L’appello del Quinto Stato

Se chi ci governa non sa immaginare il futuro, proveremo a farlo noi. Appello contro il ddl Fornero e per una nuova idea di lavoro e welfare.

Siamo lavoratrici e lavoratori della conoscenza, dello spettacolo, della cultura e della comunicazione, della formazione e della ricerca, autonomi e precari del terziario avanzato. Lavoriamo con la partita IVA, i contratti di collaborazione, in regime di diritto d’autore, con le borse di studio, nelle forme della microimpresa e dell’economia collaborativa. Siamo cervelli in lotta, non in fuga, ovunque ci troviamo. Ci occupiamo di cura della persona, della tutela del patrimonio artistico. Ogni giorno produciamo beni comuni intangibili e necessari: intelligenza, relazioni, benessere sociale.

Siamo il grande assente nel dibattito sulla riforma del mercato del lavoro, tutto concentrato sullo strumentale dibattito sull’articolo 18. Questa riforma sta facendo passare, in sordina, la decisione di aumentare l’aliquota previdenziale per le partite IVA di 6 punti, dal 27 al 33%. Una scelta gravissima, che inciderà sulla vita delle lavoratrici e dei lavoratori iscritti alla gestione separata INPS. Già dal prossimo settembre almeno un milione e trecentomila persone vedranno il proprio reddito nuovamente tagliato, senza alcuna speranza di percepire in futuro una pensione dignitosa.

Ecco l’anomalia scandalosa del mondo del lavoro italiano: dove di fatto, a chi non ha un contratto da dipendente a tempo indeterminato, non viene riconosciuta piena cittadinanza costituzionale. In questo stato di discriminazione vivono almeno altri quattro milioni di persone la cui condizione di precarietà, tanto nella pubblica amministrazione quanto nel privato, non viene affrontata dal ddl in discussione in Parlamento se non mediante un contratto di apprendistato valido fino ai 29 anni di età. Ossia con una misura che da una parte complica il panorama delle forme contrattuali atipiche – già oggi 46! – dall’altra tenta di occultare una realtà ineludibile: nei prossimi vent’anni la nostra società sarà sempre più fondata sul lavoro indipendente.

Invece di tutelare un terzo della forza lavoro attiva in Italia, oggi si preferisce trattare sei milioni di persone a mo’ di bancomat per tenere in vita un sistema fallimentare. Si continua a non prendere in considerazione la possibilità di un reddito di cittadinanza, una delle forme di welfare in grado di contrastare l’enorme processo di esclusione sociale in corso. L’Italia resta l’unico Paese europeo, insieme alla Grecia, a non garantire protezioni sociali per tutti i lavoratori. La «nuova» assicurazione sociale (ASPI) non è che il vecchio sussidio di disoccupazione, praticamente inaccessibile a chi svolge un’attività indipendente.

Non vogliamo restare i paria di questa società e riteniamo fondamentale fermare, e ridiscutere radicalmente, le misure contenute nel ddl del Ministro Fornero. Perché oggi è in gioco molto più di una legge: si tratta – è impossibile non vederlo – del futuro del nostro Paese e della nostra civiltà. Per questo sentiamo la necessità di creare una coalizione del lavoro indipendente e precarizzato, tra chi è a rischio di povertà e le persone alla permanente ricerca di occupazione. Questo è il momento di promuovere, oltre i confini delle singole categorie, la consapevolezza di un obiettivo comune: creare il diritto effettivo e universale di cittadinanza e un dovere di solidarietà sociale.

Accanto alla regolazione dei rapporti contrattuali, qualsiasi riforma deve prevedere la tutela di tutte le persone nel cosiddetto «mercato» del lavoro. È necessario riconoscere nuovi diritti sociali fondamentali per le lavoratrici e i lavoratori autonomi in maternità o paternità, in malattia, nella transizione tra impieghi; diritti che garantiscano una retribuzione adeguata «e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa», com’è sancito dall’art. 36 della Costituzione.

Ciò impone scelte coraggiose nelle politiche economiche, sociali e culturali, improntate alla democrazia e alla trasparenza, al rispetto della vita e della dignità di tutti i cittadini e di tutte le persone che vivono e lavorano nel nostro Paese. Richiede una visione generale della società, una visione di cui avvertiamo drammaticamente l’assenza.

Invitiamo tutte le associazionidi categoria, le reti e i movimenti, oltre a tutti i singoli interessati, a sottoscrivere questo appello e a partecipare alla nostra campagna di mobilitazione, che avrà inizio con un’assemblea nazionale il prossimo 5 maggio alla Città dell’Altra Economia di Roma.

Per aderire scrivi a posta@ilquintostato.it

 Assemblea delle lavorat* indipendenti contro il ddl Fornero
e per una nuova idea di lavoro e welfare

Roma, Sabato 5 Maggio, ore 09,30
Città dell’Altra Economia
Largo Dino Frisullo – Roma

Questo è il momento di promuovere, oltre i confini delle singole categorie, la consapevolezza di un obiettivo comune, una coalizione del lavoro indipendente e precarizzato.

Freelance, quando la protesta
corre sul tweet

Roberto Ciccarelli

Basta un tweet storm per fermare una riforma. È il risultato inedito in Italia della mobilitazione online organizzata dalle associazioni del lavoro autonomo e dei freelance Acta, Alta Partecipazione e Confassociazioni che, per il momento, hanno neutralizzato la grave riforma del regime fiscale agevolato per le partite Iva under 35 imposta dal governo Renzi nella legge di stabilità. Una decisione smentita già sei ore dopo la sua approvazione dal presidente del Consiglio che ha detto di avere fatto un errore (“autogol” nel gergo falso-pop dei ceti dominanti). Questo dettaglio è importante per comprendere il lato debole della politica dell'austerità oggi.

Per la prima volta, in un anno di governo, Renzi ha ammesso di avere sbagliato. Non c'è riuscito il milione che la Cgil ha portato in piazza nella manifestazione di Roma il 25 ottobre 2014 o l'inutile sciopero generale contro il Jobs Act fatto una settimana dopo l'approvazione in Senato della legge delega il 3 dicembre 2014. Ci sono riusciti, invece, poche migliaia di persone hanno colpito ripetutamente l'account twitter del presidente del Consiglio per quattro mesi e lui – che ha sempre quel cellulare in mano anche nelle conferenza stampa con altri capi di stato – ha speso del tempo a leggere questi tweet. E da solo, nella camera buia della sua coscienza, ha compreso l'errore che poi ha confessato anche in Tv. Monti, o Letta, per non parlare di Berlusconi, non l'avrebbero mai fatto. La “rottamazione” ha portato una novità nel cuore dello Stato: al di là di chi realmente è Renzi, c'è qualcuno che sente di far riferimento ad una dimensione sociale del Quinto Stato. Si tratta di un dato politico non irrilevante.

L'organizzazione delle manifestazioni della Cgil avrà avuto un costo molto alto, sia per il sindacato che i lavoratori che hanno fatto sciopero. Quella dei freelance è costata solo qualche ora di tempo per organizzarsi sulle mailing list. Spontaneamente, qualcuno ha preso qualche ora al sonno per creare immagini, programmare i suoi tweet con programmi specifici, rubando qualche minuto alla sua pausa pranzo. L'obiettivo di questa protesta è intervenire sulla psiche di Renzi che intrattiene con i social network un rapporto ossessivo, come del resto tutti coloro che possono permettersi l'acquisto di uno smart phone, e hanno una carta di credito per scaricare le app.

Questa situazione è inconcepibile, almeno per chi ragiona con la mentalità otto-novecentesca dell'organizzazione. Renzi è stato messo all'angolo da una mobilitazione che ha influito psicologicamente e politicamente su un dato: ha tradito la costituency della suo governo 2.0 che parla di twitter, di innovazione, start up e tutto il corredo del riformatore giovane improvvisato ma poi triplica le tasse a chi dovrebbe creare innovazione e promuovere queste start up. La contraddizione è sembrata enorme anche agli occhi del presidente del Consiglio che infatti è tornato indietro sulle sue decisioni.

Niente tuttavia è risolto. Al pasticcio che ha creato con le sue mani, Renzi ha trovato una soluzione improvvisata. Ha mantenuto per le “giovani” partite Iva un doppio regime fiscale: quello vecchio dei minimi e quello nuovo che le massacra. Stessa storia per la previdenza: l'aumento dell'aliquota della gestione separata dal 27,72% al 30,72% (sarà al 33,72% nel 2018) è stato solo bloccato. Per il terzo anno consecutivo. L'iniquità fiscale e previdenziale resta sempre la stessa. L'esecutivo ha promesso un intervento organico. È dunque possibile che peggiori, e di molto, la situazione, considerate le capacità “riformiste” e le effettive capacità tecniche dimostrate dai governi dell'austerità in Italia. Anche quando hanno le migliori intenzioni, riescono inevitabilmente a peggiorare le norme che hanno concepito. Per il momento non c'è alcuna soluzione in vista e le associazioni del lavoro autonomo chiedono un ripensamento globale del welfare e del diritto del lavoro.

Qualcosa esiste tra noi
È difficile che questo fatto possa ripetersi. Almeno in questa forma. Ma dovrebbe servire da ammonimento per chi pensa che basta un tweet per vincere una partita politica che evidentemente è più grande di una protesta online. Anche per questa ragione è straordinario quello che è accaduto e offre materia per una seria riflessione. Abbiamo osservato uno degli aspetti che gli indignados spagnoli, e i loro movimenti, hanno chiamato “tecnopolitica”. Basta un account twitter per arrestare una decisione, ma soprattutto per segnalare un cambio di indirizzo o mentalità in chi detiene il potere. Poi serve l'organizzazione, e la sua strutturazione, per fare emergere ciò che più conta nella politica: il corpo, le relazioni, la creazione di un'intelligenza comune nell'incontro.

Ma per fare un discorso di senso compiuto su questo tema molto importante bisogna sgomberare il campo. Quello che sta emergendo non è semplicemente un nuovo “sindacalismo”. E non è nemmeno il risultato di una mobilitazione individuale che trova argomenti comuni casualmente sui social network. I singoli, invece, sentono di condividere una condizione comune con altri anonimi. E si riconoscono rilanciando i tweet e, addirittura, producendo immagini, senso comune, post, ragionamenti. Si incontrano nei cowork in tutta Italia, com'è accaduto nella mobilitazione con l'hashtag #siamorotti, e improvvisano flash-mob che riprendono e rilanciano sui social network.

Sono modellini comportamentali che attestano l'esistenza di un patrimonio di lotte, di argomentazioni, di saperi tecnici che si sono accumulati nell'ultimo decennio. Su scala infinitesimale si è formato un habitus che supera le idiosincrasie individuali, le appartenenze professionali e gli status, trovando nella misura di 140 caratteri un minimo denominatore comune. Nel tempo dell'atomizzazione sociale, e della fluidità e dell'individualismo, questi elementi non dovrebbero essere liquidati con un'alzata di spalle. Sono piccole, piccolissime cose, ma che possono incrinare la forma di vita dominanti. Oggi trovare un'ora di tempo per usare twitter insieme ad altri non è scontato. Il problema, come sempre, è che poi si torna nell'abitacolo della macchina che ti porta lontano nel viaggio solitario verso l'alienazione totale. Ciò che tuttavia è importante è avere trovato qualcosa da fare in un momento in cui tutto dice che, insieme ad altri, non c'è nulla da fare e non esiste nulla in comune.

È bastata questa intuizione, in fondo innocua, a raggiungere un risultato parziale – ma un risultato – a differenza della Cgil che ha mobilitato milioni di persone in carne e ossa senza impedire che il Jobs Act fosse approvato. Viviamo in un tempo dove l'infinitamente piccolo, fluido, non corporativo riesce a conquistare qualcosa che per l'infinitamente grande, pesante, strutturato è un'illusione. Questa sproporzione sembra incredibile, ma è degna di essere pensata.

Su una cosa Renzi però ha ragione. Quella della Cgil è una retorica sul lavoro dipendente, e la sua aspirazione a tutelare il lavoro non dipendente è poco credibile, vista la storia recente. Non che sia infondato il suo slancio a tutelare tutto il lavoro, anzi. Il problema è la fiducia nel suo universalismo. Siamo arrivati al punto che se la Cgil dice: vogliamo proteggere il lavoro, pochi le credono. In un capitalismo dove tutto è basato sulla reputazione, al sindacato manca esattamente la reputazione, la credibilità, la fiducia. Questo è il segno della sua crisi. Che è organizzativa, ma anche di senso. Oggi più che mai abbiamo bisogno di nuove forme di auto-organizzazione politica e sindacale, contro questo capitalismo, contro questo zombie dell'Unione Europa austeritaria. Quello di cui non abbiamo bisogno è questo sindacato.

Senza voce
Ciò che sento mancare ancora a livello diffuso non è solo una rappresentazione generale della nuova condizione. Esiste un'enorme carenza di fiducia in se stessi e nella propria capacità di auto-organizzazione. Esiste una disillusione che impedisce di coniugare il grande livello di competenze diffuse con un'analoga riflessione sulla politica. Questa sfiducia può essere addirittura superiore di quella che oggi sommerge le istituzioni.

La rimozione di una coscienza di sé è tanto più estesa quanto più è forte la capacità di neutralizzazione della politica populista. Questo è anche il risultato di una specifica configurazione della cultura professionale ottocentesca di cui siamo eredi. Tale cultura impone al professionista di non considerare la propria condizione materiale. Troppe questioni tecniche, sindacali, del “lavoro” inutili. Il professionista deve invece competere sul mercato, stare in società, non pensare a questi “dettagli”. Non è raro incontrare oggi avvocati o giornalisti che vivono come proletari ma non conoscono nulla delle ragioni che li hanno ridotti in questo stato. In grande, questa rimozione è la stessa che impedisce ai cittadini di partire da sé e capire che le cose da cambiare sono quelle vicine, e non solo quelle che stanno in alto. O che vedono in Tv.

Chi riesce a cambiare sguardo scopre la politica. Cioè il fatto che le proprie argomentazioni, più che ragionevoli in realtà, non vengono ascoltate da nessuno. E che, anzi, non vengono trattate nemmeno come argomenti razionali. Qui nasce la recriminazione, il vittimismo, la solitudine. Invece di considerare i propri argomenti come lo strumento per costruire una rivendicazione comune, spesso queste competenze rimangono rimosse o affidate ai canali delle rappresentanze tradizionali che – per loro costituzione – le neutralizzano, facendole scomparire.

È il problema classico dei “senza voce” o dei “senza parte” di cui parla il filosofo francese Jacques Rancière. Questo ragionamento è stato fatto per le “classi popolari” o quella “operaia”. Il cortocircuito attuale è dovuto al fatto che questo avviene a tutti i livelli della società, nel “mezzo” del “ceto medio”, e non solo nel “basso” di quelle “popolari” appunto. L'analisi politica, e quella critica, dovrebbe innovarsi e dotarsi degli strumenti per riconoscere quello che sta accadendo. Anche su questo livello scontiamo un ritardo gigantesco che non aiuta nemmeno i soggetti implicati in questa situazione a maturare la consapevolezza necessaria alle loro argomentazioni. Che non sono solo “professionali” ma che hanno una valenza senz'altro più generale.

Le pillole amare del Jobs Act

Andrea Fumagalli

1. Sarebbe troppo facile paragonare la promessa di 800.000 posti stabili di lavoro del Ministro Padoan (grazie al Jobs Act) con l’analoga promessa (di poco superiore) di un milione di posti di lavoro fatta da Berlusconi esattamente 20 anni fa. L’analogia non sta solo nei numeri ma soprattutto nella non corretta informazione (quindi mistificazione) degli strumenti che si vorrebbero utilizzare per raggiungere l’obiettivo dichiarato.

2. Berlusconi all’epoca aveva affermato che era sufficiente che un imprenditore su cinque assumesse una persona e immediatamente si sarebbero creati un milione di posti di lavoro. Una banale constatazione che aveva il suo appeal comunicativo (ed elettorale) se il futuro nuovo governo operava a favore dell’economia di mercato e della stessa attività imprenditoriale, in un contesto di espansione economica. E infatti l’argomentazione ebbe il risultato sperato, mettendo in un angolo le scarse contro-argomentazioni dell’allora avversario Achille Occhetto. Peccato che nessuno (e men che meno Occhetto) aveva fatto rilevare che in Italia gli imprenditori non erano 5 milioni, ma solo 400.000 e quindi se uno su cinque (il 20%) assumeva una persona il massimo dell’occupazione possibile era di 80.000 unità. Per imprenditore si intende infatti colui che ha tre gradi di libertà (seppur vincolata): libertà di decidere come, quanto e a che prezzo produrre. Dei 5 milioni di lavoratori “indipendenti”, infatti, il 40% circa (2 milioni) è composto da lavoratoti autonomi e partite Iva che lavorano su commessa altrui (quindi eterodiretti), 20% sono liberi professionisti iscritti agli albo di settore, 15% sono soci di cooperative, 15% sono ditte familiari (dati Istat). I veri imprenditori sono quindi meno del 10%. E infatti, il milione di posti di lavoro divenne una chimera.

3. In un contesto economico del tutto diverso, l’attuale governo promette 800.000 posti di lavoro a tempo indeterminato. In realtà non si tratta di vera “creazione” di posti di lavoro, con conseguente calo del tasso di disoccupazione, ma piuttosto di sostituzione di contratti precari (cococo, tempo determinato, ecc.) con rapporti stabili di lavoro, sulla base delle stime (di fonte ignota) relative al futuro utilizzo del contratto di lavoro a tempo indeterminato con tutele crescenti. Peccato che ciò oggi non venga ricordato come ai tempi di Berlusconi non ci si ricordava del vero numero di imprenditori degni di tale nome.

4. Oggi non ci si ricorda neppure che con la legge 78 approvata in via definitiva lo scorso 16 maggio, nota come legge Poletti (o Jobs Act, atto I), si sancisce la totale liberalizzazione del contratto a termine (CTD) rendendolo a-causale (http://quaderni.sanprecario.info/2014/07/job-act-dal-diritto-del-lavoro-al-lavoro-senza-diritti-di-giovanni-giovannelli/). Viene fittiziamente posto un limite massimo ai rinnovi possibili (cinque), ma poiché i rinnovi non sono applicabili alla persona ma alla mansione, basta modificare quest’ultima per condannare una persona al lavoro intermittente a vita. La precarietà è stata così completamente istituzionalizzata.

5. Come uno specchietto per allodole, a mo' di compensazione, con il testo approvato con voto di fiducia, si istituisce il contratto da lavoro dipendente a tutele crescenti, in relazione all'anzianità di servizio. Si tratta di un particolare “contratto a tempo indeterminato” che dà la possibilità al datore di lavoro di interrompere il rapporto in qualunque momento e senza motivazione nei primi tre anni. In pratica, in questo lasso di tempo, l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non si applica. Inoltre, poiché nel testo non si dice se tale tipo di contratto andrà a eliminare i contratti in essere, esso si aggiunge alla normativa già esistente. Ci si dovrebbe allora domandare: se già si può assumere (nel caso si voglia assumere) un lavoratore o una lavoratrice con un contratto a termine senza alcuna giustificazione, perché mai un datore di lavoratore sarebbe incentivato a utilizzare questo nuovo contratto “a tutele crescenti”? Ebbene, potrebbe essere disposto a farlo nel caso in cui avesse estrema necessità delle competenze e della professionalità del lavoratore/trice. Ma grazie alla “tutela crescente”, invece, potrà sottoporre a un periodo di prova, lungo la bellezza di tre anni, anche coloro che hanno questi requisiti. Si tratterebbe quindi di un contratto di lavorio di serie B, come evidenziano anche Boeri e Garibaldo (http://www.lavoce.info/quali-tutele-quanto-crescenti/). Il capolavoro è compiuto, il futuro incerto.

5. Ci viene detto che liberalizzare il mercato del lavoro è condizione necessaria e sufficiente per mettere un piede nel mercato del lavoro, soprattutto a vantaggio delle giovani generazioni. Non è vero. In primo luogo, tali politiche del lavoro sono sempre accompagnate da politiche di riduzione dei costi di produzione delle imprese con effetti di ridurre la domanda via austerity. La legge di stabilità 2015 presentata dal governo è un ottimo esempio. Diminuzione delle tasse delle imprese (Irap), dei contributi sociali per i neo assunti a tempo indeterminato, taglio di parecchi miliardi per la spesa degli enti locali e centrali (giustificati demagogicamente dalla volontà di ridurre gli sprechi, che, pure, ci sono, ma non di tale entità): provvedimenti che vanno a sostegno dell’offerta, sostenuti dall’idea che aumentare i profitti riducendo i costi faciliterà l’aumento degli investimenti e quindi della produzione e dell’occupazione. Non vi è nessun provvedimento serio a sostegno della domanda, se non gli insufficienti - e non per tutti - 80 euro di elettorale memoria. Non viene introdotto né un salario minimo, né un reddito minimo. Una seria riforma del welfare a sostegno dei redditi più poveri non viene neppure presa in considerazione. Non è necessario essere degli esperti economisti per comprendere che se non vi sono stimoli seri e duraturi (strutturali) alla domanda, anche in presenza di costi minimi, nessun imprenditore sano di mente rischia di investire per aumentare la produzione se si aspetta che poi le merci o i sevizi prodotti non verranno acquistati. Ne consegue che il Pil langue e il rapporto deficit/pil non può ridursi se il denominatore del rapporto non cresce, ma addirittura diminuisce.

6. In secondo luogo, oggi dopo vari anni di precarizzazione del mercato del lavoro e di politiche di austerity siamo in grado di misurare la loro efficacia. Qualche dato: nel corso dell’ultimo anno, sono stati persi più di 200.000 posti di lavoro: è il saldo tra le dismissioni e le assunzioni (dati Istat). Si tratta dell’effetto, mai ricordato, che sono stati cancellati più di 550.000 posti stabili di lavoro (grazie anche alle facilitazioni della riforma Fornero del giugno 2013 che ha introdotto il licenziamento individuale per motivi economici) e sostituiti da 350.000 circa posti di lavoro precario (in maggioranza a tempo determinato). Non solo l’occupazione è peggiorata in quantità ma anche in qualità! Ma non solo. Se guardiamo all’occupazione giovanile (dati Ocse), negli ultimi 5 anni la quota di giovani precari sul totale dei giovani occupati è passata dal 43% al 55%. Eppure, nonostante l’aumento della flessibilizzazione, il tasso di disoccupazione giovanile è aumentato di oltre 10 punti percentuali, sino a sfiorare il 45%. Infine, l’indice di protezione dell’impiego (un indice che calcola la rigidità del lavoro) negli ultimi 10 anni è diminuito di quasi un terzo in Italia (sempre dati Ocse), mentre la disoccupazione è aumentata. A riprova che la causa prima della disoccupazione non risiede solo nelle condizioni interne a mercato del lavoro e men che mai nella sua presunta rigidità ma piuttosto nella debolezza della domanda finale.

7. Quando il ministro Padoan ha dichiarato che verranno creati 800.000 posti di lavoro, forse voleva riferirsi anche al fatto che con il piano Garanzia Giovani, introdotto nel Jobs Act Atto I e finanziato dalla Comunità Europea, si introducono avviamenti al mercato del lavoro per i giovani basati su stage sotto-remunerati, lavoro volontario e servizio civile. Il paradigma del lavoro gratuito si sta sempre più diffondendo nel nostro paese come modalità illusoria di poter mettere appunto un piede nel mercato del lavoro e distogliere i nostri giovani dalle sirene dell’ozio e della fannullaggine. L’evento Expo2015 testerà questa operazione. Ci saranno risultati? Difficile crederlo. Non si sazia un affamato, invitandolo alla tavola più o meno imbandita di un ristorante ma senza ordinargli nulla da mangiare!

8. Si dice che Renzi abbia inventato una nuova branca dell’economia politica: l’economia dell’annuncio. Probabilmente è vero, anche perché oggi l’annuncio caratterizza la svolta linguista della politica economica, come ci ricorda Christian Marazzi. Ma purtroppo ad alcuni annunci seguono fatti concreti, assai preoccupanti. Se guardiamo l’insieme dei provvedimenti che compongono il Jobs Act (atto I e atto II), crediamo che l’obiettivo sia di ridurre il mercato del lavoro italiano in tre segmenti principali, in grado di procedere ad una razionalizzazione della rapporto di lavoro precario, che ne consenta la strutturalità e la generalizzazione, in una condizione di ricatto (e sfruttamento) continuo:

a. si punta a fare del CTD il contratto standard per tutti/e, dai 30 anni all’età della pensione. Tale contratto, basato su un rapporto individuale, ricattabile e subordinato deve diventare il contratto di riferimento, in grado di sostituire per obsolescenza il contratto a tempo indeterminato. A tale contratto si aggiungerebbe il contratto a tutele crescenti (presentato a mo’ di pannicello caldo), che verrebbe applicato soprattutto a coloro che presentano livelli di professionalità medio-alti.

b. per i giovani con minor qualifica, l’ingresso nel mercato del lavoro diventa il contratto di apprendistato, ora trasformato, in seguito alle “innovazioni” introdotte dal Jobs Act (atto I), in semplice contratto di inserimento a bassi salari (- 30%) e minor oneri per l’impresa. Il target di riferimento sono essenzialmente i giovani al di sotto dei 29 anni che non hanno titoli universitari (trimestrale e magistrale).

c. per i giovani under 29 anni che invece hanno qualifica medio-alta (laurea o master di I e II livello) entra in azione invece il piano “garanzia giovani”, che, utilizzando i fondi europei del progetto 2020 (1,5 miliardi di euro stanziati per l’Italia, in vigore dal 1 maggio di quest’anno, su base regionale), intende definire una piattaforma di incontro tra domanda e offerta di lavoro, con intermediazione di società pubblico-private garantite a livello regionale, in cui si delineano tre percorsi di inserimento al lavoro in attesa di poter essere poi assunti con CTD o, ora, con il contratto a tutele crescenti: servizio civile (gratuito), stage (semi gratuito), lavoro volontario (gratuito). Il modello è quello delineato dal contratto del 23 luglio 2013 per l’Expo di Milano, che ora viene esteso a livello nazionale. L’obiettivo è aumentare – come si dice nel linguaggio europeo – l’occupabilità (employability), ovvero definire occupati a costo zero circa 600.000 giovani (se tutto funziona!), così da toglierli dalle statistiche sulla disoccupazione giovanile e consentire al governo Renzi di mostrare che nel 2015 il tasso di disoccupazione è miracolosamente diminuito di 10-15 punti! Altro che aumento dell’occupazione!

Ne consegue che questa ristrutturazione del mercato del lavoro sancisce la completa irreversibilità della condizione precaria, confermandone la natura esistenziale, strutturale e generalizzata. Una condizione che è tra le prime cause della stagnazione economica dell’Italia: chi di precarietà ferisce, prima o poi di precarietà perisce.

9. Negli spot pubblicitari della Cgil che annunciano la manifestazione di sabato 25 ottobre, per la prima volta si dichiara che si vuole combattere la precarietà e non solo la disoccupazione, in nome del diritto al lavoro e della dignità. Siamo nel 2014 a 30 anni esatti dall’introduzione in Italia del primo contratto precario, il contratto di formazione-lavoro del 1984. Meglio tardi che mai e benvenuti tra noi! Ma non sarà un po’ tardi? Non si cerca di chiudere la stalla, quando i buoi sono già scappati? E a quando la richiesta da parte sindacale di un salario minimo e di un reddito minimo di base?