Buon Natale!

Juan Domingo Sánchez Estop

Molto prima che il cristianesimo diventasse la religione ufficiale dell'impero romano, le date che oggi corrispondono al Natale erano quelle di una delle più importanti feste romane: i Saturnali. I Saturnali celebravano la fine del lavoro nei campi e il riposo invernale dei contadini. In questi giorni gli schiavi godevano di una relativa libertà e si celebrava anche la fine dei giorni più corti dell'anno, l'inizio di un nuovo ciclo. Il cristianesimo recuperò queste date e in particolare quella del 25 dicembre (giorno del Sol Invictus o di Helios secondo il culto mitraico) per festeggiare la nascita di Gesù. Il cristianesimo quindi situò la nascita di Gesù negli stessi giorni in cui gli schiavi potevano godere di una certa libertà e sperare in una liberazione definitiva simboleggiata dal berretto frigio del dio Mitra.

La chiesa celebra in questi giorni la nascita di un uomo restio a farsi assimilare da qualsiasi potere. L'insegnamento del Nazareno, che riprende alla lettera il messaggio rivoluzionario dei profeti, stona in effetti con un'istituzione convertitasi molto presto in un centro di potere a giustificazione di tutti i poteri terreni e di ogni sfruttamento. Sorprende che si predichi il vangelo all'interno di un'istituzione di questo tipo, così come stupisce la pubblicazione di Stato e Rivoluzione di Lenin nell'URSS di Stalin. In tutte e due i casi un messaggio contrario all'ordine esistente finisce per essere neutralizzato dalla sua ripetizione rituale all'interno delle liturgie ufficiali.

Vale la pena allora fare uno sforzo per riscoprire l'autentico messaggio di Gesù – e quello di Lenin – al di là delle mistificazioni. Gesù non è il predicatore di un'obbedienza basata sul terrore, predica invece un'obbedienza libera basata sulla speranza o sulla ragione. E non predica un'obbedienza cieca, ma un'obbedienza alla legge che coincide con la giustizia e la carità. Il messaggio messianico di Cristo - che la Chiesa ha dimenticato - vuole fondare l'obbedienza alla legge su una preliminare assunzione della dimensione del comune. Nessuno prima di Louis Blanc e del Marx della Critica al programma di Gotha aveva detto con tanta chiarezza in cosa potesse consistere una società in cui l'accesso alla ricchezza fosse separata dalla proprietà e dal lavoro, una società comunista. L'idea di «carità» («gratuità»: charis in greco è la grazia, ed è propria della grazia la gratuità) coincide esattamente con un accesso ai beni di questo mondo indipendentemente dai titoli giuridici di proprietà e dalla subordinazione a un ordine del lavoro:

Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede?

Non preoccupatevi dunque dicendo: "Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?". Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena [Matteo, 6:25]

Gesù chiama a condividere, ad abbandonare la proprietà, a non preoccuparsi per l'economia e a credere piuttosto nella libera capacità produttiva del comune e della comunità: Vendi tutto quello che hai, distribuiscilo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli; e vieni! Seguimi [Luca, 18:22]

Andy Warhol, The Last Supper (1986)
Andy Warhol, The Last Supper (1986)

In termini moderni si direbbe: Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni. I veri discepoli del figlio del falegname non sono i grandi prelati né i potenti, ma i comunisti e gli atei. I comunisti in quanto difensori non degli orrori del socialismo di Stato, ma del regime del comune fondato sulla giustizia e la carità , ovvero una giustizia fondata non sulla proprietà ma sul libero accesso al comune.

E gli atei dicevamo, ma anche in questo caso gli atei veri, quindi non quelli che difendono un'atroce religione della Storia, dello Stato o qualsiasi altro incubo. I veri atei sono quelli che non credono nella provvidenza, né in un ordine dell'Universo, ma nella gratuità e nell'aleatorietà della storia e della natura, nella fondamentale aleatorietà del necessario. Tra questi atei della grazia ci sono naturalmente, insieme ai materialisti che rifiutano il principio di ragion sufficiente, i cristiani che propugnano insieme ai teologi della liberazione una «teologia dei predicati» che afferma non che «Dio è amore», ma che «l'amore è Dio», che il figlio dell'uomo è Dio, e che fuori dalla comunità degli uomini, fuori dal regno di questo mondo, non c'è nessun Dio.

Non lasciamo il Natale in mano a quelli che hanno crocifisso Gesù, ai prelati e ai potenti, a quelli che rubano ai poveri. Il Natale non appartiene a loro, ma all'unica comunità in cui credette Gesù, all'unico popolo di Dio che a sua volta è Dio stesso, non il Dio Unico perché la sua divinità è intrinsecamente molteplice ed è l'unica che merita di essere chiamata Dio. Dentro e contro una tradizione cristiana degenerata e corrotta dal potere, festeggiamo la nascita di un grande protagonista della libertà comunista e atea: Gesù di Nazaret.
Buon Natale!

Traduzione di Nicolas Martino

Elogio materialista di papa Francesco

Juan Domingo Sánchez Estop

I gesuiti sono famosi per la loro proverbiale ambiguità, e per questo sono stai spesso visti con diffidenza. Per gli ideologi della Riforma erano gli eredi legittimi di Machiavelli, e Pascal, nelle sue lettere Provinciali, ha fustigato con la sua implacabile ironia la loro doppiezza.

Il lettore di Pascal avrà ben presenti quelle lunghe e ironiche citazioni dai manuali gesuiti per la confessione nei quali si espone la dottrina dell'intenzione. Per la teologia morale dei gesuiti, così come per l'etica spinozista, il senso etico di un'azione è determinato non dai risultati materiali ma dalle intenzioni. Ecco uno degli esempi che Pascal riprende da quei manuali: Se un prete si presenta in pubblico senza tonaca, commette senz'altro peccato mortale, ma se si è tolto la tonaca per non disonorarla, perché magari si sta appartando per fornicare, allora levarsi la veste non è più un peccato mortale.

Se un sacerdote si abbandona alla fornicazione commette peccato mortale, ma se lo fa per soddisfare un suo impulso e non con l'intenzione di offendere Dio, allora non è più un peccato. In breve: avendo un buon confessore gesuita a portata di mano è davvero difficile essere dannati. Perché verrebbe a mancare proprio una volontà esplicita e determinata alla dannazione, per la quale bisognerebbe ubbidire, indipendentemente dalle proprie azioni, a una specie di imperativo categorico del male (malum radicale), che Kant descrive così: «Di conseguenza il principio del male non può trovarsi in un oggetto determinante il libero arbitrio per inclinazione, in un impulso naturale, ma solo in una regola che il libero arbitrio dà a se stesso per l'uso della propria libertà, cioè in una massima».

Questa dottrina che per Pascal, nel suo rigorismo giansenista, è un'attitudine riprovevole e una dottrina mostruosa, è proprio quella che ha permesso alla Compagnia di Gesù di entrare in contatto con le civiltà più diverse e sviluppare quindi, molto prima che nascesse la teologia della liberazione, una pastorale rispettosa delle culture indigene. Esempi di questa pastorale sono le riduzioni gesuite in Paraguay e le missioni del Perù, e anche la straordinaria avventura dei gesuiti eletti mandarini in Cina che furono sul punto di convertire l'impero cinese al cattolicesimo.

L'idea secondo la quale gli atti contano poco e invece è l'intenzione a essere essenziale, si traduce così in una massima politica molto vicina al pensiero di Machiavelli per il quale la tattica deve sempre essere subordinata alla strategia. L'attitudine del gesuita è essenzialmente politica, in accordo al carattere essenzialmente politico della Chiesa cattolica così come inteso da Carl Schmitt. Il gesuita è un politico cristiano che sa, come dice San Paolo, «essere greco tra i greci e ed ebreo tra gli ebrei». Ciò che conta è l'intenzione.

Jorge Bergoglio, papa Francesco, è un gesuita e il gesuitismo è un carattere essenziale del suo pensiero e del suo modo di agire. La dottrina dell'intenzione è presente in ognuna delle sue dichiarazioni, non come ipocrisia, ma come liberazione evangelica, restituzione della realtà umana alla sua naturale innocenza. Così, quando ricorda che non bisogna esagerare l'importanza delle questioni legate alla morale sessuale, e che in questo senso non bisogna tormentarsi troppo, sta subordinando le azioni umane alle intenzioni che le ispirano. È così che può affermare che anche gli atei si posso salvare, se operano con rettitudine e ubbidiscono alla loro coscienza, difendendo in nome del cristianesimo una libertà di pensiero in linea con quella sostenuta da Spinoza nel Trattato teologico-politico.

Queste sono le parole di Papa Francesco nella sua lettera a Scalfari: «Innanzi tutto, mi chiede se il Dio dei cristiani perdona chi non crede e non cerca la fede. Premesso che - ed è la cosa fondamentale - la misericordia di Dio non ha limiti se ci si rivolge a lui con cuore sincero e contrito, la questione per chi non crede in Dio sta nell'obbedire alla propria coscienza. Il peccato, anche per chi non ha la fede, c'è quando si va contro la coscienza. Ascoltare e obbedire ad essa significa, infatti, decidersi di fronte a ciò che viene percepito come bene o come male. E su questa decisione si gioca la bontà o la malvagità del nostro agire».

Il peccato tuttavia esiste, ed esiste nella volontà malvagia di perdersi, nell'assoluta ignoranza dell'altro, in quella incapacità di amare che i teologi della liberazione hanno chiamato «peccato oggettivo». Il peccato oggettivo è il risultato di una volontà malvagia: la miseria politicamente orchestrata, la tortura, l'assassinio di Stato, lo sfruttamento, non possono mai corrispondere all'obbedienza a una legge morale di amore e rispetto dell'altro. Nonostante la grande plasticità del messaggio evangelico, non è che tutto vada bene.

Bergoglio, quando è stato arcivescovo di Buenos Aires, ha avuto a che fare con il generale Videla, è vero, ma un politico parla anche con il diavolo. Questo non significa che condividesse le sue idee, come invece è disgraziatamente successo per altri settori della Chiesa argentina. Bergoglio poteva essere presente ai ricevimenti ufficiali della Giunta militare, ma era sopratutto un assiduo delle baraccopoli e dei quartieri più poveri.

Questo non fa di lui un teologo della liberazione in maniera esplicita, è vero, ma il gesuitismo rimane comunque quell'attitudine che rende possibile una teologia della liberazione. Non ci sono teologi della liberazione dell'Opus Dei, né mai ci saranno, perché l'Opus Dei è fondato sulle azioni, valuta le azioni umane come intrinsecamente buone o cattive senza dare importanza alle intenzioni con le quali sono compiute. L'Opus Dei professa un cristianesimo legalista molto poco cristiano, e vicino piuttosto a quel fariseismo che sottomette la vita al dominio minuzioso delle Legge.

Lo stile pastorale gesuita permette a Papa Francesco di rivolgersi apertamente e direttamente ai più poveri: a Lampedusa, tra i migranti clandestini abbandonati alla loro sorte dallo Stato e da gran parte della sinistra italiana, in Brasile tra gli abitanti delle favelas, e anche a Roma, dove propone che i conventi vuoti diano accoglienza ai rifugiati. «Non sono mai stato di destra», ha detto il Papa, prendendo così le distanze di chi a destra brandisce il cattolicesimo come un'arma. C'è chi dice che queste sono solo parole e gesti, ma le parole e i gesti producono effetti. E li stanno già producendo. Bergoglio sa bene che una Chiesa sostenitrice di un messaggio biopolitico reazionario contro le donne e la libertà sessuale avrebbe i giorni contati. Bisogna davvero farla finita con i confessionali trasformati in «camere di tortura» e gli sciagurati preti pedofili, e tornare ad abbracciare nuovamente il messaggio messianico di un tempo nuovo.

In questo senso Francesco come capo della Chiesa sta riuscendo a riconciliare due caratteristiche di questa secolare istituzione che spesso si sono contrapposte: il messianismo e la capacità di intervento politico. Sono due caratteristiche che la sinistra ha sempre rivendicato a sé, e che oggi ha abbandonato in nome del realismo o dell'intransigenza ideologica. Speriamo di imparare qualcosa dall'attuale magistero della Chiesa, levandoci definitivamente di torno l'equivalente dei preti pedofili e dei farisei, ovvero i sinistri burocrati, i tristi ripetitori di dogmi, e quelli ancora più tristi che celebrano i despoti sanguinari come campioni di libertà.

 Traduzione di Nicolas Martino

Dal numero 33 di alfabeta2 in edicola e in libreria da oggi

Il fascino dell’obbedienza

Collettivo La Boétie

Il vecchio adagio movimentista «chi ha capito e non agisce, allora non ha capito» andrebbe applicato ai lettori del Discorso sulla servitù volontaria. Chi non si sente personalmente tirato in ballo, ingiuriato, accusato dalle parole di Étienne de La Boétie, non ha letto bene le sue pagine o ha scelto di non pagare dazio.

La sua invettiva non lascia infatti margini interpretativi di comodo all'indulgenza autoassolutoria: «O popoli insensati, poveri e infelici, nazioni tenacemente persistenti nel vostro male e incapaci di vedere il vostro bene! […] Colui che vi domina ha forse un potere su di voi che non sia il vostro? Come oserebbe attaccarvi, se voi stessi non foste d'accordo?» Eppure solo pochi tra quanti da mezzo millennio si accostano a questo testo brevissimo e straordinario (militanti, eruditi, filosofi, scienziati politici) evitano la tentazione di chiamarsi fuori; brandendo e deviando quel «voi» - di cui dovrebbero farsi carico in prima persona - contro il bersaglio retorico di turno.

»
»
»Eppure solo pochi tra quanti da mezzo millennio si accostano a questo testo brevissimo e straordinario (militanti, eruditi, filosofi, scienziati politici) evitano la tentazione di chiamarsi fuori; brandendo e deviando quel «voi» - di cui dovrebbero farsi carico in prima persona - contro il bersaglio retorico di turno.

Il libro di Olivieri e Ciaramelli non porrà di certo fine a questa lunga catena di rimozioni, le cui ragioni sono fin troppo evidenti. Alza però di qualche grado il tasso tecnico delle contorsioni necessarie per compierla. Difficile immaginare una dichiarazione d'intenti più esplicita di quella fotografata nella loro copertina: un'ingiunzione a obbedire che si condensa in un gancio sinistro in pieno volto, sferrato - ma serve qualche momento per rendersene conto - dallo stesso lettore che osserva l'immagine.

Negli ultimi anni, man mano che il mito di un po' di “profitto per tutti” (in termini di welfare, sicurezza economica, riconoscimento, beni di consumo) si sbriciolava impietosamente, il sostegno degli svantaggiati al sistema capitalistico è apparso sempre meno spiegabile. Si è così evocata la «servitù volontaria» per decifrare fenomeni di palese autolesionismo: il new management, teso a implicare emotivamente i lavoratori nel loro stesso processo di sfruttamento; le pratiche di cura di sé – alimentari, estetiche, sportive – nelle loro declinazioni più feroci; la distruzione ambientale; l'assoggettamento autonomo a prestiti e mutui; l'ostentata sudditanza a mass media, populismi, berlusconismo.

Gli interpreti, però, hanno letto queste servitù volontarie come «indotte» dall'alto: quasi mai si sono spinti a dire che i soggetti volessero davvero la propria oppressione. Eppure, dove altri sguardi vedevano inerzia e letargo, quest'ipotesi avrebbe permesso di scoprire energia e attività, certo autolesioniste, ma riconvertibili – magari – a fini emancipativi. A questo obiettivo mirano invece Olivieri e Ciaramelli (per i quali «a considerar bene le cose, [...] il modo meno partecipe e meno rispettoso di riferirsi ai comportamenti umani consiste nel vedervi solo l'automatica conseguenza di eventi esterni»). Così, affilati gli strumenti critici con un'analisi rigorosa (anche storico-filologica) del Discorso della servitù volontaria, i due autori si volgono senza scrupoli all'attualità, affrontando le sottomissioni a mafia, disoccupazione, disparità di genere.

È soprattutto sui due piani prefigurati dal termine «depressione» - quello psichico e quello socioeconomico - che la servitù volontaria può a loro avviso parlare alla nostra contemporaneità triste. Patologie depressive e sudditanza politica si rivelano fenomeni affini: fughe dolorose ma rassicuranti dall'azzardo e dall'indeterminatezza di ogni vita libera e aperta all'alterità. Analogamente, sul piano economico, è urgente defatalizzare l'«inevitabilità» della catastrofe economica in atto, smascherando il lato complice del nostro sentirci annientati e immobilizzati: il diffuso sentimento di «impotenza è un modo di interpretare la realtà asservendosi a essa»; un modo apparentemente insensato, ma che in realtà esonera dal dover immaginare un mondo altro.

Manca forse un solo passo all'attualizzazione del testo La Boétie: ed è raffrontare ai gesti dei suoi servi volontari («pali del ladrone che li saccheggia, complici dell'assassino che li uccide e traditori di sé stessi») le nostre infinite pratiche di esclusione e marginalizzazione dei più deboli; violenza domestica, bullismo, stalking, pogrom, piccole persecuzioni quotidiane: versioni moderne di quei meccanismi vittimario-sacrificali su cui da millenni si regge il precario ordine sociale delle collettività umana.

Lungi, con questo, dal reintrodurre linee di demarcazione troppo nette tra buoni e cattivi: ma anzi vedendo in quei gesti il complessivo e assurdo rivolgersi della società contro se stessa. Coglieremmo allora appieno «la verità che – secondo gli autori – siamo tutti convocati ad ascoltare» da La Boétie: e cioè che non esiste potere al di fuori del sostegno attivo dei dominati, ma che - proprio per questo - «per essere liberi basta solo volerlo».

Fabio Ciaramelli, Ugo Maria Olivieri
Il fascino dell'obbedienza
Servitù volontaria e società depressa
Mimesis (2013), pp.132

Leggi anche:
Nicolas Martino, L'anarchia selvaggia
«Si chiama Stato il più gelido di tutti i gelidi mostri. Esso è gelido anche quando mente; e questa menzogna gli striscia fuori di bocca: "Io, lo Stato, sono il popolo"»... [leggi]

«Si chiama Stato il più gelido di tutti i gelidi mostri. Esso è gelido anche quando mente; e questa menzogna gli striscia fuori di bocca: “Io, lo Stato, sono il popolo”». - See more at: https://www.alfabeta2.it/2013/05/08/lanarchia-selvaggia/#sthash.E6RTqkDP.dpuf
«Si chiama Stato il più gelido di tutti i gelidi mostri. Esso è gelido anche quando mente; e questa menzogna gli striscia fuori di bocca: “Io, lo Stato, sono il popolo”». - See more at: https://www.alfabeta2.it/2013/05/08/lanarchia-selvaggia/#sthash.E6RTqkDP.dpuf
«Si chiama Stato il più gelido di tutti i gelidi mostri. Esso è gelido anche quando mente; e questa menzogna gli striscia fuori di bocca: “Io, lo Stato, sono il popolo”». - See more at: https://www.alfabeta2.it/2013/05/08/lanarchia-selvaggia/#sthash.E6RTqkDP.dpuf

Il sogno di rifare il mondo

Furio Colombo

Constati che la vita è insopportabile, che le imposizioni, che siano leggi o violenze, non si possono più tollerare e che non puoi contare su momenti di remissione del male. Sai che comunque la degenerazione che stai denunciando ritorna. E quando condividi questa tua persuasione con altri, scopri che molti sono d'accordo, poi altre e altri ancora. Non commettere l'errore di combattere contro qualcuno in particolare. È molto importante che i nemici siano molti (per esempio una "casta") e che tutti, senza perdere tempo a distinguere, "escano fuori con le mani alzate" e si ritirino per sempre. Per arrivare a questo punto occorrono, nei regimi detti democratici, delle formalità chiamate elezioni. Molti voti sono utili, difficili da confutare e creano approvazione che diventa subito più ampia del voto. Raggiungere in corsa un gruppo molto grande che sta andando non dice dove, ma certo nel posto giusto, è il gesto istintivo della maggior parte delle persone.

Non ci fossero le elezioni, ci sono due modelli che sono poco studiati, poco imitati e molto efficaci nel nostro passato prossimo. Uno la rivoluzione culturale cinese, che ha stanato e punito sul posto i colpevoli di non essere nuovi, i sospetti di tradimento del futuro (il percorso subdolo, intricato e involontario delle culture sbagliate). L'altro è il grande trasferimento di popolazione organizzato fino ai dettagli, in tempi diversi, con strumenti diversi, ma con uguale fermezza che non fa sconti alla vita, da Stalin e da Pol Pot. In comune, non come esito di una rivoluzione ma come svolgimento necessario della ragione di quella rivoluzione c'è lo spostamento fisico obbligato di persone da un luogo a un altro (e anche da un'attività ad un'altra, in caso di sopravvivenza.

In tutti questi casi si nota la richiesta, interpretata come una necessità, di obbedienza a un potere verticale che non può essere rallentato dal dubbio o dalla discussione. Due sembrano dunque i tratti del sogno - o progetto - di rifare il mondo. Il primo è di rendere ridicolo, disprezzabile e non più accettabile il protagonista, qualunque protagonista, del mondo di prima. Praticamente chiunque sia stato trovato sul posto. Il secondo è una rappresentazione fisica del nuovo che sta scacciando il vecchio. Meglio se avviene attraverso una rimozione completa dei " vecchi", classe, gruppo o persone. Ma se non è possibile, o per il tratto di percorso in cui non è ancora possibile, è necessario impermeabilizzare il nuovo e impedire ogni confluire di esso nelle vicinanze del vecchio.

L'idea implicita è quella di infezione che coglie chiunque si lasci agganciare e mostri di voler intrattenere relazioni di normale confronto con "gli altri". Se necessario si devono minacciare pene (la più grave, l'espulsione) ma anche definire subito come azioni spregevoli i contatti per verificare possibilità di intesa. Per esempio sostenere che un consultarsi, nell'ambito di un'assemblea eletta per sapere e capire se si possono dare, oppure offrire,certe condizioni di accordo, viene definito come tentativo di corruzione. Entra in campo il valore "purezza" che rafforza sul piano morale il timore fisico di infezione o contagio. L'importante è pattugliare tutti i livelli, morali e fisici, psicologici e organizzativi, di coscienza e di persuasione logica o ideologica, in modo da evitare i pericoli di contatto.

In questo modo si progetta o si immagina un continuo risalire della energia e qualità umana raccolta dal risultato brillante del voto (il numero di persone elette corrisponde a un grande partito che non c'è) dal basso (gli eletti del partito che non c'è) verso l'alto, l'unico punto fisico visibile (a volte) e forte della nuova forma organizzativa di cambiamento radicale del mondo. In comune con il passato ha il culto di una sola volontà egemone. La clamorosa differenza sta in due vuoti di identità: non c'è partito e non c'è programma. Le decisioni spettano a una persona che si vede e non si vede, c'è e non c'è (non è senza significato l'apparizione su una spiaggia toscana del leader mascherato, a imitazione del subcomandante Marcos). E a una persona che si suppone ancora più autorevole, e che si intravede sul fondo. Si pensa che sia l'ispiratore.

La comunicazione "one way" ovvero parla ma non ascolta. Risponde solo agli attacchi perché incrementano il materiale "contro". "Contro" è la direzione della grande marcia. Per esempio contro la Costituzione che garantisce al deputato o senatore la libertà da ogni vincolo di mandato". Questa libertà (introdotta nella Costituzione come antidoto a prevaricazioni sulla libertàò del singolo) adesso viene descritta come un imbroglio, una "circonvenzione", ovvero un trarre in inganno chi vota e privarlo di un guinzaglio per trattenere il votato. La creazione del mondo richiede dunque silenzio, obbedienza, pochissimi punti decisionali, un certo segreto, una salda disciplina e una comunicazione solo da uno e solo dal vertice. La proposta arriva attesa e popolare in quanto invito a fare il mondo da capo. Sono le regole, la ruvida disciplina, la denuncia come punizione immediata, il cappello a cono e le orecchie d'asino a chi osa discutere che lasciano dubbi.

Sinistra e Nuovo Realismo

Luca Taddio

Severino nel suo intervento («La Lettura», 16 settembre) sul Nuovo Realismo sostiene che i concetti di «libertà» e «democrazia» sono strettamente legati all’analisi della loro metafisica sottostante. In tal modo ci conduce in prossimità di uno dei nodi fondamentali del dibattito contemporaneo. Il Nuovo Realismo non fa eccezione: l’ontologia di Ferraris ha delle chiare implicazioni politiche; egli ritiene infatti che il postmoderno sia stato, suo malgrado, funzionale alle politiche delle destre, dato che, se possiamo negare i fatti, la macchina neoliberale può costruire realtà tutte ugualmente vere. L’efficacia retorica dipenderebbe in questo caso dall’impossibilità di far appello a una realtà vera e incontrovertibile. Il mondo si è fatto favola, e la destra è stata brava a raccontarci favole: in Italia con Berlusconi, nel mondo con Bush. Ferraris chiude la sua risposta su «Repubblica» (18 settembre) auspicando un confronto con Severino. Un primo confronto potrebbe essere incentrato su alcune questioni che potremmo riassumere attraverso tre parole chiave: «etica», «estetica» e «politica».

Il Nuovo Realismo si oppone a un soggettivismo-relativistico tipico della cultura postmoderna per affermare invece che nell’etica, come nel diritto, vi sono, dato un sistema di riferimento, nuclei di oggettività entro cui si inscrivono verità di ragione oltre che di fatto. Lo stesso vale per il bello e per l’arte: pur vedendo continuamente brutti film sappiamo comunque riconoscere i capolavori, oggi come ieri. Certo, giustificarlo può essere complesso, e Severino potrebbe obiettare che il concetto stesso di “sistema di riferimento” ci conduce a verità relative e non assolute. Tuttavia, ogni verità per essere tale deve implicare un sistema di riferimento, altrimenti rimarrebbe una mera tautologia. Ma se il Nuovo Realismo si incammina in questa direzione teorica, rimane la questione se vi possa essere, dentro il “cerchio dell’apparire” evocato da Severino, spazio per un’etica e un’estetica. Circoscriviamo quindi il confronto alla politica. La crisi che stiamo vivendo ci spinge a riflettere sul significato della politica. Il Nuovo Realismo è già stato pensato da Ferraris nel suo Manifesto come una prospettiva politica di sinistra. Possiamo sviluppare ulteriormente questa idea all’interno di un progetto per un manifesto cosmopolita per la sinistra. Proveremo sinteticamente a illustrarne le ragioni.

Riteniamo questa crisi strutturale: agendo localmente secondo diverse scale di sovranità la politica non è in grado di governare i processi di globalizzazione in corso. Per questa ragione affermo la presenza di un elemento strutturale nella crisi. Il capitalismo finanziario comporta un problema di governance strettamente correlato alla crisi della rappresentanza politica. I politici non rappresentano più i cittadini non per incapacità (o non sempre), ma per la costitutiva impotenza rispetto al potere economico-finanziario. Ciò ci conduce dritti al cuore del problema: il senso della democrazia rispetto alla finanza globale. Se la crisi ci ha portati a un forte deficit di democrazia, dobbiamo immaginare una risposta in grado di invertire questa tendenza. I numeri per una volta rendono intuitivo e chiaro questo “deficit-democratico”: la somma del Pil di tutti i paesi del pianeta si aggira intorno a 54.000 miliardi di dollari, mentre il totale dei capitali speculativi che passano da una piazza finanziaria a un’altra si aggira attorno a 540.000 miliardi di dollari. Mentre la bilancia del potere pende interamente dal versante economico-finanziario invece il potere politico inscritto nelle sovranità nazionali ha un peso esiguo: lo squilibrio si è fatto evidente. Non a caso uno slogan di successo recita: We are the 99%. Questo per dire che il profitto di pochi grava su gran parte della popolazione mondiale.

Il progetto per una nuova sinistra deve fondarsi su una cultura cosmopolita. Il principio è semplice: problemi economici di natura globale richiedono soluzioni politiche di natura globale. Due le idee-guida: Stati Uniti del mondo e democrazia diretta e partecipata. Si tratta certo di idee-guida regolative, ma se non stabiliamo dove vogliamo andare, come e su quale base possiamo trovare i criteri per decidere cosa fare oggi? Non immaginiamo un “super Stato” mondiale, ma forme di governance globale sì; altrimenti le grandi questioni di oggi semplicemente non possono trovare soluzione: dalle speculazioni finanziarie alla fame nel mondo, dalle guerre ai problemi legati all’ambiente. Nessuno oggi ha l’autorità politica per prendere decisioni politiche su scala globale e per farle applicare; da ciò il problema di come regolamentare fenomeni per loro natura transnazionali. Come agire fin tanto che questo scenario non verrà realizzato su scala globale? La vera sfida consiste nel determinare il modo in cui coniugare i processi di globalizzazione in atto con le istanze locali e territoriali: quanto locale e quanto globale.

La cultura riformista non può schierarsi semplicemente pro o contro la globalizzazione, deve invece tentare una difficile sintesi sul piano culturale prima ancora che sul piano economico e giuridico. E tale sintesi passa necessariamente attraverso una cultura cosmopolita: l’idea di “Terra-Patria” come bene comune (per usare le parole di Morin). Poter affermare delle verità presuppone il riconoscimento di fatti: unicamente dal riconoscimento di questi fatti potremo arrivare a smascherare le attuali forme di potere, sempre più pervasive e inafferrabili, e così promuovere nuove forme di equità e giustizia sociale. È a partire da questa prospettiva cosmopolita del Nuovo Realismo che un dialogo con Severino, in primis con la sua riflessione sulla Tecnica, risulta imprescindibile.

I temi di questo articolo saranno discussi nel convegno che si apre domani a Roma
Bentornata realtà. Il Nuovo Realismo in discussione

Il merito in agenda

Augusto Illuminati

Strano paese l’Italia, dove gli oggetti materiali spariscono e quelli immateriali proliferano. Per esempio, spariscono nelle mani dei Servizi le agende cartacee, come quella rossa di Borsellino, proliferano agende fumose e minacciose come quella Monti. Tutti la sostengono, da destra e da sinistra, senza troppo specificare, tutti lamentano o esultano perché diminuisce i salari, mantiene (se non accresce) la pressione fiscale, incrementa i disoccupati. Nel suo alone di retorica emergenziale (senza reali decisioni) l’agenda Monti è quello che, a partire da Hitchcock, si chiama un MacGuffin, l’oggetto misterioso intorno a cui si costruisce una trama.

A definire il nostro oggetto agendoso c’è di sicuro la sofferenza sacrificale e la promessa di ricompensare il merito in alternativa al dispendio e al debito colpevole e sfigato. Il merito è appunto il rovescio enigmatico della colpa: enigmatico perché il premio (successo, visibilità, stipendi da favola, vitalizi e rimborsi autocertificati) tocca innanzi tutto ai numerosissimi e mai sazi membri di un ceto politico che a rigore non può aspirare, in quanto elettivo, a un riconoscimento per competenze tecniche, concorso o selezione e, per di più in Italia è nominato dall’alto secondo canina fedeltà a partiti screditati e inseguiti con i forconi.

In linea con la suinocrazia delle rappresentanze, un po’ arrancando per gli introiti assai minori e per la scoraggiante carenza di orge e disinibiti partner, segue l’Università con l’Anvur e l’ancor più scrausa scuola secondaria con Invalsi. Invece di rrobba, Suv, ostriche e gnocca, vuoi mettere il listone delle peer reviews considerate "scientifiche": Barche, Nautica e Yacht Capital per l’area 8 (peer Briatore), Airone per l’area 10 (ma non la distribuivano gratis sugli aerei?), Rivista di suinicultura, appunto, area 13, peer Ulisse-De Romanis, er Batman e la Polverini, un’infinità di bollettini diocesani e di monogruppi parlamentari. Per non parlare dei test Invalsi, sparuti eredi degli IQ della fulgida tradizione eugenetica Galton-Abravanel, su cui già si è soffermato Caliceti.

Ma che c’entra, mi direte. C’entra e come, perché oggi la logica del merito non è la promozione di eccellenza, più o meno accortamente miscelata con la cura di chi “rimane indietro” (secondo il datato paternalismo cristiano-liberale), ma la costruzione di un’élite sulla più feroce discriminazione e regressione della massa. Certo, fa ancora qualche differenza se l’élite si costruisce a Eton o al Mit piuttosto che all’università Krystal di Tirana o nei corsi Cepu, ma la logica è la stessa, complementare a quella dei brevetti che definiscono i vari ranking universitari americani o cinesi. La logica dell’esclusione, del recintare un campo per estrarne una rendita e imporre una taglia agli utenti. Altro che transdisciplinarità e sostituzione dell’accesso alla proprietà...

Pensare che i vecchi sociologi parrucconi del New Deal, tipo Robert K. Merton, fantasticavano che i criteri di eccellenza della scienza fossero la cooperazione sociale e culturale, la diffusione illimitata delle scoperte a vantaggio del genere umano, la cessione gratuita dei diritti di proprietà intellettuale in cambio del riconoscimento e della stima della comunità, l’eliminazione del segreto e del brevetto per consentire la più ampia falsificazione nel dibattito scientifico... Communalism o communism, appunto, vade retro Satana. Invece è più fico (e si autovaluta come tale) chi meglio sa fottere i concorrenti e valorizzare le proprie pensate, magari su una rivista divulgativa o mettendo su un dipartimento improbabile, leggere gli elenchi per credere, manco nella biblioteca visitata da Pantagruel!

L’indimenticato Brunetta voleva addirittura sostituire al lavoro, come fondamento della Costituzione, la coppia merito e competizione. Del bunga-bunga (almeno a livello centrale) ci siamo sbarazzati, del nocciolo duro del neoliberismo evidentemente no. Ce lo ricordano tutti i giorni Monti e Fornero (i poveri, i disoccupati e gli esodati sono colpevoli, mica i bankster seminatori di derivati tossici), gli spassosi blog di Abravanel e Michel Martone, il culto bocconiano di tecnici che non tirano fuori un ragno dal buco.

Sapendo che il merito “vero” (non quello dei Gatti Impellicciati e altri corrotti di serie B) si commisura sul sapere dei teorici che pensano di accrescere l’occupazione aumentando l’orario di lavoro di alcuni dei già occupati e licenziandone una parte, viene da dire parafrasando Mark Twain: la differenza fra la scienza economica e la menzogna, è che la seconda deve almeno apparire credibile.

Meritocrazia non fa rima con democrazia

Giuseppe Caliceti

Avendo ricevuto numerose critiche per il mio articolo Contro il merito, vorrei provare ad approfondire. Nel suo saggio Contro il merito: una provocazione, Francesca Rigotti ricorda comel'attuale mitizzazione del merito risenta “della crescente svalutazione del concetto di eguaglianza in atto negli ultimi decenni”. La sua reale funzione? Giustificare i privilegi di alcuni. La storia dell'umanità può essere letta come eterna contrapposizione tra uguaglianza e disuguaglianza. Oggi l'idea di merito non è altro che una nuova pericolosa forma di giustificazione razziale di una presunta differenziazione tra esseri superiori e inferiori. Per nascita. Il bluff della meritocrazia è infatti evidente analizzando un altro aspetto: tra i meritevoli vi è una spiccata tendenza a promuovere l’ereditarietà delle cariche. Insomma, c'è una palese contraddizione tra il dire e il fare.

Roger Abravanel, nel suo libro Meritocrazia. Quattro proposte concrete per valorizzare il talento e rendere il nostro paese più ricco e più giusto (Garzanti 2008), sostiene che la classe dirigente è l'unica depositaria del merito. E ha diritto a un premio: i vantaggi di una crescita economica senza fine.Come è organizzata la società meritocratica? In classi sociali. Peggio: in caste. Da una parte stanno intelligenti, arroganti, competitivi; dall'altra stupidi, demoralizzati, umiliati. I valori che la reggono? Competitività e aggressività. A svantaggio di gentilezza, coraggio, creatività, sensibilità, simpatia, tolleranza, solidarietà. La posizione meritocratica condurrebbe addirittura a matrimoni intelligenici fra persone con un alto Q.I.

Insomma, l'antica aristocrazia di nascita sarebbe sostituita da una “aristocrazia dell’ingegno”. I bambini, fin da piccoli, sarebbero indirizzati verso scuole differenti a seconda delle presunte capacità individuali. “Sessant’anni di ricerche psicosometriche e sociologiche hanno portato a ritenere che (le) capacità intellettive e caratteriali siano prevedibili, senza che sia necessario attendere la selezione naturale della società” (p.65). E ancora “(…) ricerche approfondite evidenziano come la performance di un bambino di sette anni in lettura/scrittura offra un’ottima previsione del suo reddito a trentasette anni” (p.83).

Quali ricerche? Nel libro di Abravanel le teorie pseudoscientifiche sono sempre riassunte con approssimazione e senza citare la fonte. Ma è chiaro che qui stiamo già parlando di una teoria eugenetica che ha come suo nemico principale la democrazia, di cui la meritocrazia è l'esatta antitesi. Per tutto questo, non posso fare a meno che ripetere: attenti al merito, anche quando se ne parla a Sinistra. Meritocrazia fa rima con democrazia, ama ripetere il rettore piddino dell'Università di Bologna. Io temo che sia esattamente il contrario.

Questo articolo è comparso anche su «il manifesto», il 29 settembre 2012