Piccola cucina cannibale

Massimiliano Manganelli

Negli «appunti di poetica ragionevolmente sentimentali», un testo già apparso sul «verri» tre anni fa che apre il libro, Voce lancia un guanto di sfida alla critica. Se oggi la poesia è «un’arte della voce, del suono, del corpo» che interagisce con «altri media e altre arti», la critica è invece ferma a categorie strettamente legate alla letteratura, non ha rinnovato i propri strumenti per intendere appieno una poesia come questa. Insomma, afferma Voce, non si è ancora trasformata in «critica poetica».

La sfida – che non si può non raccogliere – non è contenuta soltanto nelle dichiarazioni d’apertura, bensì anche e soprattutto in Piccola cucina cannibale nella sua interezza. L’oggetto che ci si ritrova fra le mani è infatti difficile da definire (chiamarlo libro sarebbe riduttivo), perché frutto di un lavoro plurale: in copertina, accanto al nome di Lello Voce, figurano quello dell’antico sodale Frank Nemola, compositore delle musiche racchiuse nel cd allegato, e di Claudio Calia, autore dei fumetti che costellano il libro. In questi la grafica presenta un tratto duro e incisivo che «traduce» i versi; vi appare spesso la figura dello stesso Voce, munito di microfono e leggio, quasi a sottolineare la centralità del poeta nell’intera operazione. È il poeta nella sua funzione di figura pubblica, nel «circolo di una comunità», il quale mette in gioco la propria corporeità, che è poi uno dei tratti salienti della scrittura poetica di Lello Voce.

Perché la poesia, appunto, non è più pensabile soltanto vincolata alla pagina: il verso risponde indubbiamente a esigenze ritmiche e foniche, ma è innanzitutto – parafrasando una vecchia ed efficace formula di Alfredo Giuliani – verso secondo il respiro. Di qui la necessità, per la poesia, di uscire da sé, di aprirsi il più possibile verso altre forme espressive, di recuperare la propria congenita oralità. Il libro, insomma, non basta più, deve trasformarsi in qualcosa d’altro. In opera multimediale, nella quale la poesia funge da motore principale; non recupero della vecchia Gesamtkunstwerk (tutt’al più si potrebbe parlare di Gesamtdichtung), bensì naturale esito di una poesia quale «arte plurale», non più circoscrivibile al singolo territorio della parola.

Tutto questo, si badi, non esprime sfiducia nella parola; anzi, è esattamente il contrario, giacché la parola ne esce valorizzata al massimo grado: «dimmi / se senza parole non sembra di morire». E Voce dà fondo a tutte le risorse della parola, dalla rima interna alla paronomasia, figure di suono che implicano l’amplificazione della parola medesima. Come si intende anche dall’ascolto del cd (nel quale, detto per inciso, Voce raggiunge il risultato più maturo nell’interazione con la musica), il tono generale di questa scrittura poetica è quello del discorso pubblico, contrassegnato tanto dal continuo ricorso all’allocuzione, quanto da un’intrinseca qualità politica.

Per comprenderlo si leggano, a titolo di esempio, Rivoluzione fragile o il Lai del ragionare lento, dove è scritto: «le parole sono il ritmo della riscossa / insulto autismo acre che dà la scossa». Quasi ovvio, dunque, l’incontro con la canzone di protesta, che si concretizza in una notevole rilettura, anzi nella «poetry dis/Cover», della Canzone del maggio di De André. Ma tutto è oggetto di discorso pubblico, anche l’amore, messo in scena in Napoletana (serenata a dispetto). È un amore però, dice Piccola cucina cannibale, che «non fa rima / con cuore ma con il rombo del dolore». Altrimenti sarebbe falsa poesia.

IL LIBRO
Lello Voce, Frank Nemola e Claudio Calia
Piccola cucina cannibale

Squilibri (2011), pp. 156 con cd audio
€ 15

La poesia prima dei poeti

Lello Voce

La poesia nasce prima dei poeti. La poesia nasce nel mondo, non prima del mondo, anche se poi, per prima, si affanna a cercare un codice per rendere comprensibile il mondo.

C’è poesia ben prima che si abbia notizia di qualsiasi poeta, se è vero, ed è vero, che essa è il medium più antico che l’uomo conosca per la trasmissione dell’informazione non genetica. E forse era a qualcosa del genere che si riferiva già il Vico, nella sua Scienza nuova, quando discorreva della lingua poeticissima delle origini.

Né la poesia può fare a meno del mondo, a meno di non voler sparire… La poesia nasce insieme alla comunità.

La stessa tradizione lirica, quella di più stretta osservanza petrarchista, non potrà fare a meno di concordare sul fatto che la grande confessione (e l’esercizio di pentimento e autocontrizione) del Canzoniere ha senso soltanto a partire dalla sua dimensione «pubblica», poiché nessuna confessione ha effetto senza un orecchio che ne sia in ascolto, ogni confessione è la messa in scena del peccato, e pretende il suo pubblico. Leggi tutto "La poesia prima dei poeti"

L’esemplarità di Genova

Lello Voce

Era l’inizio dell’autunno del 2003, circa due anni dopo che a Genova era accaduta Genova, due anni dopo che le Torri erano crollate sulle Torri.

Mario Placanica, il carabiniere che ha assunto su di sé la responsabilità dell’omicidio di Carlo Giuliani, è assolto da tutte le responsabilità in sede di discussione preliminare. Nessun processo sarà celebrato.

In quella sentenza, che impedisce sin lo svolgimento del dibattimento, sta nascosta la ragione vera di quel grande esperimento di repressione violenta di massa che è stata Genova 2001. Leggi tutto "L’esemplarità di Genova"

La televisione fuori dalla televisione

Lello Voce

Se la televisione fosse soltanto in televisione la faccenda non sarebbe poi così grave.

Per evitare di essere mentalmente intossicati dal suo tripudio di siliconi analfabeti, dallo sciocchezzaio in pajette che ne deborda, per salvarsi dall’istupidimento coatto che provoca, grazie alla ripetizione ossessiva, e spesso urlata a squarciagola, di luoghi comuni assolutamente privati e sillogismi illogici, per scampare alla disinformazione travestita da reticentissima supposta obiettività, basterebbe un veloce switch off. Basterebbe tenerla spenta, o gettarla nella prima discarica a portata di mano, la luminescenza invasiva… E dedicare il proprio tempo alla lettura, all’ascolto della radio, ai festival, ai concerti, ai convegni, al cinema, al teatro: a tutto il resto, insomma.

Il problema è che purtroppo la televisione è soprattutto fuori dalla televisione, che anche la maggior parte di tutto il resto è ormai occupata, più o meno manu militari, dalla televisione e dalle sue evanescenti figurine sotto mentite spoglie di esseri umani: i «televisionati». Le librerie sono invase da testi del più vario analfabetismo: sportivo, velino, alla gigolò; i festival sono invasi da «alieni» che presentano se stessi solo perché sono quello che sono, cioè delle entità puramente virtuali, i concerti annegano sotto ondate di Amici. Leggi tutto "La televisione fuori dalla televisione"

alfadomenica gennaio #1

CIERVO sul PROGETTO COSTITUZIONALE DELL'UGUAGLIANZA – VOCE su HEIDSIECK - SEMAFORO di Carbone - RICETTA di Capatti

IL VENTO DELL'UGUAGLIANZA
Antonello Ciervo

A parlare di uguaglianza in tempi così bui si corre davvero il rischio di essere inattuali: forse è proprio per questo motivo che deve essere letto con piacere il recente volume, pubblicato da Ediesse e curato da Chiara Giorgi, intitolato Il progetto costituzionale dell’uguaglianza. Questo lavoro collettaneo, che raccoglie gli atti del convegno internazionale, promosso ed organizzato dalla Fondazione Basso nel dicembre del 2013 a Roma, affronta in chiave multi-disciplinare la questione dell’uguaglianza – a partire dalle scelte del Costituente repubblicano – e si pone l’interrogativo, davvero inattuale, se sia possibile ancora oggi costruire una società degli eguali.
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BERNARD HEIDSIECK: UN PONTE TRA VOCE E PAROLA
Lello Voce

La figura di Bernard Heidsieck è di importanza capitale, proprio per la sua capacità di farsi polo attrattore di molte vie apparentemente divergenti e di sintetizzarle in modo assolutamente originale. Chiunque volesse provare davvero, non dico a scriverla, ma almeno a progettarla, questa benedetta storia della poesia dal punto di vista della voce, non potrebbe, insomma, negare che l’opera di Heidsieck è di rilievo estremo ed esemplare, proprio per la sua capacità di farsi punto di attrazione di molti degli aspetti che la poesia sonora (come lui, tra i primi, la definì) ha assunto nella seconda metà dello scorso secolo, di farli dialogare, o litigare, fino a tirar fuori dal loro mescolarsi un linguaggio nuovo.
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SEMAFORO
Maria Teresa Carbone

ARTE - RAZZISMO - RIVOLTE
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AUGURI! di Alberto Capatti

Il 2014 l’ho inaugurato con le fettuccine al triplo burro, il 2015, siccome ci sarà Expo, prendo il tono basso, che, in cucina, vuol dire, qualcosa di semplice ma non scontato. Scelgo allora la ricetta francese del croque-monsieur.
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Bernard Heidsieck: un ponte tra voce e parola

Lello Voce

È ormai un’evidenza irrespingibile che la poesia da tempo stia ritornando da quell’esilio dalla voce di cui ci ha a lungo parlato Paul Zumthor. Questo ritorno tra le mura vibranti e domestiche del suono, questo tornare a farsi materia, ha però seguito percorsi diversi e, a volte, inconciliabili – almeno in punta di poetica.

C’è uno spazio immenso a separare già le prime esperienze declamatorie e un po’ seriose dei futuristi e gli sberleffi (le pernacchie, avrebbe detto Totò) dei dadaisti e certamente poco, oltre la materia vocale, unisce il concretismo radicale di Henri Chopin al dub-poetry di Linton Kwesi Johnson, lo spoken word di Amiri Baraka e John Giorno alla poesia tanguera e teatralizzata di Horacio Ferrer, o l’intreccio concettoso, orientaleggiante e barrocco della prima spoken-music di Haroldo de Campos alla scelta multimediale di suo fratello Augusto De Campos.

Anche a voler restare in Italia, la geografia sonora è certamente altrettanto frastagliata: cosa lega l’energia di Spatola, carburata d’ironia, o la vocalità tanto concreta e felicemente stralunata di Fontana, all’incedere quasi musicale di Minarelli, o ai calchi futuristi di Lora Totino, la multimedilalità di Toti a quello che definirei l’esistenzialismo sonoro di Vicinelli, intriso di scacco, tutto giocato sul fiato che manca, l’andamento classico di Bemporad al balbettio crudele e indimenticabile di Rosselli? O l’esecuzione appassionata di Pagliarani all’apparente distacco straniato di Balestrini, l’incedere metrico e percussivo di Sanguineti all’oratoria chioccia e sgraziata, ma infallibile, di Leonetti?

Per non parlare delle ultime generazioni: il respiro ritmato e travolgente di Lo Russo è certamente distante anni luce dalle scelte molto più teatrali e interpretative di Gualtieri, Frasca strazia sapientemente, con fare beckettiano e punk, ogni parola, mentre Cera Rosco cerca l’intensità per sospensione e silenzi, come fa anche Nacci, che però la cerca percuotendo la sua voce come fosse un martello sull’incudine, provocando attrito e scintille. E potrei andare avanti a lungo…

Cosa può unire poetiche sonore così differenti: cosa, oltre la “materia vocale”? A definire tutto questo basta l’espressione “poesia sonora”? E, soprattutto: siamo certi che tutto questo sia davvero così inconciliabile? A guardarla dal punto di vista della voce (in barba all’evidente ossimoro, o è una sinestesia?) quella che chiamiamo storia della letteratura, con buona probabilità, cambierebbe radicalmente molti dei suoi luoghi comuni, magari in barba ai pareri e alle convinzioni dei protagonisti stessi.

In un panorama del genere la figura di Bernard Heidsieck è di importanza capitale, proprio per la sua capacità di farsi polo attrattore di molte vie apparentemente divergenti e di sintetizzarle in modo assolutamente originale. Chiunque volesse provare davvero, non dico a scriverla, ma almeno a progettarla, questa benedetta storia della poesia dal punto di vista della voce, non potrebbe, insomma, negare che l’opera di Heidsieck è di rilievo estremo ed esemplare, proprio per la sua capacità di farsi punto di attrazione di molti degli aspetti che la poesia sonora (come lui, tra i primi, la definì) ha assunto nella seconda metà dello scorso secolo, di farli dialogare, o litigare, fino a tirar fuori dal loro mescolarsi un linguaggio nuovo. Heidsieck sembra essere un ponte tra passato e futuro, tra voce e parola, o un luogo comune d’incontro e cortocircuito di molte delle svariate energie vocali che si sono scatenate dagli anni 50 in avanti.

Se appare evidente che un primo discrimine tra le esperienze sonore possa essere posto a partire dall’accettazione dell’aspetto semantico della vocalità (della parola in sé, in quanto portatrice di significati, sino al polo estremo di Ferrer), o invece dal suo rifiuto (la parola fatta sabbia sonora di Chopin), allora sin dalle sue prime esperienze il poeta francese appare certo della necessità di continuare a lavorare con materiali linguistici: se – come sostiene Zumthor – non c’è poesia senza voce, per altro verso, secondo Heidsieck, non c’è poesia senza parola e – sin anche – non c’è voce senza parola.

Ma questa parola non può che essere pronunciata, deve materiarsi nella voce, deve comunicarsi. Non a caso, appare chiara l’influenza del Simultaneismo francese sul primo Heidsieck. La scoperta del magnetofono è per lui essenzialmente la scoperta di come, una volta rientrata nel tempo, grazie alla sua vocalità, la poesia possa iniziare a riflettere su come usare ogni meccanismo di sincronia e discronia per creare arte e senso, per costringere le parole a dire davvero ciò che il poeta vuole che dicano.

Il lavoro si svolge spesso per sovrapposizione di tracce distinte, temporalmente intrecciate sulla base di algoritmi precisi, a formare un pattern su cui poi andrà a sovrapporsi la viva voce del poeta: dietro l’angolo di questi esprimenti datati primi anni 60 ci sono i sampler contemporanei, la musica fatta da una voce replicata ad libitum, trattata, distorta, condensata.

Il suono è per lui strumento di scoperta del senso. Il significato delle parole non è mai accettato come tale, nel loro risuonare è certamente celato dell’altro e il compito del poeta è esattamente questo: scoprirlo, portarlo alla luce, renderlo evidente. Per questo, per rendere evidente che si opera non solo sul suono, ma – attraverso il suono - sul suo segno alfabetico, Heidsieck esegue i suoi poemi leggendoli nella loro forma di testi su carta, di ‘spartiti’a volte non inquadernati, ma fatti a rotolo.

La poesia è quest’insieme apparentemente inestricabile di parole, voce, gesti. La poesia è quest’azione, insieme archeologica e futuribile: la poesia è azione, è un agire dotato di suono. E questo vale tanto per gli esordi legati ai Poéme Partition, che per il prosieguo di tutta la sua attività, sino ai Passe Partout, a Canal Street e alle Biopsies.

In Passe Partout: Vaduz, per esempio, certamente il suo poema più noto, quelli che potremmo qui definire con un po’ di fantasia gli aspetti sovra-segmentali ( e cioè qui il ritmo, la qualità delle sonorità, la velocità di esecuzione) si gonfiano sempre più di senso proprio e collaborano alla destrutturazione semantica della stringa linguistica essenziale: /tout au tour/, /tutt’intorno/, in una deriva che permette alla poesia di essere insieme un grande manifesto di tolleranza, una dichiarazione di poetica, una riflessione acuta e profonda, direi blochiana, sul concetto di ‘contemporaneità’ e su come esso sia radicalmente decisivo in qualsiasi analisi del reale.

Per altro verso, in opere come Derviche / Le Robert il lavoro accurato sulla sonorità e sul ritmo giunge a indagare quella che potremmo definire “la falsa coscienza della narrazione”, il suo nascondere, dietro la menzogna di un’inesistente, impossibile diegesi, ciò che non è altro che un’operazione di ‘nominazione’: nulla può essere “narrato” se è impossibile nominare il protagonista (di cui, kafkianamente, si conosce solo l’iniziale, il kappa) degli eventi che si intende narrare.

A quest’elenco incompleto delle caratteristiche di una ricerca poetica così ricca d’implicazioni e sviluppi, andrebbe poi aggiunto – last but not least – il lavoro teso a indagare gli aspetti tecnologici di una poesia che si rifà voce non a partire da un qualche sua supposta naturalità, ma proprio fondandosi sulla sua riproducibilità tecnica (magnetofoni, campionatori, microfoni), in lui, però, votata comunque alla performance, dunque al suo opposto polare, in percorso che potremmo immaginare teso a indagare gli aspetti della performance nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. A unire il tutto, la percezione di come in poesia tutto si basi sul ritmo, a partire da quello cardiaco a volte proposto come pattern dell’esecuzione poetica. Tutto, sin anche la tecnologia, parte dal e ritorna al corpo (e al suo respiro).

Ciò ha fatto del poeta francese una figura assolutamente singolare nel panorama della poesia internazionale, non solo sonora, capace di attrarre l’attenzione di molti, tra loro pur distantissimi: Heidsieck era evidentemente un poeta delle Nuove Avanguardie, ma nulla gli avrebbe impedito di salire sul palco durante una performance di spoken word riuscendo a trovare gli argomenti sonori giusti per interagire con essa, né i suoi testi mancano di qualità ‘letterarie’ evidenti e spiccate.

Per questo la sua recente scomparsa è particolarmente dolorosa: non solo perché egli è stato un grande poeta, ma perché ha dimostrato con la sua opera che tutti i grandi poeti tendono in realtà al medesimo scopo, quello si scovare una poesia realmente contemporanea: cioè simultanea al suo presente, ma capace d’essere insieme la discronia del passato e del futuro.

L’erba vorrei. Lello Voce

Vorrei che, infine, in Italia ci fosse il coraggio di iniziare a parlare delle cosiddette droghe in modo laico e scevro da ogni pregiudizio. Di quelle leggere, prima di tutto.

E non solo perché nel caso dei derivati della cannabis è evidente, a chiunque voglia guardare alla realtà delle evidenze scientifiche, come esse siano certamente meno pericolose di tante altre sostanze in commercio legale e come possano essere utilissime a livello medico, ma proprio perché quest’aspetto medico della faccenda rischia di coprire quanto più mi interessa discutere e cioè il diritto di ognuno di noi di darsi piacere, divertimento, di affrontare le proprie paure e fragilità, di strutturare il proprio rapporto con la morte, come meglio crede, almeno nella misura in cui ciò non comporti danno per altri.

Quando si discute dell’irrespingibile utilità dei derivati della cannabis nella cura di moltissime affezioni, spesso gravi, si tende a usare tutto ciò come fosse un ariete per sfondare le porte del proibizionismo, o una maschera, grazie alla quale sfuggire al suo controllo. Come dimostrato dalle acute e scomodissime analisi di uno studioso da noi nascosto e negletto, T. Szasz, l’atteggiamento che le società umane hanno nei confronti di una serie di sostanze psicoattive è profondamente ideologico, influenzato da una serie di scelte e convincimenti che non hanno nulla di scientifico.

Non esiste alcuna ragione obbiettiva per la quale sia giusto suicidarsi con l’alcol, piuttosto che con l’eroina, né per la quale sia più giusto chiudere una giornata di onesto lavoro bevendosi un bicchiere di rosso, piuttosto che fumandosi uno spinello. A meno di non voler mettere fuorilegge, non tanto le sostanze, quanto il dolore e il desiderio, per contrattare con i quali a volte noi esseri umani, da ere immemorabili, assumiamo droghe.

Nei millenni sono infinite le sostanze che, nelle diverse società, sono state tabuizzate e dovremmo provare una volta tanto a renderci conto di quanto la nostra impaziente e sprezzante condanna della tabuizzazione dell’alcol nelle società islamiche sia in realtà solamente l’altra faccia della medaglia delle nostre tabuizzazioni, quella nei confronti dei derivati della canapa, prima di tutto, ma poi nei confronti di qualsiasi altra sostanza naturale che non rientri nel recinto di scelte legalizzate solo da tradizioni che hanno radici affondate ben più nella religione e nel preconcetto, che nella scienza, o nel pensiero laico.

Quasi che in questo atteggiamento della maggior parte delle società occidentali si specchiasse un aspetto particolare di questa particolare forma di imperialismo che chiamiamo globalizzazione: quello nei confronti del piacere, del desiderio e – perché no? – della morte. Ciò che è veramente importante, a mio parere, è esattamente il diritto fumare cannabis non solo perché ne ho bisogno per curarmi, ma più semplicemente perché ne ho voglia. Che è esattamente quello che sto facendo ora.