L’erba vorrei. Cristina Morini

«Vorrei andarmene, adesso. Vorrei uscire da questa torre, dal palazzo, si capisce. Qui, chiusi a soffocare, a sopravvivere a noi stessi, ripiegati sulla noia, a fare tutti i giorni una cosa che non ha senso e non può piacere.

Staccarsi, invece, riconoscendo i disagi e i moti che ne conseguono sia nel senso della fuga che in quello della resistenza. Superare d'uno balzo gli scogli organizzativi, mettendo in luce altri desideri. Rifiutare la logica produttiva per ritrovare se stessi, dando il massimo valore ai momenti improduttivi».

Una cosa dimenticata, rimossa, è la possibilità di lasciare un lavoro. Vorrei ripristinarla. Lavori tristi e deprimenti, inutili ma da tenere da conto, curati, vezzeggiati e tirati a lucido come fossero straordinarie occasioni. Si lavora per pochi soldi, tra pagamenti rimandati e miseri, spesso addirittura inesistenti. Eppure si ringrazia perché pare sempre che il discrimine stia tra l'avere un lavoro ed essere schiavi, oppure l'essere liberi e morire di fame. Va abbandonata questa idea, affinché possa emergere una soggettivazione.

Va abbandonata la paura di lasciarsi tutto alle spalle, ripudiando gli anni consumati nella paura, nella consuetudine e nell'eterno apprendistato, inventando un altro modo di essere. Solo a queste condizioni si potrà trasformare un linguaggio da maschera alienata, imposto da una precarietà disumanizzante che ci allontana gli uni dagli altri, in offerta di dialogo indirizzata all'autenticità e alla riscoperta dell'essenza, che spinge verso i simili, che cerca costantemente la coalizione e favorisce la rivolta.

Riprendo le parole di Maurizio Lazzarato, allora: “La rottura soggettiva espressa dal rifiuto del lavoro resta imprescindibile per l’azione politica” e “la pretesa di fondare una nuova politica non può prescindere da uno scontro con il capitalismo e le sue leggi”. Perciò, vorrei che imparassimo a rifiutare di “essere assegnati a una funzione, a uno ruolo a un’identità prefissati dentro e tramite la divisione sociale del lavoro. Un operaio, un artista o un lavoratore cognitivo sono esattamente la stessa cosa: delle assegnazioni”. E rifletto, e invito a riflettere, su quanto scrive Jason Read e cioè su come assurdamente “lottiamo per la nostra servitù come fosse la nostra salvezza”.

Drammaticamente, in fondo a noi stessi, continuiamo, contro ogni evidenza, a ritenere che l’attuale sistema economico finirà per cambiare opinione, ci ricompenserà per i nostri sforzi. Va fatta maturare la tensione contraria, facendo spazio a una nuova radicalità che rifiuta le regole del capitale umano e rigetta un obbligo a lavorare per esistere che ci regala solo asservimento, povertà e ineguaglianza. Così, alla fine, sono uscita. Oggi c'è il sole, provo un po' di timore indistinto del domani. Ma mi avventuro verso questa nuova dimensione, fuori dal lavoro, come fossi un'adolescente, con vera passione.

Lavorare meno, lavorare tutti

Lelio Demichelis

Se non fosse oggi l’uomo più ricco del mondo - secondo l’ultima classifica della rivista americana Forbes pubblicata nei giorni scorsi – per gli ideologi (o gli intellettuali organici) del neoliberismo in servizio permanente effettivo, il messicano Carlos Slim sarebbe un pericoloso sovversivo perché sovvertitore del magico ordine del libero mercato e negatore della sua altrettanto magica mano invisibile.

Cosa ha detto di così scandaloso e di eretico l’uomo più ricco del mondo, messicano ma di origini libanesi e imprenditore di successo? Ha detto – parlando a un Seminario ad Asunciòn, in Paraguay - che per ridurre la disoccupazione dilagante nel mondo occidentale e per dare più qualità alla vita delle persone bisogna ridurre gli orari di lavoro.

Secondo Slim bisognerebbe lavorare solo tre giorni alla settimana. Certo, lavorando magari anche 11 ore per ciascuno di questi giorni. Ma è la prima parte del suo ragionamento che qui vogliamo sottolineare. Ridurre l’orario di lavoro. Liberarsi dalla fatica e dal peso del lavoro sulla vita. È stato il sogno del Novecento e dei suoi intellettuali migliori, sogno in gran parte realizzatosi soprattutto nei primi trent’anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, quelli della democratizzazione del capitalismo come li ha definiti Wolfgang Streeck.

Poi - scena rovesciata e inizio della de-democratizzazione del capitalismo - negli anni Novanta del secolo scorso sono state le retoriche o i conformismi allora dominanti a sostenere che il pc avrebbe liberato il lavoro dalla fatica, che avremmo tutti lavorato di meno e avuto quindi più tempo libero, che stavamo entrando nella nuova fase, ovviamente virtuosa, del lavoro immateriale, cioè intellettuale più che fisico, nell’economia della conoscenza, nel capitalismo cognitivo e persino nel punkcapitalismo, nella wikinomics eccetera eccetera.

Oggi, invece – effetto inevitabile delle nuove tecnologie e della organizzazione in rete del lavoro - chi lavora lavora più di prima, la vecchia distinzione tra tempo di lavoro e tempo libero e di vita (distinzione che dava qualità alla vita, tenendo separati due mondi che sono alternativi) è stata cancellata da un’economia che impone di mettere al lavoro la vita intera di tutti, dall’imperativo di dover essere sempre connessi, con gli orari che si allungano, i ritmi che si intensificano e cresce la flessibilità (e la precarietà) del lavoro, che è un altro modo per intensificare/sfruttare il lavoro.

E dalla promessa di un’economia della conoscenza e di un lavoro immateriale quasi-senza-più-fatica siamo in fretta caduti (ma così era nelle premesse) in un nuovo pesante taylorismo, analogo a quello di cento anni fa, anche se virtuosamente digitale. Dove la rete è la vecchia catena di montaggio ma con altro nome. Mentre i tentativi di fine anni Novanta, fatti in Francia (riusciti, ma poi più volte attenuati) e in Italia (fallito), di arrivare alle 35 ore di lavoro per legge sono stati sommersi da cori di contestazione e di riprovazione in nome della libertà individuale e del libero mercato, dimenticando che in Germania (ma non solo) molte categorie avevano ottenuto le 35 ore già nel 1995.

Eppure, l’economista John Maynard Keynes nel 1930, nelle sue famose Prospettive economiche per i nostri nipoti sosteneva – guardando appunto al futuro - che “per la prima volta dalla sua creazione l’uomo si troverà di fronte ad un nuovo problema, quello di come impiegare il tempo libero e la sua libertà dalle occupazioni economiche”. Certo, per un uomo allenato per secoli a faticare questo non sarebbe stato facile, continuava Keynes che ancora non immaginava tuttavia quanto l’economia capitalista avrebbe poi trasformato anche il tempo libero, l’arte e la cultura in merci e soprattutto in industria da cui trarre profitto per sé (meno per gli uomini). Ma aggiungeva: “dovremo adoperarci a far parti accurate di questo ‘pane’ affinché il poco lavoro che ancora rimane sia distribuito tra quanta più gente possibile. Turni di tre ore e settimana lavorativa di quindici ore (…) sono più che sufficienti per soddisfare il vecchio Adamo che è in ciascuno di noi”.

E dunque, da Keynes a Carlos Slim? L’idea di ridurre l’orario di lavoro per ridare qualità alla vita degli uomini torna forse di attualità? Carlos Slim aggiunge: questa riduzione avrebbe effetti positivi sulle industrie del turismo, dell’intrattenimento e dell’ozio. Le persone potrebbero dedicare più tempo alla famiglia e ai figli, ma anche dedicare più ore alla cultura, allo studio, all’approfondimento. Certo, Slim ha proposto anche di alzare l’età del pensionamento a 70 o a 75 anni. Così rimanendo dentro al discorso capitalista. Riprendendo con la destra ciò che aveva offerto con la sinistra, perché ovviamente Carlos Slim non è un comunista, né un libertario, né promette di liberarci dal lavoro capitalista. E tuttavia, questa idea che sembra risorgere per voce di un supercapitalista come appunto Slim è un’occasione da cogliere al volo.

Se ci fosse ancora una Sinistra. Perché ci eravamo oramai dimenticati – tutti presi dai nuovi ritmi di lavoro, perennemente stressati e incapaci di fermarci, compulsivamente connessi a un pc o a uno smartphone – che la vita è anche altro e soprattutto può essere molto meglio rispetto a quanto ci impongano mercato e rete. E che dunque si potrebbe anche lavorare diversamente. Ma soprattutto ci siamo dimenticati che la stessa rete ci aveva fatto delle promesse che non ha mantenuto. Anzi, ha realizzato il contrario di ciò che prometteva.

Come il capitalismo, che con la promessa della massima libertà per l’individuo poi ha creato e continuamente ricrea una infinità di poteri che lo prendono, lo circondano, lo avvolgono, lo assoggettano, lo disciplinano, lo alienano da se stesso per farne un capitalista - e solo quello. Forse, potremmo/dovremmo ricordare queste verità, per non passare ancora per bambini che credono alle favole, quella della rete libera e democratica e quella della mano invisibile del mercato. E per ricordare alla rete, ai mercati, alla speculazione finanziaria, alle oligarchie vecchie e nuove (ma in realtà a noi stessi) che ad essere sovrani nel senso del demos (e quindi con il potere di decidere come lavorare e quanto e perché e per chi) siamo noi; non la rete, non i mercati, non le oligarchie.

 

Le ragioni del reddito

Giso Amendola

Le manifestazioni del primo maggio hanno plasticamente evidenziato, un po’ dovunque, e non solo in Italia, una distanza, un’estraneità che spesso diventa ostilità attiva e combattiva, tra quel che resta del mondo sindacale ufficiale e tutto quel che si muove, che anima pratiche di lotta, di rivendicazione, di riappropriazione nel vasto e differenziato mondo, che, in mancanza di meglio, continuiamo a indicare come “sociale”.

Con una coerenza degna di miglior causa, i sindacati confederali sono riusciti a schierarsi, oltretutto il più delle volte ben difesi da forze dell’ordine dalla carica facile, sempre dalla parte sbagliata: vicini agli estremisti Si Tav del Pd a Torino, apertamente contestati come amici dei Riva a Taranto, perfettamente integrati nel modello emiliano delle cooperative a Bologna. Dovunque, tra il mondo dei non garantiti, degli “incapienti”, come direbbe Renzi, della precarietà diffusa e il mondo dei soggetti che hanno incarnato l’antica mediazione costituzionale del lavoro, la rappresentanza classica dei conflitti, non c’è relazione possibile.

In questo quadro, viene bene leggere un agile libro, che torna con intelligenza sui temi della crisi del welfare e della bancarotta dei suoi attori politici e sociali tradizionali, e lo fa riportando l’attenzione sulla più innovativa e forte richiesta che ha caratterizzato l’azione dei nuovi movimenti sociali: il basic income, o, con la precisa definizione che Giacomo Pisani sceglie già nel titolo, il reddito di esistenza universale (G. Pisani, Le ragioni del reddito di esistenza universale, ombre corte 2014).

Del reddito per tutti/e questo libro vuole, per l’appunto, indagare le ragioni: soprattutto, le ragioni filosofiche. Pisani, molto giustamente, critica quei punti di vista che giustificano il reddito di base esclusivamente come una misura redistributiva, come un semplice mezzo per ottenere criteri di giustizia più equi nell’assegnazione di beni e servizi. È vero che la nascita di un forte interesse per il reddito di base, all’interno del paradigma di matrice liberale della “giustizia come equità” aperto da John Rawls, permette attraversamenti interessanti e dialoghi inediti (si pensi alle posizioni di Philip Van Parijs o, in Italia, di Corrado Del Bò): ma, osserva giustamente Pisani, la cosa più interessante nel reddito di base non è solo come riesce a riscrivere la logica della giustizia redistributiva di matrice contrattualistica, ma come può potenzialmente scardinare la logica trascendentale del contratto sociale che fonda quelle filosofie della giustizia.

Il reddito di base non è insomma solo un buon ammortizzatore sociale, capace di prendere sul serio le ragioni dell’uguaglianza meglio degli strumenti del welfare classico tradizionalmente fondato sulla figura del lavoratore: il reddito è principalmente uno strumento di liberazione delle vite dai ricatti e dalle discipline, è faccenda di libertà dell’esistenza dai dispositivi che pretendono di governarne tempi, modi e stili. La battaglia per il reddito è – scrive efficacemente Pisani – “la scintilla (…) che decostruisce alcune categorie giuridiche assolute nella cultura dominante, ponendo la base per il riconoscimento di esigenze eccedenti”; e, allo stesso tempo, è il grimaldello per aprire “possibilità di decisione libera da parte degli individui”, “spiragli di autonomia nella propria esistenza”.

Questa rivendicazione decisa dell’elemento dell’incondizionatezza del reddito di esistenza, della sua capacità liberatoria nei confronti delle politiche di gestione e di controllo delle vite, è il punto di forza del discorso di Pisani: e viene davvero a proposito oggi, quando l’“austerità espansiva” proclamata da più parti come via d’uscita dalla crisi, ha come corrispettivo il ritorno in gran spolvero di un workfare autoritario, fatto di ammortizzatori sociali ultracondizionati, di lavori obbligatori, di formazione professionale forzata e burocratica. Di fronte a una tale assoluta incapacità di riconoscere gli spazi autonomi di produttività sociale lì dove si danno, è molto opportuno rivendicare il reddito di base come mezzo di sottrazione ai condizionamenti e di valorizzazione dell’autodeterminazione singolare e comune: si tratta di rovesciare una visione tutta dall’alto del governo della crisi, e di usare il reddito come chiave di connessione delle lotte di riappropriazione dei servizi, degli esperimenti di welfare dal basso, che non a caso stanno connotando questo ciclo di lotta dei movimenti sociali.

Il reddito di esistenza, universale e incondizionato, va letto, in questo senso, come chiave per aprire spazi all’interno di un mondo nel quale la vita quotidiana, i suoi tempi, i suoi movimenti, i suoi desideri, sono continuamente messi al lavoro: il mondo, avrebbe detto Marx, della “sussunzione reale”, dove il valore non è più prodotto in tempi e luoghi individuabili, precisabili, ma la sua estrazione si estende, in modi e con dispositivi differenziati, all’intera produttività sociale. La vita è così continuamente attraversata da richieste di prestazione, da imperativi di concorrenza, da valutazioni, esami, obblighi di disciplina e di autodisciplina, promesse a vuoto per l’incerto futuro, vincoli forzosi di fedeltà e obbedienza: con il risultato che la stessa capacità di inventare, creare, produrre insieme, connettersi, viene continuamente avvilita, omologata e uniformata a standard che nulla sanno della ricchezza dell’eterogeneità, della singolarità e dell’autonomia delle vite, nonostante la continua produzione di retorica neoliberale sull’indipendenza e sulla libertà.

Le pagine del libro di Pisani che descrivono le tristi metamorfosi della vita di un ricercatore all’interno dell’universo della Ricerca&Sviluppo sono una perfetta fenomenologia della sussunzione reale, della vita messa al lavoro. Pisani, però, sulla scia di un’interpretazione filosofica molto segnata dalla lettura francofortese e, qualche volta, heideggeriana della società contemporanea, immagina questo processo di sussunzione in modo un po’ troppo unilaterale: risuona nelle sue pagine la ben nota diagnosi di una colonizzazione integrale del mondo della vita da parte del capitalismo contemporaneo e della connessa razionalità tecnico-strumentale.

Eppure, proprio la tensione nel rivendicare il reddito come grimaldello per liberare le vite, ci fa pensare che forse restano più produttivi gli avvertimenti marxiani: per Marx, anche la sussunzione reale non è un destino metafisico, ma l’esito di conflitti, il prodotto stesso, in fondo, della lotta di classe. Questo mondo non è decisamente il migliore dei mondi possibili: ma anche la sussunzione reale non è un metafisico Apparato tecnico-scientifico, né una reificazione totalizzante, ma pur sempre una relazione, una lotta aperta tra le vite e i meccanismi di estrazione di valore, tra la ricchezza delle soggettività e i dispositivi di governo e di assoggettamento.

Il vivere in questo tempo della “vita messa integralmente al lavoro”, non significa allora dover cercare chissà quale sganciamento pseudoradicale da un capitale-Moloch: significa semmai essere consapevoli che questo governo delle vite si nutre proprio della forza della nostra capacità produttiva comune. E che il reddito è appunto uno strumento di rivendicazione e di programma per organizzare una politica di riappropriazione di eguaglianza, di libertà e di autonomia, una politica radicata nelle nostre capacità creative, produttive e cooperative.

Al di là di qualche scelta filosofica che rischia di semplificare un po’ troppo le ambiguità comunque stimolanti e produttive del nostro presente, il libro di Pisani però giunge nel momento opportuno perché sta dalla parte giusta sull’essenziale: respinge bene al mittente le critiche di chi guarda al reddito di base come a uno strumento di addomesticamento del conflitto sociale (critiche quelle sì compiutamente ispirate senza rimedio a una visione del capitale come apparato totalizzante e a una implicita sfiducia in ogni capacità di produrre autonomia dal basso), e sa restituirci fino in fondo le buone ragioni che stanno dietro questa fondamentale battaglia: quelle per una eguaglianza e una libertà finalmente senza condizioni, contro quel diritto borghese uguale, che (come bene ricorda Luigi Pannarale nella sua introduzione a questo libro) ha invece fatto del diritto di proprietà la condizione per eccellenza per accedere agli spazi dei diritti e della cittadinanza moderna.

Giacomo Pisani
Le ragioni del reddito di esistenza universale
ombre corte (2014), pp. 93
€ 10,00

Il lavoro non si festeggia

Andrea Fumagalli

Il 1° maggio (con l’eccezione degli Usa) è notoriamente la festa del lavoro. Il che significa che il lavoro va festeggiato ed è oggetto di festa. Un tempo, il lavoro veniva festeggiato in quanto strumento di emancipazione, in grado di fornire i mezzi monetari (reddito) e i diritti di cittadinanza per poter godere del tempo del non-lavoro, ovvero dell’ozio, nel suo più nobile significato (otium).

Era un tempo in cui la separazione tra lavoro e non lavoro era ben chiara e netta. Tale distinzione derivava da un’altra distinzione, funzionale al processo di accumulazione e valorizzazione capitalista: quella tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo, da cui discendevano i parametri che decidevano quali attività umane dovevano essere remunerate in moneta e quali no (come, ad esempio, il lavoro di riproduzione).

Oggi tutta la vita è messa a lavoro e a valore, ovvero è vita produttiva, sempre più inserita nel processo di mercificazione che accomuna tutte le attività umane, da quella artistica a quella manuale. La svalorizzazione dell’attività creativa-cognitiva, emblema della produzione contemporanea, è oggi archetipo delle mutate condizioni di valorizzazione e delle trasformazioni del lavoro. Il lavoratore creativo-cognitivo, infatti, lavora tutto il giorno, ma viene pagato (e impiegato) solo raramente e, per di più, solo se è disposto ad alienare formazione e competenze in funzione della domanda e delle ideologie dei pochi committenti rimasti. Per il lavoratore creativo-cognitivo, il 1° maggio non può essere dunque la festa del lavoro.

Ma la stessa situazione la vive chi presta lavoro manuale. Le recenti vicende che hanno visto protagonisti i lavoratori, migranti e non, delle cooperative (molte delle quali legate a Lega Coop, il cui ex presidente è oggi ministro del lavoro), dalla Granarolo di Bologna, all’Ikea di Piacenza e all’Esselunga di Milano, solo per citare alcuni esempi, hanno evidenziato come il livello di precarietà e quindi di sfruttamento, con paghe orarie da fame (sino ai 2,80 euro dei lavoratori della Coopservice, nell’indotto dei servizi dell’Università di Bologna), è oramai un fatto esistenziale, che tracima la stessa condizione lavorativa.

Poco meno di un anno fa, il 23 luglio 2013, veniva siglato un accordo tra Cgil, Cisl, Uil, Expo Spa e Comune di Milano per assumere 700 giovani con contratti di apprendistato e a termine, in deroga alle norme vigenti all’epoca (riforma Fornero), e ben 18.500 volontari gratis in vista del megaevento di Expo Milano 2015. Tale accordo ha anticipato a livello locale ciò che poi si è esteso a livello nazionale con la riforma del jobs act: liberalizzazione acausale del contratto a tempo determinato con l'obiettivo di farlo diventare il contratto di lavoro standard in sostituzione di quello stabile, e trasformazione del contratto di apprendistato in contratto di inserimento per i giovani meno qualificati, a stipendio inferiore (-30%) e con agevolazioni contributive solo per le imprese.

Il 1° maggio di quest’anno - coincidenza non casuale - dovrebbe entrare in vigore il progetto Garanzia Giovani, con lo scopo, sulla base delle indicazioni europee, di trovare un’occupazione a più di 600.000 giovani che hanno terminato gli studi, non lavorano e non fanno formazione (i famosi Neet). Nulla di male, se non fosse che tale occupazione si tradurrebbe in prestazioni di servizio civile, corsi di riqualificazione e volontariato. Come aveva anticipato l’accordo per l’Expo Milano 2015, si tratta di giovani precari che lavorano gratis o, nella migliore delle ipotesi, sottopagati.

Se le cose stanno così, c’è veramente poco da festeggiare. Oggi il 1° maggio non può essere più la festa del diritto al lavoro. Dovrebbe trasformarsi, se di festa si tratta, in festa del non-lavoro e del reddito di base, ovvero richiesta di libertà di scelta del lavoro e di autodeterminazione di vita, contro l’imperante ricatto sempre più massiccio della damnatio del lavoro per sopravvivere.

Non sarà un caso che il termine “lavoro” etimologicamente significhi “dolore”, “pena”, “tortura” e che oggi non implichi più dignità ma povertà. E non sarà un caso che negli ultimi anni in Italia la manifestazione più partecipata del 1° maggio non è il tradizionale corteo mattutino indetto dai sindacati tradizionali bensì la MayDay Parade di Milano, appunto una parade, festa del reddito e del non-lavoro.