La filosofia & l’analisi: come restare umani

Lelio Demichelis

Greta Thunberg e i giovani per il clima ci hanno ricordato qualcosa che avevamo dimenticato: che non esiste solo la realtà virtuale, ma anche quella fisica e biologica (la biosfera); che loro verranno dopo di noi adulti e che hanno il diritto di vivere in un mondo decente e che quindi è nostro dovere prenderci cura degli altri uomini e di questo mondo, smettendo di considerarli (uomini e mondo) solo come una risorsa/miniera economica da sfruttare e una merce da vendere al maggiore valore di scambio possibile per il capitale; che quindi dobbiamo riconoscere dei diritti a quei nuovi soggetti di diritti che si chiamano biosfera e future generazioni (richiamando il principio responsabilità del filosofo tedesco Hans Jonas); che, conseguentemente, noi dobbiamo oggi ripensare profondamente il nostro sistema economico e tecnico (il tecno-capitalismo), dominato da un meccanismo perverso e totalmente irrazionale di accrescimento infinito del profitto (privato) e della tecnica come apparato (l’artificializzazione del mondo e oggi l’ibridazione dell’uomo con la macchina e la sua dis-umanizzazione).

Un sistema che ha una sua propria volontà di potenza irrefrenabile (i concetti di limite e di responsabilità gli sono totalmente sconosciuti), nichilistica e che sempre più rovescia il principio kantiano trasformando l’uomo (che dovrebbe essere sempre il fine) in mezzo funzionale per sé come sistema: con la sussunzione della intera vita umana nel mercato, da un lato; e con la delega che sempre più concediamo a un algoritmo per valutare e decidere della nostra vita, dall’altro. Per cui è quindi lecito, se non doveroso “parlare di totalitarismo di mercato” (Paolo Bartolini). Che mette a rischio la salute del pianeta e insieme la salute pubblica, quella individuale e sociale, dove si registrano “i segnali di un’epidemia crescente: insicurezza, ossessioni, narcisismo, ansie, depressione, vecchie e nuove dipendenze patologiche”, che denunciano “un’insoddisfazione profonda e trasversale”. Ma nessuno si ribella al sistema, abbiamo dimenticato che ci possono essere invece delle alternative. Che devono esserci e che dobbiamo fare in fretta a cercarle e trovarle per non perdere la biosfera e l’uomo nella sua umanità (cambiamenti climatici più disuguaglianze crescenti). E invece siamo sempre dipendenti (nel senso pieno del concetto di dipendenza che produce anche alienazione) da un sistema di conoscenza scientifica e tecnica che “si riduce per noi – che contempliamo come unico fine lecito l’accrescimento dell’utile privato e il progresso tecno-scientifico – alla veglia raziocinante, ripudiando altri stati di coscienza non ordinari, che in tutte le società multifasiche arricchiscono invece l’esperienza psichica e spirituale dei singoli individui e della comunità” (ancora Bartolini).

Siamo sempre più connessi nel mondo virtuale, ma siamo sempre più disconnessi dal reale, quindi anche da noi stessi in quanto persone e individui: perché se il sistema tecno-capitalista si basa sulla divisione del lavoro, anche la vita e l’individuo devono essere divisi affinché da ogni singola parte in cui è stato suddiviso anche l’individuo (egoismo, narcisismo, consumismo, feticismo tecnologico, emozioni, desiderio, eros, ansia, divertimento, gioco, sport eccetera) il sistema possa estrarre il massimo di valore per sé. Per farlo deve impedire però all’individuo di individuarsi, di costruirsi e di dare un senso alla sua vita (e – con gli altri e con la biosfera - a quella collettiva), pur illudendolo di un massimo di libertà/volontà di potenza individuale. Una mentalità individualistica incapace quindi di vedere le connessioni sociali e la totalità del vivente. Mentre invece dovremmo proprio recuperare la capacità (Raimon Panikkar) di armonizzare le forme della conoscenza: quella dei sensi, della ragione e dell’intelletto. Perché l’uomo è molteplice, mentre il sistema lo vuole unidimensionale, standardizzato, connesso e sempre controllabile, soprattutto a produttività di lavoro e di consumo crescenti e capace incessantemente di adattarsi alle esigenze tecniche ed economiche - così il tecno-capitalismo lo ha costruito e questo noi siamo oggi. Facendoci alienati ma nascondendoci l’alienazione che esso produce – e oggi alienazione non è solo “un’espropriazione di libertà e di capacità, ma anche una vera e propria disintegrazione della personalità dell’individuo, un rovesciamento della qualità delle sue relazioni vitali, un’elusione dei suoi bisogni radicali e un’alterazione dei suoi desideri fondamentali” (Roberto Mancini).

Ammettiamolo, ciò che Greta ci dice è cosa antica: il primo Rapporto del Club di Roma sui limiti della crescita è del 1972; i movimenti ecologisti erano già una realtà negli anni ’70 e ’80; il famosissimo libro di Rachel Carson, Primavera silenziosa è addirittura del 1962; e già nell’ottocento Stuart Mill immaginava uno stato stazionario, un sistema economico mantenuto in una scala di sostenibilità, che quindi non superasse i limiti ecologici. Per non parlare, su fronti diversi, di Georgescu-Roegen e della sua bioeconomia, arrivando alla Laudato si’ di papa Francesco. Ammettiamolo, il sistema tecno-capitalista – per uscire dalla crisi in cui era caduto negli anni ’70 e riprendere il suo percorso di illimitatezza, di volontà di potenza irresponsabile e di crescente profitto privato - ci ha portati a vivere nella realtà virtuale e in un sistema sociale di mercato, dove non esistono limiti (ed anzi la realtà virtuale si può anche aumentare, mentre diminuisce quella veramente reale, come i ghiacci che si sciolgono), né responsabilità (se i ghiacci artici si sciolgono, finalmente si potrà estrarre tutto il petrolio che i ghiacci nascondono e aprire nuove rotte commerciali). E neppure Greta (comunque: benvenuta!) sembra riuscire a risvegliarci dal sonno tecno-capitalistico in cui siamo caduti.

E allora, dobbiamo tornare a parlare di due concetti che abbiamo perduto ma che dobbiamo urgentemente recuperare. Quello di cura e quello di amore. Integrati con quello di spiritualità – una spiritualità laica (Bartolini); o intesa come “pieno e lucido contatto con la realtà” - riscoprendo ad esempio l’utilità di ciò che sembra inutile, uscendo dai nostri monologhi autoreferenziali e praticando “il dialogo come una polifonia, dove si può riconoscere la voce originale di ognuno” (Mancini). Recuperando un amore gratuito (la gratuità essendo “la facoltà di vedere ogni essere nel suo valore, di lasciargli la libertà di essere se stesso e di esserlo a nostra volta”) e “un amore politico, che si attua come passione per il bene comune” (ancora Mancini). Perché se oggi i termini salvezza e salvare sono riferiti solo ai programmi del pc, la salvezza e il salvarci (ad esempio dal cambiamento climatico) oggi ci rimandano invece a qualcosa di ben maggiore, alla urgenza di uscire dal nichilismo e dalla tanato-politica del tecno-capitalismo. Ricordando nuovamente – anche questo lo abbiamo dimenticato - che “non ci si salva da soli” (Bartolini).

Ed eccoci allora, in conclusione a svelare le fonti delle riflessioni e delle citazioni precedenti, fonti alle quali rimandiamo il lettore. Sono due libri collettanei curati da Paolo Bartolini con Chiara Mirabelli uno e Roberto Mancini l’altro. Che (ci) parlano di analisi filosofica - o di analisi biografica a orientamento filosofico. Una ‘filosofia’ e una forma di ‘analisi’ intrecciate tra loro (“La filosofia, alle sue origini, non era forse proposta come medicina dell’anima?” – Bartolini), che nasce dalle riflessioni fondamentali e fondative di Romano Màdera. Una pratica di cura nuova e diversa, “rivolta alla comprensione dei fenomeni sociali e al trascendimento della centratura egoica - dove la terapia dell’esistenza non è in senso clinico, ma appunto filosofico”. Ovvero: “L’analisi filosofica si impegna affinché il soggetto modulare promosso dai dispositivi tecnici del potere contemporaneo si riscopra soggetto complesso, costituito dalle relazioni umane ed ecologiche che lo fondano e lo tengono in vita. Questa, per quanto mi riguarda, è una battaglia politica” (Bartolini). Che ci deve portare di nuovo a immaginare altrimenti la vita, la cura e il bene comune.

Paolo Bartolini e Chiara Mirabelli (a cura di)

L’analisi filosofica. Avventure del senso e ricerca mito-biografica

Mimesis

Pag. 261

26.00

Paolo Bartolini e Roberto Mancini (a cura di)

L’amore che salva. Il senso della cura come vocazione filosofica

Mursia

Pag. 205

16.00

L’irresistibile seduzione dell’ipocrisia

Lelio Demichelis

Il titolo dell’ultimo libro di Fabio Merlini – importante filosofo ticinese - è decisamente intrigante (e affascinante è il suo stile di scrittura): L’estetica triste. Ma il sottotitolo lo è ancora di più: Seduzione e ipocrisia dell’innovazione. Perfetta è anche l’immagine di copertina, l’Allegoria della simulazione, di Lorenzo Lippi, opera del 1630.

In realtà eravamo abituati a considerare l’economia (capitalistica) come una scienza triste, o comunque intristente. La definizione risale a Thomas Carlyle che la usò per criticare e denunciare “senza mezzi termini” – pur facendo anche “una odiosa apologia della schiavitù”, come ricorda Merlini – “gli eccessi nefasti di un capitalismo sfrenato nei suoi appetiti e squilibrato nei suoi meccanismi redistributivi”. Perché, invece, anche l’estetica sarebbe oggi triste, se l’estetica è (Merlini) quella “sfera a cui di solito assegniamo effetti rasserenanti, se non euforizzanti”? Perché, ecco la risposta, l’estetica capitalistica e tecnica è fatta non per l’uomo, ma per il capitalismo (quindi per produrre profitto ad accrescimento infinito, attraverso il lavoro alienato dell’uomo) e per la tecnica come apparato (principio di accrescimento e di convergenza di uomini e macchine in una mega-macchina altrettanto alienante, noi passando dall’uomo appendice delle macchine di ieri all’uomo ibridato/integrato con le macchine e totalmente sussunto nella tecnica).

Le merci, dunque e il loro fascino, il loro potere di seduzione, ma anche – appunto - la loro estetica triste. Le merci come sirene che ci attraggono con il loro canto e con l’immagine che di sé producono per noi – e a questo servono marketing e pubblicità: a produrci come serviamo al sistema, cioè consumatori in servizio permanente effettivo e a produttività di consumo sempre maggiore, oggi h24 e 7 giorni su 7. La scenografia della merce, la vetrina, oggi la rete – l’estetica delle merci, appunto - servono a produrre incantamento (il nostro incantamento) davanti a queste merci, per trasformarle in valore di scambio, quindi in profitto privato, quindi in valore. Perché consumare è un lavoro (altrimenti si fermerebbe la produzione) che dobbiamo svolgere incessantemente, ma il sistema è così abile che ci fa sembrare questo lavoro un piacere esistenziale o un modo di essere e di vivere, trasformando appunto le merci in qualcosa capace di creare emozioni, più che di soddisfare un bisogno. Alla fine, noi stessi finiamo per considerarci una merce tra le merci, entrando nella vetrina ed estetizzando anche noi stessi come merci (mettiamo in vetrina il nostro capitale umano, il nostro valore di scambio - non noi stessi), es-ponendoci al pubblico.

Quindi, feticismo delle merci e di noi stessi come merci (egoismo, narcisismo, solipsismo e selfismo come feticizzazione di sé). E il sistema capitalistico – che ormai produce emozioni ed estetica prima che merci in senso stretto – usa questa estetica fasulla per nascondere il peggio di sé: sia nel lavoro semi-schiavistico o comunque “osceno”, usato per produrre le merci che poi noi dobbiamo acquistare con piacere e desiderio dopo che sono state rivestite di estetica e di emozioni; sia nelle offese continue alla biosfera. L’estetica si fa dunque e conseguentemente triste, perché non arricchisce l’uomo con arte, bellezza, emozione, ma il capitalismo; portandoci a vivere in uno stato di eccitazione infinita, utile al sistema per sostenere se stesso e la propria riproducibilità – mediante incanti che però producono distopie – senza opposizioni. Un mondo triste perché chiuso in un presente privo di un orizzonte diverso dal consumare e dall’innovare. È la “caducità delle merci indotta dai vettori di accelerazione” - scrive Merlini – cioè eteronomia tecno-capitalista rivestita di autonomia e di libertà di scelta di un consumatore che apparentemente crea e sceglie ma che in realtà deve interiorizzare l’estetica e il feticismo delle merci (secondo le tecniche di modificazione comportamentale del marketing), perché siano distrutte in fretta: e questo non è un paradosso del sistema (creare per distruggere), ma l’essenza di questo sistema. È la consanguineità tra moda e morte - “già colta da Leopardi due secoli fa”.

Capitalismo, dunque. E tecnica. Quello che Merlini definisce opportunamente come tele-tecno-capitalismo, dove “moda, design e ludicità intrecciati insieme lo riproducono, lo alimentano, legittimandolo attraverso le nostre stesse pratiche, a loro volta estetizzate”. E poi il nostro feticismo per l’innovazione. Nelle merci. Ma anche la tecnica vive di estetica eccitante, coinvolgente ma ugualmente triste – perché “l’estetica di uno smartphone si trasmette all’uso che ne fai, riverberandosi nel gesto con il quale attivi lo schermo, selezioni una funzione, scorri le icone, digiti un messaggio, recuperi un dato o documenti una situazione”. E “se, orgogliosi, ci sentiamo figure attualizzate del tempo, non dovremmo però mai dimenticare che ciò accade poiché siamo sempre anche, a nostra volta, dispositivi che, in cooperazione con altri dispositivi tecnologici, rispondono all’imperativo del principio di immediatezza, che recita: sbarazzati dell’attesa inerente al differimento. Come se qualsiasi esperienza estranea al tempo reale fosse di troppo, fuori squadra e fuori misura, puro dispendio: esubero”. Ma, ancora Merlini, “laddove domina l’imperativo dell’accelerazione scompare il tempo della durata, che è invece quella modalità che alla sincronia antepone la diacronia quale cumulazione lenta e progressiva” - mentre noi dobbiamo essere invece sempre connessi, mobilitati a fare/innovare, ovvero sempre più sincronizzati con gli altri e con le macchine, funzionando come una parte della mega-macchina, possibilmente a zero tempi morti. E dove quindi l’innovazione incessante e il nostro feticismo per l’innovazione dissimulano quella che in realtà, scrive Merlini, è una regressione.

È l’ipocrisia dell’innovazione.

A questa tristezza portano oggi anche la disintermediazione universale (vera o apparente) e il dinamismo immobile di una società per altro in mobilitazione totale crescente (ancora la sincronizzazione): in verità è “una innovazione conservativa nonostante le sue mirabili fughe in avanti; una innovazione a vocazione prevalentemente amministrativa”- ostile a qualsiasi ragionamento, preferendo le competenze senza conoscenza e senza consapevolezza del fare e del consumare Tutto all’insegna dell’easy style e dell’user friendly, che in realtà “costringe ad una sfibrante mobilitazione cognitiva”. Per un mondo estetizzato e performante. E performante perché estetizzato. In cui tutto è appunto merce (e tecnica). Un mondo “già vecchio anche se sembra sempre nuovo”. Un mondo “non più da pensare e nemmeno più da cambiare, ma solo da amministrare”. Dove anche il populismo “non si oppone assolutamente alla più vorace speculazione economica, per quanto lo affermi, perché al contrario ne è un alleato”.

Un mondo – “inteso come sconfinata agenzia promozionale e di mobilitazione in termini di produzione e di consumo” – che tuttavia “non è il vuoto del nichilismo, bensì il pieno bulimico di uno spazio che orizzonta senza tregua le nostre esistenze”. Un mondo che diventa umanamente inospitale perché il sistema non vuole un uomo capace di conoscere se stesso e di essere se stesso, ma solo capace di consumare se stesso e il mondo, un mondo privato di senso. Ma “un senso del mondo” – conclude il filosofo Merlini e noi con lui – “privo di orizzonte è un senso ad altissimo rischio di implosione, proprio a causa dell’euforia maniacale con cui il suo metabolismo sostiene il nostro odierno consumo del tempo”. Che ci spoglia del senso, dell’orizzonte, dell’immaginazione, dell’ulteriorità.

Fabio Merlini

L’estetica triste

Seduzione e ipocrisia dell’innovazione

Bollati Boringhieri

Pag. 138 € 14,00

Rete, social e post-democrazia

Lelio Demichelis

Superat discipulo magister: la regola dice che l’allievo (Matteo Salvini) supera sempre il maestro (Matteo Renzi). Ma la regola è anche quella per cui oggi, grazie alla rete, il populismo si accresce quasi per autopoiesi/autoreferenzialità. Dal bullismo dei rottamatori al bullismo/proto-fascismo degli imprenditori della paura, il passo è stato facile. Ma entrambi sono neoliberali (Renzi e Salvini). Riproducono in forme apparentemente diverse il medesimo modello tecnico e capitalista e rappresentano la continuazione del sistema con altri mezzi per realizzare l’uomo e la società a una sola dimensione, quella della competizione, della forma impresa, dell’individualismo e dell’ego(t)ismo. Lo fanno attivandosi in nome di una presunta modernità neoliberale (Renzi) o attivando un popolo-moltitudine mobilitato (la rabbia e il rancore - Salvini) contro le caste, pur essendo entrambi parte della casta. Ma una cosa ancora accomuna il maestro e l’allievo (e a Trump ma anche a Obama, il primo ad averle usate e piegate alla conquista del potere): l’uso delle nuove tecnologie (rete/social) come ‘tecnologie per il potere’ – secondo questo nuovo libro di Giovanni Ziccardi – che ci rinvia, tra i molti possibili, a un altro libro, Tecnologie del dominio, del Gruppo Ippolita (Meltemi).

Perché sempre il potere ha usato tecniche particolari per conquistare il potere, per legittimarsi e possibilmente conservarlo nel tempo: dall’antica retorica ai persuasori occulti novecenteschi secondo Vance Packard; dalle ideologie politiche e dalle manifestazioni di massa del ‘900 (Mussolini e Hitler e le prove davanti allo specchio per cercare la migliore forma di comunicazione/rappresentazione di sé stessi per conquistare il consenso), ai mass media come radio e televisione, al consumismo e alle PR secondo Edward Bernays, allo spettacolare integrato di Debord e all’industria culturale dei francofortesi; dalle religioni tradizionali ai guru della Silicon Valley. Oggi, le tecniche per conquistare il consenso e quindi il potere sono essenzialmente i social e i tweet - possibili grazie al lavoro di produzione di dati che ciascuno di noi compie in rete a produttività crescente secondo l’organizzazione scientifica di questo lavoro, dove il nostro mansionario è dover essere sempre connessi e dover condividere; dati che vengono poi comprati e venduti a nostra insaputa per realizzare una nuova persuasione (o manipolazione) occulta del consenso, targettizzata sul singolo individuo e non più solo sulla massa (Cambridge Analytica e oltre). Nuove tecnologie che promettevano (anni ’90) la liberazione dell’uomo dalla fatica e dal lavoro (e creatività e immaterialità), ma che hanno realizzato invece la più perfetta società amministrata (ancora, la Scuola di Francoforte) tra Iot e Big Data/Panopticon digitale e insieme la più nascosta (e quindi la più efficace) manipolazione politica e culturale delle masse individualizzate di oggi.

La crisi della democrazia politica e della democrazia economica (possibile quest’ultima, anche se con fatica, in una fabbrica fordista, difficile o impossibile nella fabbrica-rete/piattaforma dove tutto è smaterializzato, individualizzato/separato anche se connesso e veloce), ci sembra nascere soprattutto da qui, dalla pervasività di un tecno-capitalismo a-democratico/anti-democratico per essenza e funzionamento. Perché la tecnica vive di automatismi e oggi di algoritmi che imparano da soli, quindi esclude a priori ogni possibilità di controllo; e perché il modello neoliberale di impresa – diventato oggi modello sociale e politico egemone - è quello di Wilhelm Röpke (l’impresa è come una sala operatoria, la democrazia è un intralcio), mentre von Hayek preferiva una dittatura pro-mercato a una democrazia contraria la mercato. Ovvero: se le forme tecniche e capitalistiche (anti-sociali e anti-democratiche in sé e per sé) tendono a divenire forme sociali e politiche – come appunto oggi – la democrazia non può che soffrirne. E se oggi trionfa il populismo digitale (secondo Dal Lago) o 2.0 (secondo Revelli) dobbiamo ricordare che la storia del capitalismo è fatta anche di paternalismo imprenditoriale che era ed è una forma di populismo d’impresa. E se il partito politico fordista muore (ancora Revelli), rinasce il partito/movimento-azienda, personalizzato e verticalizzato e populista. Un partito gestito anch’esso in lean production, da qui la fast politics via rete/tecnica, perfettamente coerente e congruente con le necessità del sistema tecnico e capitalista di essere al massimo della velocità/accelerazione/flessibilizzazione di sé e per sé, producendo il minimo di conoscenza, riflessione, individuazione, consapevolezza e partecipazione democratica alla decisione (oggi appunto delegata alla tecnica). Si produce cioè quello che Roberto Finelli ha definito impoverimento del verticale (del rapporto dell’individuo con sé stesso e del corpo con la mente) e superficializzazione dell’orizzontale (della relazione tra individui umani) – in AA.VV, Alle frontiere del capitale, Jaca Book. Tutto però offerto - dallo stesso sistema che produce post-democrazia (Colin Crouch) o meglio, democrature/autocrazie e/o populismo e delega - come il massimo della libertà, dell’uno vale uno, della partecipazione dal basso, del popolo sovrano.

Ma torniamo al libro di Ziccardi, appunto: Tecnologie per il potere. Pregevole analisi dei modi con cui la politica usa le tecnologie e di come la tecnologia produce quella post-politica che le serve, aggiungiamo, per la propria riproducibilità tecnica. Il sottotitolo del volume è: Come usare i social network in politica, noi avremmo preferito: Come i social ci usano per la peggiore politica. Riassumeva forse meglio ciò che ci è rimasto dopo la lettura del saggio di Ziccardi - che si aggiunge ad altre sue riflessioni sulla rete, come Internet, controllo e libertà (2015) e L’odio on line (2016), anche questi editi da Cortina Editore. Un saggio che dà coerenza a tutte le nuove tecniche che vengono usate dal potere per il proprio potere, illustrandone il funzionamento persuasivo/pervasivo/manipolativo; ma che si offre soprattutto come un manuale per una possibile resistenza/autodifesa digitale - riprendendo una definizione ancora del Gruppo Ippolita.

Ziccardi parte ovviamente dal riconoscimento “dell’importanza centrale che ha assunto l’algoritmo in politica e del ruolo indispensabile che rivestono le analisi dei big data, le attività di profilazione e il trattamento automatizzato di enormi quantitativi di informazioni”. Per fini commerciali e per fini politici, dove “la capacità che ha un uso scorretto delle tecnologie di alterare equilibri elettorali e democratici è provata”, ma sembra che nessuno riesca o voglia davvero impedire questo uso scorretto; anche perché la velocità con cui si propaga sembra decisamente maggiore della capacità e della volontà del demos di riappropriarsi della propria sovranità, forse perché illuso che davvero con la tecnica uno vale uno, senza vedere che questa è solo apparenza o l’ombra sulla parete della caverna platonica del sistema.

Ziccardi è esaustivo. Parte dalla California degli anni ’70 per arrivare al big data, alla politica sullo smartphone, alle app, alle piattaforme e ai bot, alla fast politics, alla predictive analytics e alla psicopolitica digitale, passando per troll, echo chambers, fake news e compulsività dei tweet - che replicano oggi le vecchie tecniche di manipolazione pubblicitaria via parole/concetti-chiave ripetuti infinite volte, immergendoci “in una campagna elettorale permanente”. Soprattutto, la democrazia viene appaltata a società private a cui nulla importa della democrazia e della libertà (supra). Ne consegue - ma non può non conseguirne - che l’attenzione ai diritti auspicata a suo tempo da Stefano Rodotà, “diventa sempre più complessa in un ambiente che sembra volere, in ogni momento, sfuggire alle regole, anche per volontà di politici/comunicatori/influencer che spesso, dato il potere mediatico che hanno in mano, si sentono al di sopra di tutto: leggi, Costituzione, magistratura, Europa, divisione dei poteri”.

E allora riprendiamo una riflessione di Remo Bodei, citata da Ziccardi: “Occorre chiedersi se la democrazia esista ancora o non si viva già nell’età della post-democrazia che assume il volto del populismo, della smobilitazione e dell’infantilizzazione delle masse, dell’autocrazia elettiva, del conformismo, della degradazione della verità a semplice opinione e dell’inaridimento della facoltà di giudicare”.

Giovanni Ziccardi

Tecnologie per il potere.  Come usare i social network in politica

Cortina Editore

Pp. 255, € 16,00

Resistere e ancora resistere!

Lelio Demichelis

Si chiudono i porti, si vota il decreto sicurezza, si trattano come schiavi i raccoglitori di pomodori. La produzione di paura (e di razzismo) continua a ritmi industriali da vecchia produzione di massa, con la paura che è diventata un bene (o meglio: un male) di consumo politico. Un processo degenerativo che non riguarda ovviamente solo l’Italia e non solo l’Europa. I più sono oggi tesi a invocare l’uomo forte, o il Capitano (Salvini) per navigare fuori dalla crisi. Ma è un Capitano diverso da quello richiamato da Walt Withman per la morte di Lincoln, dove la nave erano gli States usciti dalla guerra civile (la nave ha superato ogni ostacolo, l'ambìto premio è conquistato/ vicino è il porto, odo le campane, tutto il popolo esulta/ mentre gli occhi seguono l'invitto scafo, la nave arcigna e intrepida) – perché oggi il porto non deve essere raggiunto altrimenti si fermerebbe la fabbrica della paura e del desiderio di autocrazia o di postdemocrazia – da mantenere a produttività crescente.

Le società occidentali invocano oggi non l’autorità (democratica) ma l’autoritarismo/populismo (Orban, Trump, Erdogan e Bolsonaro – e ovviamente Salvini) e l’autocrazia nel senso di un potere assoluto e personalizzato. Replicandosi e potenziandosi - dalla realtà virtuale alla realtà reale - la fascinazione per il potere verticale e de-sovranizzante anche se mascherato da orizzontale/partecipativo. Una forma di masochismo, direbbe Erich Fromm. Da qui il piacere di molti nel sottomettersi all’autorità. Ancora Fromm (1936): «Il piacere generato dall’obbedienza, dalla sottomissione, dalla rinuncia alla propria personalità, quel sentimento di ‘aperta dipendenza’, sono tratti tipici del masochismo»; «ognuno è inserito in un sistema di dipendenze verso l’alto e verso il basso; e quanto più in basso si trova un individuo tanto maggiori sono la quantità e la qualità della sua dipendenza da istanze superiori»; e ancora: «in una struttura caratterologica che contiene il masochismo, è compreso necessariamente anche il sadismo». Sottomissione e obbedienza all’autorità, nella totale rinuncia a se stessi, ma oggi non più per un ordine o per una ideologia, ma per un selfie sorridente accanto al potere. Forse aveva ragione Umberto Saba, quando si poneva la domanda (e che oggi non vale solo per l’Italia): «Vi siete mai chiesti perché l’Italia non ha avuto, in tutta la sua storia – da Roma ad oggi – una sola vera rivoluzione? La risposta – chiave che apre molte porte – è forse la storia d’Italia in poche righe. (…) Gli italiani vogliono darsi al padre, ed avere da lui, in cambio, il permesso di uccidere gli altri fratelli».

Ricordiamo poi che ciascuno degli autocrati/populisti oggi sulla scena e applauditi dal popolo come maieutica del cambiamento non mette in realtà in discussione la causa del disagio sociale e dell’impoverimento economico e relazionale che si vive nel mondo da trent’anni, ma la riproduce mascherando con l’anti-europeismo o l’essere anti-caste il proprio neoliberalismo. E l’obiettivo è sempre quello di far adattare la società alle esigenze dell’economia, anche se in altro modo rispetto alla destra e alla sinistra degli ultimi trent’anni. Sfruttando il fatto che il masochismo libera l’individuo (ancora Fromm) dall’angoscia in cui il sistema lo ha incatenato ancorandolo però a un potere forte del quale si sente parte e partecipe, dandogli l’illusione della potenza anche di sé.

Fine della lunga introduzione. Per arrivare a come fare resistenza. Ci aiuta – per l’analisi che compie e per un principio speranza che ci lascia dopo avere chiuso l’ultima pagina, facendoci immaginare di poter uscire da questo sadomasochismo popolare/populista quale ultima forma del neoliberalismo - un libro collettaneo curato e introdotto da Salvatore Palidda, docente all’Università di Genova e intitolato opportunamente: Resistenze. Un libro, scrive Palidda che cerca di mostrare, in altri modi e forme narrative, che esistono «legami diretti e indiretti tra l’aumento della ricchezza e della povertà, tra la potenza delle lobby finanziarie e lo sfruttamento senza limiti di carbone, petrolio, nucleare e dei vari altri prodotti inquinanti e cancerogeni, tra la produzione di armamenti e nuove tecnologie, tra la riproduzione delle guerre permanenti, le migrazioni ‘disperate’ e i disastri sanitari, ambientali e il rischio di distruzione del pianeta Terra». Un processo che quindi diventa «il fatto politico totale che caratterizza l’attuale epoca storica».

Eppure, «mentre molti – a parole – dicono di voler ‘correre ai ripari’, la quasi totalità delle autorità pubbliche e i dominanti di tutti i paesi non si adoperano in alcun modo per cambiare scelte e comportamenti dannosi, ma spesso si spacciano per ecologisti pur continuando ad aggravare i rischi». Non solo: «il governo della sicurezza che si pratica dagli anni Ottanta di fatto esalta solo le vittime del terrorismo e della criminalità per giustificare spese sempre più ingenti per la sicurezza di ‘comodo’, mentre occulta le morti per disastri provocati da attività criminogene legittimate da quasi tutti i governi perché assicurano profitti per i dominanti».

Ovvero, le politiche di produzione della paura (per attivare le conseguenti politiche securitarie-autoritarie), sono servite ad occultare i temi veri, sui quali si gioca invece la sicurezza ma soprattutto il futuro del pianeta. «La guerra in corso contro l’umanità e la natura» – si scrive nelle Conclusioni del libro - «si è accanita a partire dalla repressione brutale del movimento ‘altermondialista’ (…). La riproduzione delle guerre permanenti e del terrorismo foraggiate dai dominanti ha funzionato come una potentissima distrazione di massa che ha sfavorito le resistenze mobilitate per salvare l’umanità e il pianeta». Compresa forse, aggiungiamo l’offerta di una realtà virtuale/artificiale infinita e illimitata che ci ha fatto dimenticare/distrarre dalla realtà vera e dalle reali condizioni degli uomini e dell’ambiente minacciati da una volontà di potenza del tecno-capitalismo che - nichilisticamente – non si cura appunto della povertà generalizzata e crescente al pari delle disuguaglianze, né del riscaldamento climatico perché oggi, grazie anche alla rete, sa di poter estrarre valore da ogni cosa. Anche dal nichilismo irresponsabile che genera – e la ragione strumentale che domina il capitalismo, richiamiamo qui la Scuola di Francoforte, è quanto di più irrazionale possa esserci.

Nel libro vengono esaminati prima i processi di aggravamento dei rischi sanitari, ambientali ed economici a livello mondiale e le loro cause, dalla prima industrializzazione sino all’Antropocene (che anche Palidda propone di ridefinire più correttamente come Capitalocene), dai crimini contro l’umanità alla tutela dimenticata dei diritti fondamentali dell’uomo e dei doveri dello Stato democratico. Per poi passare ad analizzare una serie di casi concreti in diversi paesi (Italia, Francia, Spagna, alcuni paesi arabi, l’area euro-mediterranea nel suo complesso) – e le possibili resistenze.

Provando infine a immaginare appunto possibili alternative, «nella sperimentazione concreta della costruzione sociale di un governo dei rischi a partire dal livello microsociologico (…) sottolineando l’importanza cruciale di una costruzione ex novo dell’organizzazione politica della società a partire dal basso, dalle resistenze, dall’interazione di tutti i saperi [contro ogni forma di specializzazione/separazione], nell’interesse di tutti». Perché (ancora Palidda) «l’asimmetria di potere è oggi schiacciante, ma le resistenze si rinnovano e si diffondono. L’1% della popolazione mondiale dominerà sino a quando buona parte del restante 99% non sarà in grado di accumulare conoscenze e capacità di un agire collettivo».

Salvatore Palidda (a cura di)

Resistenze ai disastri sanitari, ambientali ed economici nel Mediterraneo

DeriveApprodi

Pag. 289

20.00

Come uscire dalle sabbie mobili del populismo

Lelio Demichelis

Cos’è il populismo e perché oggi sembra incontenibile e globale, dopo essersi affacciato in realtà ben prima della crisi del 2007? Le risposte sono molte perché molti sono i populismi e molte le cause che li hanno prodotti. Elenchiamone alcune, per approssimazione: per una nuova psicopatia sociale fatta di servo-padrone, di servitù volontaria/istinto gregario alla ricerca di un capo-branco, di conformismo e di effetto-rete, di inchino (o baciamano, per Salvini) al Grande Inquisitore; per l’incapacità della sinistra di resistergli dopo averlo prodotto con le sue politiche scellerate; perché sembra una valanga che trascina tutto a valle, o sabbie mobili che inghiottono la democrazia, la libertà, i diritti umani civili politici e sociali, l’idea di solidarietà e di umanità facendoci navigare non solo a ritroso verso una retrotopia (Bauman), ma verso una animalità ferina da stato di natura pre-contratto sociale, figlia di trent’anni di egoismo/egotismo neoliberale e di società della prestazione/competizione. Tutto però in nome del popolo sovrano, un popolo in realtà totalmente de-sovranizzato proprio dal populismo - molto più che dalle élite che dice di combattere.

Non dimentichiamoci poi che in questi ultimi trent’anni le élite e le classi dirigenti che Baricco critica su Repubblica hanno fatto solo ciò che tecnica e neoliberalismo chiedevano loro di fare: cancellare la società (che non esiste e non deve esistere, come sintetizzava Margaret Thatcher, perché esistono solo gli individui); trasformarla in mercato e tecnica e in innovazione/disruption incessante; rimuovere la democrazia se necessario perché, come sosteneva il neoliberista von Hayek, meglio una dittatura favorevole al mercato che una democrazia contraria al mercato, un principio oggi aggiornabile in: meglio un populismo pro-mercato che una democrazia contraria al mercato (e quindi, se non deve esistere la società può essere invece utile creare il popolo per proseguire il neoliberalismo, con altri mezzi). Detto altrimenti: il populismo potrebbe essere (è?) la risposta del sistema alla sua stessa crisi, dal contratto neoliberale Lega-M5S allo sfruttamento capitalistico dell’Amazzonia di Bolsonaro, alla ordoliberale legge sul lavoro di Orban. Creando cioè il tecno-capitalismo - è la sua grande abilità antropologica e psicologica - i meccanismi di compensazione emotiva necessari a ristabilire un certo equilibrio psichico (i social, le community e infine i populismi digitali/politici) per far sentire meno soli quegli individui prima de-socializzati e poi incattiviti perché potessero essere più performanti/innovativi per la volontà di potenza richiesta dal sistema.

Ma stiamo divagando. Per rispondere alla domanda iniziale occorre leggere con attenzione questo nuovo volume di Ferruccio Capelli – Direttore e animatore della Casa della Cultura di Milano dal 2000, nonché fine saggista – Il futuro addosso, dove appunto si cercano le cause del populismo ma soprattutto si cerca di ricomporle in un quadro coerente perché «serve uno sguardo a tutto campo della nuova grande trasformazione nella quale siamo immersi». Partiamo allora, tra i molti punti/spunti offerti da Capelli, dalla globalizzazione. Ricordando con lui che già a metà Ottocento, «due giovani tedeschi scrissero, in un Manifesto che diventerà celebre: “Tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria”». Una analisi che allora «sembrava ardita e visionaria», mentre «è una delle più stringenti caratterizzazioni della modernità». E se tutto è movimento – e una schumpeteriana distruzione (molta) creatrice (poco), oggi aggiornata in disruption (sempre) – occorre guardare anche alla tecnica, perché globalizzazione e innovazione tecno-scientifica sono processi che si sono «incrociati e sovrapposti sistematicamente». Ai quali va sommata «l’ideologia neoliberale che ha guidato l’attuazione pratica di questi processi», il neoliberalismo essendo l’ultima ideologia del Novecento e l’unica tracimata nel nuovo secolo: oggi forse in crisi, ma sicuramente «la più potente, l’unica a raggiungere diffusione e influenza globale».

Alla fine, come campi di ricerca scelti da Capelli, ecco gli effetti più evidenti di questa trasformazione: la disintermediazione prodotta dalle nuove tecnologie digitali (che riguarda la democrazia, l’economia, il lavoro e le relazioni umane); la solitudine (effetto inesorabile della morte della società e della socialità/solidarietà, ma anche delle trasformazioni del lavoro, ciascuno tuttavia oggi avvolto dall’illusione di una assoluta libertà e di un assoluto protagonismo di sé come imprenditore di se stesso, libero di scegliere quando e quanto lavorare); e lo spaesamento (la perdita delle grandi narrazioni del passato, che tuttavia hanno lasciato il posto alla grande narrazione di tecnica e neoliberalismo). Capelli analizza poi il concetto di istinto gregario, del populista come nuovo meneur de foule, di spazio pubblico/corpi intermedi e del loro logoramento prodotto dalla tecnica, della trasformazione della democrazia basata sulla rappresentanza in democrazia disintermediata (o forse, solo apparentemente disintermediata, l’intermediazione essendo oggi prodotta da piattaforme/social) nonché della insicurezza sociale, «vero terreno di coltura di quelle ondate di paura, di rabbia e di rancore che sono cavalcate con tanta spregiudicatezza dai vari populismi».

E ancora la rete, «che favorisce il protagonismo individuale ma spezza il sistema di mediazione», dove «vincono la folla e i nuovi leader autoritari» e nella quale «la discussione si fossilizza e si inasprisce. (…). Il dubbio e il confronto, ovvero i presupposti stessi di un atteggiamento e di un pensiero critico, vengono accantonati e depotenziati». Per non parlare del fake. Per cui la democrazia – scrive Capelli - è diventata una partita di hockey su ghiaccio: «gioco veloce, continui ribaltamenti di campo, scivoloni e risse sempre in agguato».

Tutto questo impedisce di guardare al futuro, di esercitare un doveroso principio di responsabilità e di precauzione, tutti arrendendosi alla pedagogia neoliberale e tecnica del non ci sono alternative e a un divenire (Capelli cita Rilke) dove il futuro entra in noi, per trasformarsi in noi, molto prima che accada. Una resa che è tuttavia perfettamente funzionale a ciò che noi definiamo il determinismo di tecnica e neoliberalismo per cui l’uomo deve solo adattarsi (meccanismo criticato anche da Capelli) alle esigenze della rivoluzione industriale e della divisione tecnica del lavoro. Ovvero: «il futuro incombe ma non è prevedibile e narrabile. Il passato è ridotto a passione erudita o ad acritica nostalgia. Il nostro orizzonte è tutto rinchiuso dentro (…) un presente in continuo movimento (…), la retorica dell’innovazione non lascia scampo».

Molti populismi, dunque, classificabili, secondo Capelli, in sei tendenze, variamente ricombinate/ricombinabili tra loro: nazionalpopulismo, populismo identitario, patrimoniale, antipolitico, mediatico, populismo per contagio. Ma con un di più: «il populismo, una volta insediatosi, tende a riprodursi e ad alimentarsi ulteriormente» e lo stile populista viene «imitato e riprodotto dagli altri competitori» politici – come il caso del populista Renzi.

Che fare, come uscire dal populismo, «un fenomeno politico pervasivo quant’altri mai»? Ripartendo – scrive Capelli – dalla battaglia delle idee («antica e nobile funzione di cui sembra si siano perse le tracce»), perché senza idee è impossibile ricostruire un pensiero critico che possa poi tradursi in azione politica. Una critica capace – riappropriandoci della possibilità e della capacità di praticarla - di mettere a fuoco e di governare democraticamente e in termini di giustizia sociale e di solidarietà anche con le future generazioni alcune questioni-chiave: il riscaldamento climatico, frutto perverso di una ideologia della crescita illimitata e «di un Prometeo scatenato che ha rotto ogni argine»; le migrazioni; le disuguaglianze; la disoccupazione tecnologica. Ma per questo, conclude Capelli, occorre imparare a pensare criticamente anche la democrazia e la libertà («svilita e impoverita dal neoliberalismo e dal postmodernismo»), «cambiando la scala delle priorità, ragionando su una nuova agenda». Recuperando – contro una trasformazione «trainata da automatismi che sembrano fuori controllo» - una visione umanistica del mondo: «Perché il futuro non ci rotoli addosso, ma si possa tornare a progettarlo e costruirlo».

Ferruccio Capelli

Il futuro addosso. L’incertezza, la paura e il farmaco populista

Guerini e Associati

Pag. 214

19,50

Come uscire dal labirinto della paura

Lelio Demichelis

Il labirinto di Cnosso (oggi, per analogia, il labirinto prodotto da neoliberalismo e tecnica e rete, da cui sembra altrettanto impossibile uscire, convinti come siamo che non ci sono alternative e che l’innovazione non si può fermare) era una costruzione leggendaria (oggi, invece, è realissima e concretissima) che, secondo la mitologia fu fatto costruire da Minosse a Creta (oggi, è il mondo intero) per rinchiudervi il Minotauro – mentre oggi, ma rinchiusi insieme al Minotauro-capitalismo-rete siamo tutti noi (con la gabbia d’acciaio weberiana o la società amministrata secondo i francofortesi come nuovo labirinto), sue vittime sacrificali come allora le giovani e i giovani ateniesi destinati a essere divorati dal mostro.

Se Arianna diede a Teseo un filo per permettergli di uscire dal labirinto dopo avere ucciso il Minotauro, oggi il tecno-capitalismo ha rimosso la figura di Arianna (cioè ha cancellato speranza e utopia, la rivoluzione e il riformismo, presentandosi esso stesso come speranza e utopia e democrazia e rivoluzione), per non farci uscire da sé. Le pareti che delimitano l’intrico di strade, piazze e gallerie sono così alte che ci impediscono persino di vedere il cielo (metafora di una consapevolezza superiore), la tecnica però consolandoci con una realtà virtuale che ci illude di uno spazio infinito e di una società della conoscenza o della consapevolezza. Ci comportiamo in realtà come robot impazziti o come criceti che corrono nella gabbia, messi incessantemente a un lavoro di produzione, di consumo, nell’industria culturale 2.0 e come produttori di dati. E anche la sinistra-Arianna+Teseo, che aveva cercato di uccidere o almeno di ammansire e democratizzare la bestia, si è rinchiusa nel labirinto e con il Minotauro convive entusiasticamente (in realtà è una Sindrome di Stoccolma).

Abbiamo riletto fin qui il mito del labirinto con qualche libertà, ma lo abbiamo fatto per arrivare a parlare del labirinto delle paure di cui scrivono Aldo Bonomi e Pierfrancesco Majorino nel loro saggio uscito da poco per Bollati Boringhieri. L’incipit di Bonomi è fulminante: “Nel labirinto ti prende la paura. Kafka la chiamava ‘la parte migliore di me’. Vero, per chi è in grado di farne una letteratura da trasformare in visione critica del mondo. Ma il nostro labirinto, da sociologia delle macerie, non induce coscienza di sé. Quanto più la paura non trova luoghi sociali di decantazione e di elaborazione emotiva – non è forse questa, la politica? – tanto più tende a trasformarsi in rancore e odio verso l’altro da sé”. Macerie sociali, dunque, esito di trent’anni di neoliberalismo e di rete – perché se la società non deve esistere, ma solo gli individui, alla fine, della società restano inevitabilmente solo macerie. O una modernità in polvere (ancora Bonomi) – è la modernità che distrugge un’altra volta se stessa – esito di una guerra civile molecolare che tanto somiglia allo stato di natura pre-contratto sociale.

Tutto questo – la paura, l’odio, il rancore, la rabbia, l’autoreferenzialità, la violenza - non nasce oggi, ma è l’esito di un accumularsi di paure e di disagio, di egoismo e di competizione dopo il crollo dell’impianto politico socialdemocratico dei gloriosi trent’anni, dopo il dilagare della globalizzazione neoliberale e tecnica, con i flussi immateriali dell’economia e della tecnica che hanno impattato e ancora impattano pesantemente e materialmente sui luoghi per cui, oltre la società del rischio di Ulrich Beck “il percorso della paura si è fatto infine rancore e razzismo”. Bonomi ha una lunga esperienza di racconto sociale di questi ultimi trent’anni, dall’analisi del capitalismo molecolare a quello personale, dalla città infinita alla comunità del rancore, dallo sfarinamento delle società di mezzo (inteso come “crisi del tessuto prepolitico della rappresentanza sociale e come sfarinamento dei ceti medi, cui si aggiunge oggi quello della forma partito”), dalle classi alle moltitudini (e dalla lotta di classe all’invidia sociale), tra vita nuda e nuda vita. E tra vecchio e nuovo leghismo e vecchi e nuovi territori.

Che fare? – vecchia domanda. Cercare un nuovo Teseo/eroe per sconfiggere il Minotauro sarebbe una “scorciatoia da politica-spettacolo e da memoria di una forma partito in crisi, che più che alla mancanza di leadership dovrebbe guardare alla perdita del radicamento sociale”. Occorre invece confrontarsi anche o soprattutto con quella questione delle migrazioni che non si risolve alla Minniti né con il ‘decreto sicurezza’ salviniano, ma “che è una cartina di tornasole della banalità del male contro l’altro da sé” in cui stiamo scivolando come su un piano inclinato. Bonomi chiude la sua analisi richiamando Mario Tronti e il guardare i volti, non rincorrendo i voti: “non più correre, ma camminare: trattenendo, rallentando, ritrovando il passo dell’uomo, sottomettendo il ritmo della macchina (i flussi) non per la decrescita ma per la con-crescita, tra il fuori e il dentro, tra situazioni ed esistenza, tra destino e libertà”.

La paura è affrontata da Majorino da un punto di osservazione più milanese (è assessore alle politiche sociali del Comune), ma guarda in alto e oltre, pur raccontandoci di una Milano povera e insicura e invisibile ai più e soprattutto invisibile dai giardini verticali e dall’alto del suo skyline – e dove la Casa della Carità di don Colmegna diventa invece un modello virtuoso di accoglienza, socialità e cittadinanza vera. Majorino ricorda un dato, impressionante: tra il 2012 e il 2013 “le strutture comunali avevano registrato un aumento del 300% delle domande ricevute da cittadini in difficoltà”; mentre in Italia la povertà, tra 2007 e 2014 è cresciuta del 119%. Il cambio di paradigma è stato drammatico, in termini economici e di senso della vita delle persone. Le destre rispondono e spiegano “con parole molto semplici che da questa fase di cambiamento ci si deve salvare. E offre una zattera”, dove però solo pochi (i salvati) possono salire, gli altri (migranti, profughi, diversi), ovvero i dannati, devono essere ributtati in mare. Una “zattera agghindata di richiami al passato e forse priva, a bordo, di una bussola”. Ma dove la guerra tra poveri – e che sia questa la bussola delle destre, dei populismi, dei sovranismi e di quel tecno-capitalismo di cui sono, aggiungiamo, l’ultima forma politica? – “è il progetto politico di chi vuole alimentare la fuga dall’identificazione delle responsabilità reali e dall’effettiva realizzabilità delle proprie promesse elettorali. Dividere gli ultimi (i migranti) dai penultimi (i ‘connazionali’ poveri) fa sì che questi non cerchino verso l’alto la causa del proprio malessere, ma la rovescino verso il basso”. La destra “andrà avanti nella sua capitalizzazione della paura e lo farà senza pudore, perché è la perdita di pudore che contraddistingue buona parte del pensiero, e quindi delle parole, di questa stagione”. E l’odio e la paura purtroppo seducono e oggi sono soprattutto virali. E la paura produce rancore, rafforzando la logica dell’amico-nemico. Dove il migrante diventa facilmente il capro espiatorio. Ancora, è la banalità del male di arendtiana memoria.

Che fare? – è la domanda anche di Majorino. Ripartire dalla politica, ma da una politica diversa, soprattutto a sinistra: rifacendo società, ripartendo dai valori, mettendo al centro l’ambiente sociale e naturale, frequentando “qualche salotto in meno e qualche sfruttato in più”, immaginando di nuovo un futuro possibile. Contro la paura serve tornare alla politica, cioè alla polis. O alla casa comune - secondo Majorino.

Aldo Bonomi e Pierfrancesco Majorino

Nel labirinto delle paure. Politica, precarietà e immigrazione

Bollati Boringhieri

pp. 159 € 15.00

Populismo giallo-verde. L’Italia ci riprova

Lelio Demichelis

Anche i sociologi amano la poesia. Personalmente, due sono i miei riferimenti – molto diversi tra loro ma anche molto vicini, vissuti in un tempo non lontano ma che oggi pare lontanissimo. Due poeti a cui mi rivolgo – aprendo i loro libri - quando il pessimismo della ragione sembra non lasciare spazio ad alcun ottimismo della volontà e i cui versi fotografano la nostra condizione umana meglio di una lunga analisi socio-politica. Fotografie che valgono per questo ultimo anno, ma anche per questi ultimi venticinque anni, da quando cioè gli italiani (e ora un po’ ovunque nel mondo) inseguono un populismo dopo l’altro in un rabbioso e incattivito auto-asservimento volontario ad un capo-branco-autocrate, immedesimandosi prima nella gente di Berlusconi, passando poi per il rottamatore Renzi e ora facendosi popolo adorante di Salvini. Sognando di fare la rivoluzione (almeno a parole: gli italiani in realtà sono antropologicamente conformisti e conservatori oltre che gattopardeschi), ma senza mai cercare di essere cittadini.

Il primo riferimento poetico è Giorgio Caproni. Con questi versi, tratti da Res amissa, libro del 1991: Da un pezzo me ne sono accorto./La ragione è sempre/dalla parte del torto. Oppure: Laida e meschina Italietta./Aspetta quello che ti aspetta./Laida e furbastra Italietta. Il secondo poeta (ma non solo) è David Maria Turoldo. E da Il grande male, libro del 1987, ecco alcuni estratti: Progresso non è/ quando scienza accresce/la tua dipendenza dalle cose:/progresso è solo/ quando spezzi/la tua schiavitù. E ancora: La mente di tutti/una lavagna nera…/Un groviglio di fili/senza corrente/i sentimenti/a terra. E infine: Ora nessuno sa/in quale direzione andare,/e tutti cercano una maniglia/nel vuoto./(…)/E continuano a urlare/ma nessuno sa cosa./(…)/E tutti nel feroce/invincibile sospetto/l’uno dell’altro…

Versi che vogliamo usare come introduzione a un ulteriore e doveroso ragionamento sul populismo, partendo dall’ultimo libro di Massimiliano Panarari: Uno non vale uno. Democrazia diretta e altri miti d’oggi. Dove l’Autore propone “un’analisi (e una decostruzione) delle narrazioni populiste e sovraniste, che si sono rivelate in grado di configurare il panorama egemonico delle idee ricevute (e assorbite) da quote rilevanti dell’opinione pubblica, e ci sono riuscite attraverso la veicolazione di una neolingua assertiva, manichea e dicotomica che vuole deliberatamente generare contrapposizioni”, azzerando il dibattito “mediante concetti basici ed elementari”, dopo che la lotta di classe è stata sostituita da quella per lo smartphone. Per Panarari (e noi con lui) il neopopulismo politico e sociale si coniuga perfettamente (ne è figlio) con le nuove tecnologie e con le retoriche e il determinismo tecnologico e neoliberale: il primo (che vive di individualizzazione falsa e di vera integrazione nell’organizzazione) sostenendo che l’innovazione non si deve fermare, né governare; il secondo, che la società non esiste, ma esistono solo gli individui – individui che tuttavia possono (devono) solo adattarsi a ciò che chiede loro il sistema tecnico e capitalista.

Panarari – con ottima sintesi – definisce i cinque miti di oggi, che si autoalimentano tra loro: Popolo (ormai sulla bocca di tutti, ma è un concetto molto scivoloso); Autenticità (“in virtù di uno dei primissimi paradossi postmoderni, la dilatazione e l’espansione dell’ego e l’aspirazione all’autorealizzazione di sé sono andate a braccetto con una sempre più spasmodica ricerca di ciò che è autentico”); Tecnologia (“i media non sono neutri, ma influenzano in maniera massiccia e incontrovertibile l’utente, sia dal punto di vista della forma mentis che della sensorialità”, perché la forma della tecnica – e qui torna di attualità Günther Anders, per il quale le forme tecniche diventano forme sociali - determina di fatto, come ricorda Panarari, “i contenuti del pensiero e le sue modalità di espressione”); Disintermediazione (parola-magica della rete e del populismo, fino alla sharing economy, ma falsa e dove in realtà i populisti “stanno avocando a sé una funzione di re-intermediazione” mascherata da disintermediazione; mentre il popolo della rete “si affida alle meraviglie del web convinto di avere ottenuto una sfera di libertà e una possibilità di azione illimitata, senza accorgersi” di consegnare se stesso ai giganti della rete e alla loro non percepita gerarchizzazione della conoscenza); e infine Democrazia diretta (con Davide Casaleggio che invoca il superamento della democrazia rappresentativa in nome non dell’uno vale uno come vuole far credere - e con lui gli anarco-capitalisti che sognano di trasformare la democrazia in un social network - ma della nuova delega della sovranità questa volta agli algoritmi e alla loro “algida algocrazia”, che vanno a costituire di fatto una nuova casta contro cui peraltro i populisti dicono di opporsi – ed è un altro dei paradossi della postmodernità, commenta Panarari).

Non solo. Panarari coglie perfettamente nel segno anche quando descrive l’attuale Zeitgeist: “compendiabile nello slogan lanciare il sasso e nascondere la mano. Che si tratti dei capi e degli imprenditori politici dei populismi postmoderni, piuttosto che dei creatori dei social network o di cantanti seguitissimi da eserciti di giovanissimi (e non solo), come vari rapper, ad accomunarli è l’idea di non avere fondamentalmente alcun obbligo morale rispetto alle conseguenze di quello che dicono e predicano. Sono, infatti, tutti leader dotati di grande potere di persuasione e influenza sulla società, che si presentano come privi di responsabilità collettive (o, per dirla eufemisticamente, non pienamente responsabili). Una sensazione di impunità-irresponsabilità a cui hanno contribuito i canali di propagazione dei loro messaggi, perché il web realizza in modo esponenziale e all’ennesima potenza la formula mcluhaniana per cui il mezzo è il messaggio. Dunque, anche il social medium è il messaggio”. E se la televisione aveva la funzione di rassicurare, “il web ha quella di eccitare gli animi” (funzione funzionale e pedagogica, aggiungiamo, alla società della prestazione) e allo stesso tempo “di confermare le opinioni degli utenti”.

E poi, ancora, la neolingua del populismo, di quello fisico e di quello virtuale: una neolingua “che si infila come una lama nel burro di un contesto di disgregazione dell’architettura liberaldemocratica dei sistemi politici e di regressione culturale e demobilitazione cognitiva. E che è riuscita nell’operazione di frantumare e frammentare il discorso pubblico in una molteplicità di campi (rigidamente monistici al proprio interno) che appaiono alla stregua di vasi non comunicanti, composti da gruppi tribalizzati e privati di quelle convenzioni (anche semantiche e linguistiche, appunto) indispensabili invece per produrre la convivenza pacifica e il rispetto dell’altro da sé”. Per cui, conclude amaramente Panarari, ma senza perdere l’ottimismo della volontà, “il neopopulismo postmoderno rappresenta, più che una fase transitoria, un cambio di paradigma della politica a tutti gli effetti, e la trasfigurazione – almeno in apparenza – senza ritorno della nozione illuministica di sfera e opinione pubblica. Cercare di averne consapevolezza è il primo, irrinunciabile passo, per orientarsi in questi tempi fuori di sesto, per dirla come Amleto”. Per provare a tornare “ad avere consapevolezza del fatto che l’uomo è un animale linguistico e sociale. Sociale, vogliamo ribadirlo, e non social”.

Massimiliano Panarari

Uno non vale uno. Democrazia diretta e altri miti d’oggi

Marsilio

Pag. 156, € 12.00

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