Resistere e ancora resistere!

Lelio Demichelis

Si chiudono i porti, si vota il decreto sicurezza, si trattano come schiavi i raccoglitori di pomodori. La produzione di paura (e di razzismo) continua a ritmi industriali da vecchia produzione di massa, con la paura che è diventata un bene (o meglio: un male) di consumo politico. Un processo degenerativo che non riguarda ovviamente solo l’Italia e non solo l’Europa. I più sono oggi tesi a invocare l’uomo forte, o il Capitano (Salvini) per navigare fuori dalla crisi. Ma è un Capitano diverso da quello richiamato da Walt Withman per la morte di Lincoln, dove la nave erano gli States usciti dalla guerra civile (la nave ha superato ogni ostacolo, l'ambìto premio è conquistato/ vicino è il porto, odo le campane, tutto il popolo esulta/ mentre gli occhi seguono l'invitto scafo, la nave arcigna e intrepida) – perché oggi il porto non deve essere raggiunto altrimenti si fermerebbe la fabbrica della paura e del desiderio di autocrazia o di postdemocrazia – da mantenere a produttività crescente.

Le società occidentali invocano oggi non l’autorità (democratica) ma l’autoritarismo/populismo (Orban, Trump, Erdogan e Bolsonaro – e ovviamente Salvini) e l’autocrazia nel senso di un potere assoluto e personalizzato. Replicandosi e potenziandosi - dalla realtà virtuale alla realtà reale - la fascinazione per il potere verticale e de-sovranizzante anche se mascherato da orizzontale/partecipativo. Una forma di masochismo, direbbe Erich Fromm. Da qui il piacere di molti nel sottomettersi all’autorità. Ancora Fromm (1936): «Il piacere generato dall’obbedienza, dalla sottomissione, dalla rinuncia alla propria personalità, quel sentimento di ‘aperta dipendenza’, sono tratti tipici del masochismo»; «ognuno è inserito in un sistema di dipendenze verso l’alto e verso il basso; e quanto più in basso si trova un individuo tanto maggiori sono la quantità e la qualità della sua dipendenza da istanze superiori»; e ancora: «in una struttura caratterologica che contiene il masochismo, è compreso necessariamente anche il sadismo». Sottomissione e obbedienza all’autorità, nella totale rinuncia a se stessi, ma oggi non più per un ordine o per una ideologia, ma per un selfie sorridente accanto al potere. Forse aveva ragione Umberto Saba, quando si poneva la domanda (e che oggi non vale solo per l’Italia): «Vi siete mai chiesti perché l’Italia non ha avuto, in tutta la sua storia – da Roma ad oggi – una sola vera rivoluzione? La risposta – chiave che apre molte porte – è forse la storia d’Italia in poche righe. (…) Gli italiani vogliono darsi al padre, ed avere da lui, in cambio, il permesso di uccidere gli altri fratelli».

Ricordiamo poi che ciascuno degli autocrati/populisti oggi sulla scena e applauditi dal popolo come maieutica del cambiamento non mette in realtà in discussione la causa del disagio sociale e dell’impoverimento economico e relazionale che si vive nel mondo da trent’anni, ma la riproduce mascherando con l’anti-europeismo o l’essere anti-caste il proprio neoliberalismo. E l’obiettivo è sempre quello di far adattare la società alle esigenze dell’economia, anche se in altro modo rispetto alla destra e alla sinistra degli ultimi trent’anni. Sfruttando il fatto che il masochismo libera l’individuo (ancora Fromm) dall’angoscia in cui il sistema lo ha incatenato ancorandolo però a un potere forte del quale si sente parte e partecipe, dandogli l’illusione della potenza anche di sé.

Fine della lunga introduzione. Per arrivare a come fare resistenza. Ci aiuta – per l’analisi che compie e per un principio speranza che ci lascia dopo avere chiuso l’ultima pagina, facendoci immaginare di poter uscire da questo sadomasochismo popolare/populista quale ultima forma del neoliberalismo - un libro collettaneo curato e introdotto da Salvatore Palidda, docente all’Università di Genova e intitolato opportunamente: Resistenze. Un libro, scrive Palidda che cerca di mostrare, in altri modi e forme narrative, che esistono «legami diretti e indiretti tra l’aumento della ricchezza e della povertà, tra la potenza delle lobby finanziarie e lo sfruttamento senza limiti di carbone, petrolio, nucleare e dei vari altri prodotti inquinanti e cancerogeni, tra la produzione di armamenti e nuove tecnologie, tra la riproduzione delle guerre permanenti, le migrazioni ‘disperate’ e i disastri sanitari, ambientali e il rischio di distruzione del pianeta Terra». Un processo che quindi diventa «il fatto politico totale che caratterizza l’attuale epoca storica».

Eppure, «mentre molti – a parole – dicono di voler ‘correre ai ripari’, la quasi totalità delle autorità pubbliche e i dominanti di tutti i paesi non si adoperano in alcun modo per cambiare scelte e comportamenti dannosi, ma spesso si spacciano per ecologisti pur continuando ad aggravare i rischi». Non solo: «il governo della sicurezza che si pratica dagli anni Ottanta di fatto esalta solo le vittime del terrorismo e della criminalità per giustificare spese sempre più ingenti per la sicurezza di ‘comodo’, mentre occulta le morti per disastri provocati da attività criminogene legittimate da quasi tutti i governi perché assicurano profitti per i dominanti».

Ovvero, le politiche di produzione della paura (per attivare le conseguenti politiche securitarie-autoritarie), sono servite ad occultare i temi veri, sui quali si gioca invece la sicurezza ma soprattutto il futuro del pianeta. «La guerra in corso contro l’umanità e la natura» – si scrive nelle Conclusioni del libro - «si è accanita a partire dalla repressione brutale del movimento ‘altermondialista’ (…). La riproduzione delle guerre permanenti e del terrorismo foraggiate dai dominanti ha funzionato come una potentissima distrazione di massa che ha sfavorito le resistenze mobilitate per salvare l’umanità e il pianeta». Compresa forse, aggiungiamo l’offerta di una realtà virtuale/artificiale infinita e illimitata che ci ha fatto dimenticare/distrarre dalla realtà vera e dalle reali condizioni degli uomini e dell’ambiente minacciati da una volontà di potenza del tecno-capitalismo che - nichilisticamente – non si cura appunto della povertà generalizzata e crescente al pari delle disuguaglianze, né del riscaldamento climatico perché oggi, grazie anche alla rete, sa di poter estrarre valore da ogni cosa. Anche dal nichilismo irresponsabile che genera – e la ragione strumentale che domina il capitalismo, richiamiamo qui la Scuola di Francoforte, è quanto di più irrazionale possa esserci.

Nel libro vengono esaminati prima i processi di aggravamento dei rischi sanitari, ambientali ed economici a livello mondiale e le loro cause, dalla prima industrializzazione sino all’Antropocene (che anche Palidda propone di ridefinire più correttamente come Capitalocene), dai crimini contro l’umanità alla tutela dimenticata dei diritti fondamentali dell’uomo e dei doveri dello Stato democratico. Per poi passare ad analizzare una serie di casi concreti in diversi paesi (Italia, Francia, Spagna, alcuni paesi arabi, l’area euro-mediterranea nel suo complesso) – e le possibili resistenze.

Provando infine a immaginare appunto possibili alternative, «nella sperimentazione concreta della costruzione sociale di un governo dei rischi a partire dal livello microsociologico (…) sottolineando l’importanza cruciale di una costruzione ex novo dell’organizzazione politica della società a partire dal basso, dalle resistenze, dall’interazione di tutti i saperi [contro ogni forma di specializzazione/separazione], nell’interesse di tutti». Perché (ancora Palidda) «l’asimmetria di potere è oggi schiacciante, ma le resistenze si rinnovano e si diffondono. L’1% della popolazione mondiale dominerà sino a quando buona parte del restante 99% non sarà in grado di accumulare conoscenze e capacità di un agire collettivo».

Salvatore Palidda (a cura di)

Resistenze ai disastri sanitari, ambientali ed economici nel Mediterraneo

DeriveApprodi

Pag. 289

20.00

Come uscire dalle sabbie mobili del populismo

Lelio Demichelis

Cos’è il populismo e perché oggi sembra incontenibile e globale, dopo essersi affacciato in realtà ben prima della crisi del 2007? Le risposte sono molte perché molti sono i populismi e molte le cause che li hanno prodotti. Elenchiamone alcune, per approssimazione: per una nuova psicopatia sociale fatta di servo-padrone, di servitù volontaria/istinto gregario alla ricerca di un capo-branco, di conformismo e di effetto-rete, di inchino (o baciamano, per Salvini) al Grande Inquisitore; per l’incapacità della sinistra di resistergli dopo averlo prodotto con le sue politiche scellerate; perché sembra una valanga che trascina tutto a valle, o sabbie mobili che inghiottono la democrazia, la libertà, i diritti umani civili politici e sociali, l’idea di solidarietà e di umanità facendoci navigare non solo a ritroso verso una retrotopia (Bauman), ma verso una animalità ferina da stato di natura pre-contratto sociale, figlia di trent’anni di egoismo/egotismo neoliberale e di società della prestazione/competizione. Tutto però in nome del popolo sovrano, un popolo in realtà totalmente de-sovranizzato proprio dal populismo - molto più che dalle élite che dice di combattere.

Non dimentichiamoci poi che in questi ultimi trent’anni le élite e le classi dirigenti che Baricco critica su Repubblica hanno fatto solo ciò che tecnica e neoliberalismo chiedevano loro di fare: cancellare la società (che non esiste e non deve esistere, come sintetizzava Margaret Thatcher, perché esistono solo gli individui); trasformarla in mercato e tecnica e in innovazione/disruption incessante; rimuovere la democrazia se necessario perché, come sosteneva il neoliberista von Hayek, meglio una dittatura favorevole al mercato che una democrazia contraria al mercato, un principio oggi aggiornabile in: meglio un populismo pro-mercato che una democrazia contraria al mercato (e quindi, se non deve esistere la società può essere invece utile creare il popolo per proseguire il neoliberalismo, con altri mezzi). Detto altrimenti: il populismo potrebbe essere (è?) la risposta del sistema alla sua stessa crisi, dal contratto neoliberale Lega-M5S allo sfruttamento capitalistico dell’Amazzonia di Bolsonaro, alla ordoliberale legge sul lavoro di Orban. Creando cioè il tecno-capitalismo - è la sua grande abilità antropologica e psicologica - i meccanismi di compensazione emotiva necessari a ristabilire un certo equilibrio psichico (i social, le community e infine i populismi digitali/politici) per far sentire meno soli quegli individui prima de-socializzati e poi incattiviti perché potessero essere più performanti/innovativi per la volontà di potenza richiesta dal sistema.

Ma stiamo divagando. Per rispondere alla domanda iniziale occorre leggere con attenzione questo nuovo volume di Ferruccio Capelli – Direttore e animatore della Casa della Cultura di Milano dal 2000, nonché fine saggista – Il futuro addosso, dove appunto si cercano le cause del populismo ma soprattutto si cerca di ricomporle in un quadro coerente perché «serve uno sguardo a tutto campo della nuova grande trasformazione nella quale siamo immersi». Partiamo allora, tra i molti punti/spunti offerti da Capelli, dalla globalizzazione. Ricordando con lui che già a metà Ottocento, «due giovani tedeschi scrissero, in un Manifesto che diventerà celebre: “Tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria”». Una analisi che allora «sembrava ardita e visionaria», mentre «è una delle più stringenti caratterizzazioni della modernità». E se tutto è movimento – e una schumpeteriana distruzione (molta) creatrice (poco), oggi aggiornata in disruption (sempre) – occorre guardare anche alla tecnica, perché globalizzazione e innovazione tecno-scientifica sono processi che si sono «incrociati e sovrapposti sistematicamente». Ai quali va sommata «l’ideologia neoliberale che ha guidato l’attuazione pratica di questi processi», il neoliberalismo essendo l’ultima ideologia del Novecento e l’unica tracimata nel nuovo secolo: oggi forse in crisi, ma sicuramente «la più potente, l’unica a raggiungere diffusione e influenza globale».

Alla fine, come campi di ricerca scelti da Capelli, ecco gli effetti più evidenti di questa trasformazione: la disintermediazione prodotta dalle nuove tecnologie digitali (che riguarda la democrazia, l’economia, il lavoro e le relazioni umane); la solitudine (effetto inesorabile della morte della società e della socialità/solidarietà, ma anche delle trasformazioni del lavoro, ciascuno tuttavia oggi avvolto dall’illusione di una assoluta libertà e di un assoluto protagonismo di sé come imprenditore di se stesso, libero di scegliere quando e quanto lavorare); e lo spaesamento (la perdita delle grandi narrazioni del passato, che tuttavia hanno lasciato il posto alla grande narrazione di tecnica e neoliberalismo). Capelli analizza poi il concetto di istinto gregario, del populista come nuovo meneur de foule, di spazio pubblico/corpi intermedi e del loro logoramento prodotto dalla tecnica, della trasformazione della democrazia basata sulla rappresentanza in democrazia disintermediata (o forse, solo apparentemente disintermediata, l’intermediazione essendo oggi prodotta da piattaforme/social) nonché della insicurezza sociale, «vero terreno di coltura di quelle ondate di paura, di rabbia e di rancore che sono cavalcate con tanta spregiudicatezza dai vari populismi».

E ancora la rete, «che favorisce il protagonismo individuale ma spezza il sistema di mediazione», dove «vincono la folla e i nuovi leader autoritari» e nella quale «la discussione si fossilizza e si inasprisce. (…). Il dubbio e il confronto, ovvero i presupposti stessi di un atteggiamento e di un pensiero critico, vengono accantonati e depotenziati». Per non parlare del fake. Per cui la democrazia – scrive Capelli - è diventata una partita di hockey su ghiaccio: «gioco veloce, continui ribaltamenti di campo, scivoloni e risse sempre in agguato».

Tutto questo impedisce di guardare al futuro, di esercitare un doveroso principio di responsabilità e di precauzione, tutti arrendendosi alla pedagogia neoliberale e tecnica del non ci sono alternative e a un divenire (Capelli cita Rilke) dove il futuro entra in noi, per trasformarsi in noi, molto prima che accada. Una resa che è tuttavia perfettamente funzionale a ciò che noi definiamo il determinismo di tecnica e neoliberalismo per cui l’uomo deve solo adattarsi (meccanismo criticato anche da Capelli) alle esigenze della rivoluzione industriale e della divisione tecnica del lavoro. Ovvero: «il futuro incombe ma non è prevedibile e narrabile. Il passato è ridotto a passione erudita o ad acritica nostalgia. Il nostro orizzonte è tutto rinchiuso dentro (…) un presente in continuo movimento (…), la retorica dell’innovazione non lascia scampo».

Molti populismi, dunque, classificabili, secondo Capelli, in sei tendenze, variamente ricombinate/ricombinabili tra loro: nazionalpopulismo, populismo identitario, patrimoniale, antipolitico, mediatico, populismo per contagio. Ma con un di più: «il populismo, una volta insediatosi, tende a riprodursi e ad alimentarsi ulteriormente» e lo stile populista viene «imitato e riprodotto dagli altri competitori» politici – come il caso del populista Renzi.

Che fare, come uscire dal populismo, «un fenomeno politico pervasivo quant’altri mai»? Ripartendo – scrive Capelli – dalla battaglia delle idee («antica e nobile funzione di cui sembra si siano perse le tracce»), perché senza idee è impossibile ricostruire un pensiero critico che possa poi tradursi in azione politica. Una critica capace – riappropriandoci della possibilità e della capacità di praticarla - di mettere a fuoco e di governare democraticamente e in termini di giustizia sociale e di solidarietà anche con le future generazioni alcune questioni-chiave: il riscaldamento climatico, frutto perverso di una ideologia della crescita illimitata e «di un Prometeo scatenato che ha rotto ogni argine»; le migrazioni; le disuguaglianze; la disoccupazione tecnologica. Ma per questo, conclude Capelli, occorre imparare a pensare criticamente anche la democrazia e la libertà («svilita e impoverita dal neoliberalismo e dal postmodernismo»), «cambiando la scala delle priorità, ragionando su una nuova agenda». Recuperando – contro una trasformazione «trainata da automatismi che sembrano fuori controllo» - una visione umanistica del mondo: «Perché il futuro non ci rotoli addosso, ma si possa tornare a progettarlo e costruirlo».

Ferruccio Capelli

Il futuro addosso. L’incertezza, la paura e il farmaco populista

Guerini e Associati

Pag. 214

19,50

Come uscire dal labirinto della paura

Lelio Demichelis

Il labirinto di Cnosso (oggi, per analogia, il labirinto prodotto da neoliberalismo e tecnica e rete, da cui sembra altrettanto impossibile uscire, convinti come siamo che non ci sono alternative e che l’innovazione non si può fermare) era una costruzione leggendaria (oggi, invece, è realissima e concretissima) che, secondo la mitologia fu fatto costruire da Minosse a Creta (oggi, è il mondo intero) per rinchiudervi il Minotauro – mentre oggi, ma rinchiusi insieme al Minotauro-capitalismo-rete siamo tutti noi (con la gabbia d’acciaio weberiana o la società amministrata secondo i francofortesi come nuovo labirinto), sue vittime sacrificali come allora le giovani e i giovani ateniesi destinati a essere divorati dal mostro.

Se Arianna diede a Teseo un filo per permettergli di uscire dal labirinto dopo avere ucciso il Minotauro, oggi il tecno-capitalismo ha rimosso la figura di Arianna (cioè ha cancellato speranza e utopia, la rivoluzione e il riformismo, presentandosi esso stesso come speranza e utopia e democrazia e rivoluzione), per non farci uscire da sé. Le pareti che delimitano l’intrico di strade, piazze e gallerie sono così alte che ci impediscono persino di vedere il cielo (metafora di una consapevolezza superiore), la tecnica però consolandoci con una realtà virtuale che ci illude di uno spazio infinito e di una società della conoscenza o della consapevolezza. Ci comportiamo in realtà come robot impazziti o come criceti che corrono nella gabbia, messi incessantemente a un lavoro di produzione, di consumo, nell’industria culturale 2.0 e come produttori di dati. E anche la sinistra-Arianna+Teseo, che aveva cercato di uccidere o almeno di ammansire e democratizzare la bestia, si è rinchiusa nel labirinto e con il Minotauro convive entusiasticamente (in realtà è una Sindrome di Stoccolma).

Abbiamo riletto fin qui il mito del labirinto con qualche libertà, ma lo abbiamo fatto per arrivare a parlare del labirinto delle paure di cui scrivono Aldo Bonomi e Pierfrancesco Majorino nel loro saggio uscito da poco per Bollati Boringhieri. L’incipit di Bonomi è fulminante: “Nel labirinto ti prende la paura. Kafka la chiamava ‘la parte migliore di me’. Vero, per chi è in grado di farne una letteratura da trasformare in visione critica del mondo. Ma il nostro labirinto, da sociologia delle macerie, non induce coscienza di sé. Quanto più la paura non trova luoghi sociali di decantazione e di elaborazione emotiva – non è forse questa, la politica? – tanto più tende a trasformarsi in rancore e odio verso l’altro da sé”. Macerie sociali, dunque, esito di trent’anni di neoliberalismo e di rete – perché se la società non deve esistere, ma solo gli individui, alla fine, della società restano inevitabilmente solo macerie. O una modernità in polvere (ancora Bonomi) – è la modernità che distrugge un’altra volta se stessa – esito di una guerra civile molecolare che tanto somiglia allo stato di natura pre-contratto sociale.

Tutto questo – la paura, l’odio, il rancore, la rabbia, l’autoreferenzialità, la violenza - non nasce oggi, ma è l’esito di un accumularsi di paure e di disagio, di egoismo e di competizione dopo il crollo dell’impianto politico socialdemocratico dei gloriosi trent’anni, dopo il dilagare della globalizzazione neoliberale e tecnica, con i flussi immateriali dell’economia e della tecnica che hanno impattato e ancora impattano pesantemente e materialmente sui luoghi per cui, oltre la società del rischio di Ulrich Beck “il percorso della paura si è fatto infine rancore e razzismo”. Bonomi ha una lunga esperienza di racconto sociale di questi ultimi trent’anni, dall’analisi del capitalismo molecolare a quello personale, dalla città infinita alla comunità del rancore, dallo sfarinamento delle società di mezzo (inteso come “crisi del tessuto prepolitico della rappresentanza sociale e come sfarinamento dei ceti medi, cui si aggiunge oggi quello della forma partito”), dalle classi alle moltitudini (e dalla lotta di classe all’invidia sociale), tra vita nuda e nuda vita. E tra vecchio e nuovo leghismo e vecchi e nuovi territori.

Che fare? – vecchia domanda. Cercare un nuovo Teseo/eroe per sconfiggere il Minotauro sarebbe una “scorciatoia da politica-spettacolo e da memoria di una forma partito in crisi, che più che alla mancanza di leadership dovrebbe guardare alla perdita del radicamento sociale”. Occorre invece confrontarsi anche o soprattutto con quella questione delle migrazioni che non si risolve alla Minniti né con il ‘decreto sicurezza’ salviniano, ma “che è una cartina di tornasole della banalità del male contro l’altro da sé” in cui stiamo scivolando come su un piano inclinato. Bonomi chiude la sua analisi richiamando Mario Tronti e il guardare i volti, non rincorrendo i voti: “non più correre, ma camminare: trattenendo, rallentando, ritrovando il passo dell’uomo, sottomettendo il ritmo della macchina (i flussi) non per la decrescita ma per la con-crescita, tra il fuori e il dentro, tra situazioni ed esistenza, tra destino e libertà”.

La paura è affrontata da Majorino da un punto di osservazione più milanese (è assessore alle politiche sociali del Comune), ma guarda in alto e oltre, pur raccontandoci di una Milano povera e insicura e invisibile ai più e soprattutto invisibile dai giardini verticali e dall’alto del suo skyline – e dove la Casa della Carità di don Colmegna diventa invece un modello virtuoso di accoglienza, socialità e cittadinanza vera. Majorino ricorda un dato, impressionante: tra il 2012 e il 2013 “le strutture comunali avevano registrato un aumento del 300% delle domande ricevute da cittadini in difficoltà”; mentre in Italia la povertà, tra 2007 e 2014 è cresciuta del 119%. Il cambio di paradigma è stato drammatico, in termini economici e di senso della vita delle persone. Le destre rispondono e spiegano “con parole molto semplici che da questa fase di cambiamento ci si deve salvare. E offre una zattera”, dove però solo pochi (i salvati) possono salire, gli altri (migranti, profughi, diversi), ovvero i dannati, devono essere ributtati in mare. Una “zattera agghindata di richiami al passato e forse priva, a bordo, di una bussola”. Ma dove la guerra tra poveri – e che sia questa la bussola delle destre, dei populismi, dei sovranismi e di quel tecno-capitalismo di cui sono, aggiungiamo, l’ultima forma politica? – “è il progetto politico di chi vuole alimentare la fuga dall’identificazione delle responsabilità reali e dall’effettiva realizzabilità delle proprie promesse elettorali. Dividere gli ultimi (i migranti) dai penultimi (i ‘connazionali’ poveri) fa sì che questi non cerchino verso l’alto la causa del proprio malessere, ma la rovescino verso il basso”. La destra “andrà avanti nella sua capitalizzazione della paura e lo farà senza pudore, perché è la perdita di pudore che contraddistingue buona parte del pensiero, e quindi delle parole, di questa stagione”. E l’odio e la paura purtroppo seducono e oggi sono soprattutto virali. E la paura produce rancore, rafforzando la logica dell’amico-nemico. Dove il migrante diventa facilmente il capro espiatorio. Ancora, è la banalità del male di arendtiana memoria.

Che fare? – è la domanda anche di Majorino. Ripartire dalla politica, ma da una politica diversa, soprattutto a sinistra: rifacendo società, ripartendo dai valori, mettendo al centro l’ambiente sociale e naturale, frequentando “qualche salotto in meno e qualche sfruttato in più”, immaginando di nuovo un futuro possibile. Contro la paura serve tornare alla politica, cioè alla polis. O alla casa comune - secondo Majorino.

Aldo Bonomi e Pierfrancesco Majorino

Nel labirinto delle paure. Politica, precarietà e immigrazione

Bollati Boringhieri

pp. 159 € 15.00

Populismo giallo-verde. L’Italia ci riprova

Lelio Demichelis

Anche i sociologi amano la poesia. Personalmente, due sono i miei riferimenti – molto diversi tra loro ma anche molto vicini, vissuti in un tempo non lontano ma che oggi pare lontanissimo. Due poeti a cui mi rivolgo – aprendo i loro libri - quando il pessimismo della ragione sembra non lasciare spazio ad alcun ottimismo della volontà e i cui versi fotografano la nostra condizione umana meglio di una lunga analisi socio-politica. Fotografie che valgono per questo ultimo anno, ma anche per questi ultimi venticinque anni, da quando cioè gli italiani (e ora un po’ ovunque nel mondo) inseguono un populismo dopo l’altro in un rabbioso e incattivito auto-asservimento volontario ad un capo-branco-autocrate, immedesimandosi prima nella gente di Berlusconi, passando poi per il rottamatore Renzi e ora facendosi popolo adorante di Salvini. Sognando di fare la rivoluzione (almeno a parole: gli italiani in realtà sono antropologicamente conformisti e conservatori oltre che gattopardeschi), ma senza mai cercare di essere cittadini.

Il primo riferimento poetico è Giorgio Caproni. Con questi versi, tratti da Res amissa, libro del 1991: Da un pezzo me ne sono accorto./La ragione è sempre/dalla parte del torto. Oppure: Laida e meschina Italietta./Aspetta quello che ti aspetta./Laida e furbastra Italietta. Il secondo poeta (ma non solo) è David Maria Turoldo. E da Il grande male, libro del 1987, ecco alcuni estratti: Progresso non è/ quando scienza accresce/la tua dipendenza dalle cose:/progresso è solo/ quando spezzi/la tua schiavitù. E ancora: La mente di tutti/una lavagna nera…/Un groviglio di fili/senza corrente/i sentimenti/a terra. E infine: Ora nessuno sa/in quale direzione andare,/e tutti cercano una maniglia/nel vuoto./(…)/E continuano a urlare/ma nessuno sa cosa./(…)/E tutti nel feroce/invincibile sospetto/l’uno dell’altro…

Versi che vogliamo usare come introduzione a un ulteriore e doveroso ragionamento sul populismo, partendo dall’ultimo libro di Massimiliano Panarari: Uno non vale uno. Democrazia diretta e altri miti d’oggi. Dove l’Autore propone “un’analisi (e una decostruzione) delle narrazioni populiste e sovraniste, che si sono rivelate in grado di configurare il panorama egemonico delle idee ricevute (e assorbite) da quote rilevanti dell’opinione pubblica, e ci sono riuscite attraverso la veicolazione di una neolingua assertiva, manichea e dicotomica che vuole deliberatamente generare contrapposizioni”, azzerando il dibattito “mediante concetti basici ed elementari”, dopo che la lotta di classe è stata sostituita da quella per lo smartphone. Per Panarari (e noi con lui) il neopopulismo politico e sociale si coniuga perfettamente (ne è figlio) con le nuove tecnologie e con le retoriche e il determinismo tecnologico e neoliberale: il primo (che vive di individualizzazione falsa e di vera integrazione nell’organizzazione) sostenendo che l’innovazione non si deve fermare, né governare; il secondo, che la società non esiste, ma esistono solo gli individui – individui che tuttavia possono (devono) solo adattarsi a ciò che chiede loro il sistema tecnico e capitalista.

Panarari – con ottima sintesi – definisce i cinque miti di oggi, che si autoalimentano tra loro: Popolo (ormai sulla bocca di tutti, ma è un concetto molto scivoloso); Autenticità (“in virtù di uno dei primissimi paradossi postmoderni, la dilatazione e l’espansione dell’ego e l’aspirazione all’autorealizzazione di sé sono andate a braccetto con una sempre più spasmodica ricerca di ciò che è autentico”); Tecnologia (“i media non sono neutri, ma influenzano in maniera massiccia e incontrovertibile l’utente, sia dal punto di vista della forma mentis che della sensorialità”, perché la forma della tecnica – e qui torna di attualità Günther Anders, per il quale le forme tecniche diventano forme sociali - determina di fatto, come ricorda Panarari, “i contenuti del pensiero e le sue modalità di espressione”); Disintermediazione (parola-magica della rete e del populismo, fino alla sharing economy, ma falsa e dove in realtà i populisti “stanno avocando a sé una funzione di re-intermediazione” mascherata da disintermediazione; mentre il popolo della rete “si affida alle meraviglie del web convinto di avere ottenuto una sfera di libertà e una possibilità di azione illimitata, senza accorgersi” di consegnare se stesso ai giganti della rete e alla loro non percepita gerarchizzazione della conoscenza); e infine Democrazia diretta (con Davide Casaleggio che invoca il superamento della democrazia rappresentativa in nome non dell’uno vale uno come vuole far credere - e con lui gli anarco-capitalisti che sognano di trasformare la democrazia in un social network - ma della nuova delega della sovranità questa volta agli algoritmi e alla loro “algida algocrazia”, che vanno a costituire di fatto una nuova casta contro cui peraltro i populisti dicono di opporsi – ed è un altro dei paradossi della postmodernità, commenta Panarari).

Non solo. Panarari coglie perfettamente nel segno anche quando descrive l’attuale Zeitgeist: “compendiabile nello slogan lanciare il sasso e nascondere la mano. Che si tratti dei capi e degli imprenditori politici dei populismi postmoderni, piuttosto che dei creatori dei social network o di cantanti seguitissimi da eserciti di giovanissimi (e non solo), come vari rapper, ad accomunarli è l’idea di non avere fondamentalmente alcun obbligo morale rispetto alle conseguenze di quello che dicono e predicano. Sono, infatti, tutti leader dotati di grande potere di persuasione e influenza sulla società, che si presentano come privi di responsabilità collettive (o, per dirla eufemisticamente, non pienamente responsabili). Una sensazione di impunità-irresponsabilità a cui hanno contribuito i canali di propagazione dei loro messaggi, perché il web realizza in modo esponenziale e all’ennesima potenza la formula mcluhaniana per cui il mezzo è il messaggio. Dunque, anche il social medium è il messaggio”. E se la televisione aveva la funzione di rassicurare, “il web ha quella di eccitare gli animi” (funzione funzionale e pedagogica, aggiungiamo, alla società della prestazione) e allo stesso tempo “di confermare le opinioni degli utenti”.

E poi, ancora, la neolingua del populismo, di quello fisico e di quello virtuale: una neolingua “che si infila come una lama nel burro di un contesto di disgregazione dell’architettura liberaldemocratica dei sistemi politici e di regressione culturale e demobilitazione cognitiva. E che è riuscita nell’operazione di frantumare e frammentare il discorso pubblico in una molteplicità di campi (rigidamente monistici al proprio interno) che appaiono alla stregua di vasi non comunicanti, composti da gruppi tribalizzati e privati di quelle convenzioni (anche semantiche e linguistiche, appunto) indispensabili invece per produrre la convivenza pacifica e il rispetto dell’altro da sé”. Per cui, conclude amaramente Panarari, ma senza perdere l’ottimismo della volontà, “il neopopulismo postmoderno rappresenta, più che una fase transitoria, un cambio di paradigma della politica a tutti gli effetti, e la trasfigurazione – almeno in apparenza – senza ritorno della nozione illuministica di sfera e opinione pubblica. Cercare di averne consapevolezza è il primo, irrinunciabile passo, per orientarsi in questi tempi fuori di sesto, per dirla come Amleto”. Per provare a tornare “ad avere consapevolezza del fatto che l’uomo è un animale linguistico e sociale. Sociale, vogliamo ribadirlo, e non social”.

Massimiliano Panarari

Uno non vale uno. Democrazia diretta e altri miti d’oggi

Marsilio

Pag. 156, € 12.00

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Del comune, dell’alienazione e di altre cose del capitalismo

Andrea Fumagalli e Lelio Demichelis

Due libri apparentemente diversi già nel titolo, due libri invece concretamente molto vicini. Il primo è La grande alienazione, di Lelio Demichelis, da poco uscito per Jaca Book; il secondo, di Andrea Fumagalli, è L’economia politica del comune, pubblicato da DeriveApprodi. Il primo ha per sottotitolo: Narciso, Pigmalione, Prometeo e il tecno-capitalismo; il secondo: Sfruttamento e sussunzione nel capitalismo biocognitivo. Entrambi gli autori hanno una lunga storia intellettuale di analisi del capitalismo e della tecnica, il primo è sociologo, il secondo economista. Invece di una classica recensione dei due libri, Alfabeta ha chiesto ai due autori di dialogare tra loro e di aiutare i lettori a capire com’è cambiato e ancora sta cambiando il capitalismo e perché l’alienazione non è scomparsa come sembra, ma è ancora ben presente in tutti i processi tecnici e capitalistici in cui stiamo vivendo.

Andrea Fumagalli. Il tema da cui partire è l’individuazione dei sentieri di valorizzazione del capitalismo contemporaneo. A mio avviso, tali sentieri sono costituiti dalle produzioni immateriali che vanno a costituire la nuova frontiera tecnologica (bio-tecnologie, bio-genetica, intelligenza artificiale, big data, eccetera) e dal ruolo della finanza come “carburante” dell’accumulazione (finanziamento, distribuzione del reddito: finanziarizzazione del welfare e moltiplicatore finanziario). È un’interpretazione condivisibile?

Lelio Demichelis. Assolutamente sì. Il capitalismo neoliberale e tecnico – quello che definisco come tecno-capitalismo – è storicamente nato con la fase della produzione (tutti dovevano diventare produttori e proletari), passando poi alla fase del consum(ism)o (tutti dovevano imparare a consumare). Oggi siamo nella terza fase (più che nella quarta rivoluzione industriale) dell’innovazione irrefrenabile e del micro-capitalismo diffuso, in cui tutti devono innovare, farsi imprenditori di se stessi a prescindere dalla utilità sociale dell’innovazione. Chi pensava che con la rete si creasse il general intellect marxiano non vedeva l’essenza di un tecno-capitalismo – di una tecnica, soprattutto – che si faceva grande narrazione globale nel tempo della fine delle grandi narrazioni novecentesche. Io scrivo di tecno-capitalismo. Tu parli di capitalismo bio-cognitivo…

A.F. Sì, e il mio libro inizia con venti tesi su questa nuova forma di capitalismo, che si distacca strutturalmente da quella precedete fordista pur essendone “figlia”. Il capitalismo cognitivo riguarda il periodo della net-economy, con l'enfasi sul ruolo della conoscenza e dello spazio virtuale (learning economies e network economies) e solo dopo la crisi del marzo 2000 con lo scoppio della bolla speculativa internettiana si cominciano a intravvedere le forme del capitalismo bio-cognitivo attuale, fondato sulla riproduzione sociale e sulla biogenetica, nonché l’intelligenza artificiale, la robotica, gli algoritmi per la manipolazione dei dati. Ciò che si modifica è la base dell’accumulazione che va sempre più a intaccare forme di vita che erano considerate fino ad allora improduttive (welfare, consumo, formazione, tempo libero) e modifica il rapporto tecnologico tra umano e macchinico.

L.D. Concordo. Il tecno-capitalismo ha iniziato a estrarre valore dalla socialità delle persone (era la parte della vita umana che ancora non era stata messa a profitto), dal comune – come scrivi giustamente nel tuo libro – e ha riscritto questa socialità innata facendola diventare materia prima per sé, ha fatto credere che la rete fosse libera e democratica in sé e ha creato una neo-lingua fatta di sharing, smart, social, eccetera (alienandoci anche dal linguaggio e dal senso delle parole). Il tecno-capitalismo è divenuto la forma di vita totalitaria del mondo e di un nuovo uomo a una dimensione. Che crede di essere libero ma in realtà è legato alle catene virtuali del nuovo ordine non solo capitalistico ma, per me soprattutto tecnico (e la tecnica è molto più affascinante del capitalismo). Come scriveva Günther Anders, quanto più è assicurata la nostra illusione di libertà, tanto più totale è il potere e meno vediamo l’ordine – o la weberiana gabbia d’acciaio o la caverna platonica – in cui siamo rinchiusi.

A.F. Recuperare il concetto di alienazione è molto importante per un’analisi critica del presente. Tale concetto è l’altra faccia del processo di sfruttamento che oggi mi pare tanto più pervasivo quanto più l’alienazione della tecnica diventa totalizzante. È una relazione complessa perché è multiforme e quindi non definibile in categorie omogenee come invece poteva avvenire nella fase fordista dove la composizione tecnica del lavoro e quindi quella politica non era poliedrica. Nel mio testo (specie nel terzo capitolo) cerco di enumerare le diverse forme di sfruttamento (dall’estrazione, a forme di sussunzione reale e formale, alla sussunzione finanziaria, all’imprinting). La mia tesi è che in un contesto di valorizzazione bio-cognitiva, dove la finanza definisce l’ambito della stessa valorizzazione, le forme della sussunzione e quindi le forme dello sfruttamento si moltiplicano. E che tali diverse forme di sfruttamento danno vita a un nuovo processo di sussunzione, che definisco sussunzione vitale.

L.D. Da una parte c’è il capitalismo delle piattaforme e l’uberizzazione del lavoro (il nuovo che non si può fermare), tanto simile al vecchio fordismo ma che illude ciascuno di essere imprenditore di se stesso, mentre è dipendente dalla piattaforma per tutto ciò che riguarda l’organizzazione del suo lavoro e quindi è alienato senza saperlo; e dall’altra parte le imprese e il sistema capitalista giocano con la psiche umana alternando – attivandole in ciascuno – sia la voglia di differenziazione e sia il bisogno di fare gruppo/squadra/comunità. Così l’alienazione sembra scomparire; e il mascherarla permette al sistema di ottenere poi un’intensificazione della prestazionalità/sfruttamento-autosfruttamento di ciascuno quindi della sua produttività, quindi del profitto. Far identificare ciascuno con il sistema è la forma più perfetta per mascherare l’alienazione. Oggi raggiunto: nessuno parla più di alienazione, neppure il sindacato (era il rammarico anche di Luciano Gallino). Nel mio libro provo a riportare l’alienazione sulla scena.

A.F. A partire dal capitalismo delle piattaforme (ma anche oltre), il comando sul lavoro definisce una nuova forma di sfruttamento che rimanda a una nuova alienazione. Possiamo analizzare il tema da due punti di vista, tra loro strettamene interdipendenti e che si alimentano a vicenda: a. soggettivo b. economico-sociale (oggettivo?). Concordo con la tua analisi: biopolitica disciplinante, performatività, narcisismo. Aggiungerei anche la costruzione di immaginari basati sul falso mito della meritocrazia e dell’economia della promessa. Si tratta di processi che hanno l’obiettivo di plasmare una nuova soggettività antropologica, quella dell’homo neliberalis, dove l’interazione umana tra individui non produce socialità (quindi potenziale conflitto) ma sociabilità (per dirla con Simmel), cioè l’attitudine a vivere in società ma senza essere sociale.

L.D. Soggettività neoliberale, sì; ma soprattutto tecnica (pensiamo alla potenza narrativa/libertaria di un personal computer e oggi degli apparati individuali mobili): ma è una falsa soggettività, è un falso individualismo perché siamo individui che hanno perso la capacità e la possibilità di creare la propria individuazione e di immaginare se stessi, da soli e insieme.

A.F. L’aspetto della tecnica lo richiamerei anche con riferimento ai cambiamenti strutturali nell’organizzazione del lavoro: femminilizzazione, individualizzazione contrattuale come perno intorno a cui ruotano necessità di cooperazione sociale e gerarchia. Nuovi dispositivi di controllo (qui il nesso con la biopolitica disciplinante è evidente) centrati sull’autocontrollo: precarietà e indebitamento. Tu scrivi: “i vecchi modi di intendere e analizzare l’alienazione e la società della prestazione, da Marx alla Scuola di Francoforte, sono necessari ancora oggi (con un tecno-capitalismo che torna a sfruttare il lavoro e i lavoratori come e forse peggio dell’Ottocento)”. Concordo, ma non è sufficiente. In un testo del 2010: Alienazione e homo precarius nel capitalismo bio-cognitivo, scritto con Cristina Morini e pubblicato su Millepiani, n. 37, si fa riferimento all’alienazione cerebrale come esito della schizofrenia che pervade il lavoro cognitivo-relazionale, tra standardizzazione tecnica e afflato/imperativo “performativo”. È in questo ambito che diventa centrale il concetto di alienazione tecnologica. Ma tale concetto è assimilabile all’idea marxiana di alienazione (nelle quattro fattispecie che Marx individua) e in quella francofortese? O non è piuttosto un nuovo tipo di alienazione, legata alla crescente ibridazione tra macchinico e umano?

L.D. Alienati – nel senso di Marx, ma non solo – sono i lavoratori uberizzati nel capitalismo delle piattaforme, ma anche quelli etero-motivati da un manager della felicità; è chi si è fatto attore-comparsa nell’industria culturale e nello spettacolare integrato 2.0; è l’uomo portato a vivere in uno stato di perenne dinamizzazione e mobilitazione – e precarizzazione – di se stesso adattandosi alle esigenze della rivoluzione industriale e della divisione del lavoro (era il compito del neoliberalismo secondo Walter Lippmann e gli ordoliberali); è chi delega la sua vita a qualcosa che pensa per lui (e secondo Franklin Foer, dopo l’automazione del lavoro siamo oggi all’automazione del pensiero, via algoritmi). Anche nella Fabbrica-rete/sciame di oggi,si replica quella che chiamo la legge ferrea del tecno-capitalismo: individualizzare/separare/suddividere, per poi totalizzare/integrare/organizzare il singolo in qualcosa di superiore. Mentre la società amministrata dei francofortesi si realizza oggi nella rete tramite social, internet delle cose (e degli uomini) e motori di ricerca. Per questo ho cercato di rileggere la Teoria critica, attualissima anche oggi.

A.F. Siamo in presenza di nuove forme di sussunzione. La mia tesi è che sono compresenti sia sussunzione formale che reale che danno origine alla sussunzione vitale (non totale). Vi è un parallelismo con il concetto di “alienazione totale”? In ogni caso, il concetto di alienazione tecnologica è centrale.

L.D. L’alienazione non muta le sue forme, muta e si affina invece la capacità del sistema tecno-capitalista di mascherarla. La divisione del lavoro e della vita psichica (l’individuo diventa un divisum, scriveva già Anders) serve all’integrazione dell’uomo in un apparato tecnico, in questo il tecno-capitalismo è, come ho scritto, religioso e produce, per sé una nuova forma di teologia politica, la teologia tecnica, tutto deve essere integrato nell’Uno del tecno-capitalismo. Per questa logica perversa, anche l’uomo non deve essere più solo un’appendice delle macchine, ma deve appunto ibridarsi con le macchine: non sono più fisicamente separato dalla macchina che pure mi vuole far diventare sua parte funzionale, ma sono parte integrata (quindi, ancor più funzionale, eliminando ogni possibile resistenza) nella (e non solo con la) macchina. Andiamo verso il post-umano? Sicuramente verso la completa trasformazione delle forme tecniche in forme sociali.

 

A.F. Scrivi:“Ma le nuove forme del lavoro sono in realtà nuove solo in apparenza (è sempre il doppio movimento …: che strutturava il lavoro nel fordismo concentrato delle fabbriche così come struttura e definisce il lavoro nel fordismo individualizzato ed esternalizzato/uberizzato della fabbrica rete)”.

L.D. Le nuove forme di lavoro si realizzano nel capitalismo delle piattaforme – sul quale abbiamo qualche differenza - dove per me la piattaforma/fabbrica è il mezzo di connessione e di produzione come lo era ieri la catena di montaggio. Ma è proprio da questa logica – tecnica, prima che capitalista – di individualizzazione e separazione che nasce la scomposizione delle classi e l’evaporazione di ogni coscienza collettiva, ora incorporata e sublimata nello e dallo stesso apparato tecnico.

 

A.F. Dai tuoi scritti, (ad esempio La religione tecno-capitalista), mi sembra di ravvisare una continuità strutturale tra la fase fordista e quella successiva (che non a caso denomini ancora con il termine “fordismo”, seppur non più centralizzato ma appunto individualizzato/esternalizzato), fondata sulla natura tecnologica dell’organizzazione capitalistica. È sul piano sovrastrutturale che si possono cogliere le differenze, nel momento in cui le soggettività vengono plasmate in modo indiretto e non più direttamente dai processi di standardizzazione taylorista, a svantaggio di“un individuo che non deve essere libero, ma deve crederlo di esserlo”. Sostituirei il “deve” con il “può”. A me pare che dalla crisi del fordismo-taylorismo si esca con una rottura socio-economica discontinua e irreversibile, principalmente basata su due aspetti: a. la totale smaterializzazione della moneta (il divenire “segno” della moneta, e quindi la crisi della sua misura: dalla moneta credito alla moneta finanza); b. la compenetrazione umano-macchina, ovvero il divenire umano della macchina e il divenire macchinico dell'umano. Quali invece per te le vie d’uscita?

L.D. Il tecno-capitalismo è dominato dalla volontà di potenza. Richiamando lo Zarathustra di Nietzsche, il sistema ci offre l’illusione di poter essere fanciulli cosmici (e di poter dire: io sono!) affinché si sia sempre più cammelli (tu devi, nella società della prestazione). Il tecno-capitalismo non conosce limiti, è irresponsabile (il riscaldamento globale, le disuguaglianze crescenti), è futurista/nichilista per essenza. Tende all’egemonia e al dominio. Per uscire dalla grande alienazione occorre in primo luogo riconoscerla; poi serve riconsiderare il concetto di limite ed esercitare responsabilità nei confronti degli altri, dell’ambiente e delle generazioni future. E governare i processi tecnici, per non esserne governati. Dovremmo introdurre quindi – dopo la democrazia politica ed economica (oggi in crisi) la democrazia tecnica, la cui mancanza reputo essere la ragione della crisi della democrazia politica ed economica.

A.F. Se il nostro obiettivo politico è “migliorare” lo stato di cose presenti a favore della costruzione di una comunità di uomini e donne liberi/e, autonomi e autodeterminati/e, le due strategie che il secolo XX ci ha indicato non sono al momento percorribili: la rivoluzione che porta alla presa del palazzo d’inverno (se oggi il palazzo d’inverno è costituito dall’oligarchia finanziaria, assume essa una forma materiale?) o il progetto riformista (ma oggi ogni riformismo viene sussunto dal capitale, anche quando si presenta sotto la forma dell’antagonismo e dell’anti-sistema e di conseguenza non è possibile definire un patto sociale se non in termini di capitolazione e compatibilità). Di conseguenza, credo che l’unica strada sia quella di sperimentare forme di autonomia inclusiva, ovvero creare istituzioni autonome in grado di corrodere e bloccare i tentacoli della voracità tecnologica e soggettiva del capitale, spazi di autodeterminazione sufficientemente forti da non poter essere sussunti dal capitale. E perché ciò sia possibile, non bastano criteri di auto-organizzazione produttiva fondata sulla produzione di valori d’uso ma occorre soprattutto un’autonomia economica e finanziaria. La moneta del comune ha lo scopo di creare le basi per essere monetariamente autonomi e non dipendere dal potere finanziario e essere soggetti alla sua violenza. Il welfare del comune (Commonfare) ha lo scopo di consentire l’autodeterminazione libera e consapevole della persona, garantendo incondizionatamente un reddito di base e l’accesso ai servizi sociali e ai beni comuni che qualificano l’esistenza e rendono la vita degna di essere vissuta. Si tratta di strumenti che non sono, in sé e per sé, sufficienti se non inseriti in un fine più ampio.

Lelio Demichelis

La grande alienazione. Narciso, Pigmalione, Prometeo e il tecno-capitalismo

Jaca Book_Collana Dissidenze, Pag. 283, 25.00

Andrea Fumagalli

Economia politica del comune. Sfruttamento e sussunzione nel capitalismo bio-cognitivo

DeriveApprodi, Pag. 237, 18.00

Il trionfo del populismo

Lelio Demichelis

L’Italia come laboratorio politico e come incessante – e instancabile - fucina del populismo? Si potrebbe risalire a Guglielmo Giannini e al suo Fronte dell’Uomo Qualunque, una delle prime forme di antipolitica e il cui motto era: non ci rompete le scatole, tanto simile al vaffa di Beppe Grillo. Il settimanale l'Uomo Qualunque arrivò a una tiratura di 800.000 copie, davvero non male non esistendo ancora la rete e i blog. Ma veniamo a tempi a noi più vicini, ricordando che il populismo non è di oggi ma nasce nell’ottocento e attraversa tutto il novecento e oggi rinasce dall’Europa dell’austerità e del neoliberalismo; per non parlare di Trump.

È nel 1994 che Berlusconi scende in campo nel nome del populismo massmediatico televisivo, frutto della semina antipolitica compiuta negli anni ottanta dalle sue tv commerciali che producono quel nuovo uomo qualunque che vive di Vanna Marchi, di Drive in, di edonismo più o meno reaganiano, di telenovelas e di Sentieri/Dallas. Figlio tuttavia di un neoliberalismo che aveva iniziato a porsi come obiettivo deliberato e pianificato la dissoluzione della società (la società non esiste, esistono solo gli individui, predicava la populista Margaret Thatcher) in nome di un individuo mitizzato (divide) per farlo integrare sempre meglio e in modo sempre più convinto e attivo (et impera) nel sistema capitalistico dei consumi e poi della rete. Un populismo che si era alleato ovviamente con il populismo di terra e sangue e soprattutto di pancia della Lega di Bossi, che sognava la Padania dell’uomo qualunque che lavora e produce e non vuole sentire parlare di regole e di tasse e che si chiude nella sua comunità di uguali (il comunitarismo immunizzante del padroni a casa nostra). B & B erano gli eredi diretti della Dc e del Psi, cioè l’antipolitica di allora era il prodotto/effetto della degenerazione della politica (o la sua continuazione con altri mezzi). O altrimenti, come ha scritto Marco Revelli in Populismo 2.0, è la malattia senile di una democrazia non curata, di una crisi di rappresentanza, dell’impoverimento dei ceti medi, della sconfitta del lavoro come diritto.

Da allora, è un susseguirsi di populismi, in Italia e fuori, in una sorta di consumismo compulsivo di populismo che prende e cattura gli italiani (e gli europei) facendoli correre da uno scaffale politico all’altro del supermercato/Amazon, alla ricerca del prodotto-populista con il packaging migliore. E quindi, Beppe Grillo, ovvero il populismo dell’attore solo sulla scena che recita il monologo autocratico dell’individuo autoreferenziale e libero di dire ciò che la sua pancia gli dice, facendo sognare ciascuno (la socializzazione del populista) di poter essere anch’egli e allo stesso modo sulla scena pubblica. Replicandosi in forme apparentemente nuove quella che è in realtà l’essenza del populismo: la produzione di identificazione di ciascun uomo qualunque nel leader carismatico-populista che si fa uomo qualunque, apparentemente uguale agli altri. E ancora Berlusconi, che risorge negli anni duemila. E sempre più, Grillo – che grazie alla rete e ai blog estende e potenzia il potere del populismo massmediatico televisivo di ieri nel nuovo populismo massmediatico dei social di oggi. E infine, Matteo Salvini, che insegue il lepenismo francese, sposta ancora più a destra la Lega facendola partito nazionale, populista del noi (non solo padani) contro gli altri e contro l’Europa. In mezzo, il populismo (anch’esso di destra nelle forme verticali e autocratiche di espressione/comunicazione e soprattutto nei contenuti politici che esprime) di Matteo Renzi: che ha ucciso il Partito democratico personalizzandolo (ancora populismo) e svuotandolo di partecipazione politica fisica dal basso (il vecchio da rottamare, a prescindere), illudendosi di sostituirla con una partecipazione politica virtuale, via rete, bypassando i gufi e i vecchi e insopportabili (come per ogni populista) corpi intermedi della cittadinanza e della cultura/conoscenza.

Ma la rete è populista in sé e per sé (e si riveda il Populismo digitale di Alessandro Dal Lago). Per forma e per norma di funzionamento, permettendo un potenziamento infinito e senza freni dell’individualismo e della messa in vetrina di ciascuno, miscelando narcisismo, egocentrismo, egolatria, egocrazia, egoismo ed egotismo come populismo del sé. Ed è sempre populismo di destra perché antipolitico e de-socializzante per modi di esercizio del proprio potere - anche se ama definirsi social (è il populismo del popolo della rete) - oltre che a-democratico per sé, perché la rete è basata appunto sulla verticalizzazione delle relazioni di potere pur vivendo di apparente condivisione e orizzontalità e democrazia.

Se ieri vinceva la coppia Berlusconi e Bossi, oggi vince quella formata dalle due primedonne Grillo/Di Maio e Salvini (o, nel caso si riaprano i giochi, Renzi con Berlusconi). Dove la convergenza sembra impossibile, ma forse è inevitabile - e basterebbero a determinarla le retromarce del M5S sul reddito di cittadinanza, sempre meno di cittadinanza/universale e sempre più finalizzato a trovare un lavoro, in perfetta linea ordoliberale euro-tedesca. Mentre spaventa – ma anche conferma l’essenza populista di destra degli italiani - la possibilità – come anticipato dai sondaggi – che in caso di nuove elezioni cresca ancora il consenso a Lega e 5S.

Su tutto, anche il populismo (virtuale e/o di pancia) non sembra voler uscire davvero da quel neoliberalismo che in trent’anni ha prodotto deliberatamente e scientemente macerie sociali (impoverimento, precarizzazione e mercificazione del lavoro e della vita) e macerie politiche (dalla democrazia alla tecnocrazia e arrivando oggi al populismo).

D’altra parte, questo populismo virtuale e/o di pancia vive offrendo una potentissima illusione di libertà, partecipazione, democrazia, orizzontalità, sovranità, social(ità). E promette cambiamento, trasformazione, innovazione politica. L’imprenditore politico del populismo virtuale e/o di pancia è come l’imprenditore distruttore/creatore di Schumpeter: distrugge la democrazia promettendo di creare il nuovo, sempre rinnovando la promessa. In una realtà biopolitica che vive di induzione incessante – neoliberalismo più Silicon Valley - all’auto-imprenditorialità e all’innovazione tecnologica a prescindere (e anche Steve Jobs e oggi Mark Zuckerberg sono forme del populismo, questa volta tecnologico) è inevitabile che si confonda populismo virtuale con innovazione politica, imprenditore economico con imprenditore politico populista.

Grave è la malattia; difficile e lunga sarà la cura.

Cfr: L. Demichelis, Il digitale populista, in Alfapiù/Alfadomenica del 19 settembre 2017

Uguaglianza, lavoro e capitalismo squilibrato

Lelio Demichelis

Il neoliberalismo – lo sappiamo - ha prodotto ricchezza finanziaria per pochi e impoverimento reale e macerie sociali e individuali per i più. Ma questi più non si ribellano, al massimo reagiscono di pancia, cercano un populista, un autocrate o un guru tecnologico o una app a cui delegare se stessi e le proprie scelte. Questi piùsciolti ormai come classe operaia e come ceto medio - accettano di restare nella caverna platonica e pur muovendosi molto elettoralmente (come dimostrato dalle elezioni del 4 marzo) sostanzialmente si adeguano (al neoliberalismo, alla rete, all’ultimo populista sul mercato). Uscire dalla caverna non è – purtroppo - nei loro pensieri.

In nome di una falsa libertà individuale promessa dal neoliberismo e dalla rete abbiamo dimenticato che l’uguaglianza è invece la base della libertà vera, nonché la premessa della fraternità. A ricordarci, invece che l’esplosione attuale delle disuguaglianze è qualcosa che non ha confronti con la storia recente e che è stata una scelta politica delle classi dirigenti; che questo è in palese contrasto con ciò che è scritto nella Costituzione, dove l’uguaglianza, la fraternità e la libertà sono elementi strutturali e strutturanti e vincolanti (e solennemente riconfermati dal demos per referendum); che la disuguaglianza mette in pericolo il futuro della democrazia, della pace e dello stesso sviluppo economico - è un saggio magistrale scritto da un filosofo del diritto di prim’ordine come Luigi Ferrajoli. Perché il principio di uguaglianza «è il principio politico dal quale, direttamente e indirettamente, derivano tutti gli altri principi e valori». E se oggi la disuguaglianza dilaga, ciò deriva dal crollo da una politica «che in questi anni ha abdicato al suo ruolo di tutela degli interessi generali e di governo dell’economia e si è assoggettata alle leggi di mercato», producendo la crisi della ragione politica e di quella giuridica e il trionfo della ragione economica. Ma se questo è vero e vere sono le macerie sociali su cui i più camminano, l’uguaglianza deve diventare di nuovo non solo un valore ma anche, scrive Ferrajoli un principio di ragione per definire una politica alternativa e diversa da quelle attuali, del tutto irrazionali ma potentissime nella loro autoreferenzialità. Un’alternativa già scritta proprio nella Costituzione.

Da qui questo suo Manifesto per l’uguaglianza, che ci ricorda che «l’uguaglianza viene stipulata perché, di fatto, siamo differenti e disuguali, a tutela delle differenze e in opposizione alle disuguaglianze. Il principio di uguaglianza consiste dunque nel valore delle differenze che fanno di ciascuna persona un individuo differente da tutti gli altri e di ciascun individuo una persona uguale a tutte le altre». Per questo, le disuguaglianze (soprattutto economiche e sociali) devono essere almeno ridotte. Era questo il senso virtuoso delle politiche keynesiane post-1945, che invece il neoliberalismo egemone e dominante dagli anni ’80 nega perché suo obiettivo era ed è quello di sciogliere la società nel mercato, la vita nella competizione, trasformando l’individuo in impresa/imprenditore di se stesso. E la competizione, ovviamente, non produce uguaglianza e neppure libertà. E men che meno fraternità.

La riflessione di Ferrajoli sulla Costituzione (e sui Trattati europei) – che non elenca principi astratti bensì vincolanti e prescrittivi – è appassionata e coinvolgente, integra etica e diritto e principio di responsabilità, critica della politica e critica dell’economia, riflessioni su laicità e autonomia/autodeterminazione, necessità di rifondare il diritto del lavoro e a un lavoro oggi invece tornato ad essere drammaticamente merce, per di più low cost. Manifesto quanto mai necessario e che si chiude con la proposta di un costituzionalismo oltre lo stato, che vada cioè a porre limiti e vincoli a quei poteri finora esclusi dal costituzionalismo classico, quelli economici privati (mercati, multinazionali) e quelli extra o sovra statali che vanno a comporre la a-democratica e anti-egualitaria governance neoliberale della globalizzazione. Globalizzazione dove oggi domina un vuoto di diritto pubblico, occupato da un pieno di diritto privato, cioè «da un diritto di produzione contrattuale che si sostituisce alla legge e che riflette la legge del più forte». Non tutelando i diritti dell’uomo, né quelli delle future generazioni.

E da una filosofia del diritto alla ricerca dell’uguaglianza perduta, a una filosofia della forza lavoro (che è diversa dal lavoro), alla ricerca della dignità e della libertà perdute. Il nuovo libro di Roberto Ciccarelli è, infatti, un altro modo per ragionare di disuguaglianze, classi, politiche neoliberali, capitalismo delle piattaforme, nuovo sfruttamento, «naturalizzazione dell’idea di impresa e sua trasformazione in una favola a sfondo filosofico», di autosfruttamento e di desiderio di liberazione; e di lato oscuro della rivoluzione digitale - che doveva garantire maggiore autonomia e libertà ma che ha invece esteso il dominio del capitale dai corpi (nel passato fordista) alle menti, alla psiche e agli affetti di oggi. Ma serve anche un nuovo modo di ragionare di lavoro perché oggi lo si fa «senza parlare della condizione che lo rende possibile, la forza lavoro». Ciccarelli (rifacendosi al concetto di Quinto Stato), ne cerca una nuova definizione partendo dalle storie di uomini e donne in carne e ossa, secondo un’etica spinozista lontana da quella marxista (che la considerava come «il terreno primordiale dell’antagonismo ma anche della cooperazione tra individui, del conflitto e della solidarietà»), come da quella liberale del contratto di lavoro, oggi «sostituita da una continua rimodulazione della prestazione salariata, in base alle esigenze delle imprese». Il lavoro odierno contiene un paradosso, «da una parte lo si vuole ‘liberare’ facendolo diventare autonomo e creativo come un’opera d’arte, dall’altra parte è considerato un residuo archeologico. Da una parte l’iper-lavoro, dall’altra il sotto-impiego»: tutte parti, tuttavia, di «un unico processo di subordinazione»; perché «in una società capitalista la forza lavoro è finalizzata sempre alla produzione del lavoro-merce». Ma questo – sostiene Ciccarelli nella parte più filosofica del libro - non è un destino, la forza lavoro potendo essere usata «per affermare la vita in quanto mezzo di se stessa e non solo come oggetto del contratto, strumento del lavoro e del capitale umano». Idea affascinante, ma difficile - siamo meno ottimisti di Ciccarelli, pur condividendo la gran parte della sua riflessione sui nuovi lavori, sul potere pastorale tecno-capitalista, sui nuovi modelli manageriali e su molto altro ancora - davanti a un biopotere di tecnica e capitalismo che vuole fare dell’uomo un uomo nuovo che sia falso soggetto e insieme oggetto reale di un mercato e di una tecnica che difficilmente lasceranno l’uomo libero di essere se stesso e libera la sua forza lavoro, essendo capace di sussumere sempre più in sé e per sé anche la forza lavoro.

Perché il capitalismo è un sistema che vive di una produzione incessante di squilibrio. Tema cui è dedicato un importante libro di Roberto Romano e Stefano Lucarelli. Concetto innovativo, questo di squilibrio, che andrebbe oltre la distruzione creatrice di Schumpeter e che sarebbe diverso anche dall’odierna disruption. Una dinamica che deriverebbe dalle tecniche superiori di produzione, quelle che l’offerta e la domanda considerano migliori e vincono sul mercato; mentre «gli imprenditori lavorano ogni giorno per realizzare uno squilibrio, cioè un prodotto capace di produrre un vantaggio rispetto ai concorrenti». Cioè: «senza squilibrio, il capitalismo non avrebbe ragione d’essere». Il problema è allora di governare e di contenere/orientare politicamente e democraticamente questo squilibrio - o questa dynamis, come preferiamo chiamarla, che il capitalismo introduce a forza nel sistema sociale per il proprio profitto, spesso con grande dis-utilità sociale (ad esempio, la disoccupazione tecnologica), ma sempre per alimentare la propria riproducibilità infinita.

Perché – ancora Romano e Lucarelli - «le imprese non sono orientate, per definizione, alla tutela dell’interesse collettivo» e quindi serve «la capacità di guidare la dinamica squilibrio-equilibrio-squilibrio», ripensando il ruolo del sindacato e dello Stato, della politica economica e di «una politica del lavoro che non subisca lo squilibrio e contribuisca al ben-essere».

Luigi Ferrajoli

Manifesto per l’uguaglianza

Laterza

pp. 260, € 20,00

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

 

Roberto Ciccarelli

Forza lavoro

DeriveApprodi,

pp. 224, € 18.00

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

 

Roberto Romano e Stefano Lucarelli

Squilibrio

Ediesse

pp. 218, € 16.00

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.