alfadomenica aprile #2

PALIDDA sul G8 e la tortura - MELANDRI su LECLERC - SCOTINI e VANNINI sul Padiglione albanese a Venezia - RUBRICHE **

G8 GENOVA 2015: FRA IGNORANZA E FALSIFICAZIONI
Salvatore Palidda

Chiunque abbia una decente conoscenza, diretta o indiretta, di quanto successo al G8 di Genova non potrà che essere sconcertato dai diversi commenti dopo la condanna dell'Italia della Corte europea per le torture in occasione di quel nefasto summit. Ancor peggio è ciò che si dice sul prefetto De Gennaro, comunque difeso da Renzi, ma anche dall’on. Mucchetti e dal dott. Cantone (che farebbe bene a imparare a parlare di quello che sa, e non a difendere a spada tratta le "forze dell'ordine" dicendo anche una cosa molto grave: “sono popolari!”. Anche Mussolini e Hitler erano popolari, e poi dove ha misurato questa popolarità?).
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UN MALE SENZA NOME
Lea Melandri

Anticipiamo qui la prefazione al libro di Annie Leclerc Della Paedophilia e altri sentimenti, in libreria in questi giorni per la Malcor D' edizioni (2015), pp. 109, 14,00.

Le cose a cui non riusciamo a dare un nome è come se non esistessero. Lo stesso si può dire per passioni, esperienze essenziali dell’umano che per la loro ambiguità sembrano destinate a rimanere impensabili, e di conseguenza private della condizione necessaria per essere dette. Nella maggior parte dei casi, il silenzio che fa sprofondare l’io in se stesso è, paradossalmente, coperto da un grande clamore e da manifestazioni evidenti di ciò che non può essere mostrato.
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MONUMENTO, BIOGRAFIA e POTERE. IL PADIGLIONE ALBANESE A VENEZIA
Intervista di Elvira Vannini a Marco Scotini curatore del Padiglione albanese

Direi che dietro il progetto Albanian Trilogy c’è piuttosto Foucault, quello genealogico. La storia non garantisce il ritrovamento di qualcosa. Anzi mostra terreni friabili lì dove avremmo pensato croste non scalfibili, moltiplica i rischi, distrugge le protezioni illusorie, non recupera le radici della nostra identità ma, al contrario, le disperde, le disgrega. La venerazione del monumento diventa parodia, il documento rivela la propria sostanziale ambiguità. I tre scavi filmici di Lulaj nel socialismo di Hoxha sono presentati a Venezia in forma espansa: mettono in discussione il dispostivo museale, i depositi della storia, le narrative legittimanti del presente, il ruolo di testimone degli spettatori.
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GIOCO (E) RADAR - CAMBIO DI PARADIGMA, ALCUNE ANNOTAZIONI di Marco Giovenale

Qualcosa di molto vicino a un cambio di paradigma ha iniziato a prodursi nella scrittura oltre mezzo secolo fa. Molte certezze che si avevano o si pensava di avere su elementi di stabilità e coesione (struttura) del testo inteso come tessuto sono state a dir poco intaccate, e in certi casi si sono rivelate estranee sia alla formazione intellettuale dei contemporanei sia ai modi possibili di costituzione della pagina.
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SEMAFORO di Maria Teresa Carbone

DEFAULT - FOTOGENIA - LETTERATURA
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COORDINATE - AMERICA LATINA di Francesca Lazzarato

Pioniera assoluta della cucina mediatica (esordì in televisione nel 1952, undici anni prima di Julia Child), Doña Petrona è stata un personaggio di grande importanza nella cultura popolare del suo paese, come ci conferma un brillante saggio appena pubblicato da Capital Intelectual: Delicias y sabores. Desde Doña Petrona hasta nuestros días
, della sociologa Andrea Matallana, che attraverso la figura della famosa cuoca analizza il peronismo degli anni '50, le trasformazioni della famiglia e del ruolo femminile, l'avvento e l'influenza della televisione.
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Un male senza nome

Lea Melandri

Anticipiamo qui la prefazione al libro di Annie Leclerc Della Paedophilia e altri sentimenti, in libreria in questi giorni per la Malcor D' edizione (2015), pp. 109, 14,00.

Le cose a cui non riusciamo a dare un nome è come se non esistessero. Lo stesso si può dire per passioni, esperienze essenziali dell’umano che per la loro ambiguità sembrano destinate a rimanere impensabili, e di conseguenza private della condizione necessaria per essere dette. Nella maggior parte dei casi, il silenzio che fa sprofondare l’io in se stesso è, paradossalmente, coperto da un grande clamore e da manifestazioni evidenti di ciò che non può essere mostrato.

Tra le parentele insospettabili, e perciò indicibili, vi è senza dubbio quella tra l’amore per i bambini e il desiderio sessuale dell’adulto che si spinge fino ad abusarne, tra la parola “paedophilia” -in greco: attrazione per il bambino, dove il sesso ancora non compare- e il corrispettivo “pedofilia”, che ha finito per designare solo una questione di sesso.

Il libro di Annie Leclerc nei suoi contenuti, ma si potrebbe dire nella sua stessa lenta costruzione - fatta di note, aggiustamenti continui, rimasti nel cassetto fino alla pubblicazione avvenuta dopo la sua morte ad opera dell’amica Nancy Huston - è il tentativo appassionato e coraggioso di dare un “nome”, o quanto meno un tratto riconoscibile nei suoi “infiniti segreti”, a un sentimento “inscritto nel destino comune dell’umanità”, in cui si mescolano fino a confondersi la bellezza, l’amore e la violenza. L’adorazione del bambino, per ciò che esso rappresenta - la beatitudine dell’infanzia, la sconfitta della morte, la benevola protezione dell’adulto - accomuna tutti, ma con esiti diversi: può risvegliare gioia, vita e al medesimo tempo pulsioni distruttive, di morte.

Difficile individuare il confine tra la voracità dei baci, dei teneri abbracci di una madre, di un “corpo a corpo” che passa attraverso la bocca, e il desiderio del pedofilo che nella resa, nella malleabilità e impotenza del bambino “esplora il suo potere sul mondo”, distruggendolo e insudiciandolo a suo piacimento:

“… sventra il suo orsetto di peluche, cava gli occhi alla sua bambola. Ispeziona la sua forza e realizza il suo piacere fatto di crudeltà inconsapevole e sovrana.”

Ma chi è disposto a riconoscere che ci sono modi diversi di ricadere nell’infanzia, strade opposte per rivivere la “vertigine” dell’originaria fusione con la madre, Orchi e Orchesse che possono “mordicchiare” le carni fresche di un bebè “senza fargli il minimo danno”? Persino la domanda -se si possa parlare d’amore per il bambino anche per il pedofilo - sembra “inammissibile”. Ciò che non si vuole e non si può considerare è che “tali disastri possano essere generati dall’amore stesso”, che l’adorazione della vita che si rigenera nel nuovo nato si accompagni alla voglia di distruggerla.

Ciò che lascia senza parole è dover ammettere che vita e morte, tenerezza e violenza, così come le abbiamo conosciute finora, si danno inspiegabilmente intrecciate. Se è facile togliere umanità al predatore di bambini, esercitare su di lui la propria “rabbia sterminatrice”, non lo è altrettanto portare lo sguardo sul sentimento ambiguo che lo porta a tornare in modo così devastante sull’infanzia e su se stesso.

“C’è modo e modo di ricadere nell’infanzia. Quella del pedofilo consiste nel riattivare l’investigazione infantile e arcaica della propria forza sulle spalle dell’infante, il suo oggetto amato, adorato, perduto: se stesso. Ci mette la sessualità che non può indirizzare altrove, vecchio bambino terrorizzato dalla potenza irriducibile dell’adulto, mantenuto al di qua della coniugazione dei desideri, che gioisce sotto il tavolo, all’insaputa dei grandi, come altre volte, nell’intimità della sua tana. Egli gioisce anche di una vendetta feroce, arreso senza dubbio al tempo in cui, in segreto, cercava senza sapere, senza parole, senza riferimenti, l’emozione incomparabile del sesso...”

L’esplorazione del sesso si può dire che comincia per il bambino con le tracce che lasciano, prima l’indistinzione e poi l’estrema vicinanza col corpo della madre: un corpo - scrive Elvio Fachinelli (Il bambino dalle uova d’oro, Feltrinelli 1974) - “che lo tocca, lo accarezza, lo nutre, lo fa sobbalzare, lo tratta con delicatezza oppure no, con esitazione oppure no; un corpo che gli comunica caldo, freddo, equilibrio, squilibrio, pressione, contatto, odori, ritmo, suono..”. Questa esperienza precoce, destinata a lasciare alcune “linee fondamentali” nel bambino come corpo desiderante e comunicante, avviene nel momento della sua maggiore dipendenza e inermità rispetto al corpo che lo ha generato, un corpo che poteva dargli la vita o la morte, accudimento o abbandono.

La ricerca dell’oggetto del suo desiderio, anche se nessuno verrà a sbarrargli la strada, deve fare perciò i conti con un iniziale vissuto di passività e impotenza, su cui calano con la pesantezza di un incontestabile ordine del mondo, da una parte la benevolenza degli adulti verso l’infanzia, dall’altra il segreto chiuso dentro la camera dei genitori. Annie Leclerc, che ha conosciuto la “confusione”, la “disfatta”, il “disordine”, lo smarrimento prodotto su di lei bambina da un’aggressione sessuale, sa quanto il “silenzio” possa ricomparire, improvviso, inaspettato, e riportare chi ha già cominciato il suo cammino a una sorta di infanzia immobile, pietrificata. È alla bambina violata, tradita nella sua fiduciosa consegna alla benevolenza dell’adulto, che va restituita la parola e, prima ancora, l’ascolto.

“Questo genere di silenzio, d’impossibilità di dire, è la regressione al fondo dell’infanzia ed è il nettare dei lupi. Questo silenzio può durare una vita intera. È una cosa atavica, legata all’infanzia, una povera sottomissione triste e arresa alla forza raddoppiata dell’adulto, del maschio prestigioso (…) una debolezza che infragilisce, un’onta vergognosa, un mutismo che spegne ogni possibile parola. E’ il silenzio del bambino aggredito sessualmente. È il non detto dell’aggressione mortale contro il bambino, il non detto rintanato da qualche parte nel termine ‘Paedophilia’.”

“Vai, dico io alla piccolina ancora atterrita nella sua pietosa afonia, non è mai troppo tardi, fai uno sforzo, cerca di spiegare le cose dal tuo punto di vista e perché non ti sei salvata, e perché non hai gridato, e perché non hai raccontato, e perché ancora oggi bisognerebbe strapparti la lingua per tirarti fuori il nome di quelli che hanno cercato di importi a forza ciò che tu non volevi. Perché no, tu non volevi, vero? No, no, io non volevo.”

L’uscita dal silenzio è di per sé la prova che la violenza subita non è stata delle più distruttive e che, “affondato in se stesso”, l’Io è riuscito comunque a portare in salvo una “verità” difficile da stanare altrimenti. Ciò che il “mutismo” di anni ha trattenuto, costretto a dimorare nell’oscurità di un cassetto – note e aggiustamenti ripetuti - è la domanda a cui nessuno vorrebbe rispondere:

“Com’è possibile che gli adulti siano in grado di infliggere a bambini che sicuramente amano, così tanti supplizi? Dovremmo dire che non sono più sotto l’influenza di Paedophilia?”

In modo più esplicito, ciò significa chiedersi se “anche” i pedofili amano i bambini, se non è proprio il loro attaccamento all’infanzia, l’impossibilità di spostare altrove il loro oggetto d’amore, a farli apparire -c ome nelle favole - lupi, orchi, “enormi bambini mostruosi, testardi, furiosi, che credono stupidamente che si possa trattenere la beatitudine di un tempo per ingestione”. Per aver voluto andare al cuore del problema, con la certezza che “i mezzi per pensare l’impensabile li abbiamo” - dalla comune passione per i bambini, al desiderio sessuale, alle tracce in noi di infanzia oltraggiata -, il libro di Annie Leclerc ha condiviso la sorte di tutte le grandi verità o svelamenti, portati alla luce solo dopo la scomparsa dei protagonisti. Troppi gli intrecci inquietanti, troppe le ambiguità e i segreti di quell’amore particolare che riguarda i bambini - protettivo e divorante, tenero e rabbioso, adorante e distruttivo -, troppi gli sbarramenti culturali e sociali per mantenere chiusa col suo segreto la camera dei genitori e intoccabile l’ordine che vi si è costruito sopra. Con una scrittura capace di una liricità intensa e di affondi inaspettati in ciò che resta di “impensabile” della vita psichica, Leclerc smaschera innanzi tutto la “rabbia sterminatrice” di quelli che urlano contro i pedofili:

“Niente di meglio per sedurre, far acquistare carta igienica, pesce surgelato, detersivo, cioccolato, automobili, niente di meglio per inebriare, far perdere la testa, distoglierci dalla pena di vivere che questi piccoli angioletti bombon che ci vengono serviti in tutte le salse. Nello stesso momento in cui si leva il grande clamore contro i pedofili, si vende, si prostituisce dappertutto l’infanzia.”

“Passione flagrante a tutti gli angoli della strada, a tutte le curve e i tornanti del cammino, manna inesauribile di cui si ingrassano tutti i mercanti del Tempio, per i quali Paedophilia non ha segreti.”

Subito dopo è il turno dei “pedofili delicati”, gli intellettuali, “gli analisti dell’umano”, che in nome di una malintesa idea di libertà sono pronti a vedere nei pedofili “gli esecutori devoti” del desiderio del bambino, la risposta a ciò egli “oscuramente cerca”. Contro i “sacerdoti della divorazione”, Leclerc non nasconderà di avere il dente avvelenato.

Ma dove la sua analisi sorprende per originalità interpretativa, per accostamenti trasgressivi, è nel descrivere le ragioni del silenzio, il segreto che, paradossalmente, finisce per avvicinare la vittima e l’aggressore. “Terrorizzati” entrambi, sia pure per motivi diversi, dalla legge che regola l’ordine del mondo - la porta chiusa della camera dei genitori, il credito di benevolenza riconosciuto agli adulti più vicino alla crescita del bambino - se tacciono non è per vergogna dell’aggressione sessuale, subìta o agìta, ma perché la loro parola potrebbe suscitare “un inferno insospettabile”: vergogna di aver visto ciò che non si deve vedere, di svelare che si sa più di quanto si dovrebbe sapere.

Manifestare l’orrore dell’aggressione sessuale vuol dire, da un lato classificare alcuni adulti come “disumani”, mettere contro di loro gli altri, “dividere la madre in due, spezzare la famiglia in quattro”; dall’altro, entrare in una “solidarietà inquietante” con l’individuo ripugnante che custodisce lo stesso segreto e forse le stesse paure rispetto alla legge degli adulti. Provoca angoscia smentire la “legge della benevolenza”, dentro la quale si vorrebbe restare “come un feto nel ventre di sua madre”, disintegrare la vita quotidiana, seminare zizzania e odio, ma anche consegnare il carnefice al disprezzo di tutti, alla polizia, alla prigione. Agli amici “libertari” del ’68, che vedevano nel pedofilo un “agente benevolo” del godimento del bambino, allo psichiatra che dichiara in televisione di considerare l’incesto un prolungamento dell’amore dei genitori, e come tale “meno traumatizzante” di altre aggressioni sessuali, Annie Leclerc risponde con un’altra verità, che fa luce sui segreti della devozione per i bambini.

“Come non vedere che la pedofilia incestuosa rappresenta l’espressione più pura della pedofilia, quella dalla quale dovrebbe partire qualunque riflessione sulla questione, per comprendere in cosa consiste la più tremenda tra le pratiche sessuali dell’adulto, quella soprattutto più devastante per il bambino?”

Nella sua matrice più sottile e più discreta, la pedofilia come perversione non è dunque lontana quanto si crede dalla Paedophilia, l’adorazione del “bambino divino” a cui l’umanità intera si inchina, in cerca di salvezza e di eternità. Al centro resta la scena iniziale della vita, la nostalgia dell’armoniosa unità a due tra il figlio e la madre, prima di ogni separazione. Ma subito dopo viene l’ “ordine” che la storia e la cultura vi hanno costruito sopra, e che può rivelarsi una “trappola”, quando qualcuno prova a sovvertirlo, “un male senza nome”.

“Tutta la pedofilia è contenuta in questa incommensurabile violenza che consiste nello sprofondare il bambino laddove ordini chiari diventano confusi, nell’associarlo col silenzio al suo boia, nel disorientarlo al punto di annientare il senso che ha di sé.”

alfadomenica febbraio #3

MELANDRI su RELLA – MORELLI su JAZZ e PROSA – GIOCO(E)RADAR di GIOVENALE – SEMAFORO di CARBONE – RICETTA di CAPATTI 

LA VIOLENZA DEL NEUTRO NELLA POLITICA, NELLA FILOSOFIA E NELLO SPAZIO ESTETICO
Lea Melandri

Che cosa c’è di più “politico” del pensiero, dal momento che l’atto fondativo della polis, come ci insegna Bachofen e tutta la cultura greco-romano cristiana rimanda al “trionfo del principio paterno”, “potenza incorporea che si eleva al di sopra della vita materiale” e della “femmina”, rimasta a rappresentare la terra, cioè la materia di cui siamo fatti?
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QUESTO L'HO SUONATO DOMANI 
Paolo Morelli

All’epoca in cui frequentavo i musicisti jazz, il modo di raccontare quella musica era unanimemente considerato enfatico e verboso, anche estenuante. In cima alla classifica della noia c’erano le «storie del jazz», che già cominciavano ad essere più di una. Ricordo una discussione al riguardo con Joseph Jarman e Don Moye, si parlava e ci si passava a mo’ di frisbee un volume di Francis Newton, tanto che il libro che ho ancora ne ha risentito parecchio.
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GIOCO (E) RADAR #5 - ASEMIC WRITING
Marco Giovenale

Alla scrittura asemantica o meglio asemic (in inglese, “asemic writing”) si è fatto già cenno nel primo intervento sul glitch, inquadrandola come una sorta di linguaggio disturbato, interrotto, spezzato davanti allo sguardo del lettore un momento prima dell’approdo al significato. (Al significato, non al senso).
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SEMAFORO di Maria Teresa Carbone

Differenze - Fortuna - Tabù
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RICETTA di Alberto Capatti

Abbiamo già avuto modo di esaminare titoli di ricette strambi o sconclusionati. Ne aggiungo uno tratto da La cuoca di famiglia edito fra Venezia e Trieste nel 1876.
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La violenza del neutro nella politica, nella filosofia e nello spazio estetico

Lea Melandri

Che cosa c’è di più “politico” del pensiero, dal momento che l’atto fondativo della polis, come ci insegna Bachofen e tutta la cultura greco-romano cristiana rimanda al “trionfo del principio paterno”, “potenza incorporea che si eleva al di sopra della vita materiale” e della “femmina”, rimasta a rappresentare la terra, cioè la materia di cui siamo fatti? Perché stupirci se, dopo aver cancellato la sua matrice biologica e averla inglobata nella sua “creazione”, la ragione vincente le si fa incontro come “una forza che agisce dall’esterno, senza darsi a vedere”? Una volta fatta propria la visione maschile del mondo, era inevitabile che la “tentazione del neutro” non risparmiasse neppure le donne. All’inizio del Novecento scriveva Sibilla Aleramo:

Finora l’uomo ha creato, la donna no… La donna s’è accontentata di questa rappresentazione del mondo fornita dall’intelligenza maschile. E di tutto ciò che ella parallelamente intuiva nulla, o quasi, ha mai detto agli altri, perché, purtroppo, nulla o quasi ha mai detto a se stessa (…) In realtà io non mi esprimo, non mi traduco neppure: rifletto la vostra rappresentazione del mondo, aprioristicamente ammessa, poi compresa per virtù di analisi (…) Come liberarmi? Bisognerebbe che mi ascoltaste come se io sognassi…

Il dualismo corpo/pensiero, natura/cultura, individuo/società, ecc.- attraversa ugualmente la vita di uomini e donne, ma non è la stessa cosa portare le cicatrici di una scissione così violenta nella propria individualità e nella storia del proprio sesso, e avervi dato proiettivamente corpo e figura, come è invece il caso della donna, messa a rappresentare il “nulla”, “la materia”, “la sessualità”, o l’Io migliore dell’uomo. Quando è il corpo a essere guardato, con tutto il carico di identità, ruoli, attitudini che gli sono state attribuite per “natura”, la differenza tra i sessi salta agli occhi immediatamente. Maggiori resistenze si incontrano quando è il pensiero a ripiegarsi su se stesso, anche se lo fa criticamente e con particolare radicalità, come nell’ultimo libro di Franco Rella, Forme del sapere. L’Eros, la morte, la violenza (Studi Bompiani 2014).

In compagnia e “dialogo continuo” con gli autori che ha amato e che lo hanno “introdotto al pensiero”, Rella torna – quasi “una sorta di riepilogo”- sui temi che hanno occupato la sua ricerca, in una vicinanza così stretta con la vita da poter essere letti come un profilo autobiografico. A essere interrogate, infatti, con l’andamento ellittico di tutti i suoi libri – “ripercorrendo tratti già percorsi, per poi dilatarsi progressivamente allargando il suo orizzonte (…) o per stringersi a focalizzare un punto preciso”- non sono solo le “forme del sapere” che gli sono più famigliari - la filosofia, la letteratura, l’arte - ma la scrittura stessa, l’ossessione e il pathos che la muove, quasi fosse, come è stato per Kafka, l’unica possibilità di vivere, di entrare in rapporto col mondo esterno e il mondo interno, con i fantasmi e le voci che abitano dentro di noi.

Uno scrittore scrive. Ma cosa e perché scrive?(…) Mentre avanzo nella scrittura di questo testo, che sta diventando un libro, mi rendo conto che questo tema, la scrittura, l’ossessione della scrittura e il suo pathos, sta fin dall’inizio sullo sfondo di ciò che sto cercando di sdipanare.

Penetrare il “segreto dell’ossessione che muove il filosofo e il poeta o il narratore a impegnarsi in un estenuato, talvolta terribile e pericoloso, confronto con il linguaggio”, è stato - dice Rella - il fine sottostante al suo vagabondare tra filosofia e letteratura, ma è in questo ultimo libro che il tema si allarga fino a includere altri ed essenziali interrogativi: il rapporto della scrittura con l’Eros, la morte, il potere, la forza, la violenza, e in ultima analisi la politica. L’attenzione è, come sempre, ai poli opposti del dualismo e al pensiero che li ha visti di volta in volta intrecciarsi, confondersi o farsi la guerra, “attraversando” perciò sia l’Eros che la morte, l’amore come sogno di ricomposizione armoniosa e la cancellazione violenta di una inquietante, angosciosa radice mortale.

Se la violenza e l’esercizio di un potere che ha preteso di impadronirsi del mondo “rigenerandolo”, al di fuori dei suoi vincoli biologici, sono già presenti nel distacco che la coscienza, il linguaggio, la cultura, le istituzioni hanno prodotto rispetto all’animalità - come “luogo della caducità e della morte”, dell’ “orrida casualità”- che cosa differenzia l’arte, la letteratura e la filosofia dalle logiche del dominio?

Oggi – scrive Rella - anche nelle pratiche artistiche e nella filosofia sembra dominare “una volontà neutralizzante”, il che porterebbe a pensare che il Leviatano si annida anche nei luoghi più insospettabili. Questo si può dire delle filosofie che hanno sacrificato il corpo e l’individuo nella sua interezza per innalzare un Io identificato astrattamente con l’Umanità in generale, e che così facendo si sono rese sostegno e complici della potere politico. Altra è la modalità con cui la forza, il potere e la violenza abitano lo spazio estetico, le grandi opere della letteratura, dell’arte e la filosofica critica che se ne occupa.

Le opere d’arte sono ciò che resiste a questa omologazione, a questa neutralizzazione (…) La poesia apre al possibile mettendo in questione il reale, apre all’impossibile mettendo in questione il possibile (…) una testimonianza che viene dai territori dell’esilio.

L’arte chiude in sé, come un tempo anche il mito, mostri. Sono i mostri che comunque possiamo agire contro l’immane mostro del potere, contro il Leviatano, il quale sembra non poter mai essere sconfitto. Eppure è attraverso le parole che le arti e le filosofie ci hanno insegnato che possiamo parlarne, metterlo in questione. Sono queste parole che ci hanno convinti a non essere complici.

L’opera d’arte “disgrega e riorganizza la vita”, ma per non ricalcare le forme note del potere politico ed economico, non deve lasciarsi tentare da una “falsa aberrante totalità”, e neppure dal desiderio di trasformare “una scia di immondizie” - gli orrori, i mali del mondo- in “pochi segni perfettamente puri”. Ciò che impedisce all’arte e alla scrittura critica di farsi complice dei valori dominanti – scrive Rella - è mantenere la tensione tra Eros e morte, la dimensione “tragica” della vita e del pensiero, intendendo la morte sia come “l’impronunciabile degradare dell’organismo di fronte alla propria distruzione”, sia come cancellazione del corpo e delle passioni che lo attraversano. Per dare parola alla verità “impresentabile” e “indicibile” che vive nell’ombra dei saperi dati - il “paesaggio preistorico” che abita in ognuno di noi - occorre una scrittura capace di scendere negli interstizi dell’opera, osare scheggiature, silenzi, interruzioni, fino al frammento e al balbettio. Una scrittura – per citare Kafka - che entri nella nostra vita come una “catastrofe”, una forza d’urto contro i luoghi comuni e i valori dominanti. Lo stesso vale per il saggio, la scrittura critica che a sua volta disgrega e riorganizza il senso dell’opera, modificandola e modificandosi.

Il pathos presente in ogni pagina di questo ultimo libro di Rella lo avvicina, più dei precedenti, alla “nudità” del vissuto che la scrittura - sua e degli autori amati - va ossessivamente cercando, facendone quasi una malattia o una religione. Particolarmente drammatica è la tensione tra ciò che si agita nell’ “ombra” del pensiero - “l’aculeo velenoso della morte”, “il verme del niente”, “la palude del nulla”- e il sentimento contraddittorio di sofferenza e gioia entro cui nasce la scrittura anche quando narra l’orrore e la morte. Lo stesso si può dire degli interrogativi inquietanti che riguardano l’ “io che racconta”.

In tutto questo c’è felicità, comunque e di qualsiasi cosa si scriva, anche dell’orrore e del male e del nulla. C’è felicità ma anche inquietudine. L’ombra ritorna. Ho spento il computer. Lo schermo si rabbuia, e io divento opaco. L’opacità è prossima all’angoscia.

Scrivere è in primo luogo un atto egoistico, un gesto che separa e isola chi scrive dagli altri. I libri sono figli del silenzio, della notte, della solitudine. Una conversazione tra amici o anche tra amanti non è, rispetto all’opera, che diversione e dispersione. Possibile che questa solitudine, questo egoistico chiudersi in se stessi nell’inseguimento dei propri fantasmi non generi nel solitario un senso di colpa?

Del lettore si dice nel libro che ripercorre e traduce dentro di sé la “trama” che l’altro gli ha steso davanti. Che si tratti di un’opera d’arte o di un saggio, il movimento è sempre lo stesso: scombinare, ridurre a frammenti e ricomporre creando nuovi intrecci, nuovi significati. Da lettrice che segue da anni con grande interesse il pensiero di Rella, mi verrebbe da dire che questo è il suo scritto più “personale e politico”: sia per i tratti più o meno esplicitamente autobiografici, riguardanti il pensiero e la scrittura, sia per il confronto tra le forme del sapere diventate parte della sua vita, o la sua vita stessa, e la politica.

Quello che non viene detto – per non dire rimosso - è che la “tentazione del neutro” non riguarda solo la politica, l’economia, le scienze o il platonismo persistente in gran parte della filosofia. La neutralizzazione, come idea generalizzata dell’Umano, non cancella solo il corpo e l’individuo, ma anche la loro appartenenza a un sesso o all’altro, e il diverso destino che la storia vi ha costruito sopra. Partendo da questa consapevolezza, portata allo scoperto dal femminismo, anche l’interrogativo su quale potere e violenza passino attraverso lo spazio estetico – confrontato con altre forme di sapere - si fa più radicale e più critico.

Identificata col corpo, a cui l’uomo ha dato nomi e forme, esaltata immaginativamente e, al medesimo tempo, consegnata all’insignificanza come soggetto della storia, la donna ha conosciuto un duplice “esilio”: dal suo corpo, in quanto tale, e dal corpo “femminile” creato dall’immaginario dell’altro sesso. In un articolo pubblicato sulla rivista “Lapis”, (n.30, marzo 1996), Paola Redaelli scrive:

Nell’ombra c’è dunque il corpo femminile, con tutte le connotazioni fantastiche e simboliche che questo nome e questo aggettivo portano con sé. Queste connotazioni sono tali per cui noi spesso non sentiamo, non ci rappresentiamo il corpo femminile come nostro, ma come qualcosa che è in noi e costantemente ci minaccia di diventare noi stesse, tutta la nostra identità. Fuori dall’ombra c’è invece la parola scritta, quella che ci difende, perché ci crea, dalle fastidiose parole corpo femminile.

Quanto “violenta” possa essere per una donna che voglia tentare “creazioni di spirito anziché di sangue” questa navigazione tra Scilla e Cariddi, è già nella definizione che Virginia Woolf da della “mente androgina” come modello di “mente superiore, perfettamente fertile e creatrice”, nel saggio Una stanza tutta per sé:

Ma qual è lo stato d’animo più propizio all’atto della creazione, mi domandavo (…) la mente dell’artista, per poter realizzare il prodigioso sforzo di liberare nella sua totalità l’opera che si trova in lui, deve essere incandescente, come deve essere stata la mente di Shakespeare, congetturavo guardando le pagine di Antonio e Cleopatra. Non ci deve essere in essa nessun ostacolo, alcuna materia estranea che non sia interamente consumata.

E più esplicitamente Sibilla Aleramo nel Diario di una donna:

Questa mia sotterranea, seconda vita (…) Questa corrente tacita di pensieri e di sentimenti…è questa che lui vorrebbe io traducessi in poesia, violentandomi, disumanandomi, forse uccidendomi? Questo fa lui sopra di sé, ma lui è uomo e non ne muore.

Rorida potenza sorta in me, per sovrapporsi a me, per sopravvivermi (…) Quell’immagine ch’io creavo pareva via via cancellarmi dalla vita.

L’Eros che si accompagna alla morte nel processo di differenziazione del pensiero dalla sua radice corporea, ha dentro la violenza invisibile – e per questo più insidiosa- della parola che ha preteso di riportare su di sé i due poli ancora indistinti della dualità, attraverso una sorta di “rigenerazione” o di “nominazione creaturale”. Scrive Antonio Prete in Chirografie (edizioni di barbablu, Siena 1984):

Questa nominazione creaturale è soltanto una parodia. Eppure l’astratto esercizio del verso custodisce i sogni di tutto ciò che la lingua ha scorporato, o difeso, o posseduto

Mia madre raccontava, nelle sere di luna, di sua nonna che da ragazza aveva ballato, morsa dalla tarantola, il ballo di San Paolo. Un passaggio di vento portava le sue parole tra le foglie degli ulivi. Ma la voce si posava sulle palpebre del mio ascolto, sulle pagine dei mie libri: rigo immaginario a partire dal quale sale e discende l’intonazione dei versi, bianco silenzio che accerchia la parola e ne misura il tempo.

Affinché il sogno di armonia trovi “nuovo vigore” nel verso, è necessario che “avvenga la consunzione dell’oggetto nella luce della parola”. La donna, madre o amante, ispiratrice dell’opera poetica è un “Tu privo di volto” eppure “causa di affanno amoroso, privo di lingua, eppure ragione della lingua”. Il rapporto che il poeta intrattiene è con questa “figura cancellata” e con il suo “impossibile ritorno”.

Se da un lato si dice che il poeta deve abbandonarsi a “sensazioni vive”, disporsi in modo tale da lasciar parlare la natura dentro di sé, dall’altro sembra che questo corpo senziente debba eclissarsi per dar modo alla parola poetica di diventare essa stessa “il corpo del poeta, la sua voce, il suo sguardo, il principio della sua identità”.

Mi chiedo se non venga da questa “morte” simbolica –e purtroppo spesso anche materiale-, che un sesso ha inflitto all’altro, il sentimento angoscioso con cui il pensiero ha guardato finora al suo “altrove”, vedendolo come “il nulla”, “la palude”, “la solitudine”, “il silenzio”, “il senso di colpa”.

La politica, inutile dirlo, è lontana anche da queste profonde, sensibili contraddizioni.

Bibliografia:

J.J.Bachofen, Il matriarcato, Einaudi 1988.
Lea Melandri, Come nasce il sogno d’amore, Rizzoli 1988 (Bollati Boringhieri 2002)
Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, in Per le strade di Londra, Garzanti 1974.
Paola Redaelli, Tra Scilla e Cariddi, in “Lapis”, n.30, marzo 1996.
Antonio Prete, Chirografie, edizioni barbablu, Siena 1984.

Questo articolo è comparso anche su www.zeroviolenza.it

alfadomenica novembre #2

HEATH sulla SOVRADIAGNOSI - MELANDRI su FACHINELLI - COLUCCI e MORELLI su GADDA - CARBONE Semaforo - CAPATTI Ricetta

SOVRADIAGNOSI: QUANDO LE BUONE INTENZIONI INCONTRANO GLI INTERESSI COSTITUITI
Iona Heath

Sostenuti dalle reti degli imperativi finanziari e dai conflitti di interesse, la sovradiagnosi ed il sovratrattamento hanno pervaso la medicina contemporanea ad un livello preoccupante e sono oggi profondamente radicati nei sistemi sanitari in tutto il mondo. Essi hanno permeato ed inquinato l’industria farmaceutica e quella delle tecnologie mediche, gli organi normativi, la pratica clinica, i sistemi di pagamento, l’elaborazione delle linee guida ed i sistemi sanitari nazionali. Sono la causa di un quantitativo sorprendente di sprechi e di danni.
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L'ATTUALITÀ INATTUALE DI ELVIO FACHINELLI
Lea Melandri

Una delle ragioni dell’oblio che è caduto sulla figura di Elvio Fachinelli, nonostante le sue analisi sulla modificazione dei confini tra individuo e società, natura e cultura, inconscio e coscienza, siano oggi più attuali che negli anni ’70 e ’80, va cercata proprio nell’originalità di una ricerca che ha contrapposto fin dall’inizio “prospettive impensate” alla “tragica necessità del dualismo”. Convinto che l’“insubordinazione”, la “rottura pratica delle regole imposte” fosse “il cuore di ogni politica”, Fachinelli non poteva ignorare gli effetti rovinosi della dialettica che ha spinto gran parte della specie a ricorrere a dicotomie astratte e a mantenerle in vita una volta esaurito il loro valore simbolico.
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GADDA E I MODI ALTRUI
Dalila Colucci

Editi a un anno di distanza, nonché diversi per vocazione strutturale (miscellanea l’una, monografica l’altra), tali volumi possono pensarsi come un dittico, i cui apporti complementari ricostruiscono appunto lo spettro della caleidoscopica autodefinizione di Gadda per immagini e modi altrui, osservata attraverso la specola d’eccezione del Pasticciaccio. A partire da quest’ultimo, le pagine di Un meraviglioso ordegno e della Galleria interiore dell’ingegnere restituiscono un’esperienza estetica molteplice.
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GADDUS, IL GIGANTE
Paolo Morelli

Tutte le costanti stilistiche della duttilità, l’alternanza di registri, l’«oltranza linguistica» così come la «smania deformante» nonché la danza celebre e frenetica di bipolarità di soluzioni linguistiche, sono rilette da Giorgio Patrizi come spia accesa e fiammeggiante, anzi, dell’autentica necessità espressiva d’un «senso morale alto e risentito», quasi un titanismo morale si può dire.
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IL SEMAFORO di Maria Teresa Carbone

CRISI - PARADISO - SCHIAVITÙ
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LA RICETTA di Alberto Capatti
Il panino: L’autore è Luigi Veronelli cui da fine gennaio 2015 sarà dedicata la mostra Camminare la terra nella Triennale di Milano.
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L’attualità inattuale di Elvio Fachinelli

Lea Melandri

Pubblichiamo un estratto da L'attualità inattuale di Elvio Fachinelli (ipocpress, 2014). Il libro, a cura di Lea Melandri, riunisce saggi di Ambrogio Cozzi, Fabio Fiorelli, Manuela Fraire, Nicole Janigro, Romano Màdera, Lea Melandri, Antonio Prete, Antonello Sciacchitano.

Una delle ragioni dell’oblio che è caduto sulla figura di Elvio Fachinelli, nonostante le sue analisi sulla modificazione dei confini tra individuo e società, natura e cultura, inconscio e coscienza, siano oggi più attuali che negli anni ’70 e ’80, va cercata proprio nell’originalità di una ricerca che ha contrapposto fin dall’inizio “prospettive impensate” alla “tragica necessità del dualismo”. Convinto che l’“insubordinazione”, la “rottura pratica delle regole imposte” fosse “il cuore di ogni politica”, Fachinelli non poteva ignorare gli effetti rovinosi della dialettica che ha spinto gran parte della specie a ricorrere a dicotomie astratte e a mantenerle in vita una volta esaurito il loro valore simbolico. La scoperta dei “nessi” che ci sono sempre stati tra un polo e l’altro – la sostanziale inscindibilità del soggetto umano – delinea, fin dagli anni ’60, quello che sarà il percorso inconfondibile della sua “avventura” teorica e pratica, le “nuove strade” che veniva proponendo contemporaneamente alla psicanalisi e all’agire politico. (…)

Sul rapporto individuo e società, psicanalisi e politica, Fachinelli ritorna più volte negli scritti giornalistici e nelle interviste, che coprono circa un trentennio: un materiale prezioso che non può essere considerato solo un’appendice dei suoi libri. Se con la fine dei movimenti non autoritari degli anni ’70 – la rivista “L’erba voglio”, il movimento giovanile del ’77, le radio libere, ecc. – la ricerca condotta nell’ambito della relazione analitica sembra prendere il sopravvento sull’impegno politico, la lettura che Fachinelli stesso dà di questa “svolta” conferma che l’orientamento iniziale non è cambiato. Compito della psicanalisi resta la domanda “cosa sia l’uomo” – l’attenzione verso ciò che non è noto, l’inatteso, il sorprendente; il suo fallimento storico: “non essere riuscita a intervenire, se non occasionalmente, nei luoghi in cui si forma l’individuo socializzato”. (…)

Attualità e inattualità, presente e passato, continuità e imprevisto, intelligenza personale ed elaborazione collettiva, non ubbidiscono a “passaggi meccanici”, il rimando reciproco non è quello di causa-effetto o del discorso lineare, ma dei “movimenti improvvisi”, della frattura. A tenerli insieme è la possibilità della “ripresa” aperta a nuove, impensate soluzioni. L’esigenza antropologica che porterà Fachinelli negli anni ’80 ad esplorare strati percettivi e cognitivi della mente tenuti ai margini, disconosciuti, perché sentiti come “minacciosi per l’Io ben individualizzato”, non è la rinuncia al suo precedente impegno politico ma la sua estensione.

“… sono sempre diviso tra l’interesse per ciò che mi passa accanto in un preciso momento e un uso più profondo, più personale e intenso del tempo. Vorrei dire quasi un uso solitario.” (…)

L’ “estatico”, inteso come “la possibilità di uno sguardo dilatato, una visione più ampia e più profonda di noi stessi, un’esperienza a cui partecipa tutto il corpo”, è meno distante di quanto si potrebbe pensare da quella “passione dell’uomo”, da quella “molteplicità di manifestazioni di vita umane” di cui parlava Marx, e che Fachinelli rimprovera alla tradizione marxista di non aver saputo cogliere. La “gioia massima”, che Freud aveva rifiutato sentendola come eccessiva e pericolosa, richiama non a caso la categoria del desiderio che compare negli articoli del ’68-’69, a proposito della “dissidenza giovanile” e del movimento non autoritario. (…)

La critica che Fachinelli aveva fatto alla società dei consumi negli scritti del ’68-69 parte da un presupposto analogo a quello che lo porta ad attaccare con particolare durezza tutte le istituzioni che promettono sicurezza in cambio di subordinazione, obbedienza, passività, “perdita di sé come progetto e desiderio”, non esclusa la Società di psicanalisi, “fortezza burocratica” che forma e seleziona “analisti senz’anima”, “personalità smussate, arrotondate, senza spigoli”. Contro la dipendenza, la passività attendista, che risorge come risposta all’isolamento e al senso di impotenza riattivando necessità elementari – sopravvivenza, nutrizione, calore –, il richiamo è sempre all’individuo, all’assunzione di responsabilità in prima persona, al “viaggio” che porta a ritrovare all’interno di se stessi un “patrimonio comune” di esperienze, di sogni, di risorse vitali insospettate.

Anche in quella singolare “conversazione conoscitiva” che è l’analisi, dove “c’è uno che parla il più liberamente possibile e uno che sta a sentire”, ci sono esperienze personali variamente stratificate che emergono per entrambi gli interlocutori, in modo imprevedibile, sia pure “a tempi spostati”, “per sincopi”, senza un vero dialogo. Psicanalisi e marxismo, assolutizzando l’una l’infanzia e la vita del singolo, l’altro i rapporti di produzione, hanno finito per diventare due ideologie e svuotare di senso l’unico luogo – l’intelligenza personale – da cui far ripartire ogni volta la relazione con se stessi e col mondo. Il rapporto individuo-società, tempo lineare della storia e tempo soggettivo fatto di salti e imprevisti, filo conduttore dell’inesauribile curiosità intellettuale di Fachinelli, ritorna in una trasmissione radiofonica del 1989, l’anno della sua morte. Il riferimento è a Freud e ai fenomeni collettivi, ma vi si può leggere quella che è stata la più profonda convinzione di tutta la sua ricerca. (…)

Ma se sono i libri a scavare il solco di un pensiero che si va sempre più approssimando a un’armonia col corpo e con i limiti mortali di ogni vivente, la produzione ininterrotta di scritti giornalistici e interviste che li accompagnano da prova di una sfida altrettanto sorprendente: portare le estreme regioni dell’Io a sconfinare nei territori del mondo cosiddetto “civile”, interrogare il geroglifico sociale con i “residui notturni” che ormai lo abitano indisturbati. Per uscire dalle astratte contrapposizioni dualistiche, che hanno portato la politica a separarsi sempre più dalla cultura e dalla vita, l’uomo ad accanirsi con sostituti artificiali contro la natura, non bastava far riemergere ciò che è stato escluso, valorizzare ciò che è stato rifiutato o disconosciuto. Era necessario andare all’origine della costruzione dualistica, dire perché e come ha potuto diventare una “tragica necessità”.

Pur senza affrontare direttamente la vicenda dei sessi, il posto che ha occupato storicamente la potenza virile e tutto ciò che è stato costruito in opposizione ad essa, è la polarità maschile-femminile che compare inaspettatamente a far da nesso tra la vita politica e le scoperte della pratica analitica. Sono ancora una volta due scritti che, sia pure diversi per il tema affrontato e lontani nel tempo, a portare allo scoperto la matrice sessuale della dualità: Destra e sinistra: una coppia simbolica esaurita (1981), Conversazioni sull’estasi (1989). I termini politici di “destra” e “sinistra” – ma lo stesso si può dire di tutte le dicotomie simboliche che, pur cambiando di sostanza e figura, hanno avuto un ruolo fondamentale nella storia – rimandano alle definizioni opposte e complementari del maschile e del femminile, ma soprattutto mostrano chiaramente che uno dei due poli deve la sua marginalità e il suo disconoscimento a quello vincente. La “rivincita”, quando è costruita dall’interno e in analogia col modello dominante – un disvalore trasformato in valore – non può che andare incontro a uno scacco. È una delle ragioni dei tanti errori della sinistra politica, ma anche, mi verrebbe da dire, di quella parte del femminismo che ha pensato di sostituire “l’ordine simbolico della madre” a quello del padre, genealogie di un sesso a quello dell’altro. (…)

All’origine delle scissioni che conosciamo, tra corpo e pensiero, individuo e società, attività e passività, destino dell’uomo e della donna, c’è sempre l’impostazione maschile, la “potenza virile”. La minaccia di un ritorno all’originaria indistinzione col corpo materno si può pensare che abbia reso necessario per l’uomo alzare barriere, fortificare i confini di un Io incerto, fermare lo sguardo sulla sua individualizzazione e soprattutto salvaguardare la sua civiltà da ogni possibile contaminazione con il femminile. Ma quando ciò che è parso “necessario” non è più tale, lacerazioni e contrapposizioni violente possono lasciare il posto a “una visione più profonda di noi stessi”, a una “capacità di gioia” prima sconosciuta, all’intreccio di ciò che prima appariva irrimediabilmente contrapposto. (…)

Con la scoperta dell’“estatico” Fachinelli ha aperto una breccia nella “roccia basilare” di fronte a cui si era arrestato il viaggio del primo “conquistador” dell’inconscio – il rifiuto della femminilità e di tutto ciò che l’immaginario maschile vi ha deposto sopra. Ma ciò che più conta è aver visto in quella “gioia massima” che viene dal rivivere, sia pure in alcuni momenti eccezionali, la fase iniziale della vita, la possibilità che è data a tutti, uomini e donne, di prendere su di sé modi del sentire e del conoscere che sono stati finora considerati “naturalmente” femminili e in quanto tali rifiutati o privati di valore. La recettività, il dono, la cura, l’accoglimento della caducità come sorte del singolo e limite necessario di tutti i viventi, sono l’oggetto delle riflessioni accorate e lucide degli ultimi scritti giornalistici e delle ultime interviste.

Freud, Rilke e la caducità (1989), Il dono dell’imperatore (1989) parlano, indirettamente, della vicenda personale, dell’avvicinamento a una morte annunciata, ma sono non a caso anche gli scritti di massima apertura verso il mondo, la ripresa delle prospettive impensate che erano già emerse nell’ “innamoramento collettivo” del ’68, nelle “nuove istituzioni d’amore” tentate da una generazione “adolescente, indecisa, staccata o renitente rispetto alla realtà produttiva dei paesi d’occidente” (12), protagonista di una rivoluzione destinata, come il desiderio, a ripresentarsi nel futuro. (…) Per due grandi indagatori della felicità, come Freud e Fachinelli, le strade dell’individuo e della collettività, dell’inconscio e della storia, sono evidentemente inseparabili.

L’erba vorrei. Lea Melandri

Vorrei. Dell' "erba voglio" si dice proverbialmente che non cresce neppure nel giardino de re. Eppure c'è stato un tempo, una stagione "breve, intensa ed esclusiva", in cui è comparsa nei luoghi più impensati: dalla scuola alle fabbriche, agli interni di famiglia. Tra gli anni '60 e '70, nella fase di massima espansione della società dei consumi, che prometteva cibo in cambio di una dipendenza incondizionata, due "soggetti" tenuti per secoli ai margini della storia - i giovani e le donne - hanno dato prova di una straordinaria "creatività generativa", destinata a cambiare il volto della politica e dell'idea stessa di rivoluzione.

Con loro hanno fatto ingresso nella polis le categorie del "desiderio" e della "felicità", guardate con sospetto dalla sinistra parlamentare ed extraparlamentare perché ritenute meno materialistiche di quella del bisogno, e hanno aperto prospettive inedite al "tragico" dualismo che ha diviso e contrapposto privato e pubblico, individuo e società, natura e cultura, destino del maschio e della femmina. Elvio Fachinelli, originale interprete del '68, in un articolo uscito sui Quaderni piacentini nel febbraio dello stesso anno, così definiva il "desiderio dissidente": una "diversa logica di comportamento rispetto al reale e al possibile, contrapposta alla logica del soddisfacimento dei bisogni fino allora dominante".

Il desiderio e la dissidenza oggi sembrano essersi inabissati nella bocca vorace di una civiltà che, pur dando segni di visibile decadenza, macina ogni segnale di cambiamento, ogni forma nuova di socializzazione, ogni sapere che non sia funzionale alla sua conservazione. Il venir meno dei confini tra vita e politica, anziché portare all'evidenza i nessi, che ci sono sempre stati, tra due poli astrattamente divisi dell'esperienza umana, sembra aver prodotto un amalgama difficile da districare, ma proprio per questo destinato a muovere resistenze, prese di distanza individuali e collettive.

A lasciare aperta la speranza è ancora una volta la lettura che Fachinelli fece dell' "utopia" di Walter Benjamin: "esigenze radicali", di cui si può dire che rappresentino in un particolare momento storico il "possibile attualmente impossibile", e che per questa stessa ragione si ripropongono nel tempo a venire, chiedendo risposte e soluzioni. Che la crisi economica sia anche la crisi di un modello di sviluppo e di una civiltà che ha avuto come protagonista unico il sesso maschile, che la sessualità sia parte essenziale non riconosciuta della vita pubblica, dei suoi poteri, della sue istituzioni, dei suoi linguaggi, sono acquisizioni oggi presenti nelle coscienze di uomini e donne, più di quanto la generazione del '68 potesse immaginare. Il "primum vivere", che viene dalle teorie e pratiche originali del femminismo, trova paradossalmente nell'orizzonte chiuso di chi dice di non avere futuro, la sua spinta più forte e più convincente.

Chi ha seguito un'altra logica, un altro ritmo, non può fallire e scomparire per sempre. Attualità e inattualità, presente e passato, continuità e imprevisto, intelligenza personale ed elaborazione collettiva, non ubbidiscono a "passaggi meccanici". Il rimando reciproco non è quello di causa-effetto e del discorso lineare, ma dei movimenti improvvisi, della frattura. A tenerli insieme è la possibilità della "ripresa" aperta a nuove, impensate soluzioni. Non resta che sperare che la logica del desiderio, come la "passione" di Marx, la spinta ad autorealizzarsi da parte dell'uomo, lavori sotterraneamente, da vecchia talpa, e torni a sorprenderci, quando meno ce lo aspettiamo.

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L'erba vorrei cresce anche nel giardino del re... Dal 2 agosto ogni giorno le voci dei collaboratori di alfabeta2 esprimeranno un  loro desiderio. Ogni sogno resta sogno perché troppo poco ancora gli è riuscito, si è compiuto. Perciò esso non può dimenticare ciò che resta, in tutte le cose mantiene la porta aperta [Ernst Bloch].

Su alfa+più potrete seguire anche il Festival del film di Locarno (dal 6 al 16 agosto) con le Lettere helvetiche di Ilaria Bussoni. Vi proponiamo infine le 31 ricette di Alberto Capatti per una estate alfasensoriale.