Un amore in forma di pagina

Maria Teresa Carbone

Ruth Beale, Book Bed

L'Italia è un paese dove si legge, in media, molto poco. Lo vediamo quando osserviamo i passeggeri di una metropolitana o di un treno, e non possiamo fare a meno di notare quanto siano rare le persone che hanno in mano un libro. E ce lo ricordano impietose le statistiche anno dopo anno, ogni volta che si pubblicano i dati sulla fruizione culturale. Per qualche giorno si piange. Sui media gli esperti osservano come la diffusione della lettura sia correlata al benessere economico di un paese – lasciando intendere che se solo leggessimo un poco di più, saremmo tutti più ricchi. Ma poi, che l'equazione sia vera o no, i dati vengono dimenticati e tutto continua come prima, quasi che la scarsa passione per la lettura fosse un tratto caratteristico e ineliminabile dell'Italia, come la sua forma a stivale o il suo essere una penisola.

Non è così, e lo dimostra il progressivo aumento della lettura in Spagna, dove negli ultimi quindici o vent'anni sono state adottate e attuate in questo senso politiche energiche e, a quanto pare, fruttuose. Politiche che, d'altro canto, qui come ovunque, possono avere successo soltanto se partono dal presupposto che leggere non è scontato, che la lettura non appartiene alle attività “naturali” (per quello che può valere la parola) degli umani, come mangiare o parlare o camminare, ma va appresa e nutrita e praticata e stimolata, esattamente come avviene con uno sport o con uno strumento musicale. Per questo, “i dubbi intorno al piacere, forse anche al dovere, o alla necessità, o perfino alla inevitabilità del leggere, non devono essere mai repressi, o cancellati, o elusi”.

La frase, tratta dal saggio I diamanti in cantina di un pedagogista autorevole come Antonio Faeti, si trova nelle prime pagine di un testo, Il primo libro non si scorda mai, che ha un sottotitolo impegnativo, “Storie e idee per innamorarsi della lettura tra 5 e 11 anni”, e si rivolge a tutti coloro – genitori, insegnanti, bibliotecari – che si pongono il problema di accostare i bambini ai libri (o viceversa). E il fatto che l'autrice, Carla Ida Salviati, fra i maggiori esperti italiani di lettura per l'infanzia, la citi all'inizio di questo suo vademecum, chiarisce subito qual è l'impostazione di base – che appunto non esiste una idea astratta del libro, calata dall'alto e uguale per tutti, ma una pluralità di soggetti e di comportamenti, talora anche contraddittori fra loro e che tuttavia possono coesistere e che – soprattutto quando si parla di bambini – la lettura è un lungo allenamento, ed è un bel guaio se manca l'amore, anzi l'innamoramento che porterà a un amore – si spera – duraturo e senza il quale la fatica è solo fatica.

Così Salviati accompagna i suoi lettori adulti, lasciando intendere tra le righe, ma in modo inequivocabile, che loro stessi dovranno – se già non lo conoscono – scoprire e condividere con i figli o con gli allievi questo incantamento. Potrà accadere attraverso la lettura ad alta voce (“un dono al quale è difficile rinunciare”) o più tardi attraverso la scelta di titoli adatti, i più vari tra loro. In questo percorso, scandito su una architettura amabile e rigorosa (ogni capitolo contiene una parte generale introduttiva, dei puntualissimi consigli di lettura e infine una esperienza concreta in quel dato ambito), ai genitori, agli insegnanti e ai bibliotecari l'autrice non ha paura di mostrare i propri gusti, le proprie inclinazioni, e ricorda che gli adulti possono contare, come alleati formidabili, sui bambini stessi, perché “tutti i bambini, prima di leggere, vogliono imparare a leggere”. Molti, troppi, di loro perderanno questo desiderio e addirittura si dimenticheranno di averlo avuto. Ma non sarebbe ineluttabile.

Carla Ida Salviati

Il primo libro non si scorda mai

Giunti

pp. 144, euro 16

 

Carla Ida Salviati (con Antonella Agnoli, Roberta Mazzanti, Maurizio Caminito, Gino Roncaglia, Giovanni Solimine e tanti altri) sarà tra i partecipanti, oggi e domani, della XIV edizione del Forum del Libro, che si terrà a Pistoia (capitale del libro 2017) in collaborazione con la Biblioteca San Giorgio intorno al tema Bibliodiversità in biblioteca, in libreria e a scuola. Il programma completo si può leggere qui.

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

Libri, scuola e lettori

literature-books-584Giorgio Mascitelli

Il rapporto ISTAT sulla produzione e lettura di libri in Italia del 2016 con dati relativi all’anno precedente registra una ripresa dopo anni di allarmanti diminuzioni: nel 2015 il 42% della popolazione italiana con più di sei anni ha letto almeno un libro e questa percentuale è in lieve aumento rispetto all’anno precedente, nel quale era il 41,4% a sua volta in discesa dal 43% del 2013 (l’anno con la più alta percentuale di lettori nell’ultimo ventennio è stato il 2010 con il 46,8%). Gli altri dati del rapporto confermano statisticamente osservazioni che già molti avevano fatto in modo più impressionistico: le donne leggono più degli uomini, il Centro-Nord più del Sud, i centri urbani più dei piccoli comuni e, ovviamente, le persone con titolo di studio elevato più di coloro che hanno la scuola dell’obbligo, oltre alla sostanziale stabilità del gruppo di lettori forti che leggono almeno un libro al mese.

A mio parere questi dati non rilevano nuove tendenze, ma rappresentano piuttosto un’autobiografia della nazione, per usare una formula antica e non priva di fascino. Che i lettori siano in aumento anche se di poco è rincuorante, ma l’Italia resta un paese dove si legge poco rispetto alla media delle nazioni europee, verosimilmente più per ragioni storiche di lunga durata che per fattori nuovi: se, per esempio, in certi paesi europei il problema dell’analfabetismo era già in via di risoluzione nel corso del XIX secolo e in Italia no, è chiaro che questo dato storico si sconta ancora oggi nelle abitudini di lettura.

Un dato interessante contenuto nel precedente rapporto del 2015 è che, secondo gli addetti ai lavori ossia gli editori, il primo motivo di questa situazione è da individuare nella mancanza di adeguate politiche scolastiche della lettura. È il primo fattore indicato nel rapporto dal 49,9%, che diventa il 58,5% tra i grandi editori ossia coloro che hanno pubblicato più di 50 titoli nel 2014. Si tratta indubbiamente di una considerazione che ha il suo fondamento, anche se i giovani dagli undici ai diciannove anni leggono più della media nazionale, in media sopra il 50%: per esempio nel lavoro scolastico tradizionale del triennio delle superiori, che è un periodo importante per trasformare la lettura da un’attività scolastica a una pratica personale, anche nelle materie umanistiche vige un approccio sostanzialmente manualistico a discapito della lettura di testi. Non bisogna però dare un’immagine caricaturale di una scuola ferma nei suoi riti immutabili: un numero crescente di insegnanti, a prescindere dai programmi e dagli annunci centralizzati, dà importanza alla lettura dei libri nello svolgimento delle lezioni. Sicuramente c’è anche il classico nodo infrastrutturale: nei piccoli centri e nelle periferie urbane è fondamentale che ci sia una buona biblioteca scolastica o comunale che sostenga il lavoro in classe. Il problema di fondo tuttavia, a mio parere, si trova nell’impostazione culturale dell’insegnamento aldilà di progetti e programmi.

Anche in questo caso una statistica di questo prezioso rapporto aiuta a spiegarmi: tra i ragazzi di 11 e 14 anni che hanno letto almeno un libro il 71,1% ha i genitori che leggono a loro volta. Questo dato, tradotto nel concreto dell’attività didattica, significa che stimolare alle lettura un alunno che viene da una famiglia in cui si legge vuol dire banalmente azzeccare il libro giusto, quando non vi abbia provveduto già il suo ambiente di origine; stimolare un figlio di non lettori significa lavorare sul piano di motivazioni più profonde e introdurre l’idea che la lettura in quanto tale sia un aspetto importante della vita. Si tratta allora di lavorare sul ben vivere, per dirla con Edgar Morin.

Un’ulteriore difficoltà è che mentre per buona parte del Novecento – si pensi a tutta la tradizione di scuole e biblioteche popolari spesso legate a partiti e movimenti di sinistra – in molti giovani provenienti dal mondo contadino e operaio la lettura era vista come legata a un percorso di emancipazione individuale e collettiva, oggi nell’immaginario generale e giovanile essa è un fatto privato.

Non sembra invece esserci in questi dati niente che permetta di parlare di una generazione di nativi digitali dedita allo smartphone e disinteressata ai libri, come spesso si legge o si sente. Infatti non solo i teenager leggono un po’ più della media nazionale, ma l’ampliamento o la decrescita del loro pubblico segue nel corso degli anni le tendenze della popolazione generale: per esempio l’anno record degli ultimi venti per i lettori giovani è stato il 2010, in corrispondenza col dato generale e con valori decisamente più alti di quelli degli anni Novanta, nei quali la diffusione di Internet era sensibilmente più circoscritta, per tacere delle altre novità tecnologiche e social. L’unica differenza è la maggiore propensione dei giovani a scaricare libri in formato digitale: in ogni caso si tratta pur sempre di libri e comunque anche tra i giovani lettori le preferenze vanno al cartaceo. L’insistenza con cui si afferma nel discorso mediatico e segnatamente politico che i giovani si dedichino soltanto alle nuove tecnologie fa pensare più a un obiettivo da realizzare che alla constatazione di un nuovo fenomeno.

È interessante mettere a confronto questi dati sulla lettura con alcuni di quelli del rapporto PIAAC del 2013 (un rapporto OCSE che misura il tasso il tasso di alfabetizzazione linguistica, matematica e tecnologica dei paesi membri), prendendo in considerazione il dato pilota sulle competenze degli adulti. Nel rapporto relativo all’Italia viene notato che le competenze cognitive di base (lettura, calcolo, tecnologia) registrano una caduta a partire dalla fascia di età dei 26-35 anni e, secondo gli estensori del rapporto, è ipotizzabile che tali competenze tendano a diminuire se, finita la scuola, non si attivano processi di apprendimento nuovo, per esempio nel mondo del lavoro. Un altro dato che emerge da questo rapporto sul quale vale la pena di soffermarsi è che solo il 7,9% del campione usa capacità di lettura nel proprio lavoro e addirittura solo il 6,1% quelle di scrittura, mentre quelli che usano tecnologie informatiche sono circa il 60%. Questi dati evidenziano che la lettura è una capacità complessa connessa con poche mansioni direttive o specialistiche, mentre la strumentazione informatica è entrata anche in attività lavorative tradizionali. Da questi dati si può trarre l’immagine di un paese con una struttura economica di tipo prevalentemente tradizionale nella quale l’attività lavorativa non porta stimoli rivolti alla crescita culturale e allo sviluppo delle capacità cognitive, che sembrano incidere negativamente anche sulla pratica della lettura per motivi personali.

È insomma la solita immagine dell’Italia che emerge nella quale la questione della lettura è nel contempo causa e conseguenza di un ritardo storico. In questo ambito si deve parlare, senza per questo volerne tacere le inadeguatezze di proposta didattica, innanzi tutto di una solitudine della scuola come agenzia formativa alla lettura, in un panorama economico-sociale che privilegia alte pratiche e altre forme di comunicazione.

A scuola si legge?

bambini_lettura_scuolaA scuola si legge! La lettura tra tecnologie e società globale è il titolo di una giornata di studio che si tiene oggi a Firenze e che prova ad affrontare un nodo di cui non molto si parla e che ancora meno si approfondisce: il ruolo della scuola per la promozione della lettura in un paese dove la consuetudine con la pagina scritta, sia essa di carta o digitale, è in costante calo. Proponiamo qui un intervento di Carla Ida Salviati, organizzatrice del convegno.

Carla Ida Salviati

Quando si parla di lettura non c'è mai da stare troppo allegri. Solo pochi giorni fa da Francoforte il presidente dell'AIE (Associazione Italiana Editori) ci ha annunciato che l'Italia continua la sua marcia a gambero con il record del 58 per cento di "non lettori". Davanti al dato sconfortante forse doveva esplodere qualche sommossa, forse dovevamo scendere in piazza umiliati dalla minaccia dell'analfabetismo di ritorno. E se l'espressione può sembrare antiquata, chiamiamolo pure "analfabetismo funzionale", fenomeno spaventoso - e certo non solo nostrano - per colpa del quale si apre uno scenario composto da pochi individui in grado di  leggere e capire mentre moltissimi, perdute le (fragili) abilità di lettura,  se ne stanno inebetiti davanti a "giochi e giochini" scaricati dalla rete o acquistati per pochi centesimi. Un bel risultato dopo 150 di Stato unitario e 70 di Paese democratico...

Sarà pur vero che l'AIE sciorina numeri di vendite, che parla di copie di libri e non di lettura. Però è ben triste dover  prendere atto che il commercio librario sta diventando sempre meno remunerativo. Non abbiamo neanche la soddisfazione di trovare il capro espiatorio nell'e-book ,  settore che non pare destinato a  magnifiche sorti, almeno per il futuro immediato.

Pare che gli unici lettori - sparuti ma accaniti - siano i ragazzi, e l'industria editoriale, giustamente,  se ne compiace‎. Peccato che scorrendo gli inserti librari dei nostri più diffusi quotidiani - affollati per ovvi motivi di concorrenza soprattutto tra il sabato e la domenica - devi armarti del classico lanternino per scovare una recensione degna del nome sui libri per i giovani, puntualmente ignorati anche quando "fanno numeri" da capogiro. 

Che cosa poi accada a questi ragazzi appassionati lettori quando arrivano le tempeste ormonali e spuntano i primi peli, è un fenomeno antropologico che - a quanto ne so io - non ha ancora trovato spiegazioni convincenti. Sta di fatto che, a mano a mano che crescono tette e compaiono brufoli, si legge sempre di meno andando  a rimpolpare quel famoso 58 per cento, percentuale che sembra destinata solo ad aumentare. 

Ma quando si parla di ragazzi, subito si parla di scuola. Inevitabile, visto che da quelle forche caudine tutti ci passano. Ma che fa la scuola? ci si domanda. Non è capace di insegnare a leggere! Anzi "ammazza il piacere di leggere" nei bambini che per  loro natura, invece, sarebbero tutti potenziali divoratori di pagine (l'accusa assassina e' tratta dal titolo di un convegno di qualche anno fa). 

Banalità? Accuse false e tendenziose? 

La risposta dovrebbe essere complessa perché il nodo è intricatissimo. Un paio di riflessioni però bisogna  farle. 

La prima riguarda la scuola in generale, frastornata in questi ultimi decenni da riforme e riformine che hanno sortito come frutto principale lo sconcerto di famiglie e insegnanti. A un certo punto qualcuno ha persino invocato "basta riforme!", anche perché  ‎mettere mano a una riforma complessiva  non è roba che si risolva in qualche mese, soprattutto se si considera il perenne fiato corto dei nostri governi (ci riusci' Gentile, e sappiamo il perché). Inoltre, dovendo cominciare "dal basso", tutte - riforme, riformine, riformette - sono iniziate dalla scuola elementare (primaria, come si dice propriamente) che infatti risulta la più "riformata" tra i vari gradi. Da tutto questo affannarsi,  la lettura è rimasta sostanzialmente fuori, mentre sono passate nelle aule  tecnologie ben  presto obsolete nel vago tentativo di essere al passo con la modernità. E' dai tempi di Berlinguer/Moratti che non si vede un piano per la promozione della lettura ma solo piccoli (in senso relativo, ovvio) interventi,  concentrati soprattutto sulle difficoltà di apprendimento. Interventi doverosi e meritevoli peraltro: ma che certo non sono andati nella direzione della diffusione di massa della lettura. Obiettivo che, a mio modesto parere, una scuola di massa dovrebbe  perseguire. 

Da questa "riformite" abbastanza sterile sono state appena sfiorate le due secondarie, inferiore e superiore, anche e soprattutto perché nessuno ha messo mano e testa al nodo principale, la formazione dei docenti. I quali, nel grado superiore, si aspettano di accogliere ragazzi pienamente abili a leggere, scrivere, far di conto: illusione destinata a franare miseramente in una  grande quantità di classi, come è sotto gli occhi del mondo.  Gli insegnanti della primaria, per loro conto,  spesso insegnano a leggere semplicemente "favorendo" il clima della classe, dando fiducia alla spontaneità e ignorando quanto la lettura sia invece un'erta, faticosa scala in salita che esige attenzioni, cure e metodo. Può accadere cosi  che nella primaria ci si accontenti troppo presto delle performance "corrette" (solo apparentemente tali) quando piuttosto si dovrebbero verificare e pretendere competenze piene e sicure: si "sa leggere" quando si è in grado di affrontare testi diversi per tipo e per complessità, quando si è lettori critici. 

Chiunque si rende ben conto che non si arriva a questi livelli se non dopo percorsi lunghi, ben più lunghi dei cinque anni di primaria. Ma la lentezza, la scuola della lumaca come scriveva un pedagogista da poco scomparso, non si addice ai nostri tempi e ai nostri costumi. Ci irritiamo di perdere tempo. E non ci accorgiamo che stiamo persino perdendo di vista l'obiettivo: la scuola di tutti non può permettersi un popolo che non sa leggere. Bisogna pensare alle nuove forme di analfabetismo: e qui non c'è davvero tempo da perdere.

Ogni domenica su Rai5, Alfabeta, programma in sei puntate di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa. Oggi alle 9.15 la replica di Spendere (con la partecipazione, fra gli altri, di Antonio Negri, Elettra Stimilli, Giorgio Falco).  Domani, alle 22.05, Giocare, con Umberto Eco, Gianni Clerici, Stefano Bartezzaghi, Giulia Niccolai.

Ufficio Stampa: Riccardo Antoniucci (tel. 3407642693, mail: pressboudu@gmail.com)

Per la liberazione dei lettori

Vincenzo Ostuni

Quando, riguardo ai destini dell’editoria libraria, voci delle istituzioni o delle grandi imprese menzionino un qualche progresso, registrato o atteso che sia, questo sarà perlopiù considerato sotto la specie della quantità; la qualità di quel che si pubblica è consegnata da quei pulpiti al regno degli epifenomeni, degli accessori; e da molti critici e analisti del settore, del resto, al tetro dominio del rimpianto e dell’impotenza, al lessico-ghetto dell’inevitabile regresso. Esplicito obiettivo del neonato Centro per il libro è che fra dieci anni il 10% degli italiani adulti legga abitualmente anziché l’8% di oggi, e il 50% almeno un libro l’anno anziché il 45% di oggi (nel 1965 era il 16,3%, magnifiche sorti). Mentre scrivo si festeggia, comprensibilmente, che il fatturato complessivo dell’editoria libraria non sia calato nel 2010 e anzi sia cresciuto dell’1,3% (gennaio-ottobre 2010 contro lo stesso periodo del 2009).

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Cartolina da #SalTo15

Maria Teresa Carbone

All'ingresso del Salone del Libro di Torino è stata piazzata una sorta di installazione autopromozionale, copia in pseudo 3-D del manifesto di quest'anno. I visitatori la attraversano distratti o se ne servono per quella che è probabilmente la sua finalità primaria: scattarsi un selfie, in modo da mostrare al mondo di essere stati all'edizione 2015 della fiera. Sul fondo, un pannellone con il classico Goethe pensoso nella campagna romana, sovrastato dal claim di quest'anno, Italia salone delle meraviglie, sul davanti alcune sagome di cartone ad altezza naturale che compongono un set: un'automobile (Lancia), un cameriere accanto a un carrello ricolmo di vivande e di bottiglie di vino, una bella ragazza in jeans che tiene due grucce cui sono appesi degli abiti rossi da sera, una microtroupe cinematografica, completa di regista su seggiolina pieghevole...

Una immagine del Belpaese (à la Galbani) sovraccarica e scontata, ben intonata a una manifestazione, il Salone del libro, che ha nell'accumulo e nella prevedibilità i suoi punti di forza. Di anno in anno, tutto resta più o meno uguale: il calendario all'insegna del “chi più ne ha più ne metta”, il numero dei visitatori in inesorabile crescita a dispetto della crisi, l'eterogeneità degli espositori (e se un tempo ci si limitava ai carabinieri e ai venditori di matite, negli ultimi tempi il ventaglio si è allargato e include entità come il Grand'Oriente d'Italia e la senape Maille).

I cambiamenti – che pure ci sono – sono sempre graduati in modo da non disorientare i visitatori, da non inceppare il meccanismo grazie al quale centinaia di case editrici italiane si sobbarcano spese notevoli (lo stand, il viaggio, il soggiorno a Torino) pur di non mancare a questo raduno annuale: insieme mercato, vetrina, occasione di possibili accordi futuri. Il che vale in misura ridotta per i grandi gruppi e tantissimo per i piccoli editori, molto più coesi rispetto ad alcuni anni fa, spesso raggruppati in stand multipli (con conseguente abbattimento dei costi), sinceramente dolenti per i colleghi che non ci sono perché non ce l'hanno fatta – come Zandonai o la :duepunti di Palermo –, energici e combattivi per le iniziative a venire, in primis il premio/festival degli editori indipendenti, lanciato in questi giorni, la cui prima edizione si terrà a Bari dal 20 al 22 novembre. Molti di loro, poi, decisi a trovare una sigla estetica che li differenzi dagli altri, che induca i visitatori a fermarsi magari solo per curiosità: è il caso, per esempio, di Del Vecchio, che fra i colori proposti/imposti dal Salone ai piccoli editori del padiglione 1, quello appunto, riservato almeno in teoria agli indipendenti, ha evitato il bianco o il grigio, tonalità sobrie preferite dai più, e ha optato per un celeste squillante che fa risaltare i mobili vintage dentro i quali ha disposto i suoi libri. (Scelta premiata da una quantità stratosferica di “mi piace” su Facebook, pubblicità gratuita insperata).

Di cose come queste, di arredi, di colori, di geografie interne, è fatto, anche, il Salone di Torino: le majors nei grandi corridoi centrali dei padiglioni 2 e 3, sempre più appariscenti, sempre più espanse – Giunti quest'anno addirittura mastodontica dopo l'accordo dello scorso autunno con la Disney – e le altre via via più lontane, verso i muri perimetrali che equivalgono a una estrema periferia. Semideserta, come sempre le periferie, anche nei momenti di maggiore ressa. Unico possibile gesto di ribellione, il guerrilla marketing adottato, fra gli altri, da Riccardo Duranti, traduttore di lunga data e ora minuscolo editore (Coazinzola Press, sede a Mompeo in provincia di Rieti) che, abbandonata la sua isolata postazione, va in giro per il Lingotto a caccia di potenziali acquirenti per i suoi libri – l'ultimo, Il fuoco dello sguardo, è una raccolta di poesie di John Berger che, giura Duranti, non può mancare in una biblioteca degna di questo nome.

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All'altro polo, accanto ai volumi di carta arrivati (anche) dalla provincia più remota, le iniziative che guardano verso nuove possibili dimensioni del libro e della lettura. Proprio del Salone 2015 TwLetteratura ha approfittato per presentare una piattaforma Betwyll, per ora in versione beta su invito, grazie alla quale sarà possibile leggere e chiosare twittando sullo stesso schermo un testo classico o contemporaneo, e alla fine montare in libro i commenti: libro non necessariamente digitale, come mostrano i chilometrici rotolini di Tweetbook che raccolgono i tweet dedicati al Viaggio in Italia di Goethe (“Parigi dev'essere la mia scuola, Roma la mia università”. E a Napoli che ci vai a fare @GoetheTw? Un master?” oppure “Tutti seggono al sole finché finisce di brillare: Goethe prima di Michel Tournier, Vendredi ou les limbes du Pacifique”: due tra le moltissime proposte). Ritornano gli antichi rotoli, la carta termica al posto della pergamena? Certo è che, innovative nell'uso delle tecnologie, molte startup rivelano un rapporto con la lettura intessuto di amorosa attenzione – si tratti degli itinerari letterari che si possono creare o condividere o semplicemente seguire con la app Cityteller o dell'ambizioso progetto Aureoo, vincitore di un bando europeo, che vede in ogni libro il nucleo di un mondo fatto di rimandi visivi, sonori, verbali. Per i pessimisti, un allontanamento nefasto da tutto quello che finora abbiamo chiamato cultura, per gli ottimisti l'avvio di una nuova fase della rete, grazie alla quale la proliferazione orizzontale di questi anni sarà affiancata dalla costruzione di “edifici” complessi. Per gli uni e per gli altri, la spia che la nostra relazione con il testo scritto si sta trasformando in modo radicale.

Ecumenicamente, anzi, democristianamente, verrebbe da dire, pensando alla lunga gestione di Rolando Picchioni, affiancato da Ernesto Ferrero, il Salone del Libro – #SalTo15, in twitterese – accoglie tutti: indipendenti, Mondadori/Rizzoli (con le domande del caso: si fonderanno? andrà/andranno a Francoforte?), futuribili. Nei giorni scorsi si è parlato di una imminente successione, della fine di un duopolio che ha attraversato indenne più di una stagione. Si sono fatte ipotesi, nomi. Ma ora, sulla base di un'analisi quasi sovietologica delle ultime dichiarazioni, qualcuno giura che il tandem sarà riconfermato, che l'edizione 2016 non porterà sorprese, né rivoluzioni. E su questo, al di là dei nomi dei responsabili, si può scommettere.

 

alfadomenica giugno #4

MAZZONI e CORTELLESSA sull'IMMAGINE - RIGOTTI sulla LETTURA – CARBONE Semaforo - BONVICINO Poesia - CAPATTI Ricetta

NELL'OCCHIO DI CHI GUARDA

È appena uscito nelle «Saggine» Donzelli Nell’occhio di chi guarda. Scrittori e registi di fronte all’immagine, a cura di Clotilde Bertoni, Massimo Fusillo e Gianluigi Simonetti, con una postfazione di Stefano Chiodi (XXIV-199 pp., € 21,00). Il libro raccoglie ventitrè brani in prosa (alcuni dei quali prosimetrici) di scrittori e registi teatrali e cinematografici di oggi: ciascuno dei quali commenta una o più immagini, per lo più (ma non esclusivamente) appartenenti alla storia dell’arte. Riportiamo qui il brano di Guido Mazzoni e l’immagine da lui commentata (Luke Cremin, Image #1200, The September 11 Digital Archive), seguiti da un commento di Andrea Cortellessa.
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CHE COSA VUOL DIRE LEGGERE OGGI
Francesca Rigotti

Mi hanno dato ben 6.000 caratteri per svolgere il tema Che cosa vuol dire leggere oggi, ma mi rendo subito conto che non sono in grado di scriverli in maniera impersonale. Come si legga oggi non lo so con precisione: dovrei aver fatto una ricerca accurata sul tema e possedere competenze sociologiche che non ho.
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SEMAFORO
Maria Teresa Carbone

ISHMAEL BEAH Lingue _ HANNAH ROSEFIELD Schermi _ MAJANLAHTI e OSTI GUERRAZZI Sovversivi _ UGRESIC
Tossici _ ANGWIN Tracce.
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POESIE di Régis Bonvicino

#SOPA_DE_OSSOS@NERUDA.COM
#CONDIZIONE CRITICA

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PESCE SENZA RICETTA - Ricetta
Alberto Capatti

I moltiplicatori numerici applicati ai nomi dei piatti suonano male e suggeriscono una abbondanza fasulla, una convivenza forzata e una indeterminatezza di fondo.
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*alfadomenica è la rubrica settimanale di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.

Che cosa vuol dire leggere oggi

Francesca Rigotti

Mi hanno dato ben 6.000 caratteri per svolgere il tema Che cosa vuol dire leggere oggi, ma mi rendo subito conto che non sono in grado di scriverli in maniera impersonale. Come si legga oggi non lo so con precisione: dovrei aver fatto una ricerca accurata sul tema e possedere competenze sociologiche che non ho.

Certo che mi arrivano segnali dall'esterno, ma vivendo da eremita tra paesi stranieri non ne colgo molti. Viaggiando tanto però, in treno e in aereo, cònstato con i miei occhi che i viaggiatori non hanno più in mano libri o giornali, se non sporadicamente: la stragrande maggioranza di loro manovra uno smartphone o un computer, raramente, molto raramente un tablet; quindi non legge caratteri ma guarda messaggi, anche se prevalentemente ascolta musica. L'unica cosa che so bene è che cosa vuol dire per me leggere oggi e di questo scrivo.

Sono una donna, una docente e una autrice di saggi nata nel 1951; vivo tra i libri da quando ho iniziato a leggere, a tre anni, nel 1954 (ne parlo più avanti), anche se sono nata e cresciuta in una casa senza libri e mi sono dovuta arrangiare da subito con prestiti tra amiche e compagne e soprattutto con le biblioteche. Ottimo sistema, il prestito pubblico, o la lettura diretta in bilioteca, che permettere di leggere tantissimi libri senza acquistarli, col doppio vantaggio di non spendere e di non riempirsi la casa. So che l'affermazione può scandalizzare: editori e librerie ne patiscono, e il lettore non possiede materialmente i libri che legge; molti non lo sopportano e dichiarano che loro i libri devono possederli per sentirsi bene, e mostrano con orgoglio le loro bibliotechine di casa o le distese dei loro palazzi con le stanze dei libri, come quelle di Massimo Cacciari. Io il problema non ce l'ho, non l'ho mai avuto e non so nemmeno come potrei soddisfare la brama di aver libri, se mai mi prendesse, col mio budget limitato e le nostre abitazioni di formato ridotto.

Leggo oggi di media dai 12 ai 18 libri al mese in inglese, italiano, tedesco, francese, libri di carta, pesanti, oggetti solidi da tenere in mano e sfogliare, che mi segnalano a che punto sono dallo spessore delle pagine a sinistra, quelle già lette, rispetto a quello delle pagine a destra, ancora da leggere. Libri di saggistica, prevalentemente, ma anche libri di narrativa, la sera e nel fine settimana. Questo per i libri interi; di fatto leggo molte più pagine di saggi scientifici, contributi a congressi, articoli di riviste e giornali, tesi, relazioni e lavoretti degli studenti (in forma mista, talvolta cartacea, talvolta elettronica), e poi, in rete, articoli, osservazioni, commenti, oltre alla impegnativa posta quotidiana.

Talvolta mi sembra che leggere sia la mia unica competenza, la più importante per la mia formazione e per la mia vita; una competenza imparata, senza accorgermene, da piccolissima. La leggenda familiare racconta che iniziai a leggere insieme a mia sorella maggiore – che oggi è affermata studiosa e docente universitaria a Caen, specializzata in letteratura italiana per l'infanzia e che si firma come Mariella Colin ma che allora era Mariella (Maria Rosaria) Rigotti – quando ella frequentava la prima elementare e io non andavo nemmeno alla scuola materna (che allora si chiamava asilo). A Natale del 1954, quando Mariella aveva sei anni e io tre, leggevamo entrambe speditamente.

Lessi da quel momento in poi tutti i caratteri stampati che trovavo; leggevo persino, ad alta voce, le pubblicità all'interno dei tram verdi e gialli di Milano, in braccio alla mamma, compiacendomi del fatto che la gente si meravigliasse (è uno dei miei primi ricordi). Lessi tutti i pochi libri per l'infanzia che c'erano in casa, lessi e rilessi fino a disfarli i volumi dell'Enciclopedia dei ragazzi (quegli strani “ragazzi mondadori” che né mia sorella né io capivamo chi fossero), per poi tuffarmi nella bibliotechina di quartiere che si trovava in un locale della scuola elementare, di mia sorella e poi mia, la scuola «Ariberto di Intimiano e Matilde di Toscana» in via Ariberto a Milano. Lì i libri mi venivano porti da sopra il bancone, cui non arrivavo, da una bibliotecaria molto simile alla signora Felpa di Mathilda di Roald Dahl; libri che io non “ordinavo” ma che la signora individuava come adatti e interessanti.

Poi, all'età di otto anni, mi venne in mente, non so come, di stendere un elenco degli autori e dei titoli dei libri che avevo letto fino a quel momento – erano ben settantasette -. Quell'elenco è continuato, svolgendosi lungo tre quaderni, fino ad oggi, quando la somma sta per toccare quota tremilacinquecento. L'elenco comprende esclusivamente e rigorosamente libri letti per intero, gli unici che hanno diritto a entrarvi; quelli di cui ho letto una parte più o meno lunga, un saggio, due capitoli ecc. non vi hanno accesso anche se sono infinitamente di più.

E oggi? Dal momento che in Italia è considerato lettore forte chi legge un libro al mese, penso di essere lettrice forte, fortissima, forzuta. Continuo a procurarmi i libri nelle biblioteche, alcuni ne acquisto, altri mi arrivano per recensione o in omaggio. Se li leggo sul tablet? No, ancora no anche se non penso che manchi molto. In viaggio e la sera romanzi; durante la giornata la saggistica, sul divano con la matita in mano ma più spesso alla scrivania per appuntare i passi che mi interessano su quaderni, una serie che a metterli in fila occupa parecchi metri di dorsi. Tutti schedati, datati e indicizzati. Appunto su quei quaderni gli spunti, le idee, le citazioni relative agli argomenti che sto seguendo in un dato periodo, tre o quattro, e che in genere mi servono per scrivere altri saggi o altri libri.

Se poi tutti questi libri, i miei e quelli degli altri, siano davvero indispensabili e importanti, francamente lo dubito. Tanto più che oggi sovente si usa la tattica di montare un libro intorno a una idea, magari interessante ma una sola, il che non basta. Un esempio, relativamente a un libro di narrativa letto di recente: The Goldfinch di Donna Tarrt, Il cardellino. Quasi ottocento pagine su una e una sola idea, la scomparsa di un piccolo dipinto di pittore olandese del Seicento durante un attentato. Tutto ciò è fuori misura e inadeguato e rivela la presenza di un'operazione commerciale di bassa lega e nemmeno tanto coperta. Terminato il romanzo mi sono consolata con Se una notte d'inverno un viaggiatore.

Se condivido con qualcuno le mie letture? No, me le tengo per me: è raro che mi capiti di parlarne con qualcuno ma non importa, leggere è una passione solitaria, sempre più solitaria. Se riesco a leggere in maniera rilassata e continuativa? No, o molto meno che in passato. Le lunghe ore ininterrotte dedicate alla pagina scritta sono un ricordo del tempo che fu anche per una lettrice tutto sommato di vecchia maniera. Le interruzioni sono frequenti e non sono quelle per andare in bagno o bere un bicchiere d'acqua e neanche per rispondere a squilli di telefoni ormai quasi inesistenti. Sono le note interruzioni del ping dell'e-mail o dell'SMS (non del contatto FB o Twitter o altro social network a cui ho scelto deliberatamente di non collegarmi per non cadere in nuove dipendenze).

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