Ma noi facciamone un’altra. Un congedo

Alfabeta2, come la precedente alfabeta, è legata indissolubilmente al nome e all’opera di Nanni Balestrini, che – come sapete – non è più tra noi dallo scorso 19 maggio. Per questo con il numero di oggi, dopo aver pubblicato i testi raccolti o commissionati prima della sua scomparsa, ci congediamo dai nostri lettori. Anche se la rivista chiude le pubblicazioni, tutti i materiali che abbiamo pubblicato in questi anni resteranno accessibili in rete almeno sino alla fine del 2020 e, in seguito, all’interno dell’Archivio Balestrini.

Sappiamo che questa, per i lettori, è una perdita. Lo è anche per noi. Dal 2010 in avanti, prima su carta e poi in rete, alfabeta2 ha avuto un ruolo importante in un dibattito, quello culturale e politico italiano, più che mai impoverito. Del lavoro che abbiamo fatto insieme alla comunità dei nostri collaboratori, che negli anni è sempre cresciuta in quantità e qualità, per quanto è stato possibile in un contesto certo non facile, siamo fieri. E lo siamo pure del riscontro ottenuto, della discussione che in molti casi abbiamo contribuito a stimolare. Proprio per questo il congedo odierno vale anche come una dichiarazione di intenti; mutuando il motto brechtiano di Nanni, assicuriamo che, nel futuro più o meno prossimo, anche noi ne faremo un’altra. Alfa e Beta sono solo le prime due lettere.

Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa

Alfabeta2 è stato un luogo di critica e di non allineamento. Senza, però, quell’aria di famiglia da ceto intellettuale e/o di sinistra che lascia sempre nell’aria un che di appiccicoso.

Un luogo nel quale si sono messi in circolo anticorpi per provare a respingere pregiudizi e conformismi.

Un luogo dove ci si è presi cura del linguaggio a fronte della sua semplificazione, provocata e cavalcata dalla politica della paura.

Abbiamo affrontato un campo di devastazione che si accompagna alla violenza contro i corpi dei più fragili. E delle donne.

Con i suoi pregi e i suoi difetti Alfabeta2 si è mossa lungo questo solco con un’ operazione pensata e portata avanti da Nanni Balestrini e da quanti e quante, per primi Maria Teresa Carbone e Andrea Cortellessa, hanno sostenuto e realizzato il progetto.

Io credo che sia stata presa bene la mira e che molte delle idee di Nanni continueranno a circolare.

Letizia Paolozzi

Alfabeta2 dunque chiude.

Usando Melville, direi: avrei preferito di no. Prima è mancato il profumo della sua materialità (oltre al profumo intellettuale degli articoli pubblicati sulla edizione cartacea); ora mancherà anche l’immaterialità dell’edizione online.

Alfabeta2 dunque chiude. E mancherà anche a chi, come me è entrato nel mondo di Alfabeta solo con la seconda Alfabeta, ma vivendo comunque una bellissima avventura. Ma lo spirito di Alfabeta non muore: perché non deve morire; perché i tempi sono difficili e serve un luogo/tempo di riflessione critica e di dissenso. Dissenso non solo culturale, ma anche o soprattutto sociale e politico. Alfa e Beta sono le prime due lettere dell’alfabeto greco: perché allora non immaginare e costruire davveromorta una rivista se ne fa un’altra - una nuova rivista e chiamarla ad esempio Alfabetagamma - continuando cioè le nostre riflessioni oltre le prime due lettere (ovvero, oltre il già fatto)? Oppure, e più semplicemente: Alfabeta3?

Ultima cosa, in realtà la più importante: grazie Nanni!

Lelio Demichelis

Alfabeta2 sono gli incontri a casa di Letizia, le cene a Testaccio, gli incontri con Nanni a Maria ai Monti e sul terrazzo. Incontri per utilizzare parole, per dialogare, comprendere, discutere, litigare, con il massimo di libertà e di anarchia, riuscendo a rendere visibile il futuro a cui si sta pensando nei modi più diversi. Alfabeta2 unitaria e diversa, irritante ed entusiasmante, noiosa e geniale, come tutte le altre cose di cui ci dobbiamo occupare nelle nostre vite. Parole, idee, suggestioni che rimarranno scritte, da poterle riguardare perché tutto per la natura delle cose dobbiamo dimenticare ed essere dimenticati.

Michele Emmer

La conclusione di ogni esperienza collettiva è sempre un evento vagamente luttuoso; se poi, come nel caso di Alfabeta2, a questo si sovrappone il lutto per la scomparsa di una figura e di una persona come Nanni Balestrini, ecco che questo sentimento diventa sempre più concreto e quasi si materializza davanti ai nostri occhi. A questa esperienza dolorosa si oppone da sempre la certezza che una parte di ciò che scompare continua a vivere e a mutarsi in altre forme: non intendo certo sottrarmi, né potrei del resto, a questa legge umana. Così ovunque si praticheranno l’idea della cultura come intelligenza collettiva che svolge una funzione critica del presente e il gusto per la connessione di campi disciplinari anche molto distanti Alfabeta2 in qualche misura rivivrà. Alfabeta2 è stata una scheggia di un mondo in cui sembrava possibile fare quasi tutto ciò che era sentito come giusto proiettata in un mondo in cui quasi tutto è predeterminato, in cui ogni via di fuga sembra essere abolita. A chiunque non si vuole rassegnare a vivere solo in questo mondo attuale spetta il compito etico di rilanciare, nei modi che gli competono, schegge di quell’altro mondo.

Giorgio Mascitelli

Alfabeta2 si congeda, ma come scrivono Maria Teresa Carbone e Andrea Cortellessa, nel saluto di oggi – 15 settembre 2019 – è contenuta l’intenzione di “farne un’altra”, un’altra rivista, un’altra festa, un’altra trasformazione.
Un’altra mano del gioco, possiamo dire, nello spirito di Nanni Balestrini, che sempre si è mosso nella dimensione regolata e imprevedibile, dilatata e futura dei suoi giochi con il linguaggio, con le cose e con i tempi.

Nell’avventura di alfabeta2 on line, la rubrica “alfagiochi”, per quasi tre anni, ha intercettato l’attitudine alla partecipazione ludica di lettori e lettrici, che hanno scambiato e condiviso immagini al confine fra scrittura e pittura, sensi e nonsensi trovati in giro e rilanciati: grazie a chi ha contribuito, ha intuito e proposto nuove possibilità, a chi è stato al gioco. Stare al gioco. Intermezzi ludici e replicabili tra parole e immagini, il volume pubblicato da alfabeta edizioni e DeriveApprodi, mantiene traccia di questi scambi (e di molto altro), così come rimane attivo, ancora per qualche tempo, l'account twitter @alfabetadue.

Antonella Sbrilli

La piada

La farina che sia zero

Un decimo di strutto vero

La s’impasta a palla lesto

E si spiana poi rotonda

La si pone sopra il testo

Volta, rivolta, è pronta.

Alberto Capatti

Adesso ci fermiamo Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Non vale più la pena Nanni
Va bene Nanni continuiamo

E’ tutto inutile Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Non si vende abbastanza Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Non abbiamo più soldi Nanni
Va bene Nanni continuiamo

C’è lo sfacelo ovunque Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Gli sbirri menano più di prima Nanni
Va bene Nanni continuiamo

I vecchi fasci sembrano come nuovi Nanni
Va bene Nanni continuiamo

La poesia non ci salva né da soli né in gruppo Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Hanno scritto che non serve a niente Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Il governo non è meglio della strada, la strada non è meglio del governo Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Non leggono più niente Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Non guardano nemmeno più in aria Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Dicono di sì a tutto Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Non si capisce neppure da che parte stiamo Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Dicono che siamo morti Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Andrea Inglese *

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Su questo testo si basa la traccia audio di un video dal titolo omonimo, realizzato da Gianluca Codeghini e Andrea Inglese e presentato il 2 luglio 2019 a Milano presso la galleria Mudima, in occasione della serata in omaggio a Nanni Balestrini. 

Qui di seguito l'annuncio di due incontri dedicati a Nanni Balestrini che si terranno nei prossimi giorni a Milano e a Roma. 

Martedì 17 settembre, ore 16, Sala del Grechetto alla Biblioteca Sormani, Milano:

Giornata di studio su Nanni Balestrini

Intervengono Cecilia Bello Minciacchi, Andrea Cortellessa, Franca D’Agostini, Eugenio Gazzola, Milli Graffi, Giorgio Longo, Federico Milone, Ugo Perolino.

Presiede Luigi Ballerini.

Lunedì 23 settembre, ore 17, Upter (via IV novembre 157), Roma:
Nanni Balestrini. Una retrospettiva
Con Maria Grazia Calandrone, Maria Teresa Carbone, Fiammetta Cirilli, Andrea Cortellessa, Elisa Davoglio, Marco Giovenale, Massimiliano Manganelli, Giulio Marzaioli, Guido Mazzoni, Vincenzo Ostuni, Lidia Riviello, Franca Rovigatti, Sara Ventroni, Michele Zaffarano

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Alfadomenica #5 – dicembre 2018

Teatro, arte, giochi e tantissimi libri: con un sommario molto ricco, come è consuetudine, chiudiamo il 2018 e ci diamo appuntamento alla prima domenica del 2019. Prima di congedarci e di augurare a tutti, voi e noi, un nuovo anno migliore di quello che finisce, raccomandiamo ancora una volta a chi può e vuole (tanti, speriamo) di fare o rinnovare l'iscrizione all'associazione Alfabeta, luogo di incontro fra i lettori e strumento di sostegno per la rivista. Un sostegno minimo, dal momento che quasi tutto il lavoro grazie al quale ogni settimana viene realizzato Alfadomenica si inscrive nell'ambito della militanza intellettuale e culturale; un sostegno prezioso perché ci consente di coprire alcune spese essenziali; un sostegno che ci conforta nei momenti in cui ci chiediamo il senso del nostro lavoro. E adesso, buon anno nuovo, buona lettura!

Il sommario

Claudio Canal, Mbembe, pensare il mondo a partire dall'Africa

Matteo Moca, La decolonizzazione dello sguardo

Fabrizio Patriarca, Philip Roth, come scrivere l'America a se stessi

Arianna Agudo, Barocco, onirico, rizomatico, pop. Storia e storie del videoclip musicale

Maria Grazia Calandrone, La stessa barca

Letizia Paolozzi, Lia Migale, il "destino femminile" gettato alle ortiche

Marie Rebecchi, Tomás Saraceno, i sentieri dei nidi di ragno

Renata Savo, Macbettu, tra culto e innovazione

Antonella Sbrilli, Alfagiochi / Passaggi di tempo 2018

Lia Migale, il “destino femminile” gettato alle ortiche

Letizia Paolozzi

Solo quando decidi di infilare le mani nella memoria guardando a un periodo di mutamento, ti rendi conto delle difficoltà di una simile impresa giacché ti senti sballottata tra storia privata e storia collettiva. Eppure Lia Migale ha accettato la scommessa con Incontri all’angolo di un mattino. Si trattava di dipanare la matassa dove i fili del “prima” e del “dopo” apparivano inesorabilmente intrecciati.

Prima e dopo il Sessantotto. Dall’incubazione nella quale ragazze e ragazzi scoprirono il bisogno di cambiamento, declinato con l’amore, l’amicizia senza dimenticare, per le donne, l’affermazione prepotente dell’emancipazione, all’esplosione della libertà.

Accade così che l’autrice segua il percorso tra “un’infanzia antica e un’adolescenza moderna” (è la prima parte, quella della Generazione) nella città di provincia dove ancora detta legge la separazione a scuola tra maschi e femmine le quali, in classe, portano il grembiule nero per coprire “la piegatura del ginocchio”, con la sicurezza di indossare una divisa indistruttibile. Anzi, immortale.

Intanto sognano di diventare “indossatrici” (allora quel termine veniva preferito al più mondano “modella”) e i capelli arricciati “in malo modo” dall’umidità vengono domati – e schiacciati - addirittura per mezzo di una tavola da stiro.

Ma la divisa finisce alle ortiche. L’arrivo a Roma di Lia e di tante giovani donne significherà abbandonare i riti delle signorine da marito. Per esempio, scegliere tra due tipi di sarte: quella nobile che si dedica ai capi importanti e quella reietta degli orli e dei cugni sotto il seno.

Ora si alza il sipario della “vita nova”. Militanza nei gruppi extraparlamentari, folgorazioni musicali, conoscenza appassionata di “persone eccezionali”. Siamo alla seconda parte del libro, delle Stelle comete, dove l’autrice ha la rivelazione dell’esistenza di tanti e tante che si sono messi “a pensare in maniera collettiva”.

Maschi e femmine passano le ore scrivendo decine di volantini in uno scantinato. Devono tirar tardi. D’altronde La Cinese pur indispensabile per l’educazione politica, si proietta alle 11,00 di sera.

Molti anni dopo, Lia Migale renderà omaggio ai ragazzi e ragazze che le hanno animate. Tra loro, in questa storia che è di lunga durata, lasceranno una scia splendente le femministe.

Michi (Staderini) del collettivo Centro, con un giaccone da marinaio blue notte, battezza la prima Casa delle donne di Roma a via Capo d’Africa. Schietta, addirittura brusca, lancia progetti, li realizza. Fonda un giornale: “Differenze”, affidandone la redazione per ogni numero a un collettivo diverso. Spericolata, insiste per uno spazio, l’Università Virginia Woolf, capace di rappresentare “il separatismo visibilmente e la nostra volontà di attraversare la cultura nel suo complesso, unendo sia la ricerca sulle donne che la ricerca delle donne”.

Quanto a Cristina (Liquori) e Laura (Gallucci), non si sono mai offerte come prede vulnerabili, remissive. Finito il tempo delle geishe al servizio della virilità, le sedotte e sottomesse dei film hollywoodiani post Seconda guerra mondiale non rappresentano più dei modelli.

Si capisce che eravamo pronte a dare un calcio alle convenzioni, alle consuetudini dal momento che il mondo femminile preparava un nuovo linguaggio per nominare il proprio corpo, il rapporto tra i sessi. Al centro delle domande sulla famiglia (e il divorzio), sulla contraccezione, ora si stagliava la questione della violenza.

Dopo il Sessantotto, quel mondo non ha più taciuto (se siete diffidenti, riflettete sull’esplosione del #MeToo). Anzi, si è trasformato in soggetto che dispone di sé. Lia Migale quel mondo lo ricorda attraverso il racconto autobiografico. Però non lo fa attraverso l’episodio della ragazza di provincia alla scoperta di un grande movimento. Piuttosto, ci segnala l’importanza delle relazioni che l’hanno spinta a gettare via il pesante fardello del “destino femminile”.

Lia Migale

Incontri all’angolo di un mattino

La Lepre

pp. 160, euro 16

I Rom, Salvini e le Eumenidi

Alan Denney - Flickr: Corso XXII Marzo 1984, CC BY 2.0

Letizia Paolozzi

Liliana Segre nel suo discorso per la fiducia al governo Conte, promette di opporsi “con le forze che mi restano a nuove leggi discriminatorie nei confronti dei Rom e dei Sinti”. I leghisti non applaudono ma sono “infondate le paure di Liliana Segre sulle leggi speciali” rassicura Matteo Salvini.

Da ministro degli Interni, tuttavia, parlerà di un censimento per i Rom. Torna l’ammonizione di Brecht: “Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento perché rubacchiavano”. E poi, e poi … la catastrofe era dietro l’angolo.

Oggi i Rom e i Sinti ai quali si riferisce Salvini sono per lo più di nazionalità italiana. Bontà sua, gli italiani “ce li dobbiamo, purtroppo, tenere”.

Non voglio dire che problemi non ci siano: di convivenza con gli abitanti dalla vita agra dei quartieri in cui i campi dei “nomadi” sono collocati (quei campi andrebbero superati e non l’hanno fatto i governi precedenti); di desolazione quando il turista scopre su un autobus affollato di non avere più il portafoglio con i documenti che magari un ragazzino sotto i quattordici anni gli ha sfilato dallo zaino.

Le reazioni lavorano in profondità. Significa che “avete voglia di fascismo”, come accusa il regista Paolo Virzì? Forse “fascismo” non è termine adeguato ma sostenere che: non bisogna “esagerare”; che siccome “hanno vinto le elezioni, ora si tratta di vedere cosa combinano”, mi sembra uno stato d’animo un po’ troppo tranquillo. Se non opportunista.

Guarda caso, accanto alla promulgazione delle leggi razziali del ‘38, ci furono l’internamento e le deportazioni dei Rom “eterni randagi privi di senso morale”.

Per carità, il ministro degli Interni non avrà nulla dell’uomo dispotico, dittatoriale; sarà al contrario un pezzo di pane, ma i problemi invece di risolverli li infiamma. Li aizza. Ci soffia sopra. E se i bubboni (per Salvini la lista comprende oltre a Rom, Sinti, gli immigrati, le massaggiatrici orientali sulle spiagge, i venditori di pareo fino al “fritto misto” delle coppie gay) si sono ingranditi, non ha intenzione di curarli.

Piuttosto, punta a recitare le sue formule ispide, caporalesche. Succede ai tanti portatori sani di violenza di privilegiare una lingua aggressiva, che se ne sbatte dei dati di realtà, dei valori dell’informazione, della conoscenza, della critica. Piuttosto, autorizza a nominare apertamente ciò che ci teniamo nascosto.

D’altronde, le sue affermazioni, comprensibili nella loro semplicità, pagano: nei sondaggi, la Lega è cresciuta; ha superato i 5 Stelle. In effetti, si discute nei programmi televisivi, luogo principe dell’informazione per gli italiani, di sensazioni, percezioni, approssimazioni. I media non hanno fatto il loro dovere. “Gli immigrati ci invadono” (dati alla mano, l’allarme è esagerato); l’obbligo del soccorso in mare si trasforma in “buonismo”; i barconi sono pieni di terroristi dell’Isis.

Roger Cohen ha scritto sul «New York Times»: “Salvini e Di Maio hanno ragione e per questo hanno vinto come Trump, che ha intuito una rabbia che stava filtrando”.

Salvini si trova bene in un clima simile. L’ha intuito e tradotto nella sua lingua. Non si tratta solo di ideologia (o della esigenza di tirare la corda per andare al più presto a votare raccogliendo i frutti elettorali del consenso) ma di reale malessere, di frustrazione e solitudine profonda che si prova nel Paese.

Gli immigrati (oppure i Rom) devono risarcire per tutto questo. Anche se non ripagheranno mai abbastanza con le loro sofferenze la sensazione di declassamento, di minaccia alla collocazione nella scala sociale di ognuno di noi. E d’altra parte la rabbia, sorta di danza narcisistica, espressione e paradigma adatto alla mascolinità, non si scioglie miracolosamente.

Scrive Martha C. Nussbaum (Rabbia e perdono. La generosità come giustizia, il Mulino 2017, traduzione di Rinaldo Falcioni) che non è solo una malattia, ma la possibilità di risarcimento, riparazione essenziale all’ingiustizia oltre che terribile rivalsa sul più debole.

Eppure, le Furie, le Erinni potrebbero – da creature vendicative, insaziabili – diventare dee benevole, le Eumenidi, dedite al bene generale, al vivere meglio insieme.

Di fronte alla vulnerabilità umana immaginate sia concepibile produrre fiducia, piuttosto che una società di rancore? Non è quello il compito anche di ogni compagine governativa, in democrazia, ministro degli Interni compreso?

Vincitori a metà, donne comprese

Letizia Paolozzi

Nella discussione sul 4 marzo, post-voto, governo tecnico o politico, vale la pena di interrogarsi su un soggetto, quello femminile, per il quale si sprecano frasi del tipo: “È arrivata l’onda rosa”, “Ecco lo tsunami delle donne”.

Lega e Movimento 5 Stelle sono i (mezzi) vincitori delle elezioni nonché i possibili attori di una nuova formula di governo o di una prossima alternanza competitiva (l’Italia per le formule possiede una fantasia illimitata): quella del bipolarismo populista.

Quanto alle donne, nella coalizione di centro-destra, Giorgia Meloni ha conquistato la leadership di Fratelli d’Italia mentre le parlamentari della Lega (annotazione di Flavia Perina) sono passate da 5 a 65. Forza Italia, anzi, Berlusconi, che rischiava di venire detronizzato in una coalizione che pure ha raccolto il 37 %, si è rasserenato grazie all’elezione della presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati e di seguito, delle due capigruppo: Annamaria Bernini e Maria Stella Gelmini.

Secondo voi, si tratta del riconoscimento (maschile) di un discorso pubblico-politico che attribuisce alle donne particolare valore?

Giacché siamo in tema, bisogna accennare alla questione delle pluricandidature. È un “trucco” che tutti i partiti, tranne i 5 Stelle, hanno usato non solo per aprire un paracadute ai loro dirigenti nei collegi uninominali ma per aggirare le quote di genere (che stabiliscono l’alternanza uomo/donna nei listini e un rapporto 60-40% tra capilista dei due sessi). Scansato (tra le altre) da Boschi, Madia (Pd), Guerra (Leu), Bongiorno (Lega) il discutibilissimo marchingegno, le parlamentari, in questo modo, hanno salvato molti colleghi di partito che erano al secondo posto nei listini.

Come dire che il patriarcato sarà pure sulla via del tramonto, ma la corsa in più collegi a vantaggio degli uomini (unico innocente il Movimento 5 Stelle che può esibire il gruppo parlamentare con più donne elette: 42 su un totale di 112 al Senato e 82 su 122 alla Camera, superando la soglia del 40%) ricorda il solito soccorso ancillare a sostegno del potere maschile. Il quale potere pare abbia perso attrattiva a Hollywood, ma nel Parlamento italiano ancora domina su grande parte dell’emiciclo.

Naturalmente, il numero dei voti ottenuti va sempre accostato alla condizione di salute della democrazia che da questo voto è uscita, sostiene Luciana Castellina (in un’intervista su«L’Espresso»), “con le ossa rotte”.

Eppure, ad ascoltare i discorsi d’insediamento dei due presidenti delle Camere, aggrappati alla ciambella di salvataggio della Carta costituzionale, alle istituzioni, alle regole comuni, sembra che la democrazia sia di forte fibra, in grado di superare le malattie gravi. O di stagione.

Il nuovo presidente dell’assemblea di Montecitorio, Roberto Fico, viene da una scuola dove si insegnava che il Parlamento andava aperto “come una scatola di tonno”. Adesso, di quello stesso luogo – del Parlamento – ha sottolineato la centralità, ricordando la battaglia contro il nazifascismo e l’anniversario delle Fosse Ardeatine.

Maria Elisabetta Alberti Casellati, presidente di Palazzo Madama, si è riallacciata a una genealogia femminile delle “mai abbastanza ricordate eroine del Risorgimento” e delle “tante ragazze, di ogni estrazione sociale, e di ogni credo religioso, che hanno rappresentato l’anima della lotta di Liberazione e che, mi sia consentito, sono qui oggi magistralmente rappresentate dalla senatrice Liliana Segre”.

A proposito di Casellati, alcune mie amiche hanno salutato festosamente il suo arrivo, in quanto “prima donna alla seconda carica dello Stato”. Dalle sue posizioni risulta che vorrebbe la revisione della 194, la riapertura delle case chiuse. Non amichevole nei confronti delle unioni civili, si è distinta in quanto avvocato matrimonialista ma anche per aver difeso entusiasticamente “l’utilizzatore finale” Berlusconi, nelle vicende giudiziarie del caso Ruby. Alias “la nipote di Mubarak”.

Queste posizioni sicuramente non peseranno sul ruolo della neopresidente del Senato, tuttavia esaltare il dato inoppugnabile che “è una donna”, mettendo una pietra sopra al resto, rischia di essere poco rispettoso proprio per le idee (che a me non piacciono) di Casellati. Gli uomini conoscono, per averla frequentata, la tendenza a misurare l’attività di una persona – e a discriminarla – in base alle sue caratteristiche fisico-biologiche. Si chiama sessismo. Non esisterà, per caso, anche un (capovolto) sessismo femminile?

Quindi, dopo il discorso d’insediamento, staremo a vedere se la presidente sceglierà una versione più neutra e meno legata fideisticamente al capo. Per ora è stato di conforto alle donne la sua rassicurazione che “nessun traguardo è più precluso, la mia elezione è un incoraggiamento per tutte”. La politica, in fondo, è l’arte del possibile.

Sempre nelle prime giornate febbrili dell’inedita (ma già pencolante) alleanza giallo-verde, qualche incongruenza l’abbiamo notata quando Salvini ha assicurato di essersi comportato in modo “lineare” nella mediazione sul nome del presidente del Senato mentre Di Maio ha garantito che “la partita della presidenza della Camera l’abbiamo vinta senza nessun compromesso” con gli “impresentabili”.

No inciuci, mediazioni o compromessi. Noi del Movimento 5 Stelle non sigliamo intese. Ma in Parlamento, per combinare qualcosa, bisogna tessere mediazioni, firmare patti (magari subito stracciati da piccoli e grandi tradimenti). Non si capisce cosa mai ci sia di dannoso a discutere da sponde diverse un provvedimento, una legge, e persino delle nomine (dei segretari d’aula, dei questori dei quali non c’è stato nessun eletto per il Pd). Comunque, Salvini non si staccherà facilmente da Forza Italia e dal “pregiudicato” Berlusconi, pena la subalternità ai 5 Stelle che hanno il doppio dei suoi voti.

Certo, uno dei problemi in sospeso (molti altri incalzano i due partiti che hanno raccolto più voti) riguarda la legittimazione di Berlusconi. Con il Movimento 5 Stelle nel ruolo di “partito della fermezza” che poco sopporta il nome di Casellati. Paola Taverna aveva promesso: “Con lui mai” per aggiungere subito dopo “ma lui in Parlamento non c’è più”.

E le deputate, le senatrici sono consapevoli della differenza, infedeli ai loro capi e autonome dal “mercanteggiamento maschile” (Mariangela Mianiti sul«Manifesto » del 7 marzo)? Difficile rispondere laddove pesano – hanno sempre pesato – le dinamiche interne ai partiti e la situazione attuale vieppiù ingarbugliata: Salvini che deve restare attaccato al 37 % del partito unico del centrodestra; Di Maio convinto che spetti a lui diventare premier.

Si vedrà il seguito il 4 aprile quando inizieranno le consultazioni per il governo. Soprattutto, spetterà al presidente della Repubblica cercare di districare le contraddizioni. Verificare gli elementi in comune dei vincitori: una domanda d’ordine che si mescola alle pulsioni antistranieri; la spinta anticasta, l’avversione nei confronti dell’Europa, la simpatia nei confronti della Russia di Putin.

Intanto, bisogna andare avanti. Lo pretende lo spirito di cambiamento che soffia sull’Italia. È accaduto da altre parti e sta accadendo da noi: centro-destra e centro-sinistra vacillano. Incespicano le aree moderate e riformiste e i modelli di partito tradizionali.

Il contratto sociale non tiene più. Media, web, social, televisione offrono modelli completamente diversi dal passato. I progressisti sono fuori per propria scelta o relegati in un angolo (non solo in Italia). Il Pd d’altronde, sembra avere il destino segnato da chi suppone che verrà dissanguato (come Forza Italia) rispettivamente dai grillini e dalla Lega alle prossime elezioni. Qualcuno auspica un raggruppamento liberale macroniano (con il centrodestra). Nel frattempo, il partito del reggente Martina si dibatte al proprio interno tra chi vuol trattare con i 5 Stelle e chi (il segretario uscente) respinge ogni discorso di apertura. E però, muoversi dall’opposizione significa innanzitutto ascoltare la realtà, i problemi della gente.

Questo voto ci consegna una bottiglia mezza piena e mezza vuota. Mezza vuota perché il 4 marzo è stato segnato dalla solitudine, insicurezza, paura dei dimenticati: operai, Sud, giovani. Mica semplice per la politica della Lega e del Movimento 5 Stelle porvi rimedio con il sovranismo, con il neo-assistenzialismo, il superamento della Fornero, la costruzione di una supposta comunità etnica che garantisca dal pericolo “percepito” delle migrazioni (però i clandestini esistono e sono un decimo dei regolari: 500 mila).

D’altronde, se nel nostro Paese le buone pratiche non mancano, non riescono a realizzare una rete contro la povertà. Per la convivenza, contro il degrado giacché, assieme agli immigrati (innocenti), è arrivato l’abbandono (colpevole) di intere zone del Paese.

Se invece proviamo a leggere nella bottiglia mezza piena, compare allora una spinta alla partecipazione dal basso, forse una fiammella di speranza che arrivi un mutamento. In meglio. Magari a rispondere – sempre che non distruggano l’Italia – sarà – sempre che nasca – questo governo di mezzi vincitori. Donne comprese.

Parole liberate, rapporti di potere

Letizia Paolozzi

Otto Marzo 2018. In Europa, Stati Uniti, Cina, un po’ ovunque un sesso si ribella. Nelle manifestazioni fa sentire la sua voce, la rete la rilancia. Si capovolge uno scenario dove le donne vengono rinviate al corpo per sottintendere che non sono che un corpo.

#quellavoltache il mio capo in una cena aziendale mi palpò il sedere davanti a tutti. Strillai ma nessuno disse una parola in mia difesa New Betty Sue

#quellavoltache a dieci anni al cinema un vecchio mi mette un mano tra le gambe e mi chiede: “Hai paura, eh?”. Intendeva per Jurassic Park pagliasofia

#quellavoltache sei nella folla per vedere un concerto e uno sconosciuto ti palpa il culo e ti sorride sornione dery

Nominare prevaricazioni, abusi; si tratta di una ferita nella carne e nell’anima. La parola liberata attraversa l’omertà, la violenza. Certo, succede anche che si vendichi, che semplifichi, chiamando a testimone lo spazio pubblico. Compaiono molestatori convinti di essere dei capitani coraggiosi. Ma il loro desiderio non è più irrefrenabile. Fino adesso supponevano di avere diritto a imporre le loro pratiche alle donne (e anche, spesso, agli uomini). Erano pratiche considerate “normali”, “naturali” come le 250 raccolte dal libro #quellavoltache storie di molestie (Progetto Le donne parlano, Simona Bonsignori; Paola Tavella; manifestolibri, 8,00 euro, 2018), divise per contesti, lungo le ore delle nostre giornate, delle nostre notti: lavoro, famiglia, strade, giardini, cinema, concerti…

C’è un hashtag, in Quellavoltache e nel Metoo, Time’s Up, Balancetonporc, per mostrare quanta ferocia attraversi le relazioni maschili (ne abbiamo discusso in un incontro del Gruppo del Mercoledì alla Casa internazionale). Ne scrive il ricco numero di Leggendaria numero 128 Feminist Wars Vulnerabilità e potenza.

Da traghettatore d’immagini, il cinema non poteva disinteressarsi delle relazioni tra i sessi nella notte degli Oscar. La televisione ha ripreso il presentatore Jimmy Kimmel che, indicando la statuetta di 35 cm, ricoperta d’oro 24 carati, esclamava: “Guardatelo! A Hollywood è un uomo molto rispettato. Tiene le mani dove le si può vedere. Non dice mai una parola fuori posto e soprattutto non ha il pene”.

In effetti, quel piccolo corpo atletico luccicante risulta spianato sotto la cintura. Senza pene, la sessualità (fallica) maschile non darà problemi?

L’ostacolo, secondo me, non sta in ciò che distingue biologicamente il maschio dalla femmina. Svelare “il sistema Weinstein” (dal nome del produttore, accusato da decine di attrici di molestie reiterate) ha costituito un’accelerazione inattesa del femminismo e ha messo il dito sulla piaga: la sessualità maschile sovente si traduce in potere, in dominio su un corpo ridotto a oggetto. All’Academy Award, Salma Hayek ha invitato i presenti a raccogliere fondi per le vittime di atti sessuali non voluti. Il «Time» ha deciso di eleggere “persona dell’anno” le “Silence Breakers”, quelle che hanno rotto il silenzio: fino a ieri, l’unico discorso rispettabile era maschile.

All’improvviso, crollata la diga, spazzato via lo scetticismo del “Ma non esageriamo!” si presta attenzione al mormorio ostile su un comportamento antico, replicato cento volte.

Adesso va in frantumi il patto non voluto ma imposto. Sono donne che stanno sotto la luce dei riflettori ammirate, famose. Sostengono le altre, le commesse, le operaie. Al Golden Globe, i vestiti luttuosi colpiscono l’opinione pubblica: emblema (stigmate?) di un dolore esibito. Puoi non essere tu ad aver subito un oltraggio, la devastazione del senso di te, tuttavia sei consapevole che altre, che le tue sorelle hanno avuto la sfortuna di incontrare dei gradassi tracotanti. Le dive si sono assunte una grande responsabilità: unite, solidali, insieme: #Wetoogether. Frances McDormand, migliore attrice per Tre manifesti a Ebbing, Missouri, dedica il premio “ai suoi due ragazzi femministi”. Poi invita Meryl Streep ad alzarsi in piedi perché “Se lo fai tu, lo faranno tutte” le nominate di quest’anno, dalle attrici alle registe, alle elettriciste, alle costumiste, alle truccatrici, alle scenografe. Infine, pretende l’applicazione dell’ Inclusion Rider, la clausola per avere la garanzia che la troupe e il cast del film rispettino la presenza femminile, dei neri, di chi è generalmente sottorappresentato.

In Italia, secondo il rapporto Istat sono otto milioni (in dieci anni) le vittime di molestie. Vuoi lavorare? Allora, paghi pegno. Negli ultimi tre anni, 425mila hanno sopportato prepotenze da parte di capi o colleghi. Il che non significa che le donne siano vittime predestinate. Per molte però è difficile difendersi: immigrate, rifugiate, esuli, abitanti nei paesi del Sud del mondo. Migliaia di siriane ricattate dagli operatori delle Nazioni Unite e delle ONG (sesso in cambio di cibo o di saponette).

Seguendo l’esempio del #Metoo, 124 protagoniste del cinema italiano, hanno firmato la lettera Dissenso comune concentrandosi sul sistema e le sue disuguaglianze. A parte indicare l’assassino nel sistema, hanno tralasciato il nome di Asia Argento e la rivelazione di essere stata stuprata da Harvey Weinstein.

Una dimenticanza che finisce per togliere valore alla testimonianza femminile. Non sarà che, senza accorgersene, su Dissenso comune hanno influito le obiezioni che circolano intorno al gesto di Asia Argento? “Ha continuato a farsi fotografare sottobraccio al produttore”; “Poteva accontentarsi di un mestiere più umile meno sfavillante”. “Come mai il resoconto è avvenuto dopo tanti anni?” In queste obiezioni si scopre una sorta di svilimento della vittima, giovane, spesso giovanissima. In effetti, le testimonianze di #Quellavoltache sono state consegnate in età adulta, venti, trent’anni dopo l’umiliazione patita. Eppure, tanti non immaginano la vergogna che provi (perché non sei riuscita ad andartene), il senso di colpa (perché ti accuseranno di averlo provocato), l’ambiguità del tuo consenso (che oscilla tra senso di onnipotenza e gratitudine).

Questa ignoranza si ritrova nell’informazione, restia (tranne qualche eccezione) a staccare gli occhi dal teatrino delle ombre italiano. Le donne, nel frattempo, smascherano una realtà sordida. Tuttavia non credono ciecamente nella legge. Anzi, ne diffidano. In quanto strumento plasmato dagli uomini, spesso la legge finisce per tutelarne gli interessi. Discorso troppo sbrigativo? Eppure, non così lontano dal vero.

Basta citare il tragico episodio di Cisterna di Latina, dove la giustizia militare non ha saputo (o voluto) ascoltare Antonietta Gargiulo, la sua paura, la paura delle sue bambine. Una lettera di giornaliste, psicoanaliste, ricercatrici, uscita sulla 27esima Ora del «Corriere della Sera», rivolta ai ministri dell’Interno, della Giustizia, della Difesa e della Sanità, ha posto il problema del risibile funzionamento dei servizi di protezione e prevenzione per Antonietta e le tante perseguitate dalla furia maschile. Sicuramente, il contratto sessuale oggi va riscritto e rideterminato il ruolo dei sessi. Se la cura degli abusi è la trasformazione (Rebecca Solnit su «Internazionale» del 16 febbraio), l’esigenza di un cambio di mentalità riguarda tutti. Non l’ha compreso la lettera-manifesto (notate quante sono le prese di posizione femminili in questo periodo!) contro Il nuovo puritanesimo, pubblicata su «Le Monde»e sottoscritta tra le altre da Catherine Deneuve.

Giusto rivendicare: “Siamo soggetti”, ma l’asimmetria tra maschi e femmine spesso va letta come impossibilità per le donne di sottrarsi a ciò che non desiderano. Ammettiamo di conoscere il confine (sempre provvisorio) tra gioco seduttivo, corteggiamento e prepotenza di cui scrive Luisella Battaglia (in ParadoxaForum.com), nella società uomini e donne non si collocano sullo stesso piano quanto al potere. Quando il potere si trasforma in abuso, i rapporti di forza sono squilibrati.

Dovrebbe rifletterci chi si appella alle garanzie dello stato di diritto contro “le delazioni”, “le denunce senza prove”, “gli attentati” al buon nome di chi, regista, attore, capoufficio, caposquadra, caporeparto, detiene una posizione di comando!

Insiste la lettera-manifesto che c’è da parte femminile una spinta alla censura. A me non risulta che dobbiamo allarmarci per un femminismo puritano (c’è pure quello, naturalmente) quanto per gli episodi di moralismo di una società più chiusa, sulla difensiva, impaurita. Kevin Spacey eliminato dal film Tutto il denaro del mondo, sospesa da Netflix la stagione finale di House of Cards mentre si pretende il ritiro delle opere di Balthus dai musei e si disapprova la retrospettiva dei film di Polanski. Badate che nel ’91, per Polanski presidente della giuria di Cannes nessuno aveva mosso un muscolo.

Si possono separare le opere dalla vita? Certo che no. Tuttavia, non manderò al rogo le opere di Heidegger nonostante il filosofo abbia creduto nel nazismo. I volumi pubblicati intorno a questo autore e la qualità degli apparati critici, sono una difesa sufficiente per non venire plagiata dal suo sguardo. Infine, sul #MeToo escluderei che metta a rischio la convivenza umana. Piuttosto, mi turba una discussione che, senza volerlo, produce come effetto simbolico di riportare al centro del discorso l’inalterabilità del nesso eterosessuale (uomo-donna), girando intorno alla sessualità maschile, alla potenza patriarcale senza che mai compaia il possibile godimento femminile. Significa che il patriarcato non vuole lasciare la presa?

Un focolare come antidoto alla morte

Letizia Paolozzi

cookingRaccontare una storia tristissima. So che si può ma non so come e sono venticinque anni che ci penso”. Inizia così Troppo sale Un addio con ricette” di Stefania Giannotti, rendiconto di una terribile sottrazione, quella del figlio, ragazzo diciassettenne che “faceva domande alla madre per diventare grande”.

Ma grande non lo è diventato.

Il libro scava nella presenza e dell’assenza, nella fisicità e nel vuoto attraverso una storia segnata dal lutto e tuttavia immersa nella materialità delle cose. Non di bizzarria si tratta giacché, al fondo, quando si scrive, sempre di vita si sta parlando. “Perdo te e mi resta soltanto il mondo. Perdo te, amore vivo compiuto reale finito e non posso averne un altro, solo l’infinito mi resta….Hanno strappato dal mio cuore l’adolescente e hanno piantato al suo posto l’adolescenza”.

Il filo di una esistenza breve, ardente, tagliato di netto. Da chi? Non saprai mai se da un dio troppo distante, dalla fatalità, dal mare. Certo, la tragedia personale ti si precipita addosso. Può cambiarti; farti perdere il gusto di vivere. Oppure spingerti – magari contemporaneamente - ad andare avanti: “E così da quando te ne si andato ragazzo mio, mi è difficile distinguere, in questo procedere, tra vita e morte. Hai visto? L’ho chiamato procedere perché faccio fatica a dire vivere, ma lo è. E non mi è più facile dire morire”.

L’autrice, una bella signora, dotata della qualità di saper ascoltare con attenzione le voci delle altre, degli altri, da quel 25 agosto del 1990 continua a interrogarsi su un sentimento – l’amore - che non si da mai in assenza di rischi. Quei rischi sono imprevedibili. Perciò ignoriamo i giorni che mancano o, al contrario, quelli che restano al momento della catastrofe. Impossibile intuire l’ultima volta per quel bacio leggero, per la carezza distratta lanciata nell’aria.

In Troppo sale riconosciamo l’intrusione di un avvenimento assolutamente estraneo alle circostanze della vita e privo di qualsiasi relazione con esse: d’altronde, la morte è impossibile da addomesticare in modo da renderla confortevole.

Eppure succede e questa è la straordinarietà della situazione, che “la natura morta o vita ferma” si animi quando la realtà riprende forza. Anzi, ruba alla nuda precarietà chi - una madre – supponeva di possedere ormai soltanto lacrime. “Non ho inveito contro di te e neppure contro un dio che non conoscevo, e ora un po’ meglio. Non ho trovato il tempo di giudicarlo. Il pianto non è diventato lamento”.

Non è diventato lamento il pianto grazie a “mille stratagemmi”, fondanti e centrali: un luogo come il CiCip&CiCiap, circolo politico dove le donne intessevano relazioni; la Libreria delle donne di Milano che per Stefania Giannotti ha rappresentato l’incontro con una libertà non solo individuale bensì “valore imprescindibile del femminismo”. Vedete bene quanto sia incommensurabilmente importante quel “campo relazionale”, l’intreccio di legami e rapporti e voci che impedisce di soccombere.

Ma se tutto questo ha funzionato e funziona “è anche per via della cucina alle sue spalle”.

Perché sì, il nutrimento si rivela capace di riparare la morte “per procedere nella vita quando si fa troppo salata”. La cucina garantisce accoglienza; soddisfa bisogni rinviando all’orizzonte del bene comune. Non sempre, evidentemente. Non dove il cibo è merce, eccesso di dolce, salato, amaro, disinteresse per la preparazione, trappola per allocchi in vena dispendiosa.

Il piccolo gruppo femminile nel quale si muove Stefania “si alterna o collabora ai fornelli” di un universo insieme privato e pubblico (la Libreria delle donne, appunto). Un universo nel quale la cura del cibo e la produzione d’intuizioni politiche procedono appaiate. Lì ci si mette in connessione con storie, memorie, culture per aiutare la convivialità. La cucina, oltre a essere un piacere, riesce a essere una risposta sommessa alle preoccupazioni della crisi economica, alle difficoltà sociali.

Nessuno chef che cammini sottobraccio ai media ma cinque donne che hanno preso il nome di Estia dalla dea del focolare, risoluta nell’abbandonare la tavola dell’Olimpo per scendere tra gli uomini.

Un gruppo depositario di competenze antiche, tramandate, ricreate come dimostra la “Pausa cucina” inserita nel testo.

Una pausa vera che placa la tensione grazie alle ricette ispirate dalle nonne, accumulate in ambito famigliare, raccolte inseguendo l’infinita immaginazione delle regioni italiane, oppure riadattando il ricettario di Apicio (primo secolo d.C.) e quello rinascimentale.

Alla Libreria delle donne si replica e si innova. Servono gli utensili, le materie prime, gli ingredienti scelti e, in Troppo sale, la scrittura impone il sapore. Sono frasi concatenate, acciuffate per riprendere slancio e poi immergersi in un ritmo improvvisato. Spesso, l’autrice usa la prima persona singolare: “Aggiungo, unisco, tagliuzzo, impasto” invece della seconda persona plurale che impone: “Dosate, diluite, sbattete”.

Linguaggio prezioso di un libro dolente che pure mostra la possibilità di tenere in vita un ragazzo scomparso. Attraverso il nutrimento delle parole.

Stefania Giannotti
Troppo sale Un addio con ricette
Feltrinelli 2017
pp. 182 euro 16

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