Le post-verità dell’8 Marzo

Letizia Paolozzi

Womens-day-strikeIo sono un’antica donna ma non ricordo una giornata così dibattuta, criticata - per dritto e per rovescio – e pure sbranata da un’emotività tanto feroce come questo 8 Marzo.

Comincio da Maia Giacobbe Borelli su Alfabeta 2: “In occasione dell’inutile giornata della festa della donna, sempre più vuota di senso, mentre il femminicidio imperversa in Italia con cifre allarmanti, propongo di rivolgere un pensiero gentile (e grato) alle presunte colpevoli, alle insoumises della nostra storia di genere, celebrate in questi giorni dagli Archivi Nazionali francesi in una mostra …”

Il cappello al pezzo è lo storytelling delle celebrazioni inconcludenti tra cattivo odore delle mimose e rughe di una data ormai sepolta.

Previsioni smentite. In più di cinquanta paesi è stata una giornata particolare. “Senza donne”. Almeno, così hanno promesso le donne stesse. Per l’Italia, tiene i fili dell’impresa Non Una di Meno, con lo slogan “Se le nostre vite non valgono, noi scioperiamo”.

Significa che noi ci fermiamo. Anzi, no. Ribaltiamo l’operazione per sottrarci a una rappresentazione del mondo che non ci comprende. Che ci svalorizza. Che vuole relegare il nostro sesso all’insignificanza.

L’8 Marzo di quest’anno ha scompaginato le carte. Dove? In tredici città della Turchia. A Nuoro (donne vestite in costume bianco e nero). A Zagabria, Varsavia, Barcellona. Per le strade. Nelle piazze ma anche nelle scuole, nei musei. Alla Galleria nazionale di Roma appuntamento per 1300 signore e signorine meditative di fronte all’accostamento dell’Ercole di Canova al Mare di Pascali.

Una esplosione di forza globale che si è incuneata in molteplici percorsi. Con rivendicazioni, bisogni, desideri diversi: contro il femminicidio; contro la presenza femminile nelle filiere meno qualificate (nelle pulizie, nei servizi alla persona); contro le minacce di Donald Trump; per il welfare e l’eguaglianza di salari, di carriere; per l’autonomia di avere o non avere un bambino.

Grande confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente?

Elena Lattuada, segretaria generale Cgil della Lombardia: “La condivisione delle questioni poste dalle promotrici della protesta è totale… Ma gli scioperi non si improvvisano. Si preparano”.

Lattuada ha sicuramente più esperienza di noi e tuttavia, se vuoi protestare in Irlanda, in Israele, a Singapore, senza una organizzazione alle spalle, dovrai accettare che ogni gruppo, collettivo, associazione vada per la sua strada con il corteo, il ballo, il blocco delle attività professionali; la scelta ponderata dell’abito nero, parrucca rosa, sciarpa fucsia; lo sciopero del e dal genere; l’autosospensione da Facebook; il rifiuto del lavoro domestico.

Sia chiaro: voglio evitare ogni esaltazione acritica dell’8 Marzo. Ammetto che la strabordante energia femminile fatica a trovare espressione. Salta agli occhi delle più esigenti il linguaggio ripetitivo dei documenti. La debole riflessione sulla vita, i sessi, le relazioni. D’altronde, se le nostre società sono delle matasse aggrovigliate, tirarne fuori il bandolo spetta a noi (donne).

E agli uomini. Anche a Dario Di Vico, solitamente serio osservatore della condizione di chi lavora e di chi il lavoro non ce l’ha. “Lo sciopero delle donne si è rivelato un mezzo disastro” ha commentato (sul Corriere della Sera del 9 marzo). Invece di coltivare ancora “la separatezza”, il compito dell’altra metà del cielo dovrebbe essere quello di “salvare l’Occidente”. E lui, l’inviato del Corriere della Sera , nel frattempo che fa, sta a guardare?

Per la segretaria Cgil, Susanna Camusso, lo sciopero può essere indetto soltanto nelle situazioni concrete, quando è realizzabile nei luoghi di lavoro. Questo sciopero, invece, si muove su un piano “prevalentemente simbolico”. Tradotto, manca di concretezza.

Ma tra il piano dei rapporti sociali e materiali di potere e il piano delle pratiche discorsive e dei codici di comportamento (il simbolico, appunto), c’è un andirivieni che non significa restare nel vago, cincischiare, impasticciare con ciò che non ha contatto con la realtà, bensì provare a modificare la realtà e i rapporti di potere da cui è attraversata.

Alessandra Bocchetti, femminista che non deflette dalle sue certezze, ritiene infruttuosa la presenza, l’8 Marzo, di tante ragazze e ragazzi nello spazio pubblico. “Questo è un movimento che va soltanto contro” sostiene nell’intervista su Repubblica (del 9 marzo). Non sarei così pessimista. La riscrittura di un piano femminista antiviolenza da parte di Non Una di Meno e la vertenza con il governo potrebbe dare dei risultati inattesi.

Fermiamoci qui. Tanto, con la scontrosità e i preconcetti nessuna ci guadagna. Meglio guardare a un movimento (di donne ma anche di uomini) che sembra ostile alla costruzione di muri, alla tentazione di tornare al passato, al masochismo della crisi. Invece di stare con il dito alzato, ci sono parole da trovare e una soggettività femminile da non sprecare.

Non una di meno, anzi molte e molti di più

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Sono un ragazzo fortunato, perché da una femminista sono nato”. A me è parsa una precisazione rivelatrice, nel corteo del 26 novembre (voluto da Io Decido, Udi, D.i.Re nel nome di NonUnaDiMeno).

Il femminismo ce l’ha insegnato. Agli adolescenti e ai maschi. Che sono molti, guidati da un movimento giovane e da quello antico, chiamato “storico”. Edda Billi, della Casa Internazionale, la baciano e la ribaciano mentre assicura “Noi siamo nostre”. L’ha scritto su un foglietto leggero come una piuma.

Tutti e tutte nel corteo contro la violenza sulle donne. Amalgamato da una empatia collettiva. C’è commistione, aggregazione, Un gruppo femminile solleva, seguendo ritmi latini, uova che cantano. Anzi, che friniscono. Portano scritta la memoria di Maria, Gianna, Sibilla, morte per mano maschile.

Le mani tengono stretti i lembi degli striscioni. Inalberano cartelli con l’atteggiamento di chi si sente responsabile per sé. E di sé. Sapientemente aboliti i bastoni: le aste di una volta. Troppo pesanti per i capelli bianchi? Quanto al femminismo, imparruccato di rosa o di azzurro, avanza con il passo delle gazzelle. “Siamo tante, di tutte le età. Siamo unite, siamo qua”.

Competenza e opere sono raccontate dalle sigle di associazioni, collettivi, gruppi, librerie. Bambini e cani procedono al seguito verso piazza San Giovanni. Si sfiorano etero, omo, transfemministe queer, froce femministe, sex workers. Per favore, liberatemi dalla normatività! Comunque, in questa manifestazione ci si accorge della presenza maschile che promette di rispettare la differenza femminile mostrando la propria. “Educhiamo uomini migliori”.

Educhiamoli con il corteo e forse dopo, sperando che ognun@ impari a prendersi cura dei conflitti inevitabili, non omicidi.

Significa che di estraneità, di separatismo non c’è più bisogno? E’ impensabile, se non a costo di una mutilazione, che in un corpo vi sia un solo occhio, una sola mano, una sola gamba anziché due. E il corpo dell’umanità è di uomini e di donne” (le critiche d’arte Manuela Gandini e Francesca Pasini nell’Almanacco Alfabeta2 2017 Cronaca di un anno WAW Women Artists of the World)

La folla sfila in letizia. Sui giornali, in televisione non compare quasi nulla.

Unica eccezione “Il Manifesto” che, qualche giorno prima, nel supplemento, aveva scritto: ”Nelle società più aperte e democratiche, come nei paesi più chiusi e dispotici, nelle culture laiche come in quelle oscurantiste, la macabra fantasia dell’annientamento non conosce limiti. Le spose bambine, le mutilazioni genitali, le uccisioni e le pene corporali per le indisciplinate, le donne bruciate. Un catalogo dell’orrore che circonda la vita di milioni di noi. Come se la ferita che il femminismo ha inferto al potere maschile potesse essere in qualche modo rimarginata solo con il sangue, con la vita stessa della pericolosa soggettività femminile. Naturalmente vengono violentate e uccise anche le donne più quiete e sottomesse, ma l’evoluzione della condizione femminile sembra benzina sul fuoco” (Norma Rangeri).

Altra perla rara, l’ultimo fascicolo di "Leggendaria", a cura di Anna Maria Crispino e Silvia Neonato. 40 pagine di dati, analisi, interviste per mettere a fuoco il fenomeno della violenza in Italia e nel mondo. Gli elementi di continuità con il passato e le novità indotte dalle lotte delle donne negli ultimi 30 anni. L’attività dei Centri antiviolenza e delle forze dell’ordine. Le luci e le ombre dell’intervento istituzionale, in particolare della neo-titolare delle Pari Opportunità Maria Elena Boschi. Ma anche il fenomeno nascosto della violenza degli uomini sugli uomini. E un affondo nella realtà culturale in cui la violenza è stata ed è ancora spesso tollerata, giustificata, minimizzata. Un affondo sui molti modi in cui la si racconta: la violenza nel mito e nei serial Tv, al cinema e in letteratura.

Dalle rarità alla normalità. Dove, probabilmente, i telegiornali hanno scelto il silenzio-stampa perché sentono puzzo di bruciato. “Ma quale legge ma quale dio, sul mio corpo decido io”. Fosse mai che finiscano gambe all’aria vecchie supremazie, stupide consuetudini?

Probabilmente, ha allentato la presa una visione umiliante del sesso femminile. “Il femminicida non è malato, è solo figlio del patriarcato”.

L’opinione pubblica non ha più l’indifferenza, “la comprensione” del passato nei confronti della violenza. Si apre però una nuova difficoltà giacché questa opinione pubblica difende le donne e contemporaneamente le inchioda al ruolo di vittime predestinate.

D’altronde, i carnefici non scompaiono. Il cielo è dei violenti (versetto di Matteo 11,12).

Bisogna avere il coraggio di dirlo: La violenza non scomparirà. Ma può essere smontata per riconoscerne la specificità. E il nesso con altri tipi di violenza.

Dobbiamo ancora interrogarci sulle relazioni tra i sessi. Molta strada è stata percorsa dal femminismo, dai centri antiviolenza, da alcuni uomini. Era visibile non solo sabato nel corteo, ma anche domenica all'assemblea, con l'università invasa da centinaia di giovani donne, le discussione intensa in otto tavoli tematici, la voglia di incontrarsi ancora, di agire e di contare per cambiare le cose. Eppure, noi che “Siamo le pro-pro nipoti delle streghe che non siete riusciti a bruciare” abbiamo ancora molto lavoro politico da fare intorno alle relazioni, alle pratiche di cura in grado di connettere la vita e il lavoro.

Non una di meno

violenzaLetizia Paolozzi

Venti ottobre 2016. Si chiama “Ni una Menos” (Non una di meno) la marcia di Buenos Aires. “Scusate il disturbo - scandisce la protesta delle donne - ma ci stanno ammazzando”. Come hanno ammazzato Lucia, una sedicenne drogata, stuprata e impalata a Mar de Plata. Se poi vi interessassero le cifre, in Argentina ogni trenta ore una donna viene uccisa da uno o più uomini.

Ventuno ottobre 2016. In nome di Maddalena, tredicenne di Melito Porto Salvo violentata da “gente bene”, sfila un lungo corteo sul lungomare Falcomatà di Reggio Calabria. Sullo striscione puoi leggere che “la violenza è l’ultimo rifugio degli incapaci”.

Proprio “ultimo” non saprei giacché, in maniera più o meno feroce, la violenza attraversa tutte le società. Il suo è un ceppo robusto, millenario. Da quel ceppo si diramano i bombardamenti di Aleppo; l’esplosione della ennesima auto a Bagdad; il massacro del Bataclan a Parigi.

Qualcosa avvicina queste e altre infinite mostruosità che, d’altra parte, non sono sovrapponibili all’uccisione di Lucia, all’abuso di Maddalena. Delitti, questi, con una loro peculiarità: tenere strettamente legati il disprezzo per la mente e l’asservimento, l’umiliazione del corpo femminile. Non è una novità; succede in guerra e in pace.

Freud (nel Disagio della civiltà) diceva: “L’uomo non è una creatura mansueta, bisognosa d’amore, capace al massimo di difendersi quando è attaccato; è vero invece che occorre attribuire al suo corredo pulsionale anche una buona dose di aggressività. Ne segue che egli vede nel prossimo non solo un eventuale soccorritore e oggetto sessuale, ma anche un oggetto su cui può magari sfogare la propria aggressività, sfruttarne la forza lavorativa senza ricompensarla, abusarne sessualmente senza il suo consenso, sostituirsi a lui nel possesso dei suoi beni, umiliarlo, farlo soffrire, torturarlo e ucciderlo”.

Vero. La mitezza è poco frequentata in special modo da un sesso che pure si dedica a grandi e nobili imprese. “Da un legno così storto come quello di cui è fatto l’uomo, non si può costruire nulla di perfettamente dritto” aveva affermato Kant.

La concezione freudiana dell’aggressività non sa che pesci prendere di fronte al disfarsi dei legami umani, al perpetuarsi dei carnai, al riesplodere di conflitti sanguinosi. Per raddoppiare la pena, nei conflitti armati alle donne è specificamente riservato lo stupro, la schiavitù sessuale. Le spiegazioni economiche, etniche, religiose hanno un senso ma bisogna anche sollevare il velo e gettare luce sui meccanismi del potere.

Chi ha amministrato quei meccanismi?

Generalmente la storia lascia intravvedere la posizione apicale di un sesso al quale spetta lo scettro, la corona e poi il privilegio della toga, della tonaca, della divisa. Anche se viene sempre più criticato, il ricorso alla violenza pare incollata al genere maschile. I terroristi sparano all’improvviso in un iper-mercato. A Nizza, “l’inatteso” è il camion bianco, impazzito, che irrompe sulla Promenade des Anglais.

Stefania Formicola quell’ “inatteso” l’aveva previsto in una sorta di testamento: “Alla mia morte, qualunque ne sia la causa, mio figlio deve essere affidato a mia madre e mio padre e in caso di loro morte, a mia sorella Fabiola”.

Causa della morte, un amore finito male. Gonfio di gelosia (maschile); segnato dalla precarietà economica. Lei con la paura di denunciare. Lui che la maltratta e poi, regolarmente, si pente. Chiede scusa. Fino a quando perfora con un proiettile l’addome della moglie e quindi telefona per avvertire il 118.

Raptus seguito dal pentimento, astrologano i media. Stefania voleva separarsi. Due figli, quattro anni di agonia nei quali la necessità di sfuggire alla tortura si era sedimentata nell’aspirazione a un’esistenza libera. Voleva finirla con l’insensata virilità del marito che consisteva nel menar le mani.

Eppure, a Sant’Antimo, Stefania ha concesso al marito l’ultimo “chiarimento”. A Parma, Elisa Pavarani, uccisa a coltellate, va a riprendersi i vestiti nella casa dell’ex compagno. Donne troppo fiduciose. Io sarei più diffidente verso un uomo che aveva giurato di tenermi per mano e dal quale raccoglievo promesse ancora sfuggenti?

Nelle relazioni amorose c’è una fune intessuta di reciproche responsabilità e complicità che tiene insieme (fino a un certo punto) i due sessi. Tra dominio e sottomissione i confini non sono precisi. Leggete Jessica Benjamin in Legami d’amore I rapporti di potere nelle relazioni amorose (Raffaello Cortina editore 1988 prima edizione italiana 2015, prefazione all’edizione italiana di Vittorio Lingiardi , Nicola Carone): l’amore non lascia la violenza fuori dalla porta.

Quanto a quelli che ammazzano a Bagdad, a Parigi, ma anche a Sant’Antimo, a Parma, davanti agli occhi gli scorre il sesso e la morte. Adesso, però, la sopraffazione maschile sembra sul punto di precipitare dal piedistallo patriarcale sul quale si immaginava. Almeno dalle nostre parti, i ruoli sociali definiti dagli uomini per gli uomini si sfarinano nell’opinione pubblica. D’altronde, La scuola cattolica di Albinati, alcuni programmi televisivi, i film, biasimano la violenza. Quando il giudizio sociale diventa sanzionatorio dei passi avanti sono stati compiuti grazie alla politica delle donne che deve aver innestato un cambiamento soggettivo maschile. E il desiderio di sperimentare qualcosa di diverso per la propria vita.

In effetti, la domanda "Che uomini vogliamo essere, prima della violenza?" ha attraversato una serie di incontri (di cui alcuni ancora si devono tenere in varie città) costruiti sulla presa di parola pubblica di etero, omosessuali, sposati, divorziati, riuniti nelle associazioni, nei gruppi. E’ un gesto che equivale a rompere la complicità con i violenti.

Il 26 novembre, a Roma, sarà la volta dell’appuntamento nazionale: “Non una di meno - Tutte insieme contro la violenza maschile sulle donne”. Dettato dalla collera perché i gesti criminali si ripetono con cadenze terribili, l’appuntamento ribadirà la forza e la dignità femminile, a partire da quella che dimostrano i Centri antiviolenza dove tante contribuiscono all’uscita delle loro simili dalla condizione di vittime.

The Times They Are A Changin’ cantava Bob Dylan C’è una trama di relazioni che vede uomini e donne in cammino. Anche il contratto sociale andrebbe ridefinito, appunto tenendo conto del cambiamento.

Storie di donne schiave e donne libere

AY-277-aLetizia Paolozzi

La prima vicenda riguarda un distretto di Amsterdam, Nieuw West, dove pare che una solerte dirigente del personale, nella smania di compiacere la comunità islamica locale, abbia spedito una mail alle impiegate allo sportello perché non indossassero gonne o vestiti che «arrivino sopra il ginocchio». Quanto agli stivali, «sono inappropriati durante il lavoro al banco». Tranquilli – hanno assicurato i dirigenti del distretto – non abbiamo ansie da «sottomissione» (quella annunciata da Houellebecq). Molto più semplicemente lavoratori e lavoratrici sono «tenuti a vestire in modo rappresentativo e professionale». Frase che, nella sua ambiguità, mi ha ricordato gli incerti confini del reato di «traffico di influenze illecite» di cui è stato accusato il riccioluto compagno dell’ex ministra Guidi.

Coprirsi/scoprirsi?

Pierluigi Battista (sul Corriere della Sera) ha difeso a spada tratta la marcia trionfale della minigonna che «non è mai stata (solo) un capitolo della moda, ma un’idea del mondo». Vero. Ma non so se lo sia ancora. La fortunata impudicizia delle gambe nude fino al limite inguinale ha perso brillantezza. Quel pezzo di stoffa assai ridotto non rappresenta più una bandiera da agitare al vento dell’emancipazione. Si capisce: la moda è un prodotto storico e i trenta centimetri di raso, cotone, lana, tweed, denim – che alludevano alla sessualità, desiderio, rottura delle regole, scandalo, sfida, irriverenza, gioco – hanno consumato carica erotica e radicalità. Sono successe tante cose. L’incrinatura delle consuete distanze (che sembravano eterne) tra maschi e femmine; l’omosessualità che cammina a viso scoperto; l’entusiasmo, forse accresciuto dalla fiducia nella parità, per i pantaloni, per l’unisex.

Il «comune senso» della decenza si muove lungo binari distantissimi da quelli di Lucia Mondella che «tra le tante cagioni di tremare, tremava anche per quel pudore che ignora se stesso, somigliante alla paura del fanciullo che trema nelle tenebre, senza saper di che». La vicenda di Amsterdam, comunque, non parla solo di minigonne e stivali. Bensì di uomini e donne e di un’Europa entrati in contatto con culture e comportamenti lontani dai loro, nonostante le pareti di filo spinato erette per fermare «l’invasione». E l’incontro-scontro tra culture diverse ha anche assunto il tragico linguaggio del terrorismo e della guerra.

Mentre, su un altro piano, si snoda un particolare conflitto sul corpo femminile.

A Cortina d’Ampezzo – dove mogli, figlie, sorelle sono state respinte dall’antica istituzione cittadina, la Comunanza delle Regole (nella quale i diritti del capofamiglia si trasmettono per via maschile) – alcune signore, per protesta contro i «regolieri», hanno indossato una sorta di velo giacché «qui siamo ancora nel Medioevo!». Dunque il velo indica l’asservimento femminile e colei che lo porta è praticamente chiusa in una prigione?

Si riapre la tratta Parigi-Teheran dell’Air France. Le hostess aprono un conflitto perché rifiutano di coprirsi il capo in fase di atterraggio. Il sindacato tratta. Risultato: le hostess potranno chiedere di essere spostate su una rotta diversa. Può sembrare una questione di lana caprina (paesi che vai, usanze che trovi), tuttavia è complicato togliere dalla testa delle hostess l’idea che lo hijab non porti con sé l’impronta della soggezione femminile. In effetti viene indossato in luoghi segnati dal maschilismo e dall’omofobia. Sono gli stessi luoghi dove gli uomini credono che il rispetto delle donne consista nel sottrarle agli sguardi. Se girano da sole, di notte, vanno considerate prostitute. A testa scoperta, se frequentano luoghi maschili, sono prede.

Noi invece ci consideriamo donne libere. Da qui discende che del nostro corpo facciamo quello che vogliamo. E la certezza che il nascondimento del corpo femminile equivalga a umiliarlo, a metterlo al rogo. Con tante nudità in giro (la moda riesce pure a desessualizzare la donna nel momento in cui la spoglia), c’è però chi trova più interessante un corpo femminile coperto. Come accade a chi, tra adulterio e fedeltà, sceglie la seconda posizione, perché meno convenzionale.

Intanto è esplosa una nuova polemica, innescata dall’abbigliamento islamico. Diversi marchi dell’abbigliamento (Marks&Spencer, la collezione Abaya di Dolce&Gabbana, Uniqlo, presto si unirà H&M) hanno tirato fuori la moda «pudica», che protegge il corpo dalla testa ai piedi. Laurence Rossignol, ministro francese responsabile dei Diritti delle donne, parlando di questa moda e delle musulmane che indossano il velo, ha commentato: «C’erano pure dei negri americani a favore dello schiavismo». Quindi si è scusata. Sostenuta però dalle associazioni femministe contro «la banalizzazione del velo islamico». Evidentemente le associazioni escludono che possa esserci una (o tante) donne che il velo decidono di indossarlo. In modo libero.

Ha scritto Le Monde che il mercato mondiale della moda islamica, valutato in 230 miliardi di dollari (202 miliardi di euro) nel 2014, potrebbe toccare i 320 miliardi nel 2020. Le mogli e parenti varie di Salman bin Abdelaziz al Saud, re dell’Arabia Saudita, quando si precipitano nei negozi di via Montenapoleone, dovendo mostrare «la loro bellezza solo ai loro mariti», immagino che non si contentino di una svelta minigonna.

Insomma, per acquietare gli scontri simbolici sul valore del corpo femminile (nudo o coperto), l’unica soluzione sarebbe quella di appellarsi a quel giudice spietato che è il mercato?

alfadomenica #2 aprile 2016

Sull'alfadomenica di oggi:

Letizia Paolozzi, Storie di donne schiave e donne libereLa prima vicenda riguarda un distretto di Amsterdam, Nieuw West, dove pare che una solerte dirigente del personale, nella smania di compiacere la comunità islamica locale, abbia spedito una mail alle impiegate allo sportello perché non indossassero gonne o vestiti che «arrivino sopra il ginocchio». Quanto agli stivali, «sono inappropriati durante il lavoro al banco». Tranquilli – hanno assicurato i dirigenti del distretto – non abbiamo ansie da «sottomissione» (quella annunciata da Houellebecq). Molto più semplicemente lavoratori e lavoratrici sono «tenuti a vestire in modo rappresentativo e professionale». Leggi >

Marina Beer, John Berger, come si guarda un animale:  Chi, senza aver letto altro di John Berger (classe 1926, scrittore inglese e europeo, eclettico e irregolare praticante di molte arti e discipline e politiche del Novecento: vedi il numero 32 di Riga a lui dedicato e curato da Maria Nadotti, la sua voce italiana), si aspettasse da questa raccolta di brevi saggi, racconti e poesie un insieme di proposte o ricette comunque «disciplinate», riguardo alla condizione degli animali in rapporto all’uomo, sarebbe completamente fuori strada. Benché la sua lettura dovrebbe essere obbligatoria per chiunque abbia a cuore la vita animale (e quindi anche la vita umana), questo non è un libro per lettori animalisti, né per vegetariani o vegani.  Leggi >

Semaforo a cura di Maria Teresa Carbone:  Ogni mese Emma acquistava una scatola di cartone da uno spedizioniere chiamato Johnny Air Cargo su Roosevelt Avenue, a Filipinotown. La scatola aveva le dimensioni di un piccolo frigo e Emma trascorreva alcune settimane a riempirlo con caffè, carne in scatola, tavolette di cioccolato...  Leggi >

Intorno alla maternità surrogata

surrogSi discute molto in questi giorni di maternità surrogata, tema di fronte al quale sono rarissime le persone che si dichiarino indifferenti e che vede contrapporsi posizioni diverse, tali da escludere, almeno all'apparenza, la possibilità di una mediazione. Nello speciale che presentiamo oggi, proponiamo tre interventi che affrontano la questione da prospettive, appunto, assai differenti - non per sottrarci a una assunzione di responsabilità, ma perché, come scrive qui sotto Letizia Paolozzi, mettere in dubbio le nostre sicurezze è forse l'unico modo per procedere lungo un percorso complesso, il cui esito (ancora ignoto) dipende essenzialmente da noi, come individui e come parte di una collettività.

I fantasmi della maternità

Letizia Paolozzi

«È nato un bambino». Va da sé che è nato perché una donna ha deciso di metterlo al mondo. In seguito quel bambino soffrirà, proverà piacere, dolore, amore. Muoverà i primi passi nel mondo anche grazie alle fate madrine che a volte affiancano, si avvicendano, si sostituiscono alla madre. Scrive Paul B. Preciado (sull’Internazionale dell’8 marzo): «È venuto il tempo di onorare i molteplici ed eterogenei legami che ci hanno costruito e che ci tengono vivi». D’altronde noi siamo le nostre relazioni, i nostri legami. Ancora nella pancia della mamma, e poi nella maturità e nella vecchiaia. Se ne può discutere eticamente, politicamente. E legislativamente. Il DDL Cirinnà ha cercato di farlo. Attraverso l’articolo 5 (stepchild adoption), poi stralciato, nel quale era indicata la possibilità dell’adozione, da parte di uno dei componenti di una coppia omossessuale, del figlio, naturale o adottivo, del partner.

Uno stretto legame tra ricorso alla maternità surrogata e adozione non è dimostrato. Eppure quell’articolo ha provocato tensioni, risvegliato il fantasma dell’avversione per gli omosessuali (che pareva scomparso) e della disistima (all’apparenza sconfitta) nei confronti delle donne. Nonostante non siano loro i «richiedenti» principali della maternità surrogata, bensì le coppie eterosessuali (sposate) con problemi di sterilità, la pubblica riprovazione si è appuntata sulle coppie di maschi omosessuali. È intervenuta pure la vicenda del personaggio pubblico Nichi Vendola e del suo compagno a spargere sale sulla ferita. Omogenitorialità sentita come una minaccia?

Se è così, ha ricominciato a spaventare chi – donna o uomo – vede nell’adozione e nella filiazione da parte di e delle omosessuali la tomba della famiglia tradizionale e del matrimonio (al quale verrebbero assimilate le unioni civili); turba i sonni di quante scoprono nella pretesa di paternità biologica del gay una più generale voglia maschile di sostituirsi alla madre. Anzi, di eliminarla. Saremmo al ritorno in forze del patriarcato.

Il depennamento dell’articolo 5 ha lasciato delle creature per metà orfane. Un gesto violento nei confronti della vulnerabilità e fragilità dei già nati. In questa situazione, con tanti nodi da sciogliere, le posizioni si sono radicalizzate. Invece di provare ad attraversare i passaggi simbolici e sociali, si preferisce saltarli supponendo di avere già le conclusioni in tasca. Eppure conosciamo una varietà di situazioni e di storie: donne che abortiscono e dopo piangono disperate; altre che dopo sorridono. Donne che portano un figlio nella pancia per amore o perché credono che la famiglia con quel terzo si rinsalderebbe quando compaiono le prime crepe. Conosciamo uomini che fuggono all’idea di diventare padri; altri che invidiano la potenza femminile nel riprodursi; altri ancora che suppongono di poter imitare, con l’aiuto della scienza, la maestria femminile dell’allevare. Conosciamo bambini che escono la domenica con due padri mentre stanno, durante la settimana, con due madri. Bambini che hanno perso le tracce dei genitori biologici, oppure che i genitori biologici hanno deciso di dare in adozione. Bambini venuti al mondo grazie a una o più donne. Bambini che avranno una domanda da porre sulla propria origine, sull’esperienza che li legava a quel ventre, a quei suoni.

Ascoltando le tante voci di madri lesbiche e padri gay, madri e padri single, coppie sterili e coppie che delirano sull’autonomia e l’individualismo, confesso che mi manca il coraggio di pronunciare un discorso scevro di ripensamenti e di dubbi.

Giusto difendere il corpo (e la mente) femminile; indicare dei limiti; diffidare delle prospettive aperte dalle tecnoscienze; rifiutare la mercificazione e l’assenso, in condizioni di necessità, alla gestazione per conto di altri. Ma come si quantifica la necessità? E poi, lei che «si presta», da soggetto pensante e incarnato della differenza sessuale, viene retrocessa a vittima sottomessa, mercificata, preda del neoliberismo. Non ci sarà misoginia in questa retrocessione? Mentre lui che sfida una genitorialità impossibile, risulta colpevole di egoismo, narcisismo sconfinato, desiderio senza limiti. Non ci sarà omofobia in questa colpevolizzazione? Vero è che il desiderio di paternità rappresenta qualcosa di più che un semplice capriccio o una concessione alla moda. Piuttosto indica l’aspirazione, forse confusa, a una famiglia «normale». Per contrastare, appunto, il pregiudizio nei confronti delle persone gay.

Certo, un uomo dovrebbe andarci molto cauto sulla relazione madre-figlio, dal momento che non la conosce direttamente. In fondo, anche nell’assistere al parto, osserva sempre a debita distanza quello straordinario evento. Non derubiamo la nascita alla competenza femminile: senza esaltarla, però, escludendo ogni altra relazione. Tanti anni fa si gridava: «L’utero è mio e lo gestisco io». Vogliamo scalpellarlo via dalla memoria? Peraltro, in questo scontro tra diversi protagonismi, c’è un bambino che rischia di essere dimenticato.

Vale la pena di continuare ad ascoltare e modificare le nostre sicurezze. A volte le oscillazioni sono preziose. Indicano che non è giusto chiudere le riflessioni e che sulle relazioni e sugli scambi, soprattutto sulla dipendenza e sulla cura, c’è ancora molta strada da percorrere.

Orfani con cinque genitori

Nicoletta Tiliacos

Era il 1986 – sembra già preistoria – quando il primo caso di maternità surrogata contrattualizzata secondo un accordo tra privati (il «caso Baby M») divise l’America. Una donna sposata aveva accettato, d’accordo con il marito, di farsi inseminare artificialmente da un uomo a sua volta sposato, con la promessa che, alla nascita, il bambino (in quel caso una bambina) sarebbe diventato legalmente figlio della coppia committente, dietro pagamento di un compenso. La donna poi ci ripensò, si rifiutò di consegnare la piccola, e per la prima volta – nell’America che sacralizza gli accordi tra privati purché liberamente stipulati – i giudici si trovarono a dover decidere della validità di una transazione che aveva come oggetto un bambino. Era preistoria, l’abbiamo detto, e la gestante era anche, a tutti gli effetti, la madre biologica della neonata. Oggi, per non correre certi rischi la regola è di dividere in due l’apporto biologico materno: ovocita di una donna, utero di un’altra. Come dire: due madri biologiche uguale nessuna madre, una più una equivale a zero.

Trent’anni dopo, ci si chiede perché continuare vietare la maternità surrogata, detta anche «di sostituzione» – o «gestazione per altri», definizione che omette ogni pericoloso riferimento al materno – visto che «in tanti paesi si fa». Ci si chiede perché, se c’è un incontro di libere volontà, non debba essere possibile il «dono» di una gravidanza a chi (per motivi di salute, di età o di sesso, nel caso di una coppia di uomini desiderosi di essere padri) non può avere figli per conto proprio. E ci si chiede perché limitare la libertà femminile, quando si esprime nella volontà di usare il proprio corpo con spirito imprenditoriale: vendere ovociti per le donne dell’est europeo (la costante universale è il desiderio di «bianchezza» unita a bellezza, altezza, all’occorrenza biondezza e altre virtù verificabili su appositi cataloghi), o surrogare una gravidanza per le indiane o le messicane o le thailandesi o le nepalesi e le vietnamite, sono diventati modi di incrementare miseri bilanci famigliari. Scrivono le sociologhe australiane Melinda Cooper e Catherine Waldby in Biolavoro globale (DeriveApprodi 2015) che «la biologia riproduttiva umana è diventata una vera e propria forma di lavoro economico in alcuni settori chiave della bioeconomia». Anche là dove più si accredita la versione del dono solidale – l’America o il Canada o l’Australia – perché impedire a un’operatrice di call center di affittare l’utero per trenta-quarantamila dollari che non riuscirebbe mai a mettere insieme in altro modo?

Sosteneva Hans Jonas che «la vera minaccia comportata dalla tecnologia fondata sulle scienze naturali non risiede tanto nei suoi mezzi di distruzione quanto nel suo tranquillo uso quotidiano». È passata la convinzione che la frammentazione insita nelle tecniche di procreazione artificiale (attorno alla culla di un nuovo nato possono esserci fino a cinque soggetti: genitori committenti, donatrice di ovocita, donatore di sperma, madre gestazionale-partoriente) renda la gravidanza il semplice pezzo di una catena di montaggio. Ma l’utensile per ottenere il figlio è una donna in carne e ossa, coinvolta ventiquattro ore su ventiquattro per nove mesi (non considerando la preparazione ormonale alla quale una donna non incinta deve sottoporsi per poter accogliere l’embrione) e in un evento come il parto.

Si dimentica che la gravidanza è un unicum, scrive in Corps en miettes (Flammarion 2013) la filosofa femminista francese Sylviane Agacinski, come la nascita e la morte: «non solo non assomiglia a nient’altro, ma non può essere pensato in analogia con altre cose». Una gravidanza interessa la totalità psicofisica di un essere umano di sesso femminile. Dato di fatto oscurato dall’idea che esista un diritto a ottenere un figlio in grado di legittimare qualsiasi metodo di procreazione. Compresa la compravendita di un bambino che passa per la compravendita di un «servizio gestazionale», di una «gravidanza delocalizzata», di «fertilità esternalizzata». Mentre dovrebbero essere «le condizioni etiche e giuridiche della procreazione a decidere i mezzi possibili di fondare una famiglia». A decidere dovrebbe essere la nostra idea di persona, di diritti, di dignità dell’individuo in generale e delle donne in particolare, di ciò che è disponibile o non disponibile, anche assumendo l’ottica dell’autodeterminazione. Come mai la vendita di un rene, che pure è praticata nei paesi più poveri – anche lì c’è un mercato, per quanto clandestino, e anche lì c’è un incontro di volontà – è ovunque proibita? Si ammette solo il dono tra consanguinei, esattamente per impedire compravendite mascherate da solidarietà. Cioè quello che avviene sempre nella maternità surrogata, fatta eccezione per rari casi di accordo tra parenti. Con altri tipi di guai. Basti pensare al caso recente della coppia gay inglese in cui la sorella di uno dei due uomini ha offerto il proprio utero salvo poi rifiutarsi, anche lei, di consegnare il bambino alla nascita (poi ha dovuto farlo).

E dire che nel caso della compravendita di un rene esisterebbe una giustificazione ben più pesante – salvare una vita – rispetto al soddisfacimento del pur comprensibile desiderio di un figlio. Invece no, non si può. Giustamente. Neppure, a giustificare l’ammissibilità del libero mercato di organi, può intervenire l’idea che «è meglio normare la pratica e renderla così più controllata e sicura per tutti». Tutto si può, invece, tutto può essere ammissibile quando in ballo c’è un corpo di donna e quella sua «funzione» non separabile da lei. Là dove la maternità surrogata è legalizzata o tollerata si accetta di programmare l’abbandono di un neonato; si pianifica serenamente di separare subito il nato dalla madre che lo ha partorito. Bisogna scongiurare nella gestante-partoriente il sorgere di qualsiasi attaccamento all’essere che ha messo al mondo, e a quest’ultimo di vivere in continuità carnale e psichica con l’esperienza prenatale che per qualsiasi bambino è considerata essenziale, e che può venir meno solo per motivi gravissimi: la morte o la malattia della madre o il rifiuto del figlio da parte della donna che non vuole tenerlo. Per questo i figli della surrogata sono sempre orfani, nonostante la sovrabbondanza di soggetti che contribuiscono alla loro venuta al mondo. Sono orfani anche perché sarà loro negata, nella stragrande maggioranza dei casi, la verità sulla loro origine, nel senso che non conosceranno mai la madre che li ha partoriti. La pratica della maternità surrogata conta sulla disumanizzazione della madre non meno che del figlio. Una coppia così sovversiva che da sempre si prova a dividerla e a depotenziarla.

Retorica del materno? Ma come mai la retorica stucchevole del dono, della solidarietà con chi non può avere figli, della infinita generosità e oblatività femminile, deve funzionare solo per giustificare la maternità surrogata? In un’inchiesta realizzata per «la 27ora» da Monica Ricci Sargentini la responsabile di una clinica californiana, dopo aver spiegato che molte coppie preferiscono madri portatrici lesbiche, perché è disturbante l’idea che la donna abbia rapporti sessuali con un uomo mentre «fabbrica» il figlio, inneggiava al grande «banchetto d’amore» in cui consisterebbe l’intera faccenda.

Non esistono, né in California né a Mumbai, donne benestanti disposte a esercitare il loro altruismo in questo campo. Dovrebbe bastare per squalificare la pratica della gestazione per altri, per rivelarne l’aspetto misogino, se non schiavistico. Un filo unisce la madre surrogata che in Florida o in Canada si impegna, nero su bianco, a osservare uno stile di vita regolato nei minimi particolari, al fine di consegnare un prodotto privo di difetti, alla donna povera indiana, che trascorre i nove mesi di attesa in fattorie procreative dove è ben nutrita ma praticamente segregata (per un compenso mai superiore agli ottomila dollari: questo decreta il mercato). Tutto ciò in attesa che si compia un’ulteriore, grande mutazione antropologica nella filiazione. Lo ha prefigurato pochi giorni fa la deputata europea belga Petra De Sutter, nel chiedere di «riconoscere il diritto degli Stati membri del Consiglio d’Europa di disciplinare o vietare la maternità surrogata a livello nazionale come meglio credono». La maternità surrogata è una realtà, ha aggiunto, «e tale resterà finché non si sarà inventato l’utero artificiale». Ci si mette davvero poco (almeno sul piano teorico) a passare da certi banchetti d’amore alle «camere di decantazione» immaginate da Aldous Huxley nel suo totalitario Mondo Nuovo, dove non si nasce più da una donna in carne e ossa, ma appunto da uteri artificiali. Tutti, finalmente, figli di nessuno.

Uomini autentici e no

Francesco Galofaro

La concomitanza tra l’approvazione della legge Cirinnà, che regola le convivenze civili, e la nascita del figlio di Nichi Vendola, ottenuta attraverso la maternità surrogata, ha scatenato una polemica violenta e volgare con tratti di fondamentalismo, che ha scompaginato le tradizionali antropologie di destra e di sinistra e ha visto l’inedita convergenza tra miti cattolici e rudi marxisti. Così Giorgio Cremaschi senza troppo argomentare giudica il così detto «utero in affitto» (come se si dovesse per forza trattare di un contratto di locazione) una «violenza di classe, perché sono le donne povere che per necessità vendono e le coppie ricche che comprano»; Laura Boldrini esprime riserve perché «si tratta di una pratica che si presta allo sfruttamento del corpo della donna»; contemporaneamente i nemici della «teoria gender» sostengono che con l’utero in affitto la libertà della donna si è spinta troppo oltre. Anche a destra desta scandalo che il mercato possa portare alla violazione di una «legge di natura». Così Sgarbi dichiara: «Quel bambino è una persona che si sono costruiti a tavolino, come un peluche»; secondo Sandra Savino (FI) «il “figlio” di Vendola è una vittima dell’egoismo di due persone che non possono avere bambini ma grazie a una carta di credito riescono a stravolgere la natura»; Beppe Grillo se la cava enunciando un assioma degno dei sistemi di logica modale: non tutto ciò che è possibile fare deve per questo accadere. Con sfumature, tutti i protagonisti della convergenza bipartisan contro la maternità surrogata si trovano d’accordo sulla reazione da adottare: occorre rendere l’utero in affitto un reato penale, e c’è perfino chi ha chiesto l’arresto di Vendola. Ma se effettivamente la donna che affitta il proprio utero fosse il soggetto debole, costretto ad agire così a causa di povertà ed indigenza, sarebbe etico criminalizzarla istituendo questo reato? E il proibizionismo risolve o aumenta le distanze tra le classi, creando territori di privilegio per nababbi abituati pagare per la realizzazione di ogni capriccio? E proibire questo genere di pratiche in Italia cancella forse i tanti far west dove esse vengono praticate in spregio ad ogni regolamentazione e ad ogni considerazione etica, o ne aumenta solo il fatturato?

Un appello alla pietà vorrebbe poi che ogni bimbo piccolo abbia diritto al tepore del corpo materno, al suo latte, e che i figli della maternità surrogata siano in qualche modo orfani coatti. Ma non esiste alcun diritto del bambino ad avere una madre, o i vedovi sarebbero obbligati a risposarsi. E non è sostenibile che chi è cresciuto col latte artificiale sia per questo un nevrotico o una persona infelice. Inoltre, non è vero che una cattiva madre sia meglio di nessuna madre: dobbiamo obbligare chi ha prestato il proprio ventre alla maternità surrogata a riprendere con sé un bambino che non ha mai avuto intenzione di crescere, speculando sull’inconscio e sull’istinto genitoriale? Non faremmo meglio a sbarazzarci di certa retorica mammista?

Un secondo luogo comune molto frequentato è la richiesta di favorire le adozioni – nel caso della sinistra, anche quelle gay. Eppure qualcosa non torna in questa opposizione tra maternità surrogata e adozione. Mi sembra possibile dimostrare che essa riposa sulle contraddizioni irrisolte della cultura occidentale, sui suoi grandi miti, sui suoi fantasmi.

Viviamo in un’epoca in cui è possibile estendere la proprietà privata a una forma di vita, ad esempio a un fermento lattico creato in laboratorio. Tuttavia, un genitore gay non può adottare il figlio del convivente. Vediamo quindi un’opposizione tra la proprietà privata, forma giuridica nuova e vincente sul piano storico, e l’adozione, il cui istituto precede il capitalismo ed è testimoniato fin dall’alba della nostra cultura. Si tratta di un conflitto tra due diversi regimi semiotici: quello contrattuale, per cui la società è costituita da una serie di relazioni economiche tra individui improntate all’interesse privato, e quello pre-contrattuale, che vede la società come la realizzazione di un ordinamento perfetto e naturale i cui interessi trascendono quelli dell’individuo. È un’opposizione che si trova anche nella filosofia del diritto di Hegel: il filosofo assegnava allo Stato il compito di risolvere questa dialettica. Non è strano dunque che la sinistra erediti questa impostazione culturale attraverso letture superficiali del marxismo. La maternità surrogata è così dipinta come frutto di un mercimonio reso possibile dai saperi più avanzati del capitalismo maturo, della genetica, della medicina, in opposizione all’adozione.

Ma è così vero che l’adozione vive una sorta di extraterritorialità rispetto al capitalismo, alle differenze di classe, allo sfruttamento? Se è vero in genere che il capitalismo sussume sotto di sé istituzioni nate in regimi economici precedenti, come il feudalesimo, così anche l’adozione risente della capacità del capitalismo di strutturare le relazioni sociali sul modello di quelle economiche. Innanzi tutto, chiediamoci da quale classe sociale provengono i bambini adottati. A quale ceto appartengono i 400 bambini abbandonati alla nascita ogni anno in Italia? Consideriamo poi che per poter adottare un bambino da un orfanotrofio italiano occorre subire un processo lungo e che costa cifre a quattro zeri. Per questo motivo si adotta all’estero. Basta dare una scorsa ai Paesi in cui si adotta, ed ecco che le differenze sociali tornano a galla: Congo, Burkina Faso, Brasile, Colombia … Sono i numeri di questo processo a essere ben più rilevanti rispetto al fenomeno dell’utero in affitto. L’Occidente ricco ha depredato per decenni il resto del mondo di quei figli che non è in grado di mantenere: figli di disperati, di casi sociali, bambini abbandonati o strappati via a madri che non possono permetterseli. Tuttavia, siamo portati a considerare la pratica dell’adozione altamente morale, tralasciando quegli aspetti di classe che nel caso della maternità surrogata ci impressionano tanto. Dunque non vi è vera contraddizione tra dispositivo contrattuale capitalista e adozione: abbiamo piuttosto una sorta di stratificazione geologica. Il capitalismo si caratterizza per la forza travolgente di imporre le proprie forme a ogni tipo di legame sociale, ristrutturandolo, che lo si consideri morale o meno. L’argomento della carta di credito, insomma, non è rilevante: esso dovrebbe portarci a condannare anche l’adozione. Del resto, quasi tutto in regime capitalista ha un prezzo e non si fanno sconti al proletariato. Anche la fecondazione assistita, dati i suoi costi, rischia di essere discriminante in assenza di uno stato sociale degno di questo nome.

Ne è passato di tempo, da quando Carlo Marx invitava ad attaccare la morale borghese e a denunciare gli interessi che ipocritamente essa copre. Perfino gli irriducibili simpatizzanti del trotzkismo sembrano aver introiettato il modello della famiglia eterosessuale. Quale sostanza si nasconde davvero sotto la verniciatina di marxismo che ritroviamo in alcuni argomenti contro la maternità surrogata? In cosa adottare un bambino strappandolo alla famiglia, alla classe e alla cultura di origine sarebbe più morale di un accordo, regolamentato dalla legge in modo che si eviti il far west, che consenta a una coppia gay di divenire genitori attraverso la maternità surrogata? Alcuni sostengono che il bambino appositamente «fabbricato» vada a occupare una casella vuota che altrimenti sarebbe destinata a un bambino più sfortunato. Si tratta di un argomento molto pericoloso, che implica un’opposizione tra bambini «costruiti in laboratorio» e bambini autentici, e che di per sé dovrebbe portare al rifiuto non solo della maternità surrogata, ma anche del concepimento in provetta e di ogni forma di fecondazione artificiale, sia omologa sia eterologa. Essa chiama in causa uno dei grandi miti negativi del Novecento, quello della tecnica, della sua onnipervasività amorale, che trascina il cambiamento culturale al di là di ogni ragionevole controllo politico da parte dei soggetti coinvolti. Come tutti i miti, è intimamente contraddittorio e forma la soggettività di tutte le parti in causa. Il mito del patrimonio genetico agisce infatti su coloro che ricercano un figlio «più autentico» perché la naturalità di tale legame sarebbe in qualche modo certificata dalla biologia. Gli aspetti pratici, tecnici, legati al sapere e alla cultura che rendono possibile la costruzione di questo legame passano in secondo piano. D’altro canto, coloro che associano un valore negativo alla tecnica giudicheranno più autentico il figlio adottato, sempre che non considerino contro natura l’idea stessa delle adozioni gay; il fatto che l’istituto dell’adozione sia perfettamente culturale passerà allora sullo sfondo. A ogni modo, ciò che è veramente inumano in questo metro di giudizio è che esso suppone una distinzione biopolitica tra esseri umani autentici ed inautentici. Chi la pensa così è invitato a spiegare a un bambino nato dalla maternità surrogata (o dalla fecondazione assistita) che sarebbe stato meglio per lui non essere nato. Se apparteniamo ancora all’umanità, questa è la sola idea che dovrebbe ancora ripugnare alle nostre coscienze.

Le coppie, l’amore e il Parlamento

coppieLetizia Paolozzi

La donna ama l’uomo; l’uomo ama la donna. Aspirano a un destino comune: fino a qualche tempo fa, questo destino era coronato da marcia nuziale, fiori d’arancio e poi da uno (o più) bambini. Ripeto: «Fino a qualche tempo fa». Giacché oggi la voglia di sposarsi scarseggia. Nel 2013, per la prima volta, i matrimoni in Italia sono stati meno di 200 mila, cioè 194.057. Il 42,5 % civili, mentre aumentano le convivenze e insieme le LAT (Living Apart Together), cioè coppie che stanno insieme però ognuno sotto il proprio tetto (libertà va cercando, ch’è sì cara?)

Tanto per avere un’idea del cambiamento: 246.613 i matrimoni nel 2008. Nel 1965, 399 mila, di cui solo 1,3% civili. Dopodiché, negli anni della crisi sono anche diminuiti i figli (trend già affermato da tempo). La risalita del numero di figli per donna tra 1995 e 2008 (da 1,19 figli per donna a 1,45) negli anni recenti è andata tutta persa: ora si rinuncia al secondo e terzo figlio e si rinvia il primo. Nel 2008 nascono 569.366 bimbi. Nel 2014 record assoluto negativo: nascono 509.000 bimbi (dal libro di Roberta Carlini, Come siamo cambiati. Gli italiani e la crisi, Laterza 2015).

Si potrebbe sostenere che queste cifre vengono incontro a una vecchia ambizione del femminismo: la distruzione della famiglia. Avevamo, sicuramente, delle buone e legittime ragioni. Ma la famiglia è cambiata. E siamo cambiate/i noi che la guardiamo con occhio diverso. L’unione tra due è un bene da difendere perché «fa» società e la rende meno selvatica, meno brutale. Volete una controprova? I senza tetto, gli homeless, annaspano per via della crisi economica ma anche di quella della famiglia. Quanto ai legami affettivi, il loro valore lo dimostrano i benefici, le protezioni (li chiamano diritti) attribuiti alla coppia unita in matrimonio. Elementare, Watson! Ci riferiamo al duo maschile/femminile. Finora nessun riconoscimento alle coppie dello stesso sesso. Quasi che la democrazia, che pure non ha una forma assoluta ma procede per approssimazioni, le condannasse a restare nell’ombra; quasi rifiutasse di dare loro «accoglienza».

Eppure, che l’unione a due sia un bene l’ha scritto pure il direttore del quotidiano della Conferenza Episcopale, Avvenire, poggiando su una interpretazione estensiva dell’articolo 2 della Costituzione, in cui si attribuisce alle unioni omosessuali il valore di formazione sociale «ove si svolge la personalità» del singolo. Adesso è in dirittura d’arrivo il DDL Cirinnà sulle unioni civili. Si dia pace NCD, invece di lanciare fulmini e minacciare sfracelli: nel DDL non si parifica l’unione civile al matrimonio eterosessuale. Qualcuno lo giudica un orrido compromesso? Succede per qualsiasi legge. Ma nel nostro caso la legge pare piuttosto sbilenca dal momento che cita espressamente l’unione (omosessuale).

Sarebbe importante che il 26 gennaio prossimo, quando il DDL approderà nell’aula del Senato, i parlamentari non lo trasformassero in un campo di battaglia intorno alla stepchild adoption (considerata una specie di porta dell’inferno aperta sull’adozione e sulla pratica dell’utero in affitto). Probabilmente non andrà così. Ci troveremo con quella roba fumosa dell’«affido rafforzato»? Certo, nelle aule parlamentari si aggirano deputati e senatori che intrecciano odi alla coppia babbo-mamma. Spostarsi da quel gruppo statuario non è consentito.

Non mi piace (come, ad esempio, la reversibilità delle pensioni solo per le coppie gay), tuttavia capisco che il campo giuridico e quello della riflessione hanno bisogno di luoghi e linguaggi differenti. Quando i campi si confondono, producono appelli (come nel gruppo Se non ora quando - libere) sorretti dalla proibizione e dal divieto. A me pare un errore. Preferisco ricercare un senso alle relazioni (nella famiglia, con i figli) attraverso storie di affetto, solitudine, mancanza, dono, egoismo, amicizia. Preferisco interrogarmi sulla «coscienza del limite» e sul desiderio, anche perché mi è chiaro che qualche lezione di «politicamente corretto» non cancella secoli di consuetudini (spesso egoiste, competitive, individualiste) dei maschi Alfa. E dell’invidia che coltivano per il potere materno. A proposito di questo potere noi donne, teniamo davvero a restarci incollate? Oppure in questo modo rischiamo di affermare non la differenza, ma una divisione normativa di ruoli che alla fine conferma il mondo che volevamo ribaltare?

Complicato andare alla radice dei problemi. Quanto al Parlamento, una volta approvate le unioni civili, dovrebbe rimettere mano alle adozioni: norma che funziona male e che pure né le coppie gay né quelle eterosessuali hanno impugnato. Almeno non con la potente leva agita per altri «diritti» fino adesso non riconosciuti. Sarà perché vince il desiderio assoluto che il figlio nasca dal «proprio» seme? Sarebbe interessante discuterne e ascoltarsi. Non si vede bene che con il cuore, era il segreto confidato dalla volpe al Piccolo principe. Ma ho paura che il Parlamento sia piuttosto strabico.