Avviso ai naviganti

In occasione di CANZONIERE, la poesia riprende fiato – happening di poesia con musica e fumetti live che si terrà giovedì 10 maggio al Teatro Tor Bella Monaca di Roma per presentare l'omonima collana di poesia con musica e poetry comics edita da Squi[libri] – proponiamo un testo di Gabriele Frasca e Lello Voce che insieme a Frank Nemola e a Claudio Calia dirigono la nuova iniziativa editoriale.

Gabriele Frasca e Lello Voce

O voi che siete in piccioletta barca...

Chiglia

La poesia non è un genere letterario ma un medium, perché come aveva ben visto Giambattista Vico (e come poi hanno confermato gli studi di Marcel Jousse) quello che noi chiamiamo linguaggio, il gesto buccale che si sostituisce all’imitazione simbolica con tutto il corpo, nasce metrico, vale a dire già organizzato per il canto comunitario, dal momento che il suo scopo non era quello di favorire la comunicazione ma d’informare letteralmente il corpo che l’avrebbe contenuto. In questo senso il linguaggio diviene il tratto specie-specifico del processo di ominazione, il congegno sociale che consente il transito dell’informazione vivente che collega ogni singolo individuo, non al branco del presente contingente, ma alla sua comunità di vivi e di morti. Quella che noi chiamiamo poesia è dunque il medium delle prime culture orali, in realtà sin da subito audiovisive, che grazie a un linguaggio fortemente ritmato e memorizzabile, e all’ausilio delle immagini (delle posture del corpo e poi delle loro “impronte” nelle cosiddette pitture rupestri) stoccavano e tramandavano i pacchetti d’informazione necessari alla comunità (e all’intera specie) per sopravvivere. La poesia, insomma, è nata prima dei poeti. E per fortuna.

Carena

Per liberare il linguaggio dalla sua funzione rigidamente informativa, e rendere possibile una comunicazione più o meno rapida e dunque superficiale, la specie ha dovuto ricorrere alla prima vera e propria esternalizzazione del suo patrimonio d’informazione vivente. Tutta la storia dei media è del resto un continuo tentativo di liberazione del cervello umano dal peso della conservazione vigile, e dunque un progressivo processo di alienazione dell’informazione nelle vasche di decantazione di supporti memoriali sempre più scorporati e silenti (se non altro fino al successivo ripristino dell’interfaccia). Gli aedi, i griot, i bardi, i cantori nascono insomma come prima forma di liberazione dalla memoria sempre a giorno, e dunque come i depositari costantemente in atto di un’informazione che negli altri individui della comunità giace piuttosto in uno strato meno vigile di coscienza. Il loro canto pertanto, che non giunge comunque mai nuovo, occorre a suscitare un’informazione strategicamente tenuta latente, per consentire di mantenere disponibile a ogni evento la soglia d’attenzione cui concorrono i sensi.

Opera morta

La poesia diventa mera delibazione di stati d’animo (che si sottraggono alla vita), col rischio di ridursi, come diceva padre Jousse, a un “gargarismo estetico”, solo nella fase successiva dell’esternalizzazione dell’informazione vivente, e dunque con la nascita e la diffusione del nuovo medium della scrittura. Ma il rapporto col nuovo mezzo sarà per la poesia sempre conflittuale, o quanto meno dialettico (quanto può esserlo una guerra di posizione). Se dunque la memoria diventa con la scrittura patrimonio di una casta, perché l’informazione stessa per tornare a essere disponibile abbisogna di un’interpretazione, la poesia con la sua più immediata fruibilità, che consente di attecchire più liberamente alla memoria, finisce facilmente col presentarsi come una sorta di controcanto al discorso comunitario oramai altamente burocratizzato. Il valore d’uso della poesia, in ogni caso, resta comunque più rilevante del suo valore di scambio. La poesia, a dirla parafrasando Filliou, è lì per dimostrare che la vita è più importante della poesia.

Fiocco

La poesia è dunque l’unica arte che nei secoli ha mutato il suo medium di espressione, passando dall’oralità del suono articolato, in assenza o in presenza del testo scritto, alla lettura silenziosa della pagina, che non è mai riuscita però a contenere del tutto la sua tendenza connaturata ad allocarsi nel corpo come una sorta di brusio. Quanto all’oggi, appare del tutto evidente che la brutale accelerazione che connota le strutture e le dinamiche sociali, culturali e antropologiche della contemporaneità, muta forzatamente (e forzosamente) i rapporti tra scritto e orale. Lo scambio d’informazioni culturali avviene attraverso strumenti sempre più multimediali, grazie ai quali si sostanzia un cambio di paradigma nel quale non solo si passa di nuovo dallo scritto all’orale, ma mutano anche i metodi e gli strumenti stessi della scrittura e della lettura silenziosa: la dettatura si sostituisce alla scrittura, l’endiadi occhio-orecchio al silenzioso lavoro della retina che decifra segni codificati, il suono rimanda all’immagine, che esplica il linguaggio con il feticcio di una realtà che copre il reale, mentre lo scritto offre ormai soltanto le notazioni ermeneutiche, i confini di un contesto. La scrittura vola via verso il fondo di quello strano rotolo ipertecnologico che è la home di ogni social, s’accelera a sua volta, integrando icone, abolendo vocali, si volatilizza mentre le parole restano a vibrare, a fare suono, sospese in un’epochè perenne, a mezz’aria, incise dalle punte del silicio in bit e beat. Scripta volant, verba manent. È grande la confusione sotto il cielo, ma la poesia continua a puntare direttamente sul corpo, e torna a danzare come facevano gli aedi, sempre pronta alla nuova mutazione.

Cassero

La sua natura essenzialmente linguistica, cioè il suo essere basata sul medium che più di ogni altro ci rende umani, fa della poesia un’arte amichevole, anzi la più amichevole fra tutte: per questo essa ha sempre teso a fondersi con altre arti e con altri sistemi di comunicazione, a partire da quelli iconici delle pitture rupestri. Non esiste comunicazione umana, lo ricordava Giorgio Raimondo Cardona, che non sia di suo audiovisiva. La poesia è dunque costituzionalmente “liquida”: dalla lingua che articola la voce cola sulla pagina, e dalla pagina, dopo averla inzuppata, gocciola di nuovo sino alle orecchie (e agli occhi) del mondo. Il suo essere liquida le permette da sempre di mescolarsi e fondersi alle altre arti. Per questo ancora oggi la poesia si presenta pluriversa. Solca indifferentemente vari supporti (aurali, visivi, multimediali), ma la sua identità è linguistica; se è orale, rimanda allo scritto che la precede, se è scritta, rimanda all’oralità che vi è necessariamente immaginata e incorporata. La poesia che nasce musica, con la musica torna oggi a temperarsi, non per esserne accompagnata, né per ornare di contenuti una melodia puramente sonora, ma precisamente per dare voce a quella parte “analfabeta” che sta in ogni linguaggio e che l’alfabeto non può significare. Per esprimere, moltiplicandolo per armoniche acustiche, tutto il potenziale sonoro della lingua che la scrittura inevitabilmente silenzia. Ma la scelta di un medium non è oggi, in sé, una scelta di poetica, poiché è antropologicamente e strutturalmente condizionata, ed è dunque relativamente indipendente dalle forme della scrittura.

Sàrtie (manovre dormienti)

Se la poesia è il medium della cultura orale, ha più volte ricordato Paul Zumthor, non può che vivere della sua stessa esecuzione. Ciò che la poesia inquadra è innanzi tutto il corpo stesso che la ospita senza mai contenerla per intero. È per questo che il corpo dell’esecutore, il modo in cui respira e si modella, non s’identifica con la statua dell’autore. La poesia che vive dell’esecuzione, per quanto ne abbia, non ha bisogno di autori. Come tutto ciò che ha a che fare con la cultura orale, non c’è autorialità che non dilegui nel passaggio di bocca in bocca. L’esecutore è una stazione ricevente in cui s’incarna, nel solo istante dell’esecuzione, la comunità di vivi e di morti che riacquista voce nell’atto della poesia. Se i cosiddetti lettori non sanno farsi esecutori, liberandosi dalla soggezione all’autore, la poesia nemmeno si palesa.

Albero di maestra

La grande civiltà della scrittura occidentale, prima chirografica poi definitivamente tipografica, ha sempre riconosciuto nel libro il luogo di contenimento dell’esecuzione poetica, come per addomesticare la poesia a un destino di casta che non ha nulla a che fare con la sua intima vocazione comunitaria. La poesia, per quanto sappia serpeggiare solitaria, nasce per convocare. Ciò che non si è compreso dell’a volte tanto temuto “io lirico”, è che si tratta di un pronome di prima persona plurale. Ecco perché quello stesso “io” può diventare, opportunamente surriscaldato, una maschera teatrale, e ficcarci quanti ne siamo in un viaggio a rischio stesso della morte. Che poi è quello che non a caso si compie nella Commedia di Dante. Ed ecco perché quell’opera che si prefiggeva di essere addirittura di grazia poteva finire, come ci ricorda una nota novella del Sacchetti, con l’essere cantata dal primo fabbro in cerca del ritmo giusto per il proprio lavoro. Lasciate pure che il personaggio-Dante della novella in questione s’infuri e metta a soqquadro l’intera bottega, condizionato com’è dal suo modesto autore, che votato com’era alla mercatura, quasi intravede il lento processo da cui nel giro di quattro secoli emergerà il copyright. Ma la questione a ben vedere resta un’altra, e ci ricorda che si ha voglia di coricarla sulla pagina, e di mettervi a guardia legioni di commentatori (più o meno di pietra) e custodi della lezione giusta! La poesia si attacca alla memoria per guizzare nella viva voce. Per questo a ogni nuova esecuzione si contrappone alla sua stessa lettera. Più quel fabbro storpiava le parole di Dante, più la poesia della Commedia tornava a essere viva. Quando nasce il mito notarile delle “ultime volontà dell’autore”, si condanna a morte ciò che di per sé non può morire. L’informazione, se è tale, lo è solo se vivente. E ciò che vive, non s’irrigidisce in un suo diritto, ma traligna e transita.

Albero di trinchetto

Registrare un’esecuzione poetica non equivale pertanto a consegnarla ghiacciata una volta per tutte nella sua forma “definitiva”. Come c’insegna un secolo e mezzo (quasi) di grammofonia, registrare un canto non equivale a mantenerlo immutabile, anzi. Lo sarà per la macchina che continuerà a riprodurlo, stupidamente e fin quando non s’incepperà; ma non per il primo ascoltatore in transito. Chiunque abbocchi anche per un solo istante a un testo performato, magari per canticchiarlo fra sé e sé, come il fabbro di Sacchetti finirà inevitabilmente col farlo proprio e storpiarlo, il che vorrà dire col metterci del suo. Non si aggiungono parole a caso quando si “arrangia” in proprio una canzone. Perché in verità si entra così facendo nel campo sempre rigoglioso della psicopatologia della vita quotidiana. Appropriarsi distrattamente di parole in vario modo eseguite, equivale sempre a perseguire la feconda strada dei lapsus, dei giochi di parole più o meno involontari e del pun. S’impara sul proprio desiderio più da quanto s’infetta l’altrui, che da una presunta dichiarazione esplicita di ciò che in altre circostanze nemmeno avremmo ritenuto degno di articolare con la nostra voce.

Strallo

La poesia sosta sempre dunque in bilico fra la memorabilità imperativa e quella molteplicità di piccoli tradimenti che fa di ogni transito incompiuto un’informazione vivente. Le linee metrico-melodiche cospirano senz’altro per la memoria, e sono queste che imbragano il medium della poesia. Ma un medium esiste solo in quanto si pone in mezzo fra un corpo e l’altro, scivolando dall’uno all’altro. E quando si finisce in un corpo, è sempre difficile resistere al processo di assimilazione. Il che vuole anche dire un’altra cosa: non esiste un soggetto nella poesia (su questo insisteva il tanto sbandierato a vuoto ritornello di Rimbaud). Esistono invece i soggetti alla poesia, sospesi fra la necessità di ricordare e quella di proseguire la linea delirante della vita.

Bompresso

La poesia è tutto ciò che torna fluido nel momento stesso in cui cerca di consolidarsi come un monumento. Per questo non finisce nella tomba del suo sempre sommo poeta, e sopravvive. Persino in quella di Dante, siatene certi, altro che miseri resti! Non c’è mai stato nulla. Il che vuole anche dire che fortunatamente non si fa in tempo a creare un canone, che la poesia è già schizzata altrove. Le vasche di raffreddamento delle aule universitarie distilleranno pure i più o meno nobili tormenti degli studiosi, ma la poesia circola dove s’adultera il mondo

L'illustrazione è tratta da un poetry comics di Claudio Calia, dedicato al Naufragio del Deutschland di Gerald M. Hopkins.

Lello Voce, poesia in 3D

voceGabriele Frasca

Atteso vanamente per l’intera giornata del 15, troppi i bar sulla 57ª per non annebbiargli la meta, un opportunamente scortato Dylan Thomas fece infine il suo ingresso nella neonata Caedmon Records il 22 febbraio del 1952. Ad attenderlo, oltre a Barbara Cohen e Marianne Rooney, le due intraprendenti ventenni che avevano dato vita all’intrapresa, vi era il tecnico del suono Peter Bartok. Il figlio americano di Bela aveva per l’occasione impostato il livello di registrazione per quella che immaginava una flebile voce da letterato; ma quando il poeta gallese cominciò a declamare in prima battuta Do Not Go Gentle Into That Good Night, si precipitò a posizionare i livelli come se fosse al cospetto di un’orchestra sinfonica. Il miracolo della voce, e del suo strumento più che umano, il microfono, dava vita quel giorno, al culmine della seconda trionfale tournée americana di Thomas, a una nuova forma di trascrizione per la poesia, barattando il canto della memoria, che il sussurro di carta aveva silenziato, col fruscio del vinile. Non la semplice rinascita della cultura orale, ma il manifestarsi, come avrebbe poi recitato il logo della Caedmon Records, di una «terza dimensione per la pagina a stampa». Irradiata dal fenomeno Dylan Thomas, prima autentica e persino delirante British Invasion, la generazione beatnik non avrebbe poi tardato ad abbandonare i college dove già da un po’ erano stati confinati i poeti, per ritrovare proprio nei reading il senso militante della poesia. Né ci avrebbe messo molto a ibridare l’inatteso ritorno della voce con la stagione più aperta e sperimentale del jazz, e a incontrare così un nuovo pubblico.

Il fenomeno, si sa, si diffuse a macchia d’olio; e persino l’Italia vanta al riguardo fra il 1969 e il 1970 i suoi due (dimenticati) capolavori, che coinvolgono non a caso un poeta che non aveva aspettato certo Dylan Thomas per ridare fiato ai versi, o per scoprire la vocazione radiofonica della poesia. Mi riferisco ovviamente a Giuseppe Ungaretti: voce recitante e intrepido co-autore, con Vinicius De Moraes, Sergio Endrigo, Luis Enriquez Bacalov, Toquinho e altri ancora, del disco-evento dall’esplicito titolo endecasillabico La vita, amico, è l’arte dell’incontro; poi, a morte avvenuta, omaggiato dalla ERI con uno struggente Ungaretti, la poesia, i poeti, che raccoglie nel «lato a» interviste e (sulfuree) letture degli ultimi due anni di vita, e in quello «b» l’interpretazione di sue poesie da parte di tanti colleghi (da Sereni a Pasolini, da Palazzeschi a Montale, Bertolucci, Zanzotto, Caproni ecc.).

Da un certo punto di vista, dunque, non si può dire che non abbia ragione Eric Hobsbawm, nell’indicare in uno dei saggi della Fine della cultura le serre accademiche come unico luogo di artificiosa fioritura di una pratica altrimenti estinta. È senz’altro vero: se non ci pensassero le università a garantire una foga mai paga di edizioni più o meno critiche, proprio non si capirebbe quale funzione attribuire a una produzione in versi che parrebbe nata solo per soddisfare il sempre crescente bisogno di tesi, da quelle friabili della triennale alle fortezze ben presto in rovina del dottorato. Eppure l’avventura di una poesia diciamo così all’aria aperta, quale quella praticata da Thomas, dobbiamo per davvero ritenerla finita non appena (ri)cominciata? O non è forse vero al contrario che è la serra accademica che proprio non riesce a riconoscere altri fiori che non siano quelli coltivati in proprio? Sta di fatto, per accennare alle questioni di casa nostra, che se la conversione a Montale di un’intera generazione di universitari avrà di sicuro garantito con una sorta di idioletto comune l’attestarsi di una tradizione del Novecento, ebbene finanche la più elementare ricostruzione tipologico-culturale racconterebbe una storia del tutto diversa. Quella per esempio della straordinaria fortuna popolare, e persino pop, dell’«uomo di pena» (e non di penna) Ungaretti durante l’intero dopoguerra. Richiesto del nome di un poeta vivente, un bambino degli anni Sessanta non avrebbe esitato a rispondere «Ungaretti», e a ricordare addirittura qualcuna delle sue poesie, e soprattutto il suo modo di recitare, e persino le sue fattezze fisiche. Con lo strumento della sua formidabile voce, quel poeta, che pure con la sua Vita di un uomo aveva scientemente spezzato il pane con la critica più filologicamente agguerrita, s’era invero ritagliato un altro pubblico, al di fuori del monumento che lo andava risucchiando. Che è lo stesso pubblico che da decenni cerca e trova Lello Voce, il poeta attuale fortunatamente più lontano dagli studi di ricevimento dei relatori di tesi.

La questione andrebbe posta in tutta la sua radicalità, perché un silenzio troppo assordante per non essere sospetto avvolge la produzione di uno dei poeti più comunicativi, e più sfacciatamente aperti al mondo, del nostro panorama di ombre altrimenti appena percettibili. E se quello che resta della critica tende dunque a non occuparsi della produzione di Voce, il motivo non può che essere uno solo: la cultura accademica, di cui la presunta critica militante è solo un precipitato, non ha letteralmente gli strumenti per intendere la sua poesia. E per un motivo molto semplice: contrariamente a come vorrebbe apparire, non possiede più le competenze filologiche necessarie. Fa bene Voce, il cui processo di composizione melodico consente a Frank Nemola di lavorare non il verso (che non c’è) ma la frase musicale, a richiamarsi a quella che Aurelio Roncaglia aveva definito la «generazione del 1170», e dunque ai grandi cantori del trobar ric. Farebbero ancora meglio gli amanti della poesia a mettersi all’ascolto di questo lavoro formidabile, e a seguirne le linee guida nell’illuminante dichiarazione di poetica contenuta nella parte tipografica dell’opera. «La poesia», scrive lì Voce, «nasce prima dei poeti. La poesia nasce insieme alla comunità». Mai nelle aule, persino per Dante, e meno che meno nei laboratori d’analisi.

Lello Voce, Frank Nemola

Il fiore inverso

Squilibri, 2016, cd di 47’ con booklet di 70 pp, € 15

Il fiore inverso

Lello Voce, Frank Nemola
Il fiore inverso
con cd
In uscita il 10 giugno ora in prenotazione con il 25% di sconto
2016, €11,25 (€ 15)
pp. 72

A quattro anni dal Premio Napoli per Piccola cucina cannibale, la coppia poetico-musicale Lello Voce e Frank Nemola torna con un disco-libro di poesia che percorre sentieri sempre più avanzati nella ricerca di nuove forme poetico-musicali capaci di interpretare la contemporaneità, senza rinunciare alla possibilità di raggiungere ed emozionare un pubblico più vasto.

Con loro, come da ormai un ventennio, il suono inconfondibile e magistrale della tromba di Paolo Fresu e altri nuovi compagni di viaggio: la tagliente chitarra elettrica di Dario Comuzzi, la fisarmonica virtuosa e potente di Simone Zanchini, l’aspro e struggente violoncello barocco di Eva Sola, il rap duro, complesso e impegnato, di Kento, la viola coltissima e calda di Luca Sanzò, il malinconico e intensissimo violoncello di Irene Pardi. Tutti ritratti, in uno sketch-book, dalla matita scabra e acuta di Claudio Calia, tra i più innovativi autori italiani di fumetto.

La scommessa è sempre quella di rilanciare e rinnovare la poesia, restituendola alle sue origini quando, prima di farsi muta migrando nelle terre silenti della letteratura, era un’arte essenzialmente orale che, nel ritmo delle parole e nell’abbraccio della comunità, disvelava appieno il suo significato, culturale e politico allo stesso tempo.

La musica che ascolterete -quella delle parole e quella dei puri suoni- non vuole pertanto ‘accompagnare’ ma piuttosto ‘tradurre’. La musica illumina le pieghe del linguaggio, le zone oscure su cui si fonda, ma che nessuna parola può esprimere, perché ogni vera poesia è sempre un po’ analfabeta: è il ‘fiore inverso’, nella metafora del provenzale Raimbaut d’Aurenga, l’unico a sbocciare con le radici protese verso il cielo.

Un ‘libro da leggere con le orecchie’, dunque, lasciandosi attraversare dai suoni, ballando, con i propri piedi e con il proprio corpo, i ‘piedi’ dei versi che il poeta ritma con la sua voce, accordandola alla musica, per offrirci un affresco sonoro e linguisticamente raffinatissimo del presente in cui la dimensione personale è sempre politica e la riflessione politica accetta il rischio della fragilità e dei sentimenti

Con un denso saggio di Voce che si configura come un vero e proprio manifesto di una nuova poetica dell’oralità.

Lello Voce, Frank Nemola
Il fiore inverso
con cd
In uscita il 10 giugno ora in prenotazione con il 25% di sconto
2016, €11,25 (€ 15)
pp. 72

 

alfadomenica febbraio #1

BRAIDOTTI sul POSTUMANO  – GIANNOLI su ROKEM - VOCE / POESIA - ILVA TARANTO / VIDEO *

LA CONDIZIONE POSTUMANA
Rosi Braidotti

Non tutti noi possiamo soste nere, con un alto grado di si curezza, che siamo sempre stati umani, o che non siamo null’altro all’infuori di questo. Alcuni di noi non sono considerati completamente umani ora, figuriamoci nelle precedenti epoche della storia occidentale sociale, politica e scientifica.
Leggi >

FILOSOFI E UOMINI DI SCENA
Giovanni I. Giannoli

Filosofi e gli uomini di scena si incontrano, si scontrano, collaborano, discutono, cercano di sedursi a vicenda, "viaggiano" insieme. Sono interlocutori raffinati, che assumono spesso le pratiche discorsive dell’altro. E lo fanno da sempre, almeno da quando Platone ha voluto mettere in scena questo ricco e complesso rapporto, nella Repubblica e nel Simposio.
Leggi >

MILONGA MUTANTE
Lello Voce

Oltre e inoltre anche un po’ più in là senza confini
senza destini pelle a pelle paura a paura rinuncia
a rinuncia per mano come fossimo astri bambini
pianeti crocifissi all’infanzia vaghi come sorrisi
maghi come sfatati sino all’orlo della delusione
a due palmi dal cuore di lepre d’ogni rivoluzione
Leggi >

ILVA TARANTO
Guarda il video >

Sul nuovo numero di alfabeta2 un focus su Taranto con testi di: Christian Caliandro, Alessandro Leogrande, Gianluca Marinelli, Cristò, Leo Palsmisano

*alfadomenica è la nuova rubrica di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.

Milonga mutante

(per bandoneòn, violoncello ed elettronica)

Lello Voce

Giocare con le parole è
giocare con la propria vita.

Oltre e inoltre anche un po' più in là senza confini
senza destini pelle a pelle paura a paura rinuncia
a rinuncia per mano come fossimo astri bambini
pianeti crocifissi all’infanzia vaghi come sorrisi
maghi come sfatati sino all’orlo della delusione
a due palmi dal cuore di lepre d’ogni rivoluzione

prima molto prima d’ogni scommessa d’ogni passo
e contrappasso d’ogni nodo doppio fatto a cappio
a valle delle stelle prima che la mano scagli il sasso
e ora dimmi per quanto tempo abbiamo rinviato il
passato tutto ciò che già era nato dimmi il perderci
immaginami il ritrovarci il dirci sussurrami il mentirci

questo canto non lo canto lo mastico lo inghiotto
questo canto non lo suono lo batto lo importuno
questo corpo non lo tocco lo ballo lo complotto
e mano a mano dimentico i tuoi occhi uno ad uno

dopo ti sogno dopo prima del sonno e del risveglio
quando si muore meglio e ci si arrende quando poi
la guerra fa il suo sangue più denso sempre meglio
che quando per le strade lascia impronte ti sogno
quando tutto questo rumore quest’odore l’orrore
di ogni sentimento resta spento allora sì per ore e ore

appena si scioglie la pena e riannodo respiro e cuore
appena mescolo veleno e fiore saliva e sguardo
pallottola e canna sparo e grilletto punto e lui muore
poi cancello ogni tenerezza ne faccio ferza e sfascio
tutto quello che ti lascio butto via gli anni futuri
mi ficco in tasca chiodi stecchi cocci aguzzi e muri

questo ricordo non lo racconto lo nego l’annego
questo ricordo non lo ricordo lo scrivo e se ne va
questo rimpianto non lo conservo lo fischio lo sfrego
e poi l’accendo come fosse una vocale focaia un altolà

quando ogni risposta avrà perduto la sua domanda
poi se mi chiederai chi comanda appena la luce
è spenta e mescolo oblio e mio amore e propaganda
tu squarcia quello che non dico inghiotti il silenzio
poi sputalo tra i denti mentre ti sibilo di speranza
mentre rubo pelle sesso sole al giorno che avanza

allora solo allora quando tutto sarà cieco e sordo
sarà buio che mordo un’utopia che scarto attrito
delle labbra lingua respiro sudato umido ingordo
come una pena bistrata al bordo delle palpebre
delle rughe dici si cambia solo dentro fuori è scorza
nuvole fiamme vento che passa vita che si smorza

Ma che paese è l’Italia?

Lello Voce

A volte penso che ciò a cui si assiste, in Italia, sia una sorta di lunghissimo Carnevale, un’ininterrotta Missa paschalis in cui tutto si ribalta, senza ritrovare più il giusto assetto. L’idea mi è tornata in mente alla notizia del rientro di Berlusconi in politica. Cosa c’è di più sinistramente carnevalesco dell’assassino che riappare sul luogo del delitto mascherato da magico rianimatore? È questo dunque il Paese dell’eterno Carnevale? Il luogo ineffabile in cui il topo insegue il gatto, il gatto morde il cane? Temo di sì, anche perché questo del Cavaliere non è l’unico episodio che si presti alla metafora, anzi.

Che paese è un paese nel quale si condanna a quattordici anni di galera chi ha sfondato qualche bancomat, mentre chi ha torturato degli inermi, fino a ridurli in fin di vita, di anni se ne becca quattro e mica perché ha picchiato, umiliato, no, perché per quello nemmeno esiste lo specifico reato, ma solo perché ha provato a depistare; un paese che del capo di costoro ha fatto un Sottosegretario della Repubblica, dove ci si è scandalizzati poco e tardi per la mattanza della Diaz, o per Bolzaneto, ma in cui tutti, ma proprio tutti, i cosiddetti opinion leader, sono insorti contro un manifestante ripreso dalle telecamere mentre dava della pecorella a un carabiniere; un paese in cui non mancano mai le risorse per reprimere questa o quella legittima manifestazione, dai pastori sardi ai No-global, dai terremotati dell’Aquila ai No-tav, ma in cui poi non c’è la benzina da mettere nelle volanti che operano sul territorio?

Che paese è quello in cui si grida ogni giorno alla bancarotta prossima ventura e tutti si appellano alla necessità di risparmiare, ma poi si tagliano scuole, ospedali, cultura, assistenza, cioè le cose indispensabili alla sopravvivenza della vita sociale, mentre si acquistano miliardi di euro di armi e chi priva gli altri dell’indispensabile non rinuncia a uno solo degli euro che intasca grazie al privilegio di cui gode; un paese in cui, per aiutare i giovani, si impedisce agli anziani di andare in pensione e si continuano a pagare stipendi da favola ai commis di Stato, ma si lascia che la cosa più preziosa che abbiamo, il patrimonio artistico-culturale, vada in malora, in cui si tagliano i fondi all’INFN, che ha giocato un ruolo chiave nella scoperta del Bosone di Higgs, ma non quelli per i portaborse dei deputati?

Che paese è quello in cui il CEO dell’azienda più grande di tutte, dopo decenni di sovvenzioni pubbliche e insuccessi industriali, ha il coraggio di porre condizioni a quello stesso Stato che l’ha foraggiata e fa a pezzi ogni e qualsiasi elementare democrazia sindacale; un paese che si è dato un governo di tecnici, che però, per risolvere il problema per il quale sono stati nominati, assumono un altro tecnico (un meta-tecnico) e tutto questo semplicemente per tagliare tutto ciò che già da anni si taglia, cioè lo stato sociale; un paese i cui politici hanno meno attendibilità di un comico che si è improvvisato Masaniello telematico; un paese in cui per sedere in Parlamento valgono più le plastiche al seno, o l’amicizia con un camorrista, che la competenza?

Che paese è un paese in cui mariti, padri, fratelli, amici commettono più femminicidi e violenze di un qualsiasi estraneo, in cui però si festeggia un bellissimo Family day, appoggiato in primo luogo da cattolicissimi conviventi, divorziati e puttanieri? Che paese è, un paese così, se non il paese dell’infinito Carnevale e, soprattutto, che Quaresima sarà quella che ci attende alla fine di tutta codesta mascherata?

*Pubblicato su ClubDante

Eutanasia? No Pluto-tanasia!

Lello Voce

Qua a Nord Est, nel cattolicissimo Nord Est leghista, di questi tempi accadono cose davvero singolari. Da non crederci. Proprio qua, dove fare obiezione di coscienza per molti ginecologi è punto d’onore, ecco che il Direttore Generale dell’USL 9 di Treviso quasi quasi sdogana l’eutanasia. Non per motivi etici o filosofici, sia ben chiaro, ma – come va di moda oggi – per ridurre la spesa dell’assistenza sanitaria. Insomma lo dice da ‘tecnico’.

Il Dottor Dario, riporta il virgolettato del Gazzettino, avrebbe dichiarato: «Con questa crisi tra pochi anni sarà difficile giustificare all'esterno, soprattutto a quelle famiglie che non riescono ad arrivare a fine mese, che si possono spendere anche oltre 200 mila euro all'anno per pagare le cure di un solo paziente che magari ha davanti a se poche settimane di vita». Per poi proseguire: «La vita umana viene prima di tutto ma è anche imperativo categorico tagliare da subito la spesa per l'acquisto di medicinali e dispositivi. Magari convincendo anche le aziende farmaceutiche a riconsiderare i prezzi dei farmaci per i malati terminali sproporzionati al beneficio che possono dare a chi purtroppo ha pochi mesi di vita».

Insomma si tratta di un rapporto costi-benefici. Se è per l’economia nazionale, allora anche chi, magari seguendo la lettera del Vangelo, decide di strappare fin l’ultimo attimo di vita prima della fine dovrà farsene una ragione. Una scenario che mi ricorda il Diario della guerra al maiale di Bioy Casares, solo che, al posto degli anziani, stavolta ci sono i malati. Magari sarebbe meglio fare certi ragionamenti a proposito dell’ostinazione proibizionista nei confronti delle cosiddette droghe leggere, anche perché in quel caso non c’è certo in ballo una vita umana. Invece no, in quel caso ci sono principi sacri da rispettare.

Hai voglia a parlare dei diritti del malato a decidere da sé se proseguire a soffrire o meno. Questo fa scandalo e peccato, ma se invece si possono risparmiare alcune centinaia di migliaia di euro, allora il poveretto farà bene ad affrettarsi a dettare le sue ultime volontà e a togliere il disturbo. Ne godrà, peraltro anche il sistema pensionistico. Chi lo dirà, altrimenti, ai cassaintegrati e agli esodati che, per colpa del povero malato e dell’eccessiva larghezza di maniche dei suoi medici, loro son rimasti senza lavoro? Con che faccia guarderà negli occhi i senza lavoro, il Dottor Dario, visto che scialacqua i soldi pubblici, non in feste, festini, lauree albanesi e simili, che quelle van bene, ma nientedimeno per offrire qualche settimana di vita in più a questo, o quel contribuente, magari moroso con Equitalia? Là dove non può la libertà di pensiero, evidentemente, riesce la libertà di taglio.

Se c’è una ragione tecnica, se è la Ragione Economica a chiederlo, allora persino il Cristo farà bene a tacere e a stringere la cinghia (anche quella al collo di malati terminali che si ostinano, testardi, a non terminare nei tempi stabiliti e tecnicamente previsti dal documento di programmazione economica).