Il senso dei dati sulla lettura

Giovanni Solimine

Cosa sta accadendo nell’universo della lettura è questione troppo grande e intricata per poterla affrontare nel poco spazio di cui disponiamo in questa sede. Ma, per avvicinarci al fenomeno e cominciare ad osservarlo con attenzione, possiamo tentare un esercizio: provare a interpretare le ragioni per cui sta cambiando il modo di analizzare il fenomeno, di misurane le dimensioni, di considerarne le caratteristiche. Solo così potremo dare un senso ai dati, evitare di restarne disorientati e non cadere nei soliti luoghi comuni: “gli italiani non leggono”, “il libro di carta è destinato a morire”, “i nativi digitali”, e via banalizzando. Sia chiaro: in ognuna di queste affermazioni ci può essere un fondo di verità, ma le semplificazioni eccessive non giovano alla comprensione profonda di ciò che sta accadendo.

Procediamo con ordine. Quando furono diffusi i dati su acquisto e lettura dei libri in Italia nel 2017, assistemmo a una discussione tra chi enfatizzava gli aspetti positivi – per la prima volta, dopo anni, si assisteva a una inversione di tendenza e gli indici ricominciavano a crescere – e chi ostinatamente continuava a sottolineare che in Italia si legge poco, meno che in tutti gli altri paesi confrontabili col nostro. Ricordo che eravamo nel gennaio del 2018 e in tutte le discussioni, su questo come su qualsiasi altro argomento, era forte la contrapposizione fra chi voleva vedere ovunque i segni di una ripresa, frutto anche delle politiche praticate nel corso della legislatura che volgeva al termine, e i disfattisti – tra i quali potete includere anche chi scrive – o incontentabili. Come al solito, si ricorse alla metafora del bicchiere mezzo pieno, o mezzo vuoto, per individuare gli ottimisti e i pessimisti.

Piuttosto che dedicarci a questo giochino, la cosa più utile è guardare cosa c'era nel bicchiere. Dico questo perché una lettura ideologica dei dati statistici ci induce a cercare aprioristicamente la conferma degli aspetti positivi o negativi di cui vogliamo dimostrare la prevalenza. Mentre un'analisi corretta deve prescindere da questo tipo di filtro: infatti, in entrambe le metà del bicchiere ci sono dati che dovrebbero interessare tutti, chi è più fiducioso e chi è più preoccupato. Per spiegarmi meglio, potrei dire che nella metà piena ci sono alcuni dati economici e nella metà vuota alcuni dati sociali. Ognuno di noi è portato, giustamente, a prestare maggiore attenzione a uno o all'altro di questi aspetti. Ma non bisogna lasciarsi prendere la mano e non bisogna generalizzare. Tra i dati economici positivi c'è il fatto che il mercato librario nel 2017 è risalito, dopo anni di arretramento. È cresciuto come numero di libri venduti e come fatturato, quest'ultimo determinato anche da un aumento del prezzo di copertina (in media poco più di un euro). Non intendo assolutamente sminuire l'importanza di questa novità, che consente a editori e librai di tirare il fiato dopo anni di difficoltà acute. La loro sopravvivenza, il ritorno in molti casi a un segno positivo nei loro conti, sono aspetti fondamentali se vogliamo continuare a discutere delle cose di cui stiamo discutendo. Senza editori e senza librai, e senza gli autori ovviamente, non ci sarebbero i libri e quindi tutte queste analisi e queste discussioni non avrebbero senso. Ciò è anche il risultato della App18 voluta dal Governo Renzi? Probabilmente sì, anche se la percentuale di lettori tra i 18enni sembra che non stia aumentando e ciò avvalora l'ipotesi che in molti casi quel bonus sia stato merce di scambio (i giovani hanno comprato conto terzi o hanno semplicemente fatto il bagarinaggio con la loro card). Ma è troppo presto per trarre conclusioni e vedremo meglio i risultati nei prossimi anni. Comunque, pecunia non olet. E quindi, viva il bicchiere mezzo pieno e tanti auguri a editori e librai.

Ma nell'altra metà del bicchiere, in quella vuota, troviamo un dato di rilevanza sociale enorme e, per me molto grave: i lettori continuano a diminuire e siamo al 40,5%, cioè ai livelli del 2001 (la punta massima è stata raggiunta nel 2010 con una percentuale del 46,5). In otto anni di crisi abbiamo bruciato un decennio di piccolissimi passi avanti. Questo dato mi preoccupa, perché ci colloca in posizione di retroguardia in Europa (solo Grecia, Portogallo e Romania fanno peggio di noi). Sono pessimista o disfattista se sottolineo questo aspetto? 

Se tutti fossimo semplicemente più realisti guarderemmo entrambe le metà del bicchiere. E ne trarremmo alcuni insegnamenti utili.

Per esempio, dopo esserci illusi che la lettura fosse un fenomeno anticiclico, impermeabile alle congiunture negative, ed aver dovuto invece prendere atto che questa volta la crisi dei consumi aveva trascinato verso il basso anche i dati dell'acquisto dei libri, potremmo ammettere che la leggera ripresa delle vendite registrata nell'ultimo anno è dovuta non a una riscoperta della lettura ma al fatto che i lettori forti, appartenenti a quel ceto medio fortemente penalizzato dalla crisi economica, ora stanno un po' meglio e hanno comprato qualche libro in più. Se diminuiscono i lettori ma aumentano i libri venduti non c'è, a mio avviso, altra spiegazione.

E poi c'è un'altra considerazione da fare. L'obiettivo di una politica culturale dovrebbe essere quello di allargare il perimetro sociale dei lettori e ciò corrisponderebbe anche a ampliare e rafforzare un mercato in cui editori e librai potrebbero prosperare. Se ciò accadesse, andremmo tutti d'accordo, ottimisti e pessimisti, idealisti e realisti.

Non disponiamo ancora dei dati relativi al 2018, ma pare che le cose non stiano andando bene ed è assai probabile che l’anno si chiuda col segno meno.

Ma soffermiamoci per un attimo sul modo di calcolare queste statistiche: ricordiamo che le rilevazioni ci consentono di trovare ciò che stiamo cercando e la presentazione dei dati e degli indicatori, per quanto corretta, mette in evidenza alcuni aspetti e ne lascia in ombra altri. Si è sempre detto – lo abbiamo fatto anche noi qualche riga più su – che la maggioranza degli italiani non legge neppure un libro all’anno e infatti l’Istat sforna numeri secondo i quali i lettori da circa un ventennio si aggirano intorno al 40% della popolazione, con le oscillazioni di cui si è già detto. Ma per comprendere le statistiche è importante conoscere il quesito che viene posto agli intervistati e, di conseguenza, avere chiara l’idea di cosa significhi un dato: le percentuali che abbiamo riportato ora riguardano i lettori di libri nel tempo libero, aventi almeno sei anni di età. Quindi, stiamo parlando solo di lettura di libri (cartacei e non), ma non di giornali o siti web o altre forme di comunicazione scritta; e stiamo limitando la nostra attenzione a chi decide deliberatamente di leggere un libro nel tempo libero, per svago. Nel 2018 l’Istat ha inserito anche una nuova modalità di calcolo e ha rilevato anche la lettura legata alla scuola, allo studio, all’attività lavorativa e certe forme di consultazione che non si possono definire lettura vera e propria (ricettari di cucina, guide turistiche etc.): come per incanto, l’indice è schizzato al 60% circa. Ma in questo caso stiamo parlando di tutte le persone che hanno toccato un libro. Da ora in poi, gli ottimisti di cui sopra potranno affermare che il 60% degli italiani sono lettori, mentre i pessimisti potranno limitarsi a dire che legge solo il 40%. Avranno ragione entrambi: l’importante è intendersi.

Ma non si tratta solo di un artificio contabile. Non so quanto sia voluto, ma questo nuovo metodo di calcolo può dare un senso diverso alle statistiche sulla lettura. Infatti, anche a causa della moltiplicazione delle forme di espressione e dei canali comunicativi, può essere utile distinguere i consumi culturali non solo in base alle finalità (studio, tempo libero) o al contenuto (letteratura, musica, spettacolo etc.), ma anche in base alla varietà della veicolazione. È questo forse il senso che possiamo dare a questi dati, è questo il contenuto che essi ci comunicano. Per mezzo secolo l’Istat ha distinto in base alla motivazione e ha sempre considerato solo la lettura nel tempo libero, escludendo quindi quella per ragioni professionali e di studio, in modo da evidenziare chi “sceglieva” di leggere. Forse era giusto, perché nell’Italia degli anni Sessanta (le prime rilevazioni sono del 1967) e seguenti era questo un indicatore della crescita culturale del paese. Oggi, probabilmente, non è più così. E allora l’Istituto nazionale di statistica prova a mettere insieme tutte le tipologie di lettori – chi legge solo nel tempo libero, chi lo fa solo per ragioni legate allo studio e all’attività professionale, chi consulta un ricettario di cucina o una guida di viaggio, rivolgendosi quindi al libro strumentalmente in occasione di particolari eventi della vita, e chi utilizza i libri per più di una di queste motivazioni – perché probabilmente il dato che maggiormente interessa rilevare è il numero di italiani che utilizza la parola scritta, anche per distinguerlo da chi invece si rivolge a strumenti audiovisivi e all’universo digitale.

Questo è uno degli effetti delle trasformazioni in atto nel nostro orizzonte comunicativo. Forse l’effetto pervasivo di queste trasformazioni ha investito, in modo preterintenzionale, il modo stesso di considerare la lettura.

 

 

Che cosa vuol dire leggere oggi

Francesca Rigotti

Mi hanno dato ben 6.000 caratteri per svolgere il tema Che cosa vuol dire leggere oggi, ma mi rendo subito conto che non sono in grado di scriverli in maniera impersonale. Come si legga oggi non lo so con precisione: dovrei aver fatto una ricerca accurata sul tema e possedere competenze sociologiche che non ho.

Certo che mi arrivano segnali dall'esterno, ma vivendo da eremita tra paesi stranieri non ne colgo molti. Viaggiando tanto però, in treno e in aereo, cònstato con i miei occhi che i viaggiatori non hanno più in mano libri o giornali, se non sporadicamente: la stragrande maggioranza di loro manovra uno smartphone o un computer, raramente, molto raramente un tablet; quindi non legge caratteri ma guarda messaggi, anche se prevalentemente ascolta musica. L'unica cosa che so bene è che cosa vuol dire per me leggere oggi e di questo scrivo.

Sono una donna, una docente e una autrice di saggi nata nel 1951; vivo tra i libri da quando ho iniziato a leggere, a tre anni, nel 1954 (ne parlo più avanti), anche se sono nata e cresciuta in una casa senza libri e mi sono dovuta arrangiare da subito con prestiti tra amiche e compagne e soprattutto con le biblioteche. Ottimo sistema, il prestito pubblico, o la lettura diretta in bilioteca, che permettere di leggere tantissimi libri senza acquistarli, col doppio vantaggio di non spendere e di non riempirsi la casa. So che l'affermazione può scandalizzare: editori e librerie ne patiscono, e il lettore non possiede materialmente i libri che legge; molti non lo sopportano e dichiarano che loro i libri devono possederli per sentirsi bene, e mostrano con orgoglio le loro bibliotechine di casa o le distese dei loro palazzi con le stanze dei libri, come quelle di Massimo Cacciari. Io il problema non ce l'ho, non l'ho mai avuto e non so nemmeno come potrei soddisfare la brama di aver libri, se mai mi prendesse, col mio budget limitato e le nostre abitazioni di formato ridotto.

Leggo oggi di media dai 12 ai 18 libri al mese in inglese, italiano, tedesco, francese, libri di carta, pesanti, oggetti solidi da tenere in mano e sfogliare, che mi segnalano a che punto sono dallo spessore delle pagine a sinistra, quelle già lette, rispetto a quello delle pagine a destra, ancora da leggere. Libri di saggistica, prevalentemente, ma anche libri di narrativa, la sera e nel fine settimana. Questo per i libri interi; di fatto leggo molte più pagine di saggi scientifici, contributi a congressi, articoli di riviste e giornali, tesi, relazioni e lavoretti degli studenti (in forma mista, talvolta cartacea, talvolta elettronica), e poi, in rete, articoli, osservazioni, commenti, oltre alla impegnativa posta quotidiana.

Talvolta mi sembra che leggere sia la mia unica competenza, la più importante per la mia formazione e per la mia vita; una competenza imparata, senza accorgermene, da piccolissima. La leggenda familiare racconta che iniziai a leggere insieme a mia sorella maggiore – che oggi è affermata studiosa e docente universitaria a Caen, specializzata in letteratura italiana per l'infanzia e che si firma come Mariella Colin ma che allora era Mariella (Maria Rosaria) Rigotti – quando ella frequentava la prima elementare e io non andavo nemmeno alla scuola materna (che allora si chiamava asilo). A Natale del 1954, quando Mariella aveva sei anni e io tre, leggevamo entrambe speditamente.

Lessi da quel momento in poi tutti i caratteri stampati che trovavo; leggevo persino, ad alta voce, le pubblicità all'interno dei tram verdi e gialli di Milano, in braccio alla mamma, compiacendomi del fatto che la gente si meravigliasse (è uno dei miei primi ricordi). Lessi tutti i pochi libri per l'infanzia che c'erano in casa, lessi e rilessi fino a disfarli i volumi dell'Enciclopedia dei ragazzi (quegli strani “ragazzi mondadori” che né mia sorella né io capivamo chi fossero), per poi tuffarmi nella bibliotechina di quartiere che si trovava in un locale della scuola elementare, di mia sorella e poi mia, la scuola «Ariberto di Intimiano e Matilde di Toscana» in via Ariberto a Milano. Lì i libri mi venivano porti da sopra il bancone, cui non arrivavo, da una bibliotecaria molto simile alla signora Felpa di Mathilda di Roald Dahl; libri che io non “ordinavo” ma che la signora individuava come adatti e interessanti.

Poi, all'età di otto anni, mi venne in mente, non so come, di stendere un elenco degli autori e dei titoli dei libri che avevo letto fino a quel momento – erano ben settantasette -. Quell'elenco è continuato, svolgendosi lungo tre quaderni, fino ad oggi, quando la somma sta per toccare quota tremilacinquecento. L'elenco comprende esclusivamente e rigorosamente libri letti per intero, gli unici che hanno diritto a entrarvi; quelli di cui ho letto una parte più o meno lunga, un saggio, due capitoli ecc. non vi hanno accesso anche se sono infinitamente di più.

E oggi? Dal momento che in Italia è considerato lettore forte chi legge un libro al mese, penso di essere lettrice forte, fortissima, forzuta. Continuo a procurarmi i libri nelle biblioteche, alcuni ne acquisto, altri mi arrivano per recensione o in omaggio. Se li leggo sul tablet? No, ancora no anche se non penso che manchi molto. In viaggio e la sera romanzi; durante la giornata la saggistica, sul divano con la matita in mano ma più spesso alla scrivania per appuntare i passi che mi interessano su quaderni, una serie che a metterli in fila occupa parecchi metri di dorsi. Tutti schedati, datati e indicizzati. Appunto su quei quaderni gli spunti, le idee, le citazioni relative agli argomenti che sto seguendo in un dato periodo, tre o quattro, e che in genere mi servono per scrivere altri saggi o altri libri.

Se poi tutti questi libri, i miei e quelli degli altri, siano davvero indispensabili e importanti, francamente lo dubito. Tanto più che oggi sovente si usa la tattica di montare un libro intorno a una idea, magari interessante ma una sola, il che non basta. Un esempio, relativamente a un libro di narrativa letto di recente: The Goldfinch di Donna Tarrt, Il cardellino. Quasi ottocento pagine su una e una sola idea, la scomparsa di un piccolo dipinto di pittore olandese del Seicento durante un attentato. Tutto ciò è fuori misura e inadeguato e rivela la presenza di un'operazione commerciale di bassa lega e nemmeno tanto coperta. Terminato il romanzo mi sono consolata con Se una notte d'inverno un viaggiatore.

Se condivido con qualcuno le mie letture? No, me le tengo per me: è raro che mi capiti di parlarne con qualcuno ma non importa, leggere è una passione solitaria, sempre più solitaria. Se riesco a leggere in maniera rilassata e continuativa? No, o molto meno che in passato. Le lunghe ore ininterrotte dedicate alla pagina scritta sono un ricordo del tempo che fu anche per una lettrice tutto sommato di vecchia maniera. Le interruzioni sono frequenti e non sono quelle per andare in bagno o bere un bicchiere d'acqua e neanche per rispondere a squilli di telefoni ormai quasi inesistenti. Sono le note interruzioni del ping dell'e-mail o dell'SMS (non del contatto FB o Twitter o altro social network a cui ho scelto deliberatamente di non collegarmi per non cadere in nuove dipendenze).

Sullo Speciale Leggere oggi anche
Mario Marchetti, Leggere un inedito (per il premio Calvino)