Il picaro e il precario

Jacopo Galimberti

Sei mesi fa un amico editore mi ha chiesto un parere circa un manoscrito anonimo che gli era stato recapitato. Ne era entusiasta e avrebbe voluto pubblicarlo. Due mesi dopo, però, la moglie lo ha piantato per la ventenne moldava che si occupava della madre di lui. La piccola casa editrice, che era finanziariamente sulle spalle della moglie, è colata a picco nel giro di una settimana. Il manoscritto non presenta titolo. È un romanzo storico ambientato nella Spagna del Cinquecento. L’amico voleva infatti formattarlo come uno spiazzante contributo alla New Italian Epic, anche se ormai il dibattitto è scemato.

Tale Lazarillo nato a Tormes racconta, in prima persona, le tribolazioni della propria esistenza a “vostra Grazia”. Sotto la patina tenebrista di una Spagna tutta iuta e garze sozze, non si fatica a intravedere un quarantenne del Nord, il cui immaginario si è nutrito dei balordi di David Foster Wallace, dei ribaldi di Roberto Bolaño, senza disdegnare la saggistica di Camporesi, con i suoi “vagamondi” e le sue cloache. Lazarillo non è un mendicante, non è un attore, non è un avventuriero, né un chirurgo: è un po’ di tutto, ma certo non un ribelle. Retrospettivamente, imputa le rocambolesche traversie della propria vita ai rovesci della “Fortuna”. Al di là degli aspetti autobiografici, la trovata dell’autore consiste nello svelare, pagina dopo pagina, che Lazarillo non è nient’altro che la trasfigurazione di un odierno precario italico. Il romanzo a chiave diventa allora una satira dell’Italia, del suo welfare, dell’indigenza dilagante, dei rigurgiti feudali del mercato del lavoro.

Il lettore smaliziato non tarderà a cogliere gli indizi. L’estrazione sociale di Lazarillo, innanzitutto, è oscura. La dolce madre lo ha messo alla porta invitandolo a cercarsi un “padrone”. Il termine “padrone” già di per sé è sottile, poiché, ancorché storicamente fondato, innesca la serie delle allusioni e delle trasposizioni. La cultura di Lazarillo, poi, è troppo sfaccettata per essere quella di un pitocco sdentato. Man mano che l’intrigo si snoda, le sue osservazioni sono più quelle di un umanista erasmiano esule da qualche corte padana o di un nobile decaduto diventato ciarlatano itinerante. In questo gioco di specchi viene lentamente alla luce la traiettoria del Lazarillo/precario: laurea umanista, famiglia di ceto medio o medio basso che per motivi ignoti (esodati?) si defila abbandonandolo a se stesso.

Il laureato vaga e cialtroneggia a tutto campo, inventando e reinventandosi tra doppi e tripli lavori spesso pagati con una pacca sulla spalla, o un fracco di botte. La sua erranza è a un tempo reale e allegorica. La vita del precario non è più un percorso in cui ogni tappa prevede un accumulo di esperienze che predispongono a un’ascesa sociale o almeno a un ruolo più congruo all’età. Le avventure di Lazarillo non contemplano nessuna direzione o architettura, inanellandosi per semplice addizione. Stagna nella miseria, ma quasi per caso risale la china e diventa padroncino (di un mulo), poi è di nuovo affamato, poi diventa addirittura ricco, ma le “avversità” non demordono e il gratta e vinci (un monaco ricchissimo che gli lascia tutto) si rivelerà l’ennesima fonte di beffe e bastonature.

Naturalmente, una direzione è inaggirabile, ed è biologica: con l’invecchiamento possibilità e risorse si restringono (la pensione è ovviamente fuori dall’orizzonte mentale del precario). Le pagine in cui un Lazarillo emaciato fa il facchino di ricche cortigiane sono magistrali. Anche il lettore meno empatico avvertirà delle fitte lombari. Ma il tourbillon ricominica ancora e ancora, con borghi brulicanti, cavadenti, quaresime, banditi e “padroni” non meno banditi che coinvolgono Lazarillo in illeciti in cui sarà il solo a non trarre profitto. Non che il precario manchi di un’indole truffaldina, ma è completamente ignaro di quella teoria del sabotaggio creatore che ci hanno lasciato in eredità i gloriosi anni Settanta. Tuttavia, c’è una spiraglio di rivolta, benché remoto. Lazarillo non cade mai nel mito dell’auto-imprenditorialità. L’umanista scioperato rifiuta il lavoro con un gesto immaturo che è però già un indizio di insubordinazione: “ho sempre preferito di gran lunga mangiare cavoli e aglio senza lavorare, che non galline e capponi lavorando”.

Due osservazioni a latere. L’anticlericalismo e l’incredulità che pervadono il romanzo sono anacronistici nel Cinquencento. Nelle mie note di lettura avrei inoltre cassato la parte in cui il precario si trasforma in tonno. Annotavo: “troppo segnata da temperie post-moderna: modernariato”. Adesso che ci penso, Alessandro Raveggi ha pubblicato un libro in cui si parla di un uomo-pesce, e se fosse lui l’anonimo spagnoleggiante? Nel caso editori meglio ammogliati fossero interessati a questo manoscritto, non esitino a contattarmi. Un avvincente romanzo di locande, bische, bordelli e lettighe.

Pessimismo e Cottimismo

Carlo Antonio Borghi

“Il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà”. Sintesi di Antonio Gramsci, ancora valida in questi tempi di Montismo. Uno schema che è come uno specchio che ti mette con le spalle al muro. Se il muro non c’è, si può tirarlo su con braccia da muratori. Ecco fatto, nel corso di una sola notte. Son tornati sulla scena i Cottimisti. Non sono i Cottimisti della premiata ditta Remondi&Caporossi che fece storia anche con Sacco e Richiamo, Pozzo, Rotobulo e altre perle dell’avanguardia teatrale italiana degli anni Settanta. I Cottimisti attuali sono i minatori sardi della Rockwool che cinque giorni prima di Natale si sono chiusi in galleria, dietro uno spesso muro di blocchetti di cemento, cementato a colpi di cazzuola. Iglesias - Monteponi, Galleria Villamarina, parco geominerario.

Lì, nel paesaggio minerario sulcitano, svettano montagne di fanghi rossi tossici che colano nei fiumi e finiscono in mare. Tutto molto pittoresco per i turisti di passaggio. In quel mare sfrecciano i Tonni Rossi, detti Tonni di Corsa. Nelle campagne viticole, vinifica il famoso rosso Carignano. Remondi&Caporossi, il muro di mattoni rossi e cotti lo costruivano in teatro. Il tempo che ci voleva ci voleva. Tempo di lavoro e tempo teatrale. Tutto a vista. I minatori murati vivi in miniera non li vede nessuno. Non c’è pubblico pagante ma la forza dell’azione è la stessa anche se loro ex cavatori di lana di roccia non sanno di Rem&Cap. Il loro muro d’arte teatrale era corredato di paperelle a spasso.

Remondi e Caporossi, Cottimisti (1977)

A Spazio A a Cagliari le figuranti erano galline di cortile. Succedeva nel 1978. I blocchetti di cemento hanno devastato il secondo Novecento. Non c’è stato e non c’è niente di meglio per tirare su alla svelta edifici abusivi. Tra le mani dei minatori dismessi sono diventati materia buona e utile per l’arte antagonista e operaista. I Cottimisti son tornati e sono pure tanti, con tanto di famiglie al seguito ma Rem&Cap forse non lo sanno. In ogni caso lui Caporossi è perfino architetto. Sale di mare e sale di miniera, per uscire dal fosso ci sarà un modo o una maniera? Pessimismo della ragione e ottimismo della libertà di chiudersi in fondo al pozzo. Paiuolo, cazzuola, livella e filo a piombo. Lavoro a regola d’arte. Riesce quando disperazione e immaginazione marciano insieme. Ultimo dell’anno 2012: i 54 ex minatori abbattono il muro e risalgono in superficie con la speranza di essere reimpiegati nelle bonifiche post minerarie. Sono passati gli ultimi undici giorni del vecchio anno.

Reddito minimo

Davide Gallo Lassere

Per appoggiare l’idea di un reddito minimo garantito non bisogna per forza di cose decretare la fine del lavoro, come se l’enorme sviluppo tecnico e la razionalizzazione produttiva del neocapitalismo fossero davvero dei processi inarrestabili o non avessero alcuna ricaduta sistemica dall’altra parte del globo. Tanto meno appare necessaria una ferrea presa di posizione critica contro le logiche capitalistiche di messa in valore della forza-lavoro, con le loro appendici di sfruttamento, dominio e alienazione. Molto più modestamente, l’attrazione sempre più diffusa per la creazione di forme minimali di distribuzione di ricchezza in moneta sonante segna l’avvenuto disincanto nei confronti del vecchio mito di Sinistra secondo cui il lavoro configura la via maestra per conquistare l’emancipazione materiale ed esistenziale.

Senza entrare nel merito di uno dei dibattiti più appassionanti che ha attraversato le scienze sociali e la filosofia antropologica degli ultimi decenni, è qui sufficiente operare una distinzione ortografica, concettuale e politica tra Lavoro e lavoro. Non è infatti importante, almeno in questa sede, discutere la teoria del valore-lavoro o vagliare l’ipotesi di Karl Polanyi a proposito del ruolo fondamentale giocato dalla mercificazione del lavoro (la terza “merce fittizia”, oltre a terra e denaro) nei meccanismi di genesi e sviluppo del capitalismo moderno. Ciò che più conta è sottoporre a dubbio radicale il culto incondizionato del Lavoro; ossia la santificazione dell’attività lavorativa quale suggello di ogni vita umana riuscita. Il lavoro (con la minuscola questa volta) è sempre esisto e sempre esisterà. Rappresenta un’invariante antropologica. È infatti ineluttabile per l’uomo doversi plasmare in continuazione con il sudore della propria fronte le condizioni materiali adatte in cui vivere e potersi riprodurre. Ciò che, invece, appare meno assoluta ed essenziale è la valorizzazione unanime dell’animal laborans.

Neoliberali e veteromarxisti potranno rinfacciare che l’oziosità fu privilegio di piccoli strati agiati delle società premoderne, come la nobiltà guerriera e possidente o il clero religioso. Chi scrive, sulla scorta di autorevoli studiosi, è convinto che la realizzabilità delle politiche di pieno impiego, perlomeno allo stato attuale delle cose, rappresenti tutt’al più una pia illusione. Alla stessa maniera, il lettore vagamente informato ben sa che la stabilità e la gratitudine lavorative, almeno per una fetta sempre più larga di popolazione, hanno ormai l’amaro sapore di un sogno svanito a tempo indeterminato. Ecco allora che, nonostante tutte le pecche – anche gravi – dell’attuale proposta di legge, finalmente pure in Italia (uno dei pochi paesi occidentali a non prevedere ancora alcun sostegno diretto al reddito) comincia timidamente ad affiorare sulla scena pubblica una tematica ben presente su altri palcoscenici nazionali da oltre vent’anni.

Per quanto emendabile, l’attuale iniziativa popolare (alla quale si può aderire fino al 31 dicembre) offre comunque un’ottima base di partenza per proporre delle interessanti politiche di partecipazione alla vita sociale che aggirino la ricompensa salariale. Se è pur vero, infatti, che identità personale e legame sociale – il riconoscimento – trovano nel lavoro un terreno proficuo in cui germogliare, allo stesso tempo non si può più rigettare moralisticamente (o ideologicamente!) l’ipotesi per cui la realizzazione di sé e la gratificazione personale incontrino nell’otium del tempo libero una valida alternativa viabile sotto tutti i punti di vista: economico-finanziario, politico, culturale e sociale.

Aldilà delle impietose origini etimologiche (labor, da cui lavoro, significa fatica, mentre il tripalium, da cui travail o trabajo, era uno strumento di tortura), l’immagine del mondo sottostante alle proposte di reddito garantito rappresenta quanto di più seducente ed entusiasmante possa regalare il panorama attuale delle idee politiche: limitare al massimo il regno della necessità, appacificare per quanto possibile la conflittualità sociale che ne deriva, non far più dipendere la soddisfazione dei bisogni primari dall’aleatorietà dello sforzo individuale; rendere insomma ognuno libero dalla costrizione più immediata, al fine di perseguire autonomamente la ricerca della felicità, senza vincoli di ordine biecamente materiale.

Se il tempo è denaro, il tempo libero è denaro che non si vuole o non si ha (più) bisogno di guadagnare. A partire da una solida base di reddito garantito, può perciò essere rimessa in moto l’immaginazione sociale, escogitando forme di vita e pratiche sociali che prescindano dall’esigenza di acquisire sempre più denaro o che si impernino attorno a usi alternativi dello stesso o a monete parallele e complementari – capaci cioè di retribuire quei tipi di attività (socialmente utili o ludiche e ricreative) difficilmente remunerabili altrimenti.

Lune elettriche

Maria Grazia Calandrone

L’entità astratta ACEA si materializza esclusivamente in homunculi stipendiati per eseguire ordini di distacco, quantunque illeciti. Nessun altro contatto è consentito tra l’utente, sebbene pagante, e l’ufficio tecnico. Solo sfogo è il call-center: schiere di giovani, sicuramente precari, gettati in prima linea per depistare il cliente con informazioni fantascientifiche e contraddittorie. I ragazzi che scavalcano (con l’arco di tutti i dialetti dello stivale ficcati nella strettoia di una robotica inflessione commerciale) il frastuono di fondo del numero verde 800199900 vengono provvisoriamente malpagati dall’azienda per offrire gli irrorati petti alla causa aziendale e assumersi il ruolo di capro espiatorio. Una piccola serie di Monsieur Malaussène fa da ammortizzatore tra la legittima rabbia dell’utente disconnesso senza colpa e l’illegittimo strapotere dell’azienda che sottrae la tensione dai cavi privati: senza preavviso, senza intercorsi solleciti – senza ragione.

Già estenuati da una intera giornata di conversazioni incongruenti e ormai detestando la splendida Imagine di John Lennon, malauguratamente eletta da ACEA a intrattenimento tra una voce registrata e l’altra – dunque avendo subìto un ulteriore danno affettivo ed estetico – durante il secondo giorno di buio ci rechiamo nello spazio fisico ACEA di via Ostiense 2 e a prima vista ci rendiamo conto di quanto l’altrimenti glorioso civis romanus sia ormai docile e del tutto privo della coscienza dei propri diritti civili. Non c’è sommossa, non c’è insubordinazione. Molti sono seduti con gli occhi al vuoto. Altri, col corpo posto inerte sulla magra panchetta, sono impegnati in acrobatici videogiochi. Il silenzio è frenetico e perturbante.

Dopo un’ora di fila ci avviamo pieni di speranza all’incontro con uno sguardo umano: allo sportello una nostra sovrabbondante coetanea, tatuata e con una rosa di stoffa sulla testa – ma ahimé priva di un Lancaster-Mangiacavallo al fianco – sostiene di non avere alcun altro potere che inoltrare l’ennesimo sollecito ai fantasmi dell’ufficio tecnico e ci fornisce un numero presunto di Pronto Intervento che, dopo venti minuti di preregistrato, scopriamo occuparsi esclusivamente di guasti. Siamo anche noi al solito dolente bivio psicopolitico: dinamitardi o rassegnati? Poiché siamo non violenti per costituzione spirituale, ci forziamo a cogliere il buono nell’essere costretti a non lavorare per due giorni, nel cenare a lume di candela, ci rassegniamo a prendere contatti con l’amico avvocato (ovviamente quando l’utenza verrà riallacciata e dunque potremo radiosamente rientrare in possesso del nostro numero telefonico).

Non possiamo che confermare la dolorosa considerazione agostana, quando ci trovammo con una bambina di quattro anni dietro un’affranta riga di un centinaio di persone alle Poste, mentre Poste Italiane declinava ogni responsabilità del disagio, affermando di avere affidato le consegne delle raccomandate a una ditta privata, i cui incaricati non citofonano nemmeno più ai destinatari e la cui direzione non produce il pensiero elementare di fornire agli utenti numeri d’ordine o sedie. Tutta la fila ebbe a ribellarsi quando chiedemmo se per favore, vista l’impossibilità di mantenere la piccola ferma in fila, potevamo passare avanti. Allora, letteralmente su due piedi, inventammo una legge, che ci parve all’improvviso del tutto morale: sostenemmo che le persone con bambini minori di 5 anni avessero il diritto di precedenza e ci presentammo allo sportello, frecciati come patetici sansebastiani dagli insulti pieni di pena dei “poveri contro poveri”, che sempre ci feriscono fino alle lacrime.

Il sole etico del nostro mondo riprese a splendere con timido vigore quando, accanto agli sportelli del San Gallicano, pochi giorni più tardi, trovammo scritto che i bambini addirittura fino a 6 anni godono del diritto di precedenza. Allora la giustizia, la compassione, questo essere uomini con uomini, non sono stati schiacciati dal calcagno mortale dell’individualismo! Forse allora non siamo inerti prede di un astratto “libero mercato”. Forse, non siamo perduti.

Urgurù nella Città di Zingarò

Carlo Antonio Borghi

È stata Bustiana, la mia archeologa ministeriale personalizzata, a battezzarmi con il nome Urgurù. Sulle prime aveva pensato di chiamarmi Andalù, come l’aiutante ascaro ad eritreo di Angelo Lombardi Amico degli Animali. Dice che da piccola non ne perdeva una puntata in Tv. Io Urgurù della Tv non so dire nulla. Laggiù a Monti Prama, all’alba del primo Millennio avanti Cristo, di Tv non ce n’era. Prama in lingua sarda significa Palma. Monti significa Monte. Monti come Mario Monti quello che vi consiglia di tirare la cinghia, parlando nella vostra Tv. Anche noi da statue guerriere quali eravamo e ancora siamo, portiamo una cintura stretta intorno ai fianchi di arenaria. A guardarlo bene quel Monti recita anche lui con una sola espressione stampata in faccia. Ci assomiglia. Forse avrà antenati nuragici. Ai miei tempi tutti i lavoratori erano contadini e pastori, uomini o donne che fossero. Noi classe guerriera eravamo privilegiati rispetto a quelle classi subalterne. Noi Giganti vivevamo nelle Reggie Nuragiche e ci seppellivano nelle Tombe dei Giganti, da gran signori.

Io ho aperto gli occhi da poco, sarà qualche mese ma ho subito visto che la mancanza di lavoro e la disoccupazione vi portano alla disperazione. Allora io Urgurù ho preso su un bagaglietto e sono andato a fare un giro nel Sulcis, quello della Carbosulcis, dell’ALCOA e dell’Euroallumina. Bustiana non mi ha accompagnato. Aveva da ricucire certe ferite ancora aperte degli altri guerrieri ricoverati al Centro di Restauro. Sono arrivato a Carbonia con mezzi miei e grazie agli Stivali delle Sette Leghe Nuragiche. Qualcuno per strada mi ha scambiato per Gulliver ma non importa. Ciò che importa è che sono venuto a Carbonia non per i minatori in lotta ma per un’altra storia di lavoro. Carbonia città capitale del carbone autarchico, fin dai tempi del Ventennio. Storia vecchia. La storia nuova è che questa Carbonia è diventata la Città di Zingarò. Zingarò è il nome di una nuova sartoria, una bottega artigianale dove un manipolo di donne zingare taglia, imbastisce, cuce a mano e a macchina. Riparano e fanno di bel nuovo per uomo e per donna. Abitano nei campi Rom di Carbonia. Hanno imparato il mestiere di sartina e di modista frequentando corsi professionali. Quando mi hanno visto entrare nel laboratorio, le ragazze mi hanno fatto festa grande.

I sardi nativi mi festeggiano molto meno di quanto non faccia questa gente immigrata. Mi hanno fatto un pranzo al loro campo nomadi: un intero porchettone cotto allo spiedo e vino rosso Carignano del Sulcis, si capisce. In negozio, tra le macchine da cucire, provano a stare sul mercato dell’abbigliamento. È molto dura per loro. Le Corporazioni professionali e le Cooperative sociali non danno una mano sufficiente per poter tenere su l’impresa Zingarò. Loro sono belle come le palme del mio Monti Prama a Cabras. Della loro avventura di vita e di lavoro hanno scritto quotidiani e ne hanno parlato i telegiornali. Hanno perfino sfilato in Tv a RAI 2 indossando i loro modelli, ma c’è di più. Questo più che piace a Urgurù, è che in giro c’è un film documentario intitolato proprio Zingarò. Nel film le ragazze vivono, lavorano, viaggiano e fanno sogni. Quei sogni sono spesso incubi.

L’incubo di non farcela a tenere aperto il negozio. Il film l’hanno girato Marilisa Piga, Nico Nessler e Nicola Contini nativo sulcitano. Hanno ricevuto parecchi premi. L’ultimo è stato assegnato al Festival del Cinema di Gavoi: Tumbarinu d’Argento che qui in Sardegna vale come una Palma o un Leone. Il Tumbarinu è il tamburo tipico che suonano in banda i Tumbarinos di Gavoi. Intanto qui a Zingarò le ragazze mi hanno preso le misure con il metro. Vogliono farmi un abito. Non sarà facile. Io sono alto due metri e venti. Un Abito tagliato alla maniera degli antichi sarti sardi. Meglio loro che Antonio Marras da Alghero o Modolo da Fonni. Resterò ospite al loro campo nomade per qualche giorno. Al Museo possono fare a meno di me. Stiamo valutando se sia una buona idea pubblicitaria cambiare il marchio da Zingarò a Zingarù per il fatto che io Urgurù le ho adottate.
Vi saluto e sono come sempre vostro aff.mo Urgurù detto Er Più, ben più di quell’Er Più chiamato Celentano che predica a vanvera, canzoni alla mano.

Il rimbalzo dei cervelli

Jacopo Galimberti e Vanni Santoni

A noi nati tra gli anni Settata e Ottanta il tormentone della “fuga di cervelli”, che i media additavano come segno esiziale dell’imminente tracollo del paese, in fondo piaceva. Ci rincuorava: comunque sarebbe andata, avremmo pur sempre potuto tagliare la corda. Tanto più che qualche genitore illuminato ci aveva spinti verso le lingue; tanto più che avevamo fior di “competenze informatiche” (Microsoft Word e “i più diffusi browser”, i migliori anche Excel...); tanto più che alla fin fine non era mica un’invenzione della TV e dei giornali: tutto intorno a noi si moltiplicava il fuggi fuggi, ed erano sempre di più gli amici che si riposizionavano a Berlino, Dublino, Londra, Barcellona, Oslo. Magari si trasferivano per sei mesi, o un anno “tanto per vedere”; magari si acclimatavano nel modo più liscio, tramite il progetto Erasmus; magari si fidanzavano là o vi facevano un dottorato, o trovavano un lavoro “vero”, e gli anni diventavano quattro, cinque, sei. L’Italia, di lontano, sembrava ingiusta, malmessa, alla deriva, Africa più che Europa.

Cosa accade però quando la crisi dilaga anche nelle altre nazioni europee, e gli immigrati italiani si trovano in esubero? Cosa ne è del loro sapere, del loro coraggio, della loro pervicacia, quando ciò che resta da fare è l'insopportabile: tornare in Italia? Non fanno più nemmeno parte della categoria “italiani all'estero in cerca di fortuna”, a cui si riconoscono almeno un pò di grinta e visionarietà. Le statistiche della disoccupazione (e della cattiva occupazione) torneranno a considerarli, mentre prima li trattavano come se all'estero fossero stati a fare una vacanza. In questo spirito vacanziero credeva anche il governo Berlusconi, che ha inventato la Legge “controesodo” – agevolazioni fiscali che favoriscono sostanzialmente solo lavoratori ad alto reddito. Il governo però si cautela, e ne ha ben donde, il tutto vale solo se poi si resta in Italia almeno sei anni! Insomma, il solito mezzuccio a corto raggio finalizzato a fare cassa.

Per i lavoratori disoccupati o precari senza l’alto reddito, a cui per di più i genitori non hanno comprato un appartamentino – all'estero, o almeno in una grande città italiana – il ritorno è un vero e proprio schiantarsi. Tornare nella casa paterna è una regressione di quattro, cinque, sei anni, ma con una differenza feroce: il pane che c'è sulla tavola è ormai pane altrui. C'è chi si fa piccolo e crede di aver peccato di hýbris. Attraverso l'estero, voleva sottrarsi ai ricatti del mercato del lavoro italiano, sognava un welfare, cercava diritti, uno stato devaticanizzato, fluido, meritocratico (pur sapendo che meritocrazia è nozione pericolosa, che occulta le impari condizioni sociali); voleva esercitare, insomma, il proprio sacrosanto diritto di fuga dal Brutto Paese. Si capirà allora che al ritorno c'è da diventare paranoici. Il fuggitivo, o la fuggittiva, si sente osservato: “hai tentato di farla franca, eh...”, sembra bisbigliare chi lo circonda. E hanno ragione, c'è ormai una frattura insanabile. L’ex emigrato li vede bigotti e mostruosamente provinciali, gli sarà impossibile mescolarsi a loro, mentre ai loro occhi la sua stessa presenza è da un lato una crassa soddisfazione, dall’altro una provocazione bella e buona.

Con chi ci si ritrova dopo lo schianto? Qualche amica ha fatto carriera ma è incazzata col mondo. Qualcuna si è sposata e ha normalizzato ormai da tempo la negoziazione degli aiuti coi genitori. La maggior parte è rimasta allo stesso punto di svariati anni prima. Quelle le si frequenta più volentieri, ma la vuotezza dei discorsi si è fatta baratro. “Sei tu che sei cambiata...Te la sei cercata”, sembra insinuare un brillio strano negli occhi della madre, che guarda sbalordita i vestiti che la figlia si è comprata all’estero. Chissà cosa ha combinato, pensa. Forse pensa addirittura, senza saperlo, senza nemmeno ammetterselo, che, dopotutto, sua figlia è una spostata. Una spostata in cerca di lavoro: e cosa scrivere sul curriculum, di quegli anni all'estero? Confezionare una balla? Dire dei lavori part-time inframmezzati da attività saltuarie, appassionanti, istruttive, non remunerate? Dare risalto alla padronanza di un'altra lingua? Ma è una competenza effimera, e poi se serve a qualcosa è proprio per andare all’estero! Cosa impedisce durante il colloquio di lavoro di dire le cose come stanno: che si è tentato di valorizzarsi come individui, che si è fatta una scelta di libertà e autonomia. Non sono questi i valori del miglior capitalismo?

In Danimarca, chi fa l'università generalmente non la inizia subito dopo la scuola superiore. Si passano uno, due o anche tre anni a viaggiare, a lavorare, a viaggiare lavorando, a impregnarsi di una cultura che non può essere schiaffata in un libro. Ma in Italia? Cos'è un “buco nel curriculum”, cos'è un buco nella vita? Perchè nel paese in cui prospera la Grande Arte – quella di arrangiarsi – si è cosi refrattari a esperienze eteroclite, tentennamenti, esplorazioni infruttuose? Un curriculum rappresenta la vita come un percorso a ostacoli. Quelli che ritornano invece hanno capito che le traiettorie personali sono odissee, romanzi picareschi, ballate con ritornelli e silenzi. La spostata o lo spostato hanno i mesi contati. Presto il pane sulla tavola ridiventerà pane familiare. Una bella crisi di panico o una litigata apocalittica con i genitori daranno l’abbrivio, i media nazionali la nausea di contorno. Tutto si trasformerà in un carburante la cui composizione chimica è forse nociva, o è forse la stessa di cui sono fatti i sogni. Dal purgatorio ci si prepara a un nuovo limbo, covando magari i piani per la prossima – quella sì – fuga.

Le Olimpiadi a scuola

Giorgio Mascitelli

Se esaminiamo le politiche scolastiche degli ultimi anni, l’unica idea »«pedagogica»rintracciabile, accanto a provvedimenti che hanno a che fare con logiche economiche, è quello di rafforzare lo spirito di competizione degli studenti e di far così trionfare la meritocrazia. La recente idea del ministro Profumo di istituire un premio in ogni istituto per lo studente dell’anno non è certo un fulmine a ciel sereno, ma piuttosto il tentativo di dare una risposta sul piano simbolico, e quindi educativo, a questo tipo di discorso. Da un punto di vista storico non è una novità: tutte le società desiderose di introdurre forme di mobilitazione permanente dei loro cittadini hanno sempre utilizzato la scuola per finalità di questo genere.

Ciò che invece sorprende in questo tipo di discorso è che la scuola italiana è già molto competitiva: ha un sistema rigido di voti numerici, ottenere il massimo punteggio è più difficile che nella gran parte dei paesi OCSE, è uno dei pochi paesi in cui il voto finale dipende da una commissione parzialmente esterna, la maggioranza dei docenti e degli studenti è dell’idea che il raggiungimento di voti brillanti sia la finalità esclusiva dello studio e che esso esprima una realtà ontologicamente indiscutibile. Naturalmente è sempre possibile aumentare il livello di competitività, per esempio se si offrissero premi in denaro e, per i più abbienti, in giorni supplementari di vacanza, suppongo che ci sarebbe un incremento della competizione, ma anche adesso non è certo lo spirito competitivo che manca nelle nostre aule.

Il problema deve essere dunque relativo al tipo di competitività che evidentemente non piace alle nostre autorità scolastiche e ai loro referenti internazionali. L’aspetto probabilmente che rende inutile questa competitività ai loro occhi è la sua natura informale: i voti, cioè i numeri, sono semplicemente degli indicatori che riguardano il singolo studente. Che lo studente A abbia 7 o 9 in matematica, non interferisce minimamente con i voti dello studente B, in pratica questi voti non sono messi in nessuna graduatoria generale, ma identificano semplicemente un livello raggiunto. Misure invece come quelle dello studente dell’anno o la partecipazione obbligatoria per i migliori alle olimpiadi di italiano e matematica tendono a classificare nel senso sportivo del termine e a istituzionalizzare la competizione. Così come del resto si fanno graduatorie per le scuole e per i sistemi scolastici nazionali.

Questa sportivizzazione serve a rendere più sistematica, feroce e acritica la competizione, a quantificare i processi d’apprendimento e a semplificarli perché siano utili per ogni genere di operazione contabile. Non è superfluo aggiungere che una simile impostazione, soprattutto se vincesse non solo a livello normativo, ma culturalmente, renderebbe quasi inutile qualsiasi approccio didattico basato sulla consapevolezza critica o, più limitatamente, su un’idea analitica e non meccanica dei contenuti disciplinari. In una scuola caratterizzata da una cultura di questo genere il peso simbolico e psicologico dell’insuccesso sarebbe ancora più gravoso e pesante di quanto è già adesso per i più fragili, perché diventerebbe un giudizio assoluto sulla persona.

C’è da chiedersi se la scuola non rischi una metamorfosi come quella delle olimpiadi che nate con il decoubertiniano spirito dell’importante è partecipare si sono trasformate in una competizione di atleti professionisti. Con una differenza sostanziale, però: questi ultimi hanno scelto liberamente di partecipare alla loro gara.