Vincitori a metà, donne comprese

Letizia Paolozzi

Nella discussione sul 4 marzo, post-voto, governo tecnico o politico, vale la pena di interrogarsi su un soggetto, quello femminile, per il quale si sprecano frasi del tipo: “È arrivata l’onda rosa”, “Ecco lo tsunami delle donne”.

Lega e Movimento 5 Stelle sono i (mezzi) vincitori delle elezioni nonché i possibili attori di una nuova formula di governo o di una prossima alternanza competitiva (l’Italia per le formule possiede una fantasia illimitata): quella del bipolarismo populista.

Quanto alle donne, nella coalizione di centro-destra, Giorgia Meloni ha conquistato la leadership di Fratelli d’Italia mentre le parlamentari della Lega (annotazione di Flavia Perina) sono passate da 5 a 65. Forza Italia, anzi, Berlusconi, che rischiava di venire detronizzato in una coalizione che pure ha raccolto il 37 %, si è rasserenato grazie all’elezione della presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati e di seguito, delle due capigruppo: Annamaria Bernini e Maria Stella Gelmini.

Secondo voi, si tratta del riconoscimento (maschile) di un discorso pubblico-politico che attribuisce alle donne particolare valore?

Giacché siamo in tema, bisogna accennare alla questione delle pluricandidature. È un “trucco” che tutti i partiti, tranne i 5 Stelle, hanno usato non solo per aprire un paracadute ai loro dirigenti nei collegi uninominali ma per aggirare le quote di genere (che stabiliscono l’alternanza uomo/donna nei listini e un rapporto 60-40% tra capilista dei due sessi). Scansato (tra le altre) da Boschi, Madia (Pd), Guerra (Leu), Bongiorno (Lega) il discutibilissimo marchingegno, le parlamentari, in questo modo, hanno salvato molti colleghi di partito che erano al secondo posto nei listini.

Come dire che il patriarcato sarà pure sulla via del tramonto, ma la corsa in più collegi a vantaggio degli uomini (unico innocente il Movimento 5 Stelle che può esibire il gruppo parlamentare con più donne elette: 42 su un totale di 112 al Senato e 82 su 122 alla Camera, superando la soglia del 40%) ricorda il solito soccorso ancillare a sostegno del potere maschile. Il quale potere pare abbia perso attrattiva a Hollywood, ma nel Parlamento italiano ancora domina su grande parte dell’emiciclo.

Naturalmente, il numero dei voti ottenuti va sempre accostato alla condizione di salute della democrazia che da questo voto è uscita, sostiene Luciana Castellina (in un’intervista su«L’Espresso»), “con le ossa rotte”.

Eppure, ad ascoltare i discorsi d’insediamento dei due presidenti delle Camere, aggrappati alla ciambella di salvataggio della Carta costituzionale, alle istituzioni, alle regole comuni, sembra che la democrazia sia di forte fibra, in grado di superare le malattie gravi. O di stagione.

Il nuovo presidente dell’assemblea di Montecitorio, Roberto Fico, viene da una scuola dove si insegnava che il Parlamento andava aperto “come una scatola di tonno”. Adesso, di quello stesso luogo – del Parlamento – ha sottolineato la centralità, ricordando la battaglia contro il nazifascismo e l’anniversario delle Fosse Ardeatine.

Maria Elisabetta Alberti Casellati, presidente di Palazzo Madama, si è riallacciata a una genealogia femminile delle “mai abbastanza ricordate eroine del Risorgimento” e delle “tante ragazze, di ogni estrazione sociale, e di ogni credo religioso, che hanno rappresentato l’anima della lotta di Liberazione e che, mi sia consentito, sono qui oggi magistralmente rappresentate dalla senatrice Liliana Segre”.

A proposito di Casellati, alcune mie amiche hanno salutato festosamente il suo arrivo, in quanto “prima donna alla seconda carica dello Stato”. Dalle sue posizioni risulta che vorrebbe la revisione della 194, la riapertura delle case chiuse. Non amichevole nei confronti delle unioni civili, si è distinta in quanto avvocato matrimonialista ma anche per aver difeso entusiasticamente “l’utilizzatore finale” Berlusconi, nelle vicende giudiziarie del caso Ruby. Alias “la nipote di Mubarak”.

Queste posizioni sicuramente non peseranno sul ruolo della neopresidente del Senato, tuttavia esaltare il dato inoppugnabile che “è una donna”, mettendo una pietra sopra al resto, rischia di essere poco rispettoso proprio per le idee (che a me non piacciono) di Casellati. Gli uomini conoscono, per averla frequentata, la tendenza a misurare l’attività di una persona – e a discriminarla – in base alle sue caratteristiche fisico-biologiche. Si chiama sessismo. Non esisterà, per caso, anche un (capovolto) sessismo femminile?

Quindi, dopo il discorso d’insediamento, staremo a vedere se la presidente sceglierà una versione più neutra e meno legata fideisticamente al capo. Per ora è stato di conforto alle donne la sua rassicurazione che “nessun traguardo è più precluso, la mia elezione è un incoraggiamento per tutte”. La politica, in fondo, è l’arte del possibile.

Sempre nelle prime giornate febbrili dell’inedita (ma già pencolante) alleanza giallo-verde, qualche incongruenza l’abbiamo notata quando Salvini ha assicurato di essersi comportato in modo “lineare” nella mediazione sul nome del presidente del Senato mentre Di Maio ha garantito che “la partita della presidenza della Camera l’abbiamo vinta senza nessun compromesso” con gli “impresentabili”.

No inciuci, mediazioni o compromessi. Noi del Movimento 5 Stelle non sigliamo intese. Ma in Parlamento, per combinare qualcosa, bisogna tessere mediazioni, firmare patti (magari subito stracciati da piccoli e grandi tradimenti). Non si capisce cosa mai ci sia di dannoso a discutere da sponde diverse un provvedimento, una legge, e persino delle nomine (dei segretari d’aula, dei questori dei quali non c’è stato nessun eletto per il Pd). Comunque, Salvini non si staccherà facilmente da Forza Italia e dal “pregiudicato” Berlusconi, pena la subalternità ai 5 Stelle che hanno il doppio dei suoi voti.

Certo, uno dei problemi in sospeso (molti altri incalzano i due partiti che hanno raccolto più voti) riguarda la legittimazione di Berlusconi. Con il Movimento 5 Stelle nel ruolo di “partito della fermezza” che poco sopporta il nome di Casellati. Paola Taverna aveva promesso: “Con lui mai” per aggiungere subito dopo “ma lui in Parlamento non c’è più”.

E le deputate, le senatrici sono consapevoli della differenza, infedeli ai loro capi e autonome dal “mercanteggiamento maschile” (Mariangela Mianiti sul«Manifesto » del 7 marzo)? Difficile rispondere laddove pesano – hanno sempre pesato – le dinamiche interne ai partiti e la situazione attuale vieppiù ingarbugliata: Salvini che deve restare attaccato al 37 % del partito unico del centrodestra; Di Maio convinto che spetti a lui diventare premier.

Si vedrà il seguito il 4 aprile quando inizieranno le consultazioni per il governo. Soprattutto, spetterà al presidente della Repubblica cercare di districare le contraddizioni. Verificare gli elementi in comune dei vincitori: una domanda d’ordine che si mescola alle pulsioni antistranieri; la spinta anticasta, l’avversione nei confronti dell’Europa, la simpatia nei confronti della Russia di Putin.

Intanto, bisogna andare avanti. Lo pretende lo spirito di cambiamento che soffia sull’Italia. È accaduto da altre parti e sta accadendo da noi: centro-destra e centro-sinistra vacillano. Incespicano le aree moderate e riformiste e i modelli di partito tradizionali.

Il contratto sociale non tiene più. Media, web, social, televisione offrono modelli completamente diversi dal passato. I progressisti sono fuori per propria scelta o relegati in un angolo (non solo in Italia). Il Pd d’altronde, sembra avere il destino segnato da chi suppone che verrà dissanguato (come Forza Italia) rispettivamente dai grillini e dalla Lega alle prossime elezioni. Qualcuno auspica un raggruppamento liberale macroniano (con il centrodestra). Nel frattempo, il partito del reggente Martina si dibatte al proprio interno tra chi vuol trattare con i 5 Stelle e chi (il segretario uscente) respinge ogni discorso di apertura. E però, muoversi dall’opposizione significa innanzitutto ascoltare la realtà, i problemi della gente.

Questo voto ci consegna una bottiglia mezza piena e mezza vuota. Mezza vuota perché il 4 marzo è stato segnato dalla solitudine, insicurezza, paura dei dimenticati: operai, Sud, giovani. Mica semplice per la politica della Lega e del Movimento 5 Stelle porvi rimedio con il sovranismo, con il neo-assistenzialismo, il superamento della Fornero, la costruzione di una supposta comunità etnica che garantisca dal pericolo “percepito” delle migrazioni (però i clandestini esistono e sono un decimo dei regolari: 500 mila).

D’altronde, se nel nostro Paese le buone pratiche non mancano, non riescono a realizzare una rete contro la povertà. Per la convivenza, contro il degrado giacché, assieme agli immigrati (innocenti), è arrivato l’abbandono (colpevole) di intere zone del Paese.

Se invece proviamo a leggere nella bottiglia mezza piena, compare allora una spinta alla partecipazione dal basso, forse una fiammella di speranza che arrivi un mutamento. In meglio. Magari a rispondere – sempre che non distruggano l’Italia – sarà – sempre che nasca – questo governo di mezzi vincitori. Donne comprese.

Parole liberate, rapporti di potere

Letizia Paolozzi

Otto Marzo 2018. In Europa, Stati Uniti, Cina, un po’ ovunque un sesso si ribella. Nelle manifestazioni fa sentire la sua voce, la rete la rilancia. Si capovolge uno scenario dove le donne vengono rinviate al corpo per sottintendere che non sono che un corpo.

#quellavoltache il mio capo in una cena aziendale mi palpò il sedere davanti a tutti. Strillai ma nessuno disse una parola in mia difesa New Betty Sue

#quellavoltache a dieci anni al cinema un vecchio mi mette un mano tra le gambe e mi chiede: “Hai paura, eh?”. Intendeva per Jurassic Park pagliasofia

#quellavoltache sei nella folla per vedere un concerto e uno sconosciuto ti palpa il culo e ti sorride sornione dery

Nominare prevaricazioni, abusi; si tratta di una ferita nella carne e nell’anima. La parola liberata attraversa l’omertà, la violenza. Certo, succede anche che si vendichi, che semplifichi, chiamando a testimone lo spazio pubblico. Compaiono molestatori convinti di essere dei capitani coraggiosi. Ma il loro desiderio non è più irrefrenabile. Fino adesso supponevano di avere diritto a imporre le loro pratiche alle donne (e anche, spesso, agli uomini). Erano pratiche considerate “normali”, “naturali” come le 250 raccolte dal libro #quellavoltache storie di molestie (Progetto Le donne parlano, Simona Bonsignori; Paola Tavella; manifestolibri, 8,00 euro, 2018), divise per contesti, lungo le ore delle nostre giornate, delle nostre notti: lavoro, famiglia, strade, giardini, cinema, concerti…

C’è un hashtag, in Quellavoltache e nel Metoo, Time’s Up, Balancetonporc, per mostrare quanta ferocia attraversi le relazioni maschili (ne abbiamo discusso in un incontro del Gruppo del Mercoledì alla Casa internazionale). Ne scrive il ricco numero di Leggendaria numero 128 Feminist Wars Vulnerabilità e potenza.

Da traghettatore d’immagini, il cinema non poteva disinteressarsi delle relazioni tra i sessi nella notte degli Oscar. La televisione ha ripreso il presentatore Jimmy Kimmel che, indicando la statuetta di 35 cm, ricoperta d’oro 24 carati, esclamava: “Guardatelo! A Hollywood è un uomo molto rispettato. Tiene le mani dove le si può vedere. Non dice mai una parola fuori posto e soprattutto non ha il pene”.

In effetti, quel piccolo corpo atletico luccicante risulta spianato sotto la cintura. Senza pene, la sessualità (fallica) maschile non darà problemi?

L’ostacolo, secondo me, non sta in ciò che distingue biologicamente il maschio dalla femmina. Svelare “il sistema Weinstein” (dal nome del produttore, accusato da decine di attrici di molestie reiterate) ha costituito un’accelerazione inattesa del femminismo e ha messo il dito sulla piaga: la sessualità maschile sovente si traduce in potere, in dominio su un corpo ridotto a oggetto. All’Academy Award, Salma Hayek ha invitato i presenti a raccogliere fondi per le vittime di atti sessuali non voluti. Il «Time» ha deciso di eleggere “persona dell’anno” le “Silence Breakers”, quelle che hanno rotto il silenzio: fino a ieri, l’unico discorso rispettabile era maschile.

All’improvviso, crollata la diga, spazzato via lo scetticismo del “Ma non esageriamo!” si presta attenzione al mormorio ostile su un comportamento antico, replicato cento volte.

Adesso va in frantumi il patto non voluto ma imposto. Sono donne che stanno sotto la luce dei riflettori ammirate, famose. Sostengono le altre, le commesse, le operaie. Al Golden Globe, i vestiti luttuosi colpiscono l’opinione pubblica: emblema (stigmate?) di un dolore esibito. Puoi non essere tu ad aver subito un oltraggio, la devastazione del senso di te, tuttavia sei consapevole che altre, che le tue sorelle hanno avuto la sfortuna di incontrare dei gradassi tracotanti. Le dive si sono assunte una grande responsabilità: unite, solidali, insieme: #Wetoogether. Frances McDormand, migliore attrice per Tre manifesti a Ebbing, Missouri, dedica il premio “ai suoi due ragazzi femministi”. Poi invita Meryl Streep ad alzarsi in piedi perché “Se lo fai tu, lo faranno tutte” le nominate di quest’anno, dalle attrici alle registe, alle elettriciste, alle costumiste, alle truccatrici, alle scenografe. Infine, pretende l’applicazione dell’ Inclusion Rider, la clausola per avere la garanzia che la troupe e il cast del film rispettino la presenza femminile, dei neri, di chi è generalmente sottorappresentato.

In Italia, secondo il rapporto Istat sono otto milioni (in dieci anni) le vittime di molestie. Vuoi lavorare? Allora, paghi pegno. Negli ultimi tre anni, 425mila hanno sopportato prepotenze da parte di capi o colleghi. Il che non significa che le donne siano vittime predestinate. Per molte però è difficile difendersi: immigrate, rifugiate, esuli, abitanti nei paesi del Sud del mondo. Migliaia di siriane ricattate dagli operatori delle Nazioni Unite e delle ONG (sesso in cambio di cibo o di saponette).

Seguendo l’esempio del #Metoo, 124 protagoniste del cinema italiano, hanno firmato la lettera Dissenso comune concentrandosi sul sistema e le sue disuguaglianze. A parte indicare l’assassino nel sistema, hanno tralasciato il nome di Asia Argento e la rivelazione di essere stata stuprata da Harvey Weinstein.

Una dimenticanza che finisce per togliere valore alla testimonianza femminile. Non sarà che, senza accorgersene, su Dissenso comune hanno influito le obiezioni che circolano intorno al gesto di Asia Argento? “Ha continuato a farsi fotografare sottobraccio al produttore”; “Poteva accontentarsi di un mestiere più umile meno sfavillante”. “Come mai il resoconto è avvenuto dopo tanti anni?” In queste obiezioni si scopre una sorta di svilimento della vittima, giovane, spesso giovanissima. In effetti, le testimonianze di #Quellavoltache sono state consegnate in età adulta, venti, trent’anni dopo l’umiliazione patita. Eppure, tanti non immaginano la vergogna che provi (perché non sei riuscita ad andartene), il senso di colpa (perché ti accuseranno di averlo provocato), l’ambiguità del tuo consenso (che oscilla tra senso di onnipotenza e gratitudine).

Questa ignoranza si ritrova nell’informazione, restia (tranne qualche eccezione) a staccare gli occhi dal teatrino delle ombre italiano. Le donne, nel frattempo, smascherano una realtà sordida. Tuttavia non credono ciecamente nella legge. Anzi, ne diffidano. In quanto strumento plasmato dagli uomini, spesso la legge finisce per tutelarne gli interessi. Discorso troppo sbrigativo? Eppure, non così lontano dal vero.

Basta citare il tragico episodio di Cisterna di Latina, dove la giustizia militare non ha saputo (o voluto) ascoltare Antonietta Gargiulo, la sua paura, la paura delle sue bambine. Una lettera di giornaliste, psicoanaliste, ricercatrici, uscita sulla 27esima Ora del «Corriere della Sera», rivolta ai ministri dell’Interno, della Giustizia, della Difesa e della Sanità, ha posto il problema del risibile funzionamento dei servizi di protezione e prevenzione per Antonietta e le tante perseguitate dalla furia maschile. Sicuramente, il contratto sessuale oggi va riscritto e rideterminato il ruolo dei sessi. Se la cura degli abusi è la trasformazione (Rebecca Solnit su «Internazionale» del 16 febbraio), l’esigenza di un cambio di mentalità riguarda tutti. Non l’ha compreso la lettera-manifesto (notate quante sono le prese di posizione femminili in questo periodo!) contro Il nuovo puritanesimo, pubblicata su «Le Monde»e sottoscritta tra le altre da Catherine Deneuve.

Giusto rivendicare: “Siamo soggetti”, ma l’asimmetria tra maschi e femmine spesso va letta come impossibilità per le donne di sottrarsi a ciò che non desiderano. Ammettiamo di conoscere il confine (sempre provvisorio) tra gioco seduttivo, corteggiamento e prepotenza di cui scrive Luisella Battaglia (in ParadoxaForum.com), nella società uomini e donne non si collocano sullo stesso piano quanto al potere. Quando il potere si trasforma in abuso, i rapporti di forza sono squilibrati.

Dovrebbe rifletterci chi si appella alle garanzie dello stato di diritto contro “le delazioni”, “le denunce senza prove”, “gli attentati” al buon nome di chi, regista, attore, capoufficio, caposquadra, caporeparto, detiene una posizione di comando!

Insiste la lettera-manifesto che c’è da parte femminile una spinta alla censura. A me non risulta che dobbiamo allarmarci per un femminismo puritano (c’è pure quello, naturalmente) quanto per gli episodi di moralismo di una società più chiusa, sulla difensiva, impaurita. Kevin Spacey eliminato dal film Tutto il denaro del mondo, sospesa da Netflix la stagione finale di House of Cards mentre si pretende il ritiro delle opere di Balthus dai musei e si disapprova la retrospettiva dei film di Polanski. Badate che nel ’91, per Polanski presidente della giuria di Cannes nessuno aveva mosso un muscolo.

Si possono separare le opere dalla vita? Certo che no. Tuttavia, non manderò al rogo le opere di Heidegger nonostante il filosofo abbia creduto nel nazismo. I volumi pubblicati intorno a questo autore e la qualità degli apparati critici, sono una difesa sufficiente per non venire plagiata dal suo sguardo. Infine, sul #MeToo escluderei che metta a rischio la convivenza umana. Piuttosto, mi turba una discussione che, senza volerlo, produce come effetto simbolico di riportare al centro del discorso l’inalterabilità del nesso eterosessuale (uomo-donna), girando intorno alla sessualità maschile, alla potenza patriarcale senza che mai compaia il possibile godimento femminile. Significa che il patriarcato non vuole lasciare la presa?

Un focolare come antidoto alla morte

Letizia Paolozzi

cookingRaccontare una storia tristissima. So che si può ma non so come e sono venticinque anni che ci penso”. Inizia così Troppo sale Un addio con ricette” di Stefania Giannotti, rendiconto di una terribile sottrazione, quella del figlio, ragazzo diciassettenne che “faceva domande alla madre per diventare grande”.

Ma grande non lo è diventato.

Il libro scava nella presenza e dell’assenza, nella fisicità e nel vuoto attraverso una storia segnata dal lutto e tuttavia immersa nella materialità delle cose. Non di bizzarria si tratta giacché, al fondo, quando si scrive, sempre di vita si sta parlando. “Perdo te e mi resta soltanto il mondo. Perdo te, amore vivo compiuto reale finito e non posso averne un altro, solo l’infinito mi resta….Hanno strappato dal mio cuore l’adolescente e hanno piantato al suo posto l’adolescenza”.

Il filo di una esistenza breve, ardente, tagliato di netto. Da chi? Non saprai mai se da un dio troppo distante, dalla fatalità, dal mare. Certo, la tragedia personale ti si precipita addosso. Può cambiarti; farti perdere il gusto di vivere. Oppure spingerti – magari contemporaneamente - ad andare avanti: “E così da quando te ne si andato ragazzo mio, mi è difficile distinguere, in questo procedere, tra vita e morte. Hai visto? L’ho chiamato procedere perché faccio fatica a dire vivere, ma lo è. E non mi è più facile dire morire”.

L’autrice, una bella signora, dotata della qualità di saper ascoltare con attenzione le voci delle altre, degli altri, da quel 25 agosto del 1990 continua a interrogarsi su un sentimento – l’amore - che non si da mai in assenza di rischi. Quei rischi sono imprevedibili. Perciò ignoriamo i giorni che mancano o, al contrario, quelli che restano al momento della catastrofe. Impossibile intuire l’ultima volta per quel bacio leggero, per la carezza distratta lanciata nell’aria.

In Troppo sale riconosciamo l’intrusione di un avvenimento assolutamente estraneo alle circostanze della vita e privo di qualsiasi relazione con esse: d’altronde, la morte è impossibile da addomesticare in modo da renderla confortevole.

Eppure succede e questa è la straordinarietà della situazione, che “la natura morta o vita ferma” si animi quando la realtà riprende forza. Anzi, ruba alla nuda precarietà chi - una madre – supponeva di possedere ormai soltanto lacrime. “Non ho inveito contro di te e neppure contro un dio che non conoscevo, e ora un po’ meglio. Non ho trovato il tempo di giudicarlo. Il pianto non è diventato lamento”.

Non è diventato lamento il pianto grazie a “mille stratagemmi”, fondanti e centrali: un luogo come il CiCip&CiCiap, circolo politico dove le donne intessevano relazioni; la Libreria delle donne di Milano che per Stefania Giannotti ha rappresentato l’incontro con una libertà non solo individuale bensì “valore imprescindibile del femminismo”. Vedete bene quanto sia incommensurabilmente importante quel “campo relazionale”, l’intreccio di legami e rapporti e voci che impedisce di soccombere.

Ma se tutto questo ha funzionato e funziona “è anche per via della cucina alle sue spalle”.

Perché sì, il nutrimento si rivela capace di riparare la morte “per procedere nella vita quando si fa troppo salata”. La cucina garantisce accoglienza; soddisfa bisogni rinviando all’orizzonte del bene comune. Non sempre, evidentemente. Non dove il cibo è merce, eccesso di dolce, salato, amaro, disinteresse per la preparazione, trappola per allocchi in vena dispendiosa.

Il piccolo gruppo femminile nel quale si muove Stefania “si alterna o collabora ai fornelli” di un universo insieme privato e pubblico (la Libreria delle donne, appunto). Un universo nel quale la cura del cibo e la produzione d’intuizioni politiche procedono appaiate. Lì ci si mette in connessione con storie, memorie, culture per aiutare la convivialità. La cucina, oltre a essere un piacere, riesce a essere una risposta sommessa alle preoccupazioni della crisi economica, alle difficoltà sociali.

Nessuno chef che cammini sottobraccio ai media ma cinque donne che hanno preso il nome di Estia dalla dea del focolare, risoluta nell’abbandonare la tavola dell’Olimpo per scendere tra gli uomini.

Un gruppo depositario di competenze antiche, tramandate, ricreate come dimostra la “Pausa cucina” inserita nel testo.

Una pausa vera che placa la tensione grazie alle ricette ispirate dalle nonne, accumulate in ambito famigliare, raccolte inseguendo l’infinita immaginazione delle regioni italiane, oppure riadattando il ricettario di Apicio (primo secolo d.C.) e quello rinascimentale.

Alla Libreria delle donne si replica e si innova. Servono gli utensili, le materie prime, gli ingredienti scelti e, in Troppo sale, la scrittura impone il sapore. Sono frasi concatenate, acciuffate per riprendere slancio e poi immergersi in un ritmo improvvisato. Spesso, l’autrice usa la prima persona singolare: “Aggiungo, unisco, tagliuzzo, impasto” invece della seconda persona plurale che impone: “Dosate, diluite, sbattete”.

Linguaggio prezioso di un libro dolente che pure mostra la possibilità di tenere in vita un ragazzo scomparso. Attraverso il nutrimento delle parole.

Stefania Giannotti
Troppo sale Un addio con ricette
Feltrinelli 2017
pp. 182 euro 16

lampadUn luogo di confronto, una rete di intervento culturale per costruire il futuro. Vi aspettiamo!

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Le post-verità dell’8 Marzo

Letizia Paolozzi

Womens-day-strikeIo sono un’antica donna ma non ricordo una giornata così dibattuta, criticata - per dritto e per rovescio – e pure sbranata da un’emotività tanto feroce come questo 8 Marzo.

Comincio da Maia Giacobbe Borelli su Alfabeta 2: “In occasione dell’inutile giornata della festa della donna, sempre più vuota di senso, mentre il femminicidio imperversa in Italia con cifre allarmanti, propongo di rivolgere un pensiero gentile (e grato) alle presunte colpevoli, alle insoumises della nostra storia di genere, celebrate in questi giorni dagli Archivi Nazionali francesi in una mostra …”

Il cappello al pezzo è lo storytelling delle celebrazioni inconcludenti tra cattivo odore delle mimose e rughe di una data ormai sepolta.

Previsioni smentite. In più di cinquanta paesi è stata una giornata particolare. “Senza donne”. Almeno, così hanno promesso le donne stesse. Per l’Italia, tiene i fili dell’impresa Non Una di Meno, con lo slogan “Se le nostre vite non valgono, noi scioperiamo”.

Significa che noi ci fermiamo. Anzi, no. Ribaltiamo l’operazione per sottrarci a una rappresentazione del mondo che non ci comprende. Che ci svalorizza. Che vuole relegare il nostro sesso all’insignificanza.

L’8 Marzo di quest’anno ha scompaginato le carte. Dove? In tredici città della Turchia. A Nuoro (donne vestite in costume bianco e nero). A Zagabria, Varsavia, Barcellona. Per le strade. Nelle piazze ma anche nelle scuole, nei musei. Alla Galleria nazionale di Roma appuntamento per 1300 signore e signorine meditative di fronte all’accostamento dell’Ercole di Canova al Mare di Pascali.

Una esplosione di forza globale che si è incuneata in molteplici percorsi. Con rivendicazioni, bisogni, desideri diversi: contro il femminicidio; contro la presenza femminile nelle filiere meno qualificate (nelle pulizie, nei servizi alla persona); contro le minacce di Donald Trump; per il welfare e l’eguaglianza di salari, di carriere; per l’autonomia di avere o non avere un bambino.

Grande confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente?

Elena Lattuada, segretaria generale Cgil della Lombardia: “La condivisione delle questioni poste dalle promotrici della protesta è totale… Ma gli scioperi non si improvvisano. Si preparano”.

Lattuada ha sicuramente più esperienza di noi e tuttavia, se vuoi protestare in Irlanda, in Israele, a Singapore, senza una organizzazione alle spalle, dovrai accettare che ogni gruppo, collettivo, associazione vada per la sua strada con il corteo, il ballo, il blocco delle attività professionali; la scelta ponderata dell’abito nero, parrucca rosa, sciarpa fucsia; lo sciopero del e dal genere; l’autosospensione da Facebook; il rifiuto del lavoro domestico.

Sia chiaro: voglio evitare ogni esaltazione acritica dell’8 Marzo. Ammetto che la strabordante energia femminile fatica a trovare espressione. Salta agli occhi delle più esigenti il linguaggio ripetitivo dei documenti. La debole riflessione sulla vita, i sessi, le relazioni. D’altronde, se le nostre società sono delle matasse aggrovigliate, tirarne fuori il bandolo spetta a noi (donne).

E agli uomini. Anche a Dario Di Vico, solitamente serio osservatore della condizione di chi lavora e di chi il lavoro non ce l’ha. “Lo sciopero delle donne si è rivelato un mezzo disastro” ha commentato (sul Corriere della Sera del 9 marzo). Invece di coltivare ancora “la separatezza”, il compito dell’altra metà del cielo dovrebbe essere quello di “salvare l’Occidente”. E lui, l’inviato del Corriere della Sera , nel frattempo che fa, sta a guardare?

Per la segretaria Cgil, Susanna Camusso, lo sciopero può essere indetto soltanto nelle situazioni concrete, quando è realizzabile nei luoghi di lavoro. Questo sciopero, invece, si muove su un piano “prevalentemente simbolico”. Tradotto, manca di concretezza.

Ma tra il piano dei rapporti sociali e materiali di potere e il piano delle pratiche discorsive e dei codici di comportamento (il simbolico, appunto), c’è un andirivieni che non significa restare nel vago, cincischiare, impasticciare con ciò che non ha contatto con la realtà, bensì provare a modificare la realtà e i rapporti di potere da cui è attraversata.

Alessandra Bocchetti, femminista che non deflette dalle sue certezze, ritiene infruttuosa la presenza, l’8 Marzo, di tante ragazze e ragazzi nello spazio pubblico. “Questo è un movimento che va soltanto contro” sostiene nell’intervista su Repubblica (del 9 marzo). Non sarei così pessimista. La riscrittura di un piano femminista antiviolenza da parte di Non Una di Meno e la vertenza con il governo potrebbe dare dei risultati inattesi.

Fermiamoci qui. Tanto, con la scontrosità e i preconcetti nessuna ci guadagna. Meglio guardare a un movimento (di donne ma anche di uomini) che sembra ostile alla costruzione di muri, alla tentazione di tornare al passato, al masochismo della crisi. Invece di stare con il dito alzato, ci sono parole da trovare e una soggettività femminile da non sprecare.

Non una di meno, anzi molte e molti di più

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Sono un ragazzo fortunato, perché da una femminista sono nato”. A me è parsa una precisazione rivelatrice, nel corteo del 26 novembre (voluto da Io Decido, Udi, D.i.Re nel nome di NonUnaDiMeno).

Il femminismo ce l’ha insegnato. Agli adolescenti e ai maschi. Che sono molti, guidati da un movimento giovane e da quello antico, chiamato “storico”. Edda Billi, della Casa Internazionale, la baciano e la ribaciano mentre assicura “Noi siamo nostre”. L’ha scritto su un foglietto leggero come una piuma.

Tutti e tutte nel corteo contro la violenza sulle donne. Amalgamato da una empatia collettiva. C’è commistione, aggregazione, Un gruppo femminile solleva, seguendo ritmi latini, uova che cantano. Anzi, che friniscono. Portano scritta la memoria di Maria, Gianna, Sibilla, morte per mano maschile.

Le mani tengono stretti i lembi degli striscioni. Inalberano cartelli con l’atteggiamento di chi si sente responsabile per sé. E di sé. Sapientemente aboliti i bastoni: le aste di una volta. Troppo pesanti per i capelli bianchi? Quanto al femminismo, imparruccato di rosa o di azzurro, avanza con il passo delle gazzelle. “Siamo tante, di tutte le età. Siamo unite, siamo qua”.

Competenza e opere sono raccontate dalle sigle di associazioni, collettivi, gruppi, librerie. Bambini e cani procedono al seguito verso piazza San Giovanni. Si sfiorano etero, omo, transfemministe queer, froce femministe, sex workers. Per favore, liberatemi dalla normatività! Comunque, in questa manifestazione ci si accorge della presenza maschile che promette di rispettare la differenza femminile mostrando la propria. “Educhiamo uomini migliori”.

Educhiamoli con il corteo e forse dopo, sperando che ognun@ impari a prendersi cura dei conflitti inevitabili, non omicidi.

Significa che di estraneità, di separatismo non c’è più bisogno? E’ impensabile, se non a costo di una mutilazione, che in un corpo vi sia un solo occhio, una sola mano, una sola gamba anziché due. E il corpo dell’umanità è di uomini e di donne” (le critiche d’arte Manuela Gandini e Francesca Pasini nell’Almanacco Alfabeta2 2017 Cronaca di un anno WAW Women Artists of the World)

La folla sfila in letizia. Sui giornali, in televisione non compare quasi nulla.

Unica eccezione “Il Manifesto” che, qualche giorno prima, nel supplemento, aveva scritto: ”Nelle società più aperte e democratiche, come nei paesi più chiusi e dispotici, nelle culture laiche come in quelle oscurantiste, la macabra fantasia dell’annientamento non conosce limiti. Le spose bambine, le mutilazioni genitali, le uccisioni e le pene corporali per le indisciplinate, le donne bruciate. Un catalogo dell’orrore che circonda la vita di milioni di noi. Come se la ferita che il femminismo ha inferto al potere maschile potesse essere in qualche modo rimarginata solo con il sangue, con la vita stessa della pericolosa soggettività femminile. Naturalmente vengono violentate e uccise anche le donne più quiete e sottomesse, ma l’evoluzione della condizione femminile sembra benzina sul fuoco” (Norma Rangeri).

Altra perla rara, l’ultimo fascicolo di "Leggendaria", a cura di Anna Maria Crispino e Silvia Neonato. 40 pagine di dati, analisi, interviste per mettere a fuoco il fenomeno della violenza in Italia e nel mondo. Gli elementi di continuità con il passato e le novità indotte dalle lotte delle donne negli ultimi 30 anni. L’attività dei Centri antiviolenza e delle forze dell’ordine. Le luci e le ombre dell’intervento istituzionale, in particolare della neo-titolare delle Pari Opportunità Maria Elena Boschi. Ma anche il fenomeno nascosto della violenza degli uomini sugli uomini. E un affondo nella realtà culturale in cui la violenza è stata ed è ancora spesso tollerata, giustificata, minimizzata. Un affondo sui molti modi in cui la si racconta: la violenza nel mito e nei serial Tv, al cinema e in letteratura.

Dalle rarità alla normalità. Dove, probabilmente, i telegiornali hanno scelto il silenzio-stampa perché sentono puzzo di bruciato. “Ma quale legge ma quale dio, sul mio corpo decido io”. Fosse mai che finiscano gambe all’aria vecchie supremazie, stupide consuetudini?

Probabilmente, ha allentato la presa una visione umiliante del sesso femminile. “Il femminicida non è malato, è solo figlio del patriarcato”.

L’opinione pubblica non ha più l’indifferenza, “la comprensione” del passato nei confronti della violenza. Si apre però una nuova difficoltà giacché questa opinione pubblica difende le donne e contemporaneamente le inchioda al ruolo di vittime predestinate.

D’altronde, i carnefici non scompaiono. Il cielo è dei violenti (versetto di Matteo 11,12).

Bisogna avere il coraggio di dirlo: La violenza non scomparirà. Ma può essere smontata per riconoscerne la specificità. E il nesso con altri tipi di violenza.

Dobbiamo ancora interrogarci sulle relazioni tra i sessi. Molta strada è stata percorsa dal femminismo, dai centri antiviolenza, da alcuni uomini. Era visibile non solo sabato nel corteo, ma anche domenica all'assemblea, con l'università invasa da centinaia di giovani donne, le discussione intensa in otto tavoli tematici, la voglia di incontrarsi ancora, di agire e di contare per cambiare le cose. Eppure, noi che “Siamo le pro-pro nipoti delle streghe che non siete riusciti a bruciare” abbiamo ancora molto lavoro politico da fare intorno alle relazioni, alle pratiche di cura in grado di connettere la vita e il lavoro.

Non una di meno

violenzaLetizia Paolozzi

Venti ottobre 2016. Si chiama “Ni una Menos” (Non una di meno) la marcia di Buenos Aires. “Scusate il disturbo - scandisce la protesta delle donne - ma ci stanno ammazzando”. Come hanno ammazzato Lucia, una sedicenne drogata, stuprata e impalata a Mar de Plata. Se poi vi interessassero le cifre, in Argentina ogni trenta ore una donna viene uccisa da uno o più uomini.

Ventuno ottobre 2016. In nome di Maddalena, tredicenne di Melito Porto Salvo violentata da “gente bene”, sfila un lungo corteo sul lungomare Falcomatà di Reggio Calabria. Sullo striscione puoi leggere che “la violenza è l’ultimo rifugio degli incapaci”.

Proprio “ultimo” non saprei giacché, in maniera più o meno feroce, la violenza attraversa tutte le società. Il suo è un ceppo robusto, millenario. Da quel ceppo si diramano i bombardamenti di Aleppo; l’esplosione della ennesima auto a Bagdad; il massacro del Bataclan a Parigi.

Qualcosa avvicina queste e altre infinite mostruosità che, d’altra parte, non sono sovrapponibili all’uccisione di Lucia, all’abuso di Maddalena. Delitti, questi, con una loro peculiarità: tenere strettamente legati il disprezzo per la mente e l’asservimento, l’umiliazione del corpo femminile. Non è una novità; succede in guerra e in pace.

Freud (nel Disagio della civiltà) diceva: “L’uomo non è una creatura mansueta, bisognosa d’amore, capace al massimo di difendersi quando è attaccato; è vero invece che occorre attribuire al suo corredo pulsionale anche una buona dose di aggressività. Ne segue che egli vede nel prossimo non solo un eventuale soccorritore e oggetto sessuale, ma anche un oggetto su cui può magari sfogare la propria aggressività, sfruttarne la forza lavorativa senza ricompensarla, abusarne sessualmente senza il suo consenso, sostituirsi a lui nel possesso dei suoi beni, umiliarlo, farlo soffrire, torturarlo e ucciderlo”.

Vero. La mitezza è poco frequentata in special modo da un sesso che pure si dedica a grandi e nobili imprese. “Da un legno così storto come quello di cui è fatto l’uomo, non si può costruire nulla di perfettamente dritto” aveva affermato Kant.

La concezione freudiana dell’aggressività non sa che pesci prendere di fronte al disfarsi dei legami umani, al perpetuarsi dei carnai, al riesplodere di conflitti sanguinosi. Per raddoppiare la pena, nei conflitti armati alle donne è specificamente riservato lo stupro, la schiavitù sessuale. Le spiegazioni economiche, etniche, religiose hanno un senso ma bisogna anche sollevare il velo e gettare luce sui meccanismi del potere.

Chi ha amministrato quei meccanismi?

Generalmente la storia lascia intravvedere la posizione apicale di un sesso al quale spetta lo scettro, la corona e poi il privilegio della toga, della tonaca, della divisa. Anche se viene sempre più criticato, il ricorso alla violenza pare incollata al genere maschile. I terroristi sparano all’improvviso in un iper-mercato. A Nizza, “l’inatteso” è il camion bianco, impazzito, che irrompe sulla Promenade des Anglais.

Stefania Formicola quell’ “inatteso” l’aveva previsto in una sorta di testamento: “Alla mia morte, qualunque ne sia la causa, mio figlio deve essere affidato a mia madre e mio padre e in caso di loro morte, a mia sorella Fabiola”.

Causa della morte, un amore finito male. Gonfio di gelosia (maschile); segnato dalla precarietà economica. Lei con la paura di denunciare. Lui che la maltratta e poi, regolarmente, si pente. Chiede scusa. Fino a quando perfora con un proiettile l’addome della moglie e quindi telefona per avvertire il 118.

Raptus seguito dal pentimento, astrologano i media. Stefania voleva separarsi. Due figli, quattro anni di agonia nei quali la necessità di sfuggire alla tortura si era sedimentata nell’aspirazione a un’esistenza libera. Voleva finirla con l’insensata virilità del marito che consisteva nel menar le mani.

Eppure, a Sant’Antimo, Stefania ha concesso al marito l’ultimo “chiarimento”. A Parma, Elisa Pavarani, uccisa a coltellate, va a riprendersi i vestiti nella casa dell’ex compagno. Donne troppo fiduciose. Io sarei più diffidente verso un uomo che aveva giurato di tenermi per mano e dal quale raccoglievo promesse ancora sfuggenti?

Nelle relazioni amorose c’è una fune intessuta di reciproche responsabilità e complicità che tiene insieme (fino a un certo punto) i due sessi. Tra dominio e sottomissione i confini non sono precisi. Leggete Jessica Benjamin in Legami d’amore I rapporti di potere nelle relazioni amorose (Raffaello Cortina editore 1988 prima edizione italiana 2015, prefazione all’edizione italiana di Vittorio Lingiardi , Nicola Carone): l’amore non lascia la violenza fuori dalla porta.

Quanto a quelli che ammazzano a Bagdad, a Parigi, ma anche a Sant’Antimo, a Parma, davanti agli occhi gli scorre il sesso e la morte. Adesso, però, la sopraffazione maschile sembra sul punto di precipitare dal piedistallo patriarcale sul quale si immaginava. Almeno dalle nostre parti, i ruoli sociali definiti dagli uomini per gli uomini si sfarinano nell’opinione pubblica. D’altronde, La scuola cattolica di Albinati, alcuni programmi televisivi, i film, biasimano la violenza. Quando il giudizio sociale diventa sanzionatorio dei passi avanti sono stati compiuti grazie alla politica delle donne che deve aver innestato un cambiamento soggettivo maschile. E il desiderio di sperimentare qualcosa di diverso per la propria vita.

In effetti, la domanda "Che uomini vogliamo essere, prima della violenza?" ha attraversato una serie di incontri (di cui alcuni ancora si devono tenere in varie città) costruiti sulla presa di parola pubblica di etero, omosessuali, sposati, divorziati, riuniti nelle associazioni, nei gruppi. E’ un gesto che equivale a rompere la complicità con i violenti.

Il 26 novembre, a Roma, sarà la volta dell’appuntamento nazionale: “Non una di meno - Tutte insieme contro la violenza maschile sulle donne”. Dettato dalla collera perché i gesti criminali si ripetono con cadenze terribili, l’appuntamento ribadirà la forza e la dignità femminile, a partire da quella che dimostrano i Centri antiviolenza dove tante contribuiscono all’uscita delle loro simili dalla condizione di vittime.

The Times They Are A Changin’ cantava Bob Dylan C’è una trama di relazioni che vede uomini e donne in cammino. Anche il contratto sociale andrebbe ridefinito, appunto tenendo conto del cambiamento.

Storie di donne schiave e donne libere

AY-277-aLetizia Paolozzi

La prima vicenda riguarda un distretto di Amsterdam, Nieuw West, dove pare che una solerte dirigente del personale, nella smania di compiacere la comunità islamica locale, abbia spedito una mail alle impiegate allo sportello perché non indossassero gonne o vestiti che «arrivino sopra il ginocchio». Quanto agli stivali, «sono inappropriati durante il lavoro al banco». Tranquilli – hanno assicurato i dirigenti del distretto – non abbiamo ansie da «sottomissione» (quella annunciata da Houellebecq). Molto più semplicemente lavoratori e lavoratrici sono «tenuti a vestire in modo rappresentativo e professionale». Frase che, nella sua ambiguità, mi ha ricordato gli incerti confini del reato di «traffico di influenze illecite» di cui è stato accusato il riccioluto compagno dell’ex ministra Guidi.

Coprirsi/scoprirsi?

Pierluigi Battista (sul Corriere della Sera) ha difeso a spada tratta la marcia trionfale della minigonna che «non è mai stata (solo) un capitolo della moda, ma un’idea del mondo». Vero. Ma non so se lo sia ancora. La fortunata impudicizia delle gambe nude fino al limite inguinale ha perso brillantezza. Quel pezzo di stoffa assai ridotto non rappresenta più una bandiera da agitare al vento dell’emancipazione. Si capisce: la moda è un prodotto storico e i trenta centimetri di raso, cotone, lana, tweed, denim – che alludevano alla sessualità, desiderio, rottura delle regole, scandalo, sfida, irriverenza, gioco – hanno consumato carica erotica e radicalità. Sono successe tante cose. L’incrinatura delle consuete distanze (che sembravano eterne) tra maschi e femmine; l’omosessualità che cammina a viso scoperto; l’entusiasmo, forse accresciuto dalla fiducia nella parità, per i pantaloni, per l’unisex.

Il «comune senso» della decenza si muove lungo binari distantissimi da quelli di Lucia Mondella che «tra le tante cagioni di tremare, tremava anche per quel pudore che ignora se stesso, somigliante alla paura del fanciullo che trema nelle tenebre, senza saper di che». La vicenda di Amsterdam, comunque, non parla solo di minigonne e stivali. Bensì di uomini e donne e di un’Europa entrati in contatto con culture e comportamenti lontani dai loro, nonostante le pareti di filo spinato erette per fermare «l’invasione». E l’incontro-scontro tra culture diverse ha anche assunto il tragico linguaggio del terrorismo e della guerra.

Mentre, su un altro piano, si snoda un particolare conflitto sul corpo femminile.

A Cortina d’Ampezzo – dove mogli, figlie, sorelle sono state respinte dall’antica istituzione cittadina, la Comunanza delle Regole (nella quale i diritti del capofamiglia si trasmettono per via maschile) – alcune signore, per protesta contro i «regolieri», hanno indossato una sorta di velo giacché «qui siamo ancora nel Medioevo!». Dunque il velo indica l’asservimento femminile e colei che lo porta è praticamente chiusa in una prigione?

Si riapre la tratta Parigi-Teheran dell’Air France. Le hostess aprono un conflitto perché rifiutano di coprirsi il capo in fase di atterraggio. Il sindacato tratta. Risultato: le hostess potranno chiedere di essere spostate su una rotta diversa. Può sembrare una questione di lana caprina (paesi che vai, usanze che trovi), tuttavia è complicato togliere dalla testa delle hostess l’idea che lo hijab non porti con sé l’impronta della soggezione femminile. In effetti viene indossato in luoghi segnati dal maschilismo e dall’omofobia. Sono gli stessi luoghi dove gli uomini credono che il rispetto delle donne consista nel sottrarle agli sguardi. Se girano da sole, di notte, vanno considerate prostitute. A testa scoperta, se frequentano luoghi maschili, sono prede.

Noi invece ci consideriamo donne libere. Da qui discende che del nostro corpo facciamo quello che vogliamo. E la certezza che il nascondimento del corpo femminile equivalga a umiliarlo, a metterlo al rogo. Con tante nudità in giro (la moda riesce pure a desessualizzare la donna nel momento in cui la spoglia), c’è però chi trova più interessante un corpo femminile coperto. Come accade a chi, tra adulterio e fedeltà, sceglie la seconda posizione, perché meno convenzionale.

Intanto è esplosa una nuova polemica, innescata dall’abbigliamento islamico. Diversi marchi dell’abbigliamento (Marks&Spencer, la collezione Abaya di Dolce&Gabbana, Uniqlo, presto si unirà H&M) hanno tirato fuori la moda «pudica», che protegge il corpo dalla testa ai piedi. Laurence Rossignol, ministro francese responsabile dei Diritti delle donne, parlando di questa moda e delle musulmane che indossano il velo, ha commentato: «C’erano pure dei negri americani a favore dello schiavismo». Quindi si è scusata. Sostenuta però dalle associazioni femministe contro «la banalizzazione del velo islamico». Evidentemente le associazioni escludono che possa esserci una (o tante) donne che il velo decidono di indossarlo. In modo libero.

Ha scritto Le Monde che il mercato mondiale della moda islamica, valutato in 230 miliardi di dollari (202 miliardi di euro) nel 2014, potrebbe toccare i 320 miliardi nel 2020. Le mogli e parenti varie di Salman bin Abdelaziz al Saud, re dell’Arabia Saudita, quando si precipitano nei negozi di via Montenapoleone, dovendo mostrare «la loro bellezza solo ai loro mariti», immagino che non si contentino di una svelta minigonna.

Insomma, per acquietare gli scontri simbolici sul valore del corpo femminile (nudo o coperto), l’unica soluzione sarebbe quella di appellarsi a quel giudice spietato che è il mercato?