L’arte dell’accostamento

Paolo Carradori

L’ottava edizione di AntiCOntemporaneo – rassegna di musica antica e contemporanea a cura dell’Associazione l’HommeArmé – si segnala ancora come appuntamento di grande interesse non solo per le garanzie di una programmazione di qualità ma anche come momento di messa in discussione, riflessione su concetti come stile, linguaggio, modernità della musica. Problematiche teoriche che nell’ascolto ravvicinato di repertori, lontani temporalmente fino a 250 anni, paiono meno complesse.

Certo, i rischi ci sono ma vengono smussati da un approccio culturale profondo, un rigore rispettoso dei contesti storici ma contemporaneamente aperto ad una visione della musica liberata da steccati e confini. I due appuntamenti conclusivi – “Natura degli affetti. Italian baroque and new music” con il pianoforte di Emanuele Torquati e “Summa” con l’ensemble vocale L’Homme Armé e Contempoartensemble dedicato a Arvo Pärt rappresentano emblematicamente la filosofia programmatica di AntiCOntemporaneo.

Il pianoforte di Torquati presenta un excursus di ampio respiro, viaggio intimo, senza soluzione di continuità, sui crinali di un rapporto con la melodia, mai comoda scorciatoia ma vissuta problematicamente come valore esistenziale. Raccontare le tappe di questo viaggio attraverso Scarlatti, Frescobaldi fino a Sciarrino e Filidei non è proprio semplice. Eppure Torquati, senza effetti speciali, allontanando tentazioni di ammodernamenti e aggiustamenti, cercando nei repertori la bellezza, su questa strada rende godibile, accostabile ciò che pensavamo inaccostabile.

Emanuele Torquati1 (500x332)

La Sonata K 208 di Domenico Scarlatti è subito un cammeo breve e succoso, una brezza di mare. Il pianista la lascia vagare nello spazio, curando i dettagli, i silenzi come respiri. Natura degli affetti (1980) di Eric Maestri, che dà il titolo al progetto, sviluppa un’onda sonora, una frase riconoscibile e ripetuta che lentamente evapora. La scomposizione genera sprazzi dinamici, percussivi. Poi torna più misteriosa, illuminata qua e là da improvvisi punti di interpunzione in una forte componente gestuale.

La limpidezza, la pulsante costruzione architettonica della Fuga in sol minore di Girolamo Frescobaldi (arrangiamento di Béla Bartók) dissolve l’ombra lunga lasciata da Canto Notturno (2014) di Giuliano Bracci. Brano fascinoso, scuro e distorto, evoca una musica intrappolata in un labirinto dove le uniche vie d’uscita paiono gli improvvisi accordi cangianti. Notturno crudele n.1 (2001) di Salvatore Sciarrino rovescia, con quell’aggettivo inequivocabile, il carattere del notturno, tradizionalmente brano melodico e sognante. Il suo è invece un lavoro che punta ad una meccanica ripetitiva, contrasti stridenti, ostinati intervallati da brevi svolazzi leggeri. Nel finale appare un accordo dolciastro che evoca un notturno meno crudele. Sorprende poi Preludio e Filastrocca (2011) di Francesco Filidei, il compositore meno criptico del solito gioca con le filastrocche da bambini sviluppate su due cellule melodiche, alternanza di note acute e gravi, con strane interferenze sparpagliate che lo rendono leggero e godibile.

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Se l’ottantenne Arvo Pärt fosse stato presente alla serata a lui dedicata si sarebbe certamente commosso. Sentimento che si percepiva forte tra il pubblico alla fine di “Summa”, coproduzione tra l’ensemble vocale l’Homme Armè e il quartetto d’archi Contempoartensemble, che hanno regalato una strepitosa interpretazione di lavori del compositore estone incastrati con brani di Bach. Fin troppo facile leggere l’avvicinamento sul piano sacrale e meditativo -nel programma in realtà verranno eseguiti di Bach i Contrappunctus n.1 e n.19 da l’Arte della Fuga – ma l’accostamento ci dice qualcosa di più. Ci parla di due autori che, al di là di ogni connotazione storica, di linguaggio, riescono a svelare gli aspetti più profondi della loro contemporaneità, delle grandezze e delle miserie dell’uomo.

Summa (1997-1991) per quattro voci è il cuore della serata. Letta, interpretata, vissuta in modo sublime dall’ensemble vocale che non ne fa sfuggire nessuna sfumatura, nella versione per quartetto d’archi perde forse qualche tensione ma rimane un inno alla bellezza inarrivabile. Corde e voci si trovano infine insieme per Da pacem (2004-2006). In una polifonia luminosa e struggente, Pärt ci racconta un mondo nuovo nel quale vorremmo tutti vivere. Uscendo, nella calda notte fiorentina, scopriamo che quel mondo c’è, è a portata di mano. Basta saperlo vedere.

AntiCOntemporaneo 2015
VIII Edizione – 26 giugno>9 luglio
Auditorium di Sant’Apollonia – Firenze
Emanuele Torquati pianoforte

L’Homme Armé
Giulia Peri soprano-Mya Fracassini mezzosoprano-Giovanni Biswas tenore-Gabriele Lombardi baritono-Fabio Lombardo direzione

Contempoartensemble
Duccio Ceccanti, Clarice Binet violini-Edoardo Rosadini viola-Vittorio Ceccanti violoncello

Anticontemporaneo

Paolo Carradori

Lang l’eclettico

Provate ad indagare tra le opere di David Lang (1957), scoprirete tutto e il contrario di tutto. Da sonorità metalliche, forti, con chiare influenze rock ad eleganti musiche per film, da suoni inudibili a paesaggi tranquilli, quasi immobili. In tutte le ambientazioni si percepisce personalità, scrittura brillante, profonda spiritualità. Lang è l’autore scelto da L’Homme Armé per aprire la settima edizione – in quattro appuntamenti - della rassegna AntiCONtemporaneo. Testimonial azzeccatissimo per chi, come la prestigiosa istituzione musicale fiorentina, coniuga mirabilmente antico e contemporaneo. Nell’austero spazio dell’Auditorium di Sant’Apollonia del compositore americano in programma lavori “cameristici” e l’opera The little match girl passion.

Emanuele Torquati al pianoforte e Francesco Dillon al violoncello offrono un set di notevole tensione. Wed (1992) e This was written by hand (2003) per piano solo: due perle rare. Musica obliqua, la prima, spigolosa, dall’andamento inquieto e ondulatorio si sviluppa tra consonanze e dissonanze, accelerazioni, grappoli di suono che cercano una via d’uscita. La seconda si apre con una frase coinvolgente, ripetuta. Poi l’atmosfera si incrina, la melodia evapora, si frantuma in schegge astratte, isolate e vaghe. Torquati usa la tastiera come lo scalpello dello scultore, scolpisce suoni in una prosciugata gestualità.

Word to come (2003) per violoncello solo e 8 violoncelli preregistrati è un festival visionario. L’attacco è lirico, poi più serrato si incrocia con le tracce registrate. Collisioni pericolose, gioco degli specchi, accumulazione sonora, labirinto di densità orchestrali. Dillon con suono brillante e urbano ne attraversa i territori difficili, curioso, aperto ad ogni rischio in un costante rigore emotivo. Bitter herbs per violoncello e pianoforte è un lavoro rigido, meno aperto. Attacco duro, frasi spezzate, percussive, violente che si rincorrono. Cluster nevrotici, archetto che vola. I due si ritrovano in brevi, cupi unisoni finali. L’altra faccia di Lang.

Diciamocelo, La piccola fiammiferaia di H. C. Andersen è una appiccicosa fiaba ottocentesca. Oltre la trama, tutte le sue parti – l’orrore e la bellezza – sono costantemente pervase del loro opposto. Così la legge Lang trasfigurandola in parabola cristiana e allora non c’è di meglio che usare la forma passione, di bachiana memoria, per raccontarla e commentarla. Anche il testo è di Lang, che cita Andersen come il Vangelo secondo Matteo.

Questa in estrema sintesi la genesi di The little match girl passion (2007) per quattro voci e percussioni. Ne viene fuori un’opera fascinosa quanto macchinosa. Fascinosa negli incastri vocali, nel respiro musicale tra mottetto e opera pop. Macchinosa, anche un po’ stiracchiata, nella ricerca di forzate riflessioni filosofiche su sofferenza e speranza. Ottimo l’ensemble de L’Homme Harmé che, impegnato anche con le percussioni, ne dà una lettura sognante e misteriosa.

Dal loop a Scarlatti

Serata zeppa di sorprese la terza. Questa volta siamo nel refettorio, avvolti dalle casse di un impianto multicanali. L’allestimento è di Tempo Reale che ci regala una ricca e preziosa documentazione della ricerca musicale negli anni ’50, quando l’avvento dei sistemi di registrazione e riproduzione del suono mutò in modo radicale l’orizzonte creativo del compositore. Otto brevi brani - che vanno dal’53 al ’58 - e profumano di archetipo, di laboratorio artigianale, assolutamente da contestualizzare ma che trasmettono ancora fascino nella loro sana ingenuità rivoluzionaria. Siamo agli albori della musica elettronica ma un confronto tra le “scuole” (Parigi, Colonia, Milano e New York) scatta automatico.

Allora non si può che rilevare come gli americani (Brown con Octet 1 e Feldman con Intersection) già dimostrino, in un ribollente astrattismo urbano, una maggiore libertà linguistica, che contrasta con la necessità che i compositori europei ancora esprimono nella ricerca di strutture, di forma e senso musicale (su tutti Berio con Mutazioni e Ligeti con Artikulation).

Si torna nell’Auditorium per un gran finale dedicato ad uno strumento modernissimo: il clavicembalo. Francesco Corti ci guida nell’ esplorazione di uno strumento sul quale aleggiano troppi luoghi comuni e preconcetti. Sonate di Domenico Scarlatti e Joseph Haydn si mischiano con lavori di György Ligeti degli anni ’70. Un turbinio di suoni dove perdiamo l’orientamento. Di Scarlatti rispolveriamo la modernità stupefacente, nell’esplorazione della tecnica strumentale, nelle note ribattute, nella rapidità esecutiva, virtuosismo ardito sempre al servizio della sorpresa creativa.

Di Haydn la narrazione limpida, la leggerezza, l’eleganza dei contrasti, le fughe, elementi che nella forma sonata assumono un carattere unico, preveggente. Ligeti sul clavicembalo è travolgente. Continuum è un brano dal carattere estraniante, con la sua lunga linea minimale disturbata da interferenze disegna un caleidoscopio dalla tinte scure. Hungarian Rock su un elastico ostinato di bassi ricorda atmosfere progressive ma anche pop: il clavicembalo che non ti aspetti. Grazie anche alla limpida interpretazione di Corti, che tra rigore e libertà, affronta con talento notevoli difficoltà tecniche trasportandole come valore estetico tutto immerso nella musica.

AntiCONtemporaeo
Rassegna di musica antica e contemporanea
Firenze - Auditorium di Sant’Apollonia – dal 30/6 al 16/7
Francesco Dillon violoncello / Emanuele Torquati pianoforte
L’Homme Harmé (Giulia Peri soprano-Mya Fracassini mezzosoprano
Giovanni Biswas tenore-Gabriele Lombardi baritono) direttore Fabio Lombardo
Lelio Camilleri introduzione, regia del suono con Tempo Reale
Francesco Corti clavicembalo