e c'è infine una voce off maschile, presa di peso dalla pubblicità, che emette sentenze del tipo: “Pasolini diceva che per diventare poeta ci vuole una vita. Invece, per diventare lettori, basta un attimo”.

Ora. al di là del fatto – non irrilevante in questa prima puntata – che Carolina Crescentini, per dimostrare il proprio amore per la lettura, emette rochi risolini, sbatte le ciglia e allunga le vocali in quella che deve essere la sua parola preferita, “speciale”, anzi “spesciaaale”, tanto che ci si chiede se la sua passione per Open di Agassi o per i libri di Francesco Piccolo sia sincera, dal momento che ha bisogno di tutta questa segnaletica facciale e sonora, il problema sta proprio qui: che il programma sembra fatto per rassicurare il pubblico che gli italiani anzi “i romani sono grandi lettori perché metà di loro legge almeno un libro l'anno” (sorprendente rovesciamento di una statistica spesso citata per mostrare quanto scarsa sia, nel nostro paese, la pratica della lettura), che leggere è l'attività più facile del mondo e che
i libri non sono quei mattoni che vi hanno fatto studiare a scuola e vi siete dimenticati (indovinate un po'? si parla dei Promessi sposi!), ma cose che “si buttano giù come un bicchiere di birra” (la frase, più o meno testuale, la dice, senza neanche arrossire, un libraio).

Insomma, se non si sapesse che a produrre Bookshow è Minimum Fax media, costola spettacolare di una casa editrice che nei suoi quasi vent'anni ha pubblicato centinaia di testi interessanti e che dunque con la parola scritta ha una lunga consuetudine, verrebbe da pensare che in fondo gli autori del programma condividano con tanti dirigenti Rai e Mediaset l'idea che i libri (in tv e forse non solo in tv) sono terribilmente noiosi e l'unico modo per rifilarli al pubblico ignaro è infiocchettarli ben bene. Sospetto avvalorato da una dichiarazione di Marica Stocchi, autrice, con Daniele Di Gennaro, Mattia Cianflone e Donato Dallavalle, di Book show: “La nostra è una trasmissione molto raccontata, per tenere alta l'attenzione del pubblico abbiamo puntato tutto sull'estetica dell'immagine”.
Niente di male, ovviamente, ma un programma in cui si parli di libri, pensando che i libri sono interessanti, quando si farà?

fonte: http://mvl-monteverdelegge.blogspot.it/2013/05/ma-perche-nei-programmi-sui-libri-i.html

La risposta di Perniola: una falsa polemica

copertina_libro_perniola

Mario Perniola risponde all’articolo di Franco Berardi Bifo Un falso Perniola (Alfabeta2, n. 16, febbraio 2012). Segue sotto la controrisposta di Bifo.

Secondo il grande sociologo tedesco Georg Simmel, un amore, che dà tutto e subito, si consuma molto presto, mentre è importante non solo ottenere nell’immediato, ma anche aspettare di ricevere qualcosa d’interessante nell’avvenire. Sicché l’amore che vuol durare, deve essere simile a un caleidoscopio in cui si vede ogni volta qualcosa di differente. La stessa cosa vale per l’amicizia, che è una specie di amore senza sesso. Le amicizie più sicure sono quelle in cui la trasparenza non è intesa come qualcosa di assoluto, ma implica l’indistinzione di molti aspetti del modo di essere della persona con cui si è in rapporto.

E’ questa la prima considerazione che mi viene in mente leggendo l’articolo di Franco Berardi Bifo Un falso Perniola (Alfabeta2, n. 16, febbraio 2012), il quale, recensendo il mio pamphlet Berlusconi o il ’68 realizzato (Milano, Mimesis, 2011), contrappone il mio modo di essere di quarant’anni fa a quello di oggi. Al contrario, se io ripubblico tale e quale un testo scritto nell’estate del 1971, nel 1998 e nel 2005 (I situazionisti, Roma, Castelvecchi) senza apportarvi alcuna variazione, e questo è tradotto in spagnolo nel 2008, in portoghese nel 2009 e in tedesco nel 2010, vuol dire che sono sempre lo stesso e che il Perniola di oggi non è diverso da quello di quarant’anni fa.

Nella recensione di Bifo si manifesta quello spirito dandistico, ironico e anti-dogmatico che ci accomuna. Né lui, né io nutriamo il sentimento tragico della vita, e pur riconoscendoci nello spirito battagliero del guerriero, siamo alieni dallo spirito settario e fanatico di chi emana condanne e pronuncia anatemi. Infatti, la guerra e l’odio son due cose molto diverse, che sciaguratamente le religioni e le ideologie troppo spesso hanno collegato, con risultati nefasti e in ultima analisi controproducenti per quanto riguarda l’esito dei conflitti.

Ciò non esclude che nella condotta della guerra ci siano tra Bifo e me divergenze strategiche profonde. Io non credo che il ’68 sia una bandiera da sventolare oggi, specie dopo gli studi di Jean-Pierre Le Goff, Mai 68: l’héritage impossible (Paris, La Découverte, 1998, pp. 496) e di Luc Boltanski e Ève Chiappello, Le nouvel esprit du capitalisme (Paris, Gallimard, 1999, pp. 848), che hanno reso evidente la connessione tra il ’68 e il capitalismo neoliberale. In particolare quest’ultima opera molto voluminosa ha mostrato che il capitalismo non è per nulla “dogmatico”, ma ha una tendenza costante a trasformarsi. Si tratta di una tesi ampiamente esposta e discussa in italiano dieci anni fa, nel n. 3 della rivista “Ágalma” (giugno 2002). Il riferimento ad essa si trova nell’ampia bibliografia al fondo del mio libro, che Bifo giudica troppo breve e addirittura “minuscolo”! Ma questa è una questione tattica e non strategica, sulla quale ho sempre seguito il precetto di Gracián: “Ciò che è buono, se è breve, è buono due volte; e anche il cattivo, se è poco, non è tanto cattivo. Più valgono quintessenze che farragini”. E poi tutti i generi vanno bene, tranne quello noioso!

Che il ’68 abbia avuto intenzioni esattamente opposte a quelle del capitalismo neoliberale, non vi è dubbio! Ma bisogna essere molto ingenui per non sapere che di buone intenzioni è lastricata la via dell’inferno, come dice il proverbio citato anche a Marx nel Capitale (vol. I, Parte III, capitolo 5, Sezione 2). Giustamente insieme a Nietzsche e a Freud, egli è stato considerato “un maestro del sospetto”. Già Hegel chiamava “astuzia della ragione” il fatto che quest’ultima faccia agire per sé le passioni, col fine di raggiungere scopi completamente diversi e perfino opposti. Infine Dilthey sosteneva che la vita non è qualcosa il cui significato possa essere colto immediatamente mentre si vive: solo gli storici e gli scrittori ricostruendo il passato gli conferiscono un senso. Perfino Renato Curcio, fondatore delle Brigate Rosse, in una conversazione che ho avuto con lui tempo fa, mi disse che il suo compito consisteva nel fornire delle testimonianze (nei tre volumi Progetto memoria, Roma, Sensibili alle foglie, 1995), mentre la ricerca del senso di ciò che era accaduto, sarebbe stato compito degli storici.

Venendo all’essenziale, la differenza fondamentale tra la posizione di Bifo e la mia è sempre consistita in una diversa scelta strategica nei confronti dell’eredità culturale dell’Occidente: per me questa non deve essere demolita, come vuole l’oscurantismo neoliberale. L’impegno della politica culturale cinese da trent’anni a questa parte è consistito nel riappropriarsi dell’insegnamento di Confucio e del confucianesimo chiudendo definitivamente la parentesi della cosiddetta “Rivoluzione culturale”. C’è una carta geografica di un atlante inglese in cui Guy Debord, che era una persona veramente dignitosa, traccia la geografia della sua formazione culturale: che cosa vi trovate? Omero, Tucidide, l’Ecclesiaste, Orazio, Svetonio e poi i classici moderni da Dante a Shakespeare, da Villon a Bossuet, da Machiavelli a Clausewitz: l’autore che forse più l’ha influenzato è, come mi scrisse in una lettera del 1968, il cardinale di Retz, sul cui grande stile secentesco ha modellato la sua prosa.

Infine possiamo consentire che nostri discendenti facciano proprio lo slogan degli studenti messicani del ’68: “Nati per essere vinti, ma non per negoziare?” Come tutti i veri guerrieri, io mi auguro che dicano: “Nati per vincere, ma non per odiare”.

 

La successiva risposta di Bifo:

Il compagno Perniola, cui sono legato come lui stesso osserva dal comune disprezzo per la serietà :=), ricorderà che l’ultimo dei nostri purtroppo rari incontri avvenne nella meravigliosa città di Siviglia, in occasione di un convegno organizzato presso la Universidad internacional de Andalucia da Amador Fernandez Savater. Tema del convegno era – guarda caso – il ’68.

Il suo intervento mi parve molto interessante e se ben ricordo (la mia memoria in generale non vacilla) Perniola mi disse di aver apprezzato il mio intervento: sei stato bravissimo mi disse, se posso essere impietosamente preciso. Ebbene, il mio intervento era una confutazione anticipata di quello che Perniola scrive in questa sua risposta (acuta, cortese, in molto condivisibile ma non in tutto).

La mia tesi infatti era (ed è) che il movimento operaio e studentesco che passa sotto il nome di Sessantotto non va giudicato per le sue intenzioni (perché di buone intenzioni è lastricata la via dell’inferno come dice Perniola), ma per i suoi risultati. E i risultati di quel movimento sono straordinariamente ricchi, emancipatori, progressivi. Gli operai si battevano contro la sfruttamento e chiedevano una più egualitaria distribuzione delle ricchezze e una riduzione del tempo di lavoro.

L’orario di lavoro venne ridotto da 48 a 40 ore, e i salari aumentarono quasi del doppio nel biennio 68-69, non solo in Italia ma in gran parte del pianeta terra.

Gli studenti si battevano per la libertà di parola e per l’autonomia del sapere. E furono studenti contestatori e hippies sessantottini coloro che (come Timothy Leary, Steve Wozniak e Steve Jobs) crearono i concetti, la sensibilità e le interfacce tecniche grazie alle quali prese forma l’Internet, mentre la grande forza del movimento studentesco si trasformava in potenza attiva del general intellect, fino a produrre l’enorme arricchimento conoscitivo e sociale che negli anni ’90 si espresse nell’economia di rete.

Che poi molti Ferrara e molti Glucksmann – autoritari piuttosto ignoranti già nel 1968 – si siano convertiti al neoliberismo, al sionismo aggressivo o al fascismo puro e semplice dice poco a proposito del 1968. Giuliano Ferrara era un nemico dell’intelligenza e della libertà già nei giorni di Valle Giulia, anche se gli è sempre piaciuto star dalla parte di chi mena la mani.

Il berlusconismo interpreta certamente la spinta che viene dal Sessantotto, nel senso che ne è il nemico adeguato, il nemico se così posso esprimermi, all’altezza della nuova forma sociale e tecnica che il Sessantotto ha suscitato. E la dittatura neoliberista si afferma proprio come rovesciamento antiegualitario della nuova forma culturale e tecnica (di tipo rizomatico, policentrico, antiautoritario) che il Sessantotto ha saputo costituire.

 

Un falso Perniola

copertina_libro_perniola

Franco Berardi Bifo

Sono un appassionato lettore di Mario Perniola. Fin dall’anno 1971 quando lessi L’alienazione artistica, ne fui conquistato. Perciò credo di poter affermare che il libretto messo in circolazione dall’editore Mimesis è un falso. L’autore della Società dei Simulacri e del Sex appeal dell’inorganico non può avere scritto questo libriccino (per fortuna minuscolo) intitolato Berlusconi o il ’68 realizzato.

Lo pseudo-Perniola parte da una costatazione calzante: la cultura del ’68 ha saputo comprendere, anticipare, concettualizzare la nuova forma di potere che si è dispiegata nell’ultima parte del secolo ventesimo e che oggi giunge alla catastrofe annunciata dal ’77 e dal punk. La cultura del ’68, non certo l’ideologia emme-elle erede tardiva del Novecento, ma quella libertaria del maggio parigino e mondiale, ha saputo porsi all’altezza della dimensione post-industriale e post-borghese che il dominio capitalistico ha assunto dopo gli anni ‘70.

In questo senso si può dire che il ’68 ha saputo anticipare Berlusconi.

Ma lo pseudo-Perniola confonde le acque come se invece di scrivere un libro (per quanto esiguo) dovesse arringare i clienti del bar Mexico all’ora dell’ultimo bicchierino.

Più o meno la sua tesi si può sintetizzare così: il ’68 ha predicato la fine della politica come cosa seria, la fine della scuola come ordine e disciplina, quindi ha preparato il terreno alla barbarie spettacolare berlusconiana che ha trasformato la democrazia in una farsa, e la scuola in un cumulo di macerie.

La cultura libertaria ha aperto le porte al regno della licenza e dell’arbitrio.

Lo pseudo-Perniola dimentica che il ’68 voleva anzitutto la fine del capitalismo, (la fine del predominio del profitto sull’interesse sociale) e come sappiamo Berlusconi è andato in una direzione ben diversa. E non solo lui. Nella cultura del ’68 – e quindi anche nelle sue responsabilità, nelle sue conseguenze -l’istinto libertario non è disgiunto mai dallo spirito egualitario.

E al tempo stesso l’istinto egualitario non è disgiunto mai da quello libertario.

La semplificazione che lo pseudo-Perniola opera, parlando della Rivoluzione culturale cinese, non tiene conto di questo: il complesso fenomeno detto Rivoluzione culturale contiene elementi di ’68, ma nella sua gestione complessiva, che impose la forza delle strutture militari e statali sulla dinamica del movimento sociale, non è ’68, ma è anti-’68.

E’ sul piano del linguaggio che più profondamente si può cogliere la continuità-discontinuità tra i movimenti (quello del ’68 ma ancor più chiaramente il movimento del ’77 nelle sue versioni italiana e inglese) e l’epoca del dominio spettacolare – che coincide con la forma produttiva semiocapitalista, in cui ogni processo di produzione è mediato da segni e si determina in segni.

I movimenti furono il luogo dell’ironia: dissociazione del discorso dall’esistente, moltiplicazione dei piani di possibilità, perenne fuga dal dogma.

Quando essi mancarono il loro scopo – che era la liberazione dal capitalismo, dal suo dogmatismo e dalla sua violenza, il potere spettacolare si appropriò della loro polisemia e la trasformò in cinismo.

Questo passaggio sfugge del tutto allo pseudo-Perniola. Preso da un furore di restaurazione nell’ultima pagina indica il ritorno alle origini (l’insegnamento dell’antichità classica e cristiana, nientepopodimeno) come unica possibilità di restaurare la nostra dignità.

Altrimenti non abbiamo il diritto di essere indignati perché non siamo degni. Infatti per quel che mi riguarda ho sempre avuto in sospetto la predica dell’indignazione, perché preferisco continuare a giocare con lo scivolamento ironico infinito, unico gesto linguistico che possa confrontarsi senza ingenuità con il potere, e sovvertire il linguaggio cinico della dittatura finanziaria.

Continuando il ’68 di chi non si sottometteva ai dogmi allora né si sottomette adesso.

Cartolina da #SalTo15

Maria Teresa Carbone

All'ingresso del Salone del Libro di Torino è stata piazzata una sorta di installazione autopromozionale, copia in pseudo 3-D del manifesto di quest'anno. I visitatori la attraversano distratti o se ne servono per quella che è probabilmente la sua finalità primaria: scattarsi un selfie, in modo da mostrare al mondo di essere stati all'edizione 2015 della fiera. Sul fondo, un pannellone con il classico Goethe pensoso nella campagna romana, sovrastato dal claim di quest'anno, Italia salone delle meraviglie, sul davanti alcune sagome di cartone ad altezza naturale che compongono un set: un'automobile (Lancia), un cameriere accanto a un carrello ricolmo di vivande e di bottiglie di vino, una bella ragazza in jeans che tiene due grucce cui sono appesi degli abiti rossi da sera, una microtroupe cinematografica, completa di regista su seggiolina pieghevole...

Una immagine del Belpaese (à la Galbani) sovraccarica e scontata, ben intonata a una manifestazione, il Salone del libro, che ha nell'accumulo e nella prevedibilità i suoi punti di forza. Di anno in anno, tutto resta più o meno uguale: il calendario all'insegna del “chi più ne ha più ne metta”, il numero dei visitatori in inesorabile crescita a dispetto della crisi, l'eterogeneità degli espositori (e se un tempo ci si limitava ai carabinieri e ai venditori di matite, negli ultimi tempi il ventaglio si è allargato e include entità come il Grand'Oriente d'Italia e la senape Maille).

I cambiamenti – che pure ci sono – sono sempre graduati in modo da non disorientare i visitatori, da non inceppare il meccanismo grazie al quale centinaia di case editrici italiane si sobbarcano spese notevoli (lo stand, il viaggio, il soggiorno a Torino) pur di non mancare a questo raduno annuale: insieme mercato, vetrina, occasione di possibili accordi futuri. Il che vale in misura ridotta per i grandi gruppi e tantissimo per i piccoli editori, molto più coesi rispetto ad alcuni anni fa, spesso raggruppati in stand multipli (con conseguente abbattimento dei costi), sinceramente dolenti per i colleghi che non ci sono perché non ce l'hanno fatta – come Zandonai o la :duepunti di Palermo –, energici e combattivi per le iniziative a venire, in primis il premio/festival degli editori indipendenti, lanciato in questi giorni, la cui prima edizione si terrà a Bari dal 20 al 22 novembre. Molti di loro, poi, decisi a trovare una sigla estetica che li differenzi dagli altri, che induca i visitatori a fermarsi magari solo per curiosità: è il caso, per esempio, di Del Vecchio, che fra i colori proposti/imposti dal Salone ai piccoli editori del padiglione 1, quello appunto, riservato almeno in teoria agli indipendenti, ha evitato il bianco o il grigio, tonalità sobrie preferite dai più, e ha optato per un celeste squillante che fa risaltare i mobili vintage dentro i quali ha disposto i suoi libri. (Scelta premiata da una quantità stratosferica di “mi piace” su Facebook, pubblicità gratuita insperata).

Di cose come queste, di arredi, di colori, di geografie interne, è fatto, anche, il Salone di Torino: le majors nei grandi corridoi centrali dei padiglioni 2 e 3, sempre più appariscenti, sempre più espanse – Giunti quest'anno addirittura mastodontica dopo l'accordo dello scorso autunno con la Disney – e le altre via via più lontane, verso i muri perimetrali che equivalgono a una estrema periferia. Semideserta, come sempre le periferie, anche nei momenti di maggiore ressa. Unico possibile gesto di ribellione, il guerrilla marketing adottato, fra gli altri, da Riccardo Duranti, traduttore di lunga data e ora minuscolo editore (Coazinzola Press, sede a Mompeo in provincia di Rieti) che, abbandonata la sua isolata postazione, va in giro per il Lingotto a caccia di potenziali acquirenti per i suoi libri – l'ultimo, Il fuoco dello sguardo, è una raccolta di poesie di John Berger che, giura Duranti, non può mancare in una biblioteca degna di questo nome.

lingotto (500x375)

All'altro polo, accanto ai volumi di carta arrivati (anche) dalla provincia più remota, le iniziative che guardano verso nuove possibili dimensioni del libro e della lettura. Proprio del Salone 2015 TwLetteratura ha approfittato per presentare una piattaforma Betwyll, per ora in versione beta su invito, grazie alla quale sarà possibile leggere e chiosare twittando sullo stesso schermo un testo classico o contemporaneo, e alla fine montare in libro i commenti: libro non necessariamente digitale, come mostrano i chilometrici rotolini di Tweetbook che raccolgono i tweet dedicati al Viaggio in Italia di Goethe (“Parigi dev'essere la mia scuola, Roma la mia università”. E a Napoli che ci vai a fare @GoetheTw? Un master?” oppure “Tutti seggono al sole finché finisce di brillare: Goethe prima di Michel Tournier, Vendredi ou les limbes du Pacifique”: due tra le moltissime proposte). Ritornano gli antichi rotoli, la carta termica al posto della pergamena? Certo è che, innovative nell'uso delle tecnologie, molte startup rivelano un rapporto con la lettura intessuto di amorosa attenzione – si tratti degli itinerari letterari che si possono creare o condividere o semplicemente seguire con la app Cityteller o dell'ambizioso progetto Aureoo, vincitore di un bando europeo, che vede in ogni libro il nucleo di un mondo fatto di rimandi visivi, sonori, verbali. Per i pessimisti, un allontanamento nefasto da tutto quello che finora abbiamo chiamato cultura, per gli ottimisti l'avvio di una nuova fase della rete, grazie alla quale la proliferazione orizzontale di questi anni sarà affiancata dalla costruzione di “edifici” complessi. Per gli uni e per gli altri, la spia che la nostra relazione con il testo scritto si sta trasformando in modo radicale.

Ecumenicamente, anzi, democristianamente, verrebbe da dire, pensando alla lunga gestione di Rolando Picchioni, affiancato da Ernesto Ferrero, il Salone del Libro – #SalTo15, in twitterese – accoglie tutti: indipendenti, Mondadori/Rizzoli (con le domande del caso: si fonderanno? andrà/andranno a Francoforte?), futuribili. Nei giorni scorsi si è parlato di una imminente successione, della fine di un duopolio che ha attraversato indenne più di una stagione. Si sono fatte ipotesi, nomi. Ma ora, sulla base di un'analisi quasi sovietologica delle ultime dichiarazioni, qualcuno giura che il tandem sarà riconfermato, che l'edizione 2016 non porterà sorprese, né rivoluzioni. E su questo, al di là dei nomi dei responsabili, si può scommettere.

 

Sorvegliare e stroncare

Augusto Illuminati

Quanto è bello e desueto l’istituto della stroncatura letteraria e saggistica. Pressoché scomparso in un’ormai dominante logica di mafiosa circospezione e tutela reciproca fra operatori di settore, non è più neppure ritenuto ravvivante ai fini del sistema giornalistico, che si affida in prevalenza al gossip, infallibilmente promozionale anche e soprattutto quando maligno. La critica – costruttiva o demolitrice – è fuori uso e, con la stroncatura, è svanito anche un serio elogio simmetrico, risolto in vaga leccata apologetica in attesa di restituzione.

Insomma, dei libri non interessa propriamente un cazzo a nessuno, conta soltanto, nell’ordine, la comparsata televisiva, la visibilità in metraggio assegnato alle case editrici sugli scaffali delle librerie, la quantità bruta di recensioni. La frequenza delle menzioni in rete viene ultima: solo l’Anvur la prende sul serio per classificare pubblicazioni su cui mai poserà l’occhio del profano e, con i nuovi criteri valutativi, neppure dei colleghi commissari concorsuali, alfine esonerati dal compito di aprire i pacchi con il taglierino prima di riporli in cantina.

Peraltro, la ruvidezza della critica non fa alcun male ai destinatari, che ne traggono solo pubblicitaria solidarietà e, in rari casi, un incentivo a deporre la vanagloria e fare i conti con i propri limiti. Il rigetto editoriale della Recherche o il fiasco della Traviata sono alibi topici per proclamarsi incompresi. Senza lividi, niente recriminazioni e appelli alla giustizia dei posteri. Un po’ di sano masochismo, signori!

Piuttosto la stroncatura fa problema per gli stroncatori. L’ira contro la bassezza stravolge il viso, vecchia storia. Inoltre, e peggio, eccita il sadismo del recensore e il suo privato narcisismo, per non parlare dell’invidia. Facebook è un istruttivo campionario di perversioni sessuali e asessuate in argomento. C’è poi il fastidio che, mentre per elogiare non occorre aver letto il libro o seguito lo spettacolo, per criticarlo sì, almeno qualche pagina o qualche scena, giusto per trovare le citazioni adatte e non lavorare troppo di seconda mano. Sebbene tutti siamo bravi a leggere “trasversalmente” (una riga sì e quattro no), resta sempre una cosa faticosa e, per di più, a rischio di repliche circostanziate: il recensito, ahimé, si ricorda benissimo le cazzate che ha sparato.

Tuttavia stroncare o elevare consistenti dubbi fa bene all’organo di stampa o web o televisivo su cui si esercita tale perigliosa virtù. Una percentuale del 5-10% di avvisi negativi rende più plausibile la restante massa delle segnalazioni encomiastiche: di fatto per una buona metà resteranno familistiche, ma la loro apparenza sarà notevolmente più appetitosa, secondo le regole variabili ma internazionali della mescolanza gastronomica dei sapori dolci e acidi. Senza cadere, naturalmente, nella frenesia dei vaffa e nella denuncia dei “gomblotti”, secondo la logica dei talk show, dove vero e falso spariscono per eccesso di intemperanza linguistica e gestuale.

Questione delicata è la scelta degli obbiettivi. Aurea è la sentenza «non sparare sulla Croce Rossa», perfetto éndoxon aristotelico cui agganciare una pratica di saggezza. Gli oggetti da stroncare ci si guardi bene dallo sceglierli fra i giovani esordienti, presuntuosi o timidi che siano (se non per gratificarli con una segnalazione camuffata da attacco), ma ancor meno fra i miti in declino, troppo facili da scalciare nell’arco discendente della loro carriera.

Basta la dimensione del tweet per sbeffeggiare fra sodali le castronerie di Gelmini e Giovanardi, o che, vogliamo metterci davvero a confutare sul piano culturale Marcello Veneziani o Fabio Volo, Gigi Marzullo o Michela Marzano? Per quello ci stanno già le rubriche di critica televisiva e l’Amaca di Michele Serra. Il servo encomio non va sostituito con il codardo oltraggio.

Il livello minimo (per quanto davvero minimo) dovrebbe abbracciare la Repubblica delle idee e i sussiegosi editoriali del Corsera piuttosto che Libero, i santoni farlocchi dell’infotainment mica le risse fra poveracci della Gabbia, le psico-avventure inter-generazionali di Telemaco più che le sirene grullesche. Bisogna occupare la soglia dove si incrociano la banalità mediatica con le strategie del potere (provinciale) vero, dove il male si porge nelle fattezze del bene, la violenza si trucca da persuasione, il discount simula il brand. Vaste programme, ci rendiamo conto. In tempi di caccia ai gufi, però, un filo di utopia non guasta.

 

Come ho letto la poesia di Leonard Cohen – un abbozzo

Damiano Abeni

 With three parameters, I can fit an elephant.
Lord Kelvin

What is the nature of an experimental action?
It is simply an action the outcome of which is not foreseen.
John Cage

 

 La base di ogni attività è la misurazione.

La misurazione, indipendentemente dallo strumento impiegato e dal suo grado di precisione – ad esempio, dall’occhio al microscopio elettronico –, non è altro che un esercizio di rappresentazione di una realtà che si cerca di conoscere.

Una misurazione esatta è impossibile. Anche nel caso più semplice, ad esempio la misurazione di una lunghezza, tra un millimetro e l’altro – come tra ogni numero e qualsiasi altro – esistono infinite frazioni di millimetro e la probabilità che noi misuriamo esattamente quella lunghezza è uno fratto infinito. Per definizione: zero.

Ciò nonostante, sulla base di misurazioni più o meno imprecise, si prendono decisioni (pensate a quando attraversate una strada).

Misurazioni ottenute con buona approssimazione ci mettono in condizione di prendere buone o cattive decisioni. Sulla base di misurazioni ottenute con cattiva approssimazione è raro prendere buone decisioni.

*

Nello Zibaldone, citando Pindemonte, il 13 settembre 1831 Leopardi scrive che le parole sono “non la veste, ma il corpo de’ pensieri”. È quindi lavorando sulle parole e sui componenti delle parole, e sul sistema di relazione tra le parole e i componenti delle parole che si può approssimare la conoscenza del corpo della poesia.

Il parametro visivo è il primo che ispezioniamo, dal quale raccogliamo indizi, o prove.

La macrostruttura è di solito facile da individuare: forme codificate, strofe, rime, numero di sillabe e accenti, ripetizioni, anafore, ecc.

Poi è utile stilare regesti: una concordanza delle singole lettere (quante a, e, i,… quante b, c, d, ecc.), una conta delle vocali accentate e delle sillabe implicate/libere (da cui dipende la durata della vocale accentata: note vs. notte), e così via.

Quindi si passa a classificare vocali (incrociando le classi anteriore, centrale, posteriore con le caratteristiche chiusa, semichiusa, semiaperta, aperta) e consonanti (polmoniche e non polmoniche, e poi via via occlusive, nasali, ecc, da incrociare con bilabiali, labiodentali ecc….).

A questo punto si comincia a studiare la relazione tra le parti.

È utile copiare a mano libera la poesia da tradurre.

Utile anche battere a macchina (ormai, al computer) la poesia: prima lentamente e poi il più rapidamente possibile – senza pensare minimamente a quello che si sta scrivendo, ma cercando di percepire dove e con che frequenza vanno a cadere i polpastrelli.

Poi si passa al colore (Dylan Thomas: the colour of saying): su una fotocopia ingrandita, con matite colorate si evidenzia tutto quello che si è visto ai passi precedenti, e si tracciano linee e simboli che fanno risaltare le relazioni tra le parti. A colore uguale corrisponde rima uguale, assonanza uguale, allitterazione, ritorni di consonanti dentali, velari, ecc. Guardare la poesia colorata da una certa distanza, senza che si possano leggere le parole, dà una buona idea del colore di quel dire.

Il secondo paramentro è quello sonoro, e ovviamente discende dal primo.

Il suono ha quattro caratteristiche: altezza, timbro, intensità e durata. La durata comprende sia il suono che il silenzio.

La poesia va letta ad alta voce. Va letta più volte, sforzandosi di leggerla in modi diversi: questo è importante. Le letture andrebbero registrate e riascoltate. Per imparare a leggere “in modi diversi” è fondamentale ascoltare le due registrazioni delle Variazioni Goldberg di Glenn Gould. Ma è utile anche ascoltare canzonette pop in varie versioni (Knocking on Heaven’s Door, da Bob Dylan – le innumerevoli versioni di Dylan – fino ai Leningrad Cowboys, per esempio).

Senza lettura ad alta voce è impossibile misurare l’intonazione, la cadenza, lo sviluppo armonico delle parti e del testo nel suo complesso.

Aiuta sentire la poesia letta dall’autore/autrice, ma non è essenziale. A volte lo è, raramente.

Le letture di attori/attrici sono in genere da evitare, se non per il fatto che possono fornire ottimi esempi di cose da evitare.

Il parametro ctonio è, per definizione, il meno definibile.

Corrisponde a quello che i musicisti chiamano pulse, l’impulso e l’eco che sottende la parte più direttamente percepibile di ritmo e armonia. È la voce dell’universo di ogni singola poesia, raccolta di poesia, opera poetica di un autore.

Spesso è ciò che colpisce per primo, sempre è ciò che si misura per ultimo, se mai ci si riesce.

Qui c’è bisogno di più ricerca sistematica. Ma siamo arrivati a misurare cose apparentemente indefinibili come la temperatura, l’ansia e la depressione…

*

A un certo punto si traduce. Allora va letta la traduzione, va “misurata” secondo gli stessi parametri e con gli stessi strumenti dell’originale.

Funziona?

Il processo di misurazione andrà ripetuto sulla traduzione, o anche sull’originale, fino ad arrivare a rispondere “più o meno funziona”.

*

Tutto ciò dà per scontato che le parole abbiano un significato, e che il significato sia almeno in parte condiviso. Insomma che bianco e nero, destra e sinistra non siano sinonimi, o comunque non mutualmente interscambiabili senza conseguenze.

In un paese in cui la gente chiaramente non capisce la differenza tra “entrata” e “uscita” (sui mezzi pubblici, ad esempio), e continua a votare come vota, mi sono sentito in dovere di dirlo.

*

Così le poesie di Leonard Cohen sono finite in mano a un giudice e a un epidemiologo. Figure professionali che devono avere a che fare con la realtà, anzi con la rappresentazione della realtà sulla base della quale si devono poi prendere decisioni.

Certo, il processo descritto qui sopra non è stato ripetuto meticolosamente su ogni pagina per circa millequattrocento pagine, nei dieci anni in cui sono usciti i sei libri di Cohen pubblicati da Minimum Fax.

Ma voi, ogni volta che attraversate la strada, prendete in considerazione esattamente la larghezza della sede stradale, la velocità delle auto che si avvicinano, la vostra velocità, lo stato dell’asfalto, il tipo di scarpe che portate, le condizioni metereologiche, l’illuminazione… ?

Questo testo è la rielaborazione dell'intervento che Damiano Abeni ha tenuto sabato 10 maggio alle 15.30 al Salone del libro di Torino nell'ambito del ciclo di incontri sulla traduzione editoriale L'autore invisibile. Il programma completo del ciclo, curato da Ilide Carmignani, si può consultare alla pagina Facebook https://www.facebook.com/AutoreInvisibile

Pubblichiamo qui di seguito il Prologo con cui a sorpresa si chiude il volume Caos, pendole, cocomeri (L'Obliquo 2014), che contiene alcuni dei moltissimi testi tradotti da Damiano Abeni nella sua quarantennale attività.

PROLOGO

Rivendico drasticamente l’atipia
lentissimamente imparata
della mia minore magia,
poesia in forma data
e significato chiuso. Non esiste
in italiano nulla come i miei originali:
l’eccellenza del poeta consiste
nel cogliere opportunità singolari
nel proprio linguaggio.
Tecnica, sogno, fortuna, coraggio
e giustezza di mano
sul foglio non vanno lontano
se dal vedere non si sale al percepire,
dal sopravvivere al vivere, che è dire.

Amazon, un altro grande errore a sinistra?

Franco La Cecla

Nel numero del 17 Febbraio del New Yorker c'è un articolo di 14 pagine su Amazon. Un attacco ben mirato e documentatissimo al colosso delle vendite online e al suo comportamento nei confronti dell'editoria e degli autori. Ne vien fuori un ritratto spietato. Sull'onda della democrazia dei libri e dei diritti dei consumatori, Amazon ha monopolizzato un settore di cui per altro le interessa ben poco, visto che fa i suoi maggiori profitti in altri prodotti dai pannolini agli accessori per la casa alle macchine fotografiche e quasi tutto si può trovare in un grande magazzino.

Nonostante la minima percentuale dei profitti in libri la sua strategia è stata quella di strangolare con condizioni capestro grandi e piccoli editori, di ridurre alla fame e alla chiusura migliaia di librerie, e di abbassare il compenso generale degli autori a una miseranda propina. In più l'algoritmo di Amazon ha sostituito ai critici e agli esperti di libri semplici maccanismi di marketing,fino a ridurre il libro a un prodotto come i pannolini. Nessun problema di contenuto. Perfino qualdo ha cercato di sostituirsi agli editori diventando editore, Amazon ha prodotto libri di scarsissimo contenuto culturale e per altro fallimentari nelle vendite.

Nell'articolo questa strategia è testimoniata da moltisime dichiarazioni ufficiali da parte dei dirigenti di Amazon, nelle quali dicono di voler spazzare via gli editori e le loro logiche antiquate. Ovviamente per il bene dei cittadini e dei consumatori. La stessa solfa di Google che ha distrutto l'industria musicale e portato alla fame centinaia di migliaia di musicisti con la scusa dell'open source e dell'accesso libero alla musica. iTunes non è stato da meno.

Il risultato è che nel populismo e nell'anarchismo capitalista dei nerd che dirigono i social network, essi si comportano come agenti di una dogana che fa il pizzo su contenuti prodotti da altri. Facendo finta di fare un favore alla democrazia. Come se la democrazia non fosse invece permettere di sopravvivere agli artisti, ai musicisti e agli scrittori, ai librai, a quelli che fanno cd, alle orchestre. Ai creativi e in genere a coloro che la cultura la producono e non la riciclano solamente. È interessante che dal centro dell'impero finalmente arrivi lo svelamento della vera natura di alcuni social network.