Ida e le altre

Ida Faré, fotografia di Paola Mattioli

Francesca Pasini

A Milano, rispettivamente alla Triennale, all’Hangar Bicocca, alla Quarta Vetrina della Libreria delle donne, le artiste Haegue Yang (Seoul, 1971, vive a Berlino), Leonor Antunes (Lisbona, 1972, vive a Berlino), Paola Anziché (Milano 1975, vive a Torino), puntano gli occhi sul costruire e abitare delle donne.

Una coincidenza che mi fa pensare a Ida Farè. Al Politecnico di Milano dalla metà degli anni ’80 ha dato vita al Gruppo Vanda, per “osare pensare la città femmina”. Sono nate tesi di laurea, corsi accademici e un ricchissimo circuito di riflessione sui “modi di abitare la città” da parte delle pioniere e di quelle che studiavano per diventare architette.

Ha portato il suo pensiero nel dibattitto femminista: al circolo Cicip & Ciciap e alla Liberia delle donne di Milano. Qui nel 2013 ha inventato il ciclo di conferenze filosofiche, abbinate a un aperitivo, Cibo dell’anima, Cibo del corpo. Nel 2001 aveva, infatti, creato il Gruppo Estia (l’antica dea del focolare) col quale accompagnava presentazioni, discussioni, incontri, preparando una cena. Una pratica diretta del suo pensiero che situa la cultura materiale all’interno delle relazioni intellettuali, politiche, affettive in accordo e non in contrasto con la cura del quotidiano.

Il suo insegnamento e le sue ricerche sono un’opera d’arte che acquista colori e visioni nella relazione con parole, cibi, pensieri, persone. La collego alle opere di Antunes, Yang, Anziché, inaugurate a Milano un mese dopo la sua morte, avvenuta l’8 agosto scorso.

In un suo libro molto famoso, Mara e le altre, aveva raccolto le esperienze di alcune partecipanti alla lotta armata, intercettando la differenza femminile anche in un territorio così plasmato sull’universo maschile come la presa delle armi.

Voglio intitolare questo scritto, Ida e le altre, per dar conto della sua germinale ricerca sulle donne, l’architettura, l’arte, che come un battito d’ali di una farfalla, a distanza di tempi e luoghi, appare in artiste che non l’hanno incontrata, non conoscono i suoi testi, ma hanno in comune la relazione con le altre.

Leonor Antunes dedica la sua mostra a Franca Helg, fondatrice con il marito Franco del famoso Studio Albini, tant’è che intitola la mostra e alcune opere, Last Days in Galliate, in ricordo della casa costruita da Helg per i genitori, dove è vissuta negli ultimi anni della sua vita.

Leonor Antunes, alterated combing form, 2017-18

Antunes s’ispira ad architette, designers, artiste del secolo scorso, di cui elabora particolari di oggetti e progetti, traducendoli in sculture indipendenti che, attraverso la frammentarietà diventano simbolo del ricordo. Molte hanno come titolo il nome stesso della progettista. Franca, è un piccolo insieme di sculture sospese, estrapolate dalle curve della gamba di un tavolino e dai ganci di un appendiabiti, realizzati da Helg nel 1955 e 1959. Ingranditi perdono funzionalità ed entrano in un altro territorio, come avviene con le parole di un romanzo o di una poesia che, spesso, producono altri scritti. Clara è una serie di sculture di legno e corda suggerite dalle sedie che la designer cubana Clara Parset, realizzò negli anni ‘40/’50. All’ingresso, gli elementi modulari in ottone verniciato nero, oro, verde, ocra, bianco, Altered climbing form, 2017-18, sono ispirati Mary Martin, artista del Costruttivismo britannico. Altered knot, 2018, un intreccio sospeso in cuoio e corda, è dedicato ai disegni di Anni Albers della fine degli anni ’40. La scultura Discrepancies with villa Sundin, 2016 è un’inventiva sintesi dell’edificio costruito nel 1956 da Greta Magnussen Grossman, una delle personalità fondatrici dei principi del Modernismo.

Haegue Yang con una barriera di fili di cotone rossi (134,9 m3, 2000/18), tesi a 10 cm di distanza l’uno dall’altro e leggermente declinanti, blocca un angolo di una stanza della Triennale. Sulla parete, altrettante linee tracciate in gesso rosso (81m2, 2002/18) creano un effetto specchio. E’ immediato pensare agli stop che attraversano le diagonali della vita, creando l’illusione di non doverli affrontare. Così Haegue Yang introduce la fluidità imprescindibile delle case, e mi fa venire in mente le innumerevoli variazioni che Ida Farè ha colto spostando lo sguardo dalla staticità dell’architettura, anch’essa ritenuta imprescindibile, al sistema di competenze diverse che si agiscono nella casa. «Nella produzione di un bene ci sono competenze diverse, ma sono poste in un ordine prevedibile, nell’intelligenza domestica, invece, c’è sempre l’imprevisto che può capovolgere l’ordine dei fattori e richiede doti di invenzione e un equilibrio variabile. Mi riporta al bricolage del possibile che i biologi dicono sia seguito dalla natura, che agisce e cresce secondo gli elementi che si trova a disposizione». (Una città, n.53, ottobre ’96).

Con Cittadella (2011), Yang, “camminando sul filo del rasoio”, come dichiara nel titolo della mostra, Tightrope Walking and Its Wordless Shadow, sposta lo sguardo dall’aspirazione durevole dell’architettura al “bricolage” e costruisce con tende veneziane, un imponente edificio trasparente, pieno di luci e di profumi, in cui si entra e si “abita”. Una straordinaria casa transitoria che normalmente abbiniamo alle civiltà archetipiche, nomadiche, come tende, capanne, tettoie, e anche al comportamento di costruzione quotidiana con mobili di famiglia, oggetti, vestiti, libri. Anche gli odori e i profumi richiamano alle competenze dell’abitare.

Mi viene in mente Anna Achmatova che di fronte a un’opera nuova, diceva: «ero lì, lì, per farlo anch’io». E allora perché non vedere nelle veneziane di Yang quell’architettura personale che ognuno crea con i materiali della propria esistenza? Yang è coreana, ma ha studiato a Francoforte e conosce la difficoltà di integrarsi altrove, l’ha trasferita in un testo (A study on How to make Myself Understood, 2000) mescolando varie lingue, che è risultato indecifrabile, un testimone di quelle spinose mediazioni per conoscere se stessa, che riappaiano nello specchio appeso alla parete dalla parte non specchiante (Mirror Series – Back, 2006). Un buio, un’assenza che non si può evitare e per la quale non ci sono mai case appropriate.

Paola Anziché, Materiali, 2018

Paola Anziché crea delle sculture intrecciando lana grezza, juta, carta, hanno forma di gusci o di protuberanze organiche, sospese e trapassate dalla luce alludono all’abitare umano, al suo sviluppo verso il cielo, ma anche a quello animale, larvale che pende dagli alberi.(Materiali, 2018).

L’esplicito accenno al lavoro a maglia, alla tessitura, riporta alla “dote d’invenzione domestica”, di cui parla Ida Farè. Se nella cura l’invenzione è destinata a sparire nell’anonimato delle esigenze di vita, nell’arte indica una storia lunga di competenze femminili: dagli arazzi, agli erbari che hanno contribuito da un lato all’arricchimento della casa, dall’altro allo studio delle scienze naturali. Una competenza sprofondata per secoli nella cancellazione delle autrici effettive a favore dell’artista neutro/maschile. Non si tratta solo di un progressivo emergere delle donne nel campo dell’arte, ma di un’originale interazione tra materiali della vita e figure dell’arte.

Le immaginarie architetture di Paola Anziché indagano il bricolage della natura, per trarne spunto per autonome forme e mantenere in equilibrio le esperienze fatte nelle residenze in Azerbaigian, in Brasile e in altri paesi dove ha scoperto i materiali necessari alla sua “tavolozza” ed anche un passe-partout per entrare in contatto con l’amata maestra brasiliana Lygia Clark.

Anzichè ha studiato a Francoforte negli stessi anni di Yan e forse non è un caso che, pur con visioni molto diverse, tutte e due propongano inediti modi di abitare l’architettura.

Non è una deduzione a posteriori, ma un’intuizione che mi fa mettere insieme due eventi: la morte di Ida e la necessità di ricordarla al presente. Il presente, per me, è l’arte e l’innovazione che le artiste, tutte non solo quelle che cito, hanno impresso. Sono esperienze che creano figure per donne e uomini. Anche le case sono abitate da donne e uomini, anche la vita è fatta di donne e uomini. Fino a pochi decenni fa, però, si pensava al costruttore, all’artista, allo scrittore come un neutro maschile. Ora le donne, insegnano, creano, scrivono, costruiscono e tramandano così il loro sentire. In queste mostre si sente un forte un accento di differenza e la decisione di riannodare i fili con quelle che le hanno precedute.

Ida artista immateriale, ha portato fino in fondo l’idea di un’arte che si attua e si vanifica nella relazione: per questo la abbino alle opere di queste artiste.

Mi hanno fatto capire che il lavoro di Ida è una forma d’arte, che altre lo traducono in figura, altre in scrittura, altre lo vivono in presa diretta, anonima. Senza questa presa diretta potremmo capire l’arte? Spesso l’arte crea figure percettive fluide, perché? Per lasciare aperta la porta a chi guarda.

Forse può sembrare romantico dire che la vita è per tutti e per tutte un’opera d’arte, e non è neanche vero. Credo però, che tutti e tutte quelle che hanno scelto, e sceglieranno di indagare se stesse attraverso le relazioni affettive, culturali, politiche e i conflitti che ne derivano, creano opere cruciali per l’esistenza. A volte prendono la forma visibile dell’arte, a volte appartengono al bagaglio interno e la loro visibilità non è materiale, ma percettiva, si realizza solo nello scambio tra sé e l’altro/a. Senza osservatori, osservatrici, lettori e lettrici non ci sarebbe questa trasmissione che distingue l’opera di uomini e donne, dalla creatività naturale di piante e animali. Noi riconosciamo la nostra immagine attraverso le opere che compiamo, gli animali, le piante non sembra, almeno così si dice.

La vita di Ida dopo la morte del figlio è stata una quotidiana creazione dentro di sé, nascosta alla visione, (come lo specchio di Yang) ma espressa nel progetto di una cucina reale e simbolica, che teneva insieme attività culturale, politica e quotidianità. E la quotidianità è spesso invisibile. Lei non si mostrava, ma accompagnava le sue cene con bellissimi menù scritti a mano. L’arte ha la capacità di rendere visibile la quotidianità attraverso immagini e parole, Ida l’ha fatto con il nutrimento di tutte e tutti coloro che venivano in Libreria per parlare di libri, di politica, di arte. Un gesto molto radicale che dà valore allo scambio culturale anche quando succede nel privato o in chi non è addetto ai lavori. Il cibo, in chi lo cucina e chi lo mangia, produce piacere e conoscenza in quanto relazione essenziale alla vita. Valga per tutti Il pranzo di Babette di Karen Blixen.

All’inizio quando dico che volevo intitolare questo scritto Ida e le altre, pensavo al suo libro e a una coincidenza specifica, le tre mostre oggi presenti a Milano, ma le altre sono ovunque.

Come scrive Lia Cigarini (Sottosopra, settembre 2018). «Dopo mezzo secolo di lavoro politico sia pratico che teorico, il movimento Me Too è arrivato a rompere il contratto tra uomini per regolare il loro accesso sessuale alle donne. A me non pare un tempo così lungo, se si tiene conto che le donne disposte a parlare, superando fastidi anche gravi e paure interne, hanno dovuto acquisire credibilità e autorità per essere ascoltate. Nel caso del Me Too è stata vinta finalmente la battaglia della narrazione femminile su quella maschile, battaglia che può fare da spartiacque nella storia del femminismo».

Le altre, tutte, che le conosca personalmente o no, mi fanno leggere l’arte come un territorio dove intercettare relazioni con donne e uomini, e non con un artista neutro/maschile. Anche questo è stato un sopruso che, per secoli, ha impedito alle donne di scrivere, dipingere liberamente, ritenendolo un’irrilevante stranezza, destinata a sparire col tempo. E invece no. Le opere delle donne hanno resistito. Dal baule di Emily Dickinson a quelle di tante altre, continuano a ripresentarsi nell’arte, nella scienza, nella letteratura, nella filosofia. Perché, come scrive Rebecca Solnit (Gli uomini mi spiegano le cose – Ponte alle Grazie, 2018), «Esiste una controcritica che cerca di ampliare l’opera d’arte, creando legami, spalancando significati, aprendo possibilità. Una bella critica può liberare un’opera d’arte che così potrà essere vista nella sua interezza, restare viva, intrattenere un dialogo senza fine che continui a nutrire l’immaginazione».

Questo nutrimento l’ho avuto anche dall’opera d’arte immateriale di Ida Farè, che mi ha fatto immaginare imprevedibili modi di abitare, smarrirsi, riemergere giocando le competenze della cura insieme all’intuizione teorica.

Haegue Yang, Tightrope Walking and Its Wordless Shadow, a cura di Bruna Roccasalva

Fondazione Furla e Triennale Milano, 7 settembre - 4 novembre 2018

Leonor Antunes, the last days in Galliate, a cura di Roberta Tenconi

Hangar Bicocca, Milano 14 settembre - 13 gennaio

Paola Anziché, Materiali, a cura di Quarta Vetrina

Libreria delle donne di Milano, 12 settembre - 5 ottobre 2018

Un focolare come antidoto alla morte

Letizia Paolozzi

cookingRaccontare una storia tristissima. So che si può ma non so come e sono venticinque anni che ci penso”. Inizia così Troppo sale Un addio con ricette” di Stefania Giannotti, rendiconto di una terribile sottrazione, quella del figlio, ragazzo diciassettenne che “faceva domande alla madre per diventare grande”.

Ma grande non lo è diventato.

Il libro scava nella presenza e dell’assenza, nella fisicità e nel vuoto attraverso una storia segnata dal lutto e tuttavia immersa nella materialità delle cose. Non di bizzarria si tratta giacché, al fondo, quando si scrive, sempre di vita si sta parlando. “Perdo te e mi resta soltanto il mondo. Perdo te, amore vivo compiuto reale finito e non posso averne un altro, solo l’infinito mi resta….Hanno strappato dal mio cuore l’adolescente e hanno piantato al suo posto l’adolescenza”.

Il filo di una esistenza breve, ardente, tagliato di netto. Da chi? Non saprai mai se da un dio troppo distante, dalla fatalità, dal mare. Certo, la tragedia personale ti si precipita addosso. Può cambiarti; farti perdere il gusto di vivere. Oppure spingerti – magari contemporaneamente - ad andare avanti: “E così da quando te ne si andato ragazzo mio, mi è difficile distinguere, in questo procedere, tra vita e morte. Hai visto? L’ho chiamato procedere perché faccio fatica a dire vivere, ma lo è. E non mi è più facile dire morire”.

L’autrice, una bella signora, dotata della qualità di saper ascoltare con attenzione le voci delle altre, degli altri, da quel 25 agosto del 1990 continua a interrogarsi su un sentimento – l’amore - che non si da mai in assenza di rischi. Quei rischi sono imprevedibili. Perciò ignoriamo i giorni che mancano o, al contrario, quelli che restano al momento della catastrofe. Impossibile intuire l’ultima volta per quel bacio leggero, per la carezza distratta lanciata nell’aria.

In Troppo sale riconosciamo l’intrusione di un avvenimento assolutamente estraneo alle circostanze della vita e privo di qualsiasi relazione con esse: d’altronde, la morte è impossibile da addomesticare in modo da renderla confortevole.

Eppure succede e questa è la straordinarietà della situazione, che “la natura morta o vita ferma” si animi quando la realtà riprende forza. Anzi, ruba alla nuda precarietà chi - una madre – supponeva di possedere ormai soltanto lacrime. “Non ho inveito contro di te e neppure contro un dio che non conoscevo, e ora un po’ meglio. Non ho trovato il tempo di giudicarlo. Il pianto non è diventato lamento”.

Non è diventato lamento il pianto grazie a “mille stratagemmi”, fondanti e centrali: un luogo come il CiCip&CiCiap, circolo politico dove le donne intessevano relazioni; la Libreria delle donne di Milano che per Stefania Giannotti ha rappresentato l’incontro con una libertà non solo individuale bensì “valore imprescindibile del femminismo”. Vedete bene quanto sia incommensurabilmente importante quel “campo relazionale”, l’intreccio di legami e rapporti e voci che impedisce di soccombere.

Ma se tutto questo ha funzionato e funziona “è anche per via della cucina alle sue spalle”.

Perché sì, il nutrimento si rivela capace di riparare la morte “per procedere nella vita quando si fa troppo salata”. La cucina garantisce accoglienza; soddisfa bisogni rinviando all’orizzonte del bene comune. Non sempre, evidentemente. Non dove il cibo è merce, eccesso di dolce, salato, amaro, disinteresse per la preparazione, trappola per allocchi in vena dispendiosa.

Il piccolo gruppo femminile nel quale si muove Stefania “si alterna o collabora ai fornelli” di un universo insieme privato e pubblico (la Libreria delle donne, appunto). Un universo nel quale la cura del cibo e la produzione d’intuizioni politiche procedono appaiate. Lì ci si mette in connessione con storie, memorie, culture per aiutare la convivialità. La cucina, oltre a essere un piacere, riesce a essere una risposta sommessa alle preoccupazioni della crisi economica, alle difficoltà sociali.

Nessuno chef che cammini sottobraccio ai media ma cinque donne che hanno preso il nome di Estia dalla dea del focolare, risoluta nell’abbandonare la tavola dell’Olimpo per scendere tra gli uomini.

Un gruppo depositario di competenze antiche, tramandate, ricreate come dimostra la “Pausa cucina” inserita nel testo.

Una pausa vera che placa la tensione grazie alle ricette ispirate dalle nonne, accumulate in ambito famigliare, raccolte inseguendo l’infinita immaginazione delle regioni italiane, oppure riadattando il ricettario di Apicio (primo secolo d.C.) e quello rinascimentale.

Alla Libreria delle donne si replica e si innova. Servono gli utensili, le materie prime, gli ingredienti scelti e, in Troppo sale, la scrittura impone il sapore. Sono frasi concatenate, acciuffate per riprendere slancio e poi immergersi in un ritmo improvvisato. Spesso, l’autrice usa la prima persona singolare: “Aggiungo, unisco, tagliuzzo, impasto” invece della seconda persona plurale che impone: “Dosate, diluite, sbattete”.

Linguaggio prezioso di un libro dolente che pure mostra la possibilità di tenere in vita un ragazzo scomparso. Attraverso il nutrimento delle parole.

Stefania Giannotti
Troppo sale Un addio con ricette
Feltrinelli 2017
pp. 182 euro 16

lampadUn luogo di confronto, una rete di intervento culturale per costruire il futuro. Vi aspettiamo!

Entra nel cantiere di Alfabeta2

Libreria delle donne, la quarta vetrina

mariaManuela Gandini

Quindici anni fa la libreria delle donne di Milano si trasferisce da via Dogana a via Pietro Calvi. La sede, che aveva già macinato allora 25 anni di storia femminista, continua a essere luogo politico di incontri e relazioni intessute di arte poesia letteratura discussione. Corrado Levi, artista e scrittore tra i fondatori del F.U.O.R.I., nel 2001 inventa la Quarta vetrina per la libreria, cioè una vetrina dedicata all’arte, coordinata da Donatella Franchi e curata da lui. Il luogo, vivace e colorato, accogliente, con comode poltrone per le conferenze alle quali seguono succulente cene, è pieno di energia relazionale. In questo clima, per il quarantesimo anniversario della libreria che cade il 7 novembre, si è inaugurato un nuovo ciclo di mostre in vetrina curate da Francesca Pasini. La prima è di Marta Dell’Angelo.

Nella quarta vetrina, una selva di braccia femminili si alza verso il cielo come a reggere un architrave. L’opera s’intitola Cariatidi, (2007). «Queste cariatidi non sono isolate e non sostengono nulla – spiega la curatrice – ma hanno lo slancio delle braccia verso l’alto, uno sforzo verso un’idea di libertà». Nella pratica artistica di Dell’Angelo, la relazione con il contesto, ossia gli abitanti di un quartiere o di una comunità, è il fondamento dal quale nascono insiemi di forme. L’artista ha chiesto a donne di quindici etnie diverse e di età variabili di posare per lei a braccia nude e tutte hanno accettato di far parte dell’opera. «I lavori – ha dichiarato l’artista – nascono da soli anche un po’ per caso. La costante visibile nel tempo sono gli oggetti e come li muovo nello spazio. E la caratteristica è “l’ammasso” perché da sole non si fa niente». L’idea di comunità e condivisione, che è alla radice della filosofia della libreria, è quella che caratterizza il lavoro di Dell’Angelo che elabora intrecci e contrappone gioiosità alla palude dei rapporti sociali ordinari. Le braccia sode e ben tornite delle donne, che mostrano la trama della loro pelle e – come ha osservato qualcuno dal pubblico – fanno intuire anche il sudore, sono il sostegno del cielo, forme mobili e dinamiche. L’artista, che in questo caso ha usato la fotografia e il collage, dipinge soprattutto donne, corpi nudi di donne, opere che parlano di amicizia come quella che ritrae due amiche accovacciate mentre, giù i pantaloni, fanno pipì per terra. Predilige il corpo femminile perché «quello delle donne è senza peli e senza ombre e meglio si presta all’astrazione, mentre il corpo maschile, con la presenza della peluria diffusa, non permette alla luce di scivolare sulle forme».

Oltre agli incontri con le singole artiste e la curatrice in programma per l’inaugurazione di ogni mostra a cadenza mensile, verrà prodotta una stampa dell’opera della quarta vetrina in dieci copie, come quando Luisa Muraro, Lia Cigarini e Corrado Levi, chiesero a Lea Vergine, nel 1975, di presentare una cartella di artiste donne. Ricorda la critica: «Rimango un po’ perplessa, scrivendo per la prima volta su nove artiste insieme, tra le quali Carla Accardi, Dadamaino, Amalia del Ponte, ma comincio a prender coscienza di separazioni terrificanti…». Così, poco dopo, decide «di vedere come si sono comportate le artiste che, all’interno dei gruppi d’avanguardia, avevano uno spazio parallelo e non erano mimetiche nei riguardi dei compagni». È il periodo nel quale l’arte diventa dispositivo di lotta e il proprio corpo il terreno di indagine. La marginalità dell’universo femminile è la marginalità di tutte le fasce deboli. Le donne artiste in quel momento trovano forza e senso nella ribellione: da un lato il corpo è divenire artistico, dall’altro è il luogo della battaglia e della rivendicazione. I cinquant’anni di presenza femminile nell’arte, contro i duemila di presenza maschile, hanno imposto la necessità di non pensarsi più neutre ma con la propria identificazione di genere.

Qual è oggi la vocazione di un luogo come la libreria delle donne? «Non c’è più l’energia politica collettiva – conclude Pasini –, qui non vieni per ribellarti ma perché c’è il supporto culturale per creare riflessioni e questo aiuta anche nell’interpretazione dell’arte. Cosa si può fare insieme? Ora la libreria è aperta anche agli uomini». Le prossime due mostre in programma sono di Alice Cattaneo (dicembre) e Concetta Modica (gennaio).

Marta Dell’Angelo

Cariatidi

Quarta Vetrina, Libreria delle Donne, Milano, sino al 9 dicembre