Twitter antigas

Juan Domingo Sánchez Estop

L'uccellino di Twitter con il becco coperto da una maschera antigas: questo è il simbolo che hanno adottato i compagni turchi di piazza Taksim. Molti hanno criticato questo simbolo perché consumista o perché evidenzierebbe una mania per i social network, sostenendo che poiché la rete appartiene al capitale allora il suo uso non può che essere controproducente per noi.

Tuttavia in un contesto capitalista quello che succede con Twitter, che, non dimentichiamolo, è uno strumento di lavoro, è quello che succede con tutti gli altri strumenti. Sono capitale fisso, lavoro morto: sono allo stesso tempo qualcosa che appartiene al lavoratore (il prolungamento delle sue membra e dei suoi organi, una protesi), sia qualcosa che gli è stato espropriato. Ecco perché tutti gli strumenti hanno questo carattere ambivalente: sono la potenza collettiva dei lavoratori, ma formalmente questa potenza appartiene a qualcun altro.

Tuttavia l'espropriazione non può mai essere totale: il rapporto di espropriazione che costituisce il capitale è sempre, come ogni rapporto di potere, un rapporto conflittuale tra antagonisti. Anche se le macchine appartengono al padrone, chi deve e sa utilizzarle è sempre il lavoratore associato. Anche se le reti e i linguaggi e i saperi che circolano attraverso la rete appartengono giuridicamente al capitale, diventano produttivi solo quando vengono riempiti dal lavoro vivo.

Il capitalismo ha sempre funzionato così, trattenendo la potenza produttiva comune. Anche nelle sue fasi più primitive, quelle di cui parla Marx nel capitolo del Capitale dedicato alla Cooperazione. Il fatto è che il comunismo ben lungi dall'essere un'utopia, è al contrario la struttura stessa della società. Oggi questo «sequestro» della potenza produttiva sociale è ancora più evidente, ora che il capitale fisso più importante è costituito dalla conoscenza e dalla cooperazione che sono inseparabili dal lavoro vivo. Nella società della conoscenza il capitale si rivela inutile e parassitario. I rapporti sociali capitalistici sono rapporti feudali.

La maschera antigas evoca allora il procedere mascherato del comunismo, il passaggio dei rapporti e delle reti immaginarie attraverso le relazioni di potere capitaliste e statuali. Ed è solo dall'interno di questo complesso ideologico e di questo insieme di relazioni sociali che ci attanagliano – e nelle quali però si esprime anche la nostra potenza – che sarà possibile una trasformazione radicale, uscire dal capitalismo. Marx, diversamente da molti marxisti di oggi, aveva ben chiara questa necessità di attraversare il sistema dalle sue stesse viscere, perché questo, e non un utopico mondo del dover essere, è il mondo che noi abitiamo.

«Ma nell’ambito della società borghese fondata sul valore di scambio si generano rapporti sia di produzione che commerciali, i quali sono altrettante mine per farla saltare. (Una massa di forme antitetiche dell’unità sociale il cui carattere antitetico tuttavia non può essere mai fatto saltare attraverso una pacifica metamorfosi. D’altra parte se noi non trovassimo già occultate nella società, così com’è, le condizioni materiali di produzione e i loro corrispondenti rapporti commerciali per una società senza classi, tutti i tentativi di farla saltare sarebbero altrettanti sforzi donchisciotteschi)». [Marx, Grundrisse, vol. 1, p.101]

In questo testo Marx parla di una violenza necessaria e ha ragione, è la violenza del comunismo nel tessuto del capitale: la solidarietà, lo sviluppo del comune, l'estensione del comunismo dentro il corpo sociale del capitale, tutto questo è violenza perché costituisce una minaccia mortale per il capitale. «Larvatus prodeo» era il motto di Cartesio: per sfuggire alla censura si mantenne sempre su posizioni «prudenti» e «ragionevoli», finendo però per farsi assorbire da queste.

Anche l'uccellino di Twitter mascherato corre questo rischio, sempre presente: che la proprietà finisca per prevalere sul comune. Ma non dimentichiamoci che anche la falce e il martello, simboli del grano mietuto e del ferro battuto per il padrone, a un certo punto hanno cambiato di segno trasformandosi in un'arma brandita contro il padrone. La rivoluzione è immanente: si fa dall'interno dei rapporti sociali capitalistici e contro di loro. Dentro e contro, questo è il motto di una politica materialista di liberazione.

 Traduzione di Nicolas Martino

Torri e cuori degli uomini

Giorgio Mascitelli

La recente vicenda dell’occupazione e successivo sgombero del grattacielo Galfa a Milano ha avuto ai miei occhi lo straordinario merito di rimettermi in contatto con la mia infanzia. Alunno delle prospicienti scuole elementare di via Galvani e media di via Fara ho giocato decine di volte nei suoi parcheggi all’uscita di scuola e me ne ero dimenticato. Sicuramente a differenza del più illustre abitante della non lontana via Gluck non posso affermare di aver trascorso un’infanzia nel verde, ma tra ferro e cemento, del resto sono nato proprio nell’anno in cui veniva composta la canzone che ricordava la storia di quel ragazzo. Si sa d’altra parte che i bambini hanno la sublime capacità di trasformare qualsiasi posto in un verde prato. Pur essendoci passato sotto chissà quante volte negli anni successivi, del Galfa mi ero proprio scordato.

Il Galfa per me non è stato solo luogo di gioco, ma mi ricordo anche di averlo visitato con la mia classe alle elementari: credo che il piano didattico delle visite fosse quello di far conoscere ai bambini accanto ad alcuni luoghi storici di Milano come il Castello Sforzesco o il museo Poldi Pezzoli, i luoghi della Milano produttiva del presente e mi ricordo che visitammo una fabbrica tessile, la redazione di un giornale, la centrale del latte e, soprattutto, i due grandi grattacieli nostri vicini, gli emblemi stessi dello sviluppo, il Pirelli e il Galfa. Insomma visitavamo quello che a tutti sembrava il nostro futuro.

Confesso che la cosa che mi ha colpito di più di tutta la vicenda del Galfa è stata la notizia che esso era stato abbandonato già da quindici anni e naturalmente buona parte degli altri luoghi produttivi che ho visitato non esiste più. Lo ha già scritto il Poeta che una città cambia più in fretta del cuore di un uomo: ma almeno in quel caso lamentava lo spianamento di graziose stradine medievali per far spazio ai grandiosi boulevard delle circolazione delle merci e dei cannoni, io ho visto abbandonare quello che mi era stato assicurato essere il futuro.

Il nostro secolo si è aperto con il tragico abbattimento di due torri e quasi tutti i commentatori sottolinearono l’aspetto storicamente simbolico del fatto, di rottura epocale; ai miei occhi di ex bambino però questa torre vuota e monumentale, abbandonata dopo un periodo di impiego largamente inferiore a quello di qualsiasi condominio, è un simbolo ancora più potente.

(IN)DOGMA

Indy: gli indipendenti fanno la differenza
Indy è il prototipo di una fiera del «gusto non omologato», che raduna produttori indipendenti provenienti da diversi settori: editori, produttori cinematografici e musicali, vignaioli e birrai. Risponde all’esigenza di mettere a confronto le esperienze di settori diversi eppure accomunati dallo stesso problema: la pressione dei monopoli e della grande distribuzione, di un mercato che cancella le differenze e impone la stessa uniformità di gusto.

Indy: per consumatori critici
Indy è un luogo di incontro per «consumatori non omologati», per chi in un vino o in un film, in un libro o in una birra, è ancora capace di trovarci un’anima. Indy vuole essere il modello di una diversa fiera del gusto. Uno spazio di riflessione tra produttori provenienti da ambiti eterogenei e di incontro con un bacino di «consumatori» attento e in cerca di diversità, capaci di superare la povertà di esperienza delle produzioni massificate. Non una mostra di prodotti o un nuovo salone dell’edonismo. Ma un percorso dentro quelle filiere produttive attente a ciò che fanno, consapevoli del modello culturale, relazionale e ambientale di cui sono portatrici.

Indy: per produttori artigiani
Indy è un luogo di valorizzazione di esperienze produttive autonome e artigiane che rifiutano la serialità e le regole di una produzione «di catena». Di quei produttori che in ciò che fanno investono la propria cultura, la propria passione e la propria abilità e che attraverso un prodotto veicolano un’idea di mondo.

Indy: per produttori indipendenti liberi, creativi e antimonopolisti
Indy è un momento di aggregazione e visibilità di realtà produttive che sono espressione di una ricchezza sociale e culturale sempre meno valorizzata e sempre più schiacciata dai monopoli distributivi e commerciali. Le sale cinematografiche, le librerie di catena, gli scaffali dei supermercati, i media e i giornali propongono gli stessi prodotti culturali e materiali, prodotti serializzati e privi di ogni peculiarità. I produttori indipendenti, a prescindere dal settore in cui sono impegnati, sembrano oggi avere poche alternative per sopravvivere: accettare le regole e adeguare quello che fanno – il loro sapere, la loro competenza – a un «mercato» che è tutto fuorché «libero».

Indy: contro la semplificazione del gusto e la sua omologazione, a difesa della molteplicità
Indy è una fiera del «gusto» che rifiuta le regole della standardizzazione e rivendica il diritto alla differenza. Una differenza che traduce in un libro, in un vino, in una birra, in un film o in un brano musicale la cultura e la sapienza di chi li produce. Indy è una fiera di «produttori» che vedono stringersi i margini della loro libertà, perché il mercato, oltre al gusto, impone prezzi e forme di produzione.

Indy: contro la nocività
Indy vuole essere l’occasione per pensare alle nuove forme della nocività. L’edonismo e una certa cultura del «gusto buono» sono l’altra faccia della medaglia di una produzione materiale e immateriale che diffonde e vende nocività. Indy rivendica il diritto a una «vita buona», a prescindere dalle forme di piacere ed edonismo diffuse dal mercato.

Indy: un atto di aggregazione
Indy è anche il luogo di un conflitto: tra i produttori indipendenti di cultura, tanto immateriale che materiale, e le grandi concentrazioni monopolistiche. L’indipendenza, l’artigianalità, l’autonomia sono spesso sinonimo di creatività e innovazione, di ricchezza culturale e sociale. Nella loro battaglia quotidiana per esistere, i produttori indipendenti non possono contare su politiche pubbliche, né locali né nazionali, che li favoriscano. Indy vuole essere una forma «primitiva» di aggregazione, un modo per dire: «sono gli indipendenti a fare la differenza e vogliamo continuare a esistere». Indy vuole rompere con l’idea di un mondo di piccoli «imprenditori di se stessi» in competizione fra loro. Indy rivendichi la valorizzazione di questa molteplicità, vero motore della ricchezza sociale.

Indy: un'azione di salvataggio
Indy afferma una cultura della differenza e dell’indipendenza. È un modo per difendere chi la produce, dandogli visibilità in un contesto metropolitano. È un modo per offrire qualità e accessibilità, un «modo altro» di consumare e di stare dentro il mercato.

Indy: un’idea di tre realtà indipendenti
Indy è promosso da tre realtà che dell’indipendenza culturale hanno fatto la loro ragione d’essere: la rivista mensile «alfabeta2», la casa editrice DeriveApprodi, Radio Popolare Roma, organizzate in un coordinamento progettuale e operativo.

Indy: per cominciare, con tre giorni di fiera
Indy è per tre giorni: performance artistiche, letture, dibattiti, esposizioni, mostre, concerti, proiezioni, degustazioni, incontri con cantine e mastri birrai, narrazioni, proiezioni di film… Un flusso di iniziative dentro un’unica programmazione, per lasciar parlare le culture della differenza.

Pubblichiamo il manifesto di INDY - Fiera dei gusti non omologati dedicata alle produzioni indipendenti. INDY è un'iniziativa promossa dal mensile alfabeta2, dalla casa editrice DeriveApprodi e da Radio Popolare Roma ed è ospitata negli spazi del centro sociale Brancaleone a Roma dal 1 al 3 giugno 2012.

MACAO! Occupy Torre Galfa

Lucia Tozzi

I Lavoratori dell’arte, supportati dalla rete di Teatro Valle e Cinema Palazzo (Roma), Sale Docks (Venezia), Teatro Garibaldi (Palermo), Teatro Coppola (Catania) e Asilo della creatività e della conoscenza (Napoli), hanno occupato la torre Galfa a Milano: non un teatro, un cinema, ma un grattacielo. E non un grattacielo qualunque, ma un edificio cruciale per la storia, per la posizione e per l’assetto proprietario. Progettato da Melchiorre Bega alla fine degli anni ’50, immortalato ne La vita agra, sede prima di una compagnia petrolifera e poi di una banca, è stato abbandonato, bonificato (divelti pavimenti, bagni, controsoffittature, tutto) e acquistato nel 2006 da Fondiaria Sai, assorbito cioè nell’aura luciferina di Ligresti. La cosa più interessante è che quello che oggi è stato ribattezzato MACAO si trova geograficamente in uno degli epicentri dell’universo immobiliare ligrestiano, a un passo dall’immenso cantiere di Porta Nuova-Garibaldi, noto ai più per il Bosco Verticale o l’antennone psichedelico della torre Unicredit progettata da Cesar Pelli.

foto: Giulia Ticozzi / IlPost

La scelta di deviare dal modello spaziale originario della protesta – luoghi dismessi dedicati alla cultura – per aggredire un simbolo che rimanda all’economia del Real Estate e della finanza è stata accolta in modo ambivalente: al di là dell’entusiasmo smisurato degli architetti e dei fotografi, impazziti per la possibilità di scalare i trentuno piani della Galfa, sono fioccate le accuse di megalomania e di scarsa efficacia del messaggio politico, secondo l’idea che una corrispondenza biunivoca tra operatori della cultura e spazi culturali costituirebbe un’evidenza politica irrinunciabile.

Al contrario, la potenza di questa scelta in una città come Milano risiede nella sua implicita associazione tra la sfera culturale e le questioni urbane nel senso più ampio. Lo scopo non è solo quello di procurarsi degli spazi per «fare cultura dal basso», per potere organizzare incontri, eventi, mostre e spettacoli che il mercato culturale contemporaneo soffoca ancor prima che siano nati, né tantomeno di costruire una delle tante reti di reti che assembla precari e creativi, attivisti e intellettuali senza fornire un orizzonte comune. In questo caso diventa prioritario connettere le idee: la mancanza cronica di spazi e soldi per il welfare, il lavoro o dei progetti culturali degni di chiamarsi tali è una diretta conseguenza dell’economia dei grandi eventi, delle grandi opere e dell’assurdo imperativo della crescita immobiliare. Occupare un bellissimo grattacielo dismesso a pochi metri da nuove torri di uffici destinate a restare invendute e nutrire la bolla significa mettere in questione non solo una serie di politiche sciagurate attribuibile a una fetta dello spettro politico, ma una logica di appropriazione dei beni comuni che ha regnato sovrana e indifferenziata, plasmando un pensiero unico che va smantellato pezzo per pezzo.

foto: Ivan Carozzi

Investire nel Salone del Mobile e nell’EXPO, ad esempio, lungi dal tradursi in crescita per le masse di lavoratori, designer, architetti, giornalisti, studenti che contribuiscono semigratuitamente alla loro realizzazione, significa attuare una sistematica spoliazione dei loro saperi, energie, lavoro, denaro a vantaggio di una élite minuscola di accaparratori, una redistribuzione verso l’alto di un’enorme produzione comune. Continuare ad alimentare il sistema della rendita fondiaria, seppure con un piano urbanistico che ha attenuato i più nefasti tra i dispositivi precedentemente elaborati, non aiuterà la popolazione ad avere una città migliore né i servizi cui legittimamente aspira, ma produrrà un’accentuazione della segregazione spaziale ed economica. Appaltare mostre, concerti, spettacoli, formazione, progetti, concorsi a curatori star appartenenti a circuiti di potere consolidato è un fenomeno dello stesso ordine, perché fondato sull’esclusione delle persone e delle idee meno allineate e, in ultima analisi, del pensiero critico.

Le lotte per lo spazio, il lavoro e la cultura hanno un’unica matrice, riconducibile a una nuova consapevolezza della natura squisitamente classista delle politiche degli ultimi decenni. Smascherare i meccanismi di accumulazione proprietaria ed esclusione che legano strutturalmente questi mondi apparentemente distinti è uno dei grandi obbiettivi dei nuovi movimenti. MACAO è il luogo adatto per farlo.

L’appello del Quinto Stato

Se chi ci governa non sa immaginare il futuro, proveremo a farlo noi. Appello contro il ddl Fornero e per una nuova idea di lavoro e welfare.

Siamo lavoratrici e lavoratori della conoscenza, dello spettacolo, della cultura e della comunicazione, della formazione e della ricerca, autonomi e precari del terziario avanzato. Lavoriamo con la partita IVA, i contratti di collaborazione, in regime di diritto d’autore, con le borse di studio, nelle forme della microimpresa e dell’economia collaborativa. Siamo cervelli in lotta, non in fuga, ovunque ci troviamo. Ci occupiamo di cura della persona, della tutela del patrimonio artistico. Ogni giorno produciamo beni comuni intangibili e necessari: intelligenza, relazioni, benessere sociale.

Siamo il grande assente nel dibattito sulla riforma del mercato del lavoro, tutto concentrato sullo strumentale dibattito sull’articolo 18. Questa riforma sta facendo passare, in sordina, la decisione di aumentare l’aliquota previdenziale per le partite IVA di 6 punti, dal 27 al 33%. Una scelta gravissima, che inciderà sulla vita delle lavoratrici e dei lavoratori iscritti alla gestione separata INPS. Già dal prossimo settembre almeno un milione e trecentomila persone vedranno il proprio reddito nuovamente tagliato, senza alcuna speranza di percepire in futuro una pensione dignitosa.

Ecco l’anomalia scandalosa del mondo del lavoro italiano: dove di fatto, a chi non ha un contratto da dipendente a tempo indeterminato, non viene riconosciuta piena cittadinanza costituzionale. In questo stato di discriminazione vivono almeno altri quattro milioni di persone la cui condizione di precarietà, tanto nella pubblica amministrazione quanto nel privato, non viene affrontata dal ddl in discussione in Parlamento se non mediante un contratto di apprendistato valido fino ai 29 anni di età. Ossia con una misura che da una parte complica il panorama delle forme contrattuali atipiche – già oggi 46! – dall’altra tenta di occultare una realtà ineludibile: nei prossimi vent’anni la nostra società sarà sempre più fondata sul lavoro indipendente.

Invece di tutelare un terzo della forza lavoro attiva in Italia, oggi si preferisce trattare sei milioni di persone a mo’ di bancomat per tenere in vita un sistema fallimentare. Si continua a non prendere in considerazione la possibilità di un reddito di cittadinanza, una delle forme di welfare in grado di contrastare l’enorme processo di esclusione sociale in corso. L’Italia resta l’unico Paese europeo, insieme alla Grecia, a non garantire protezioni sociali per tutti i lavoratori. La «nuova» assicurazione sociale (ASPI) non è che il vecchio sussidio di disoccupazione, praticamente inaccessibile a chi svolge un’attività indipendente.

Non vogliamo restare i paria di questa società e riteniamo fondamentale fermare, e ridiscutere radicalmente, le misure contenute nel ddl del Ministro Fornero. Perché oggi è in gioco molto più di una legge: si tratta – è impossibile non vederlo – del futuro del nostro Paese e della nostra civiltà. Per questo sentiamo la necessità di creare una coalizione del lavoro indipendente e precarizzato, tra chi è a rischio di povertà e le persone alla permanente ricerca di occupazione. Questo è il momento di promuovere, oltre i confini delle singole categorie, la consapevolezza di un obiettivo comune: creare il diritto effettivo e universale di cittadinanza e un dovere di solidarietà sociale.

Accanto alla regolazione dei rapporti contrattuali, qualsiasi riforma deve prevedere la tutela di tutte le persone nel cosiddetto «mercato» del lavoro. È necessario riconoscere nuovi diritti sociali fondamentali per le lavoratrici e i lavoratori autonomi in maternità o paternità, in malattia, nella transizione tra impieghi; diritti che garantiscano una retribuzione adeguata «e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa», com’è sancito dall’art. 36 della Costituzione.

Ciò impone scelte coraggiose nelle politiche economiche, sociali e culturali, improntate alla democrazia e alla trasparenza, al rispetto della vita e della dignità di tutti i cittadini e di tutte le persone che vivono e lavorano nel nostro Paese. Richiede una visione generale della società, una visione di cui avvertiamo drammaticamente l’assenza.

Invitiamo tutte le associazionidi categoria, le reti e i movimenti, oltre a tutti i singoli interessati, a sottoscrivere questo appello e a partecipare alla nostra campagna di mobilitazione, che avrà inizio con un’assemblea nazionale il prossimo 5 maggio alla Città dell’Altra Economia di Roma.

Per aderire scrivi a posta@ilquintostato.it

 Assemblea delle lavorat* indipendenti contro il ddl Fornero
e per una nuova idea di lavoro e welfare

Roma, Sabato 5 Maggio, ore 09,30
Città dell’Altra Economia
Largo Dino Frisullo – Roma

Questo è il momento di promuovere, oltre i confini delle singole categorie, la consapevolezza di un obiettivo comune, una coalizione del lavoro indipendente e precarizzato.

Do you remember Bianciardi?

Nicolas Martino

«Ma la luce acceca, piuttosto di illuminare, e forse tutta la luce che negli ultimi tempi inonda le nostre grandi città serve non da ultimo ad accrescere il buio»1. Probabilmente queste parole sarebbero piaciute a Luciano Bianciardi, sarebbero state bene nel suo romanzo La vita agra contronarrazione del boom economico italiano, controcanto «arrabbiato» alle mille luci della Milano capitale morale e dell'industria culturale di cui Bianciardi metteva all'indice l'alienazione, la solitudine e il fallimento generale.

E invece sono parole di Sigfried Kracauer e la città è la Berlino degli anni Trenta. Sorprendente coicidenza che non si ferma qui, mi pare, perché a rileggere le straordinarie pagine della ricerca micrologica di Kracuer dedicata a Gli impiegati sembra davvero di incrociare quello stesso sguardo spietato del nostro grossetano déraciné. Quelle classi medie, gli impiegati appunto che Kracauer descriveva come «spiritualmente senza tetto»2 nella Berlino fra le due guerre – quella della vacillante repubblica di Weimar - potrebbero essere gli stessi ragionieri e le segretarie di Bianciardi in una Milano che «di notte sembra un Luna Park»3. L'impiegato di Kracauer che «si salva dalla sua povertà con la distrazione»4 e la folla di Bianciardi che «compra, compra compra»5, sono temporalmente distanti ma ugualmente votati al culto del divertimento. Tanto che se - in un paio di preziose note del 1994 dedicate al nostro déraciné - Paolo Virno notava come il seguito sociologico della Vita agra potesse essere rintracciato nelle ricerche sul toyotismo di Benjamin Coriat, probabilmente è anche possibile considerare La vita agra come il proseguo letterario della ricerca sociologica di Kracauer.

luciano bianciardi 6 (500x279)
Luciano Bianciardi nel suo studio milanese (1964)

Note non solo preziose ma davvero illuminanti quelle a cui facciamo riferimento6, nelle quali riprendendo un brano de La vita agra Paolo Virno individua una formidabile intuizione da parte di Bianciardi. Riportiamo qui il brano ripreso da Virno: «E mi licenziarono, soltanto per via di questo fatto che strascico i piedi, mi muovo piano, mi guardo attorno anche quando non è indispensabile. Nel nostro mestiere invece occorre staccarli bene da terra, i piedi, e ribatterli sull'impiantito sonoramente, bisogna muoversi, scarpinare, scattare e fare polvere, una nube di polvere possibilmente, e poi nascondercisi dentro. Non è come fare il contadino o l'operaio. Il contadino si muove lento, perché tanto il suo lavoro va con le stagioni, lui non può seminare a luglio e vendemmiare a febbraio. L'operaio si muove svelto, ma se è alla catena, perché lì gli hanno contato i tempi di produzione, e se non cammina a quel ritmo sono guai. Ma altrimenti l’operaio va piano, in miniera per esempio non si mette mai a battere i piedi e il falegname se la fa con calma, la sua seggiola o il suo tavolino, con calma e precisione, e l'im bianchino ti resta in casa una settimana solo per scialba re una stanza. Ma il fatto è che il contadino appartiene alle attività primarie, e l'operaio alle secondarie. L'uno produce dal nulla, l'altro trasforma una cosa in un'altra. Il metro di valutazione, per l’operaio e per il contadino, è facile, quantitativo: se la fabbrica sforna tanti pezzi all'ora, se il podere rende. Nei nostri mestieri, è diverso, non ci sono metri di valutazione quantitativa. Come si misura la bravura di un prete, di un pubblicitario, di un PRM? Costoro né producono dal nulla, né trasformano. Non sono né primari né secondari.Terziari sono e anzi oserei dire […] addirittura quartari. Non sono strumenti di produzione, e nemmeno cinghie di trasmissione. Sono lubrificante, al massimo, sono vaselina pura. Come si può valutare un prete, un pubblicitario, un PRM? Come si fa a calcolare la quantità di fede, di desiderio, di acquisto, di simpatia che costoro saranno riusciti a far sorgere? No, non abbiamo altro metro se non la capacità di ciascuno di restare a galla, e di salire più su, insomma di diventare vescovo. In altre parole, a chi scelga una professione terziaria o quartaria occorrono doti e attitudini di tipo politico. La politica, come tutti sanno, ha cessato da molto tempo di essere scienza del buon governo, ed e diventata invece arte della conquista e della conservazione del potere. Così la bontà di un uomo politico non si misura sul bene che egli riesce a fare agli altri, ma sulla rapidità con cui arriva al vertice e sul tempo che vi si mantiene. [...] Allo stesso modo, nelle professioni terziarie e quartarie, non esistendo alcuna visibile produzione di beni che funga da metro, il criterio sarà quello»7.

Marco Cingolani_dimmi tuttoFeltrinelli (500x375)
Marco Cingolani, Dimmi tutto (2010)

L'intuizione è questa: l'emergere di una nuova natura del lavoro, un nuovo settore che non è più quello terziario, ma quartaro come lo chiama Bianciardi – lavoro caratterizzato dall'assenza di un'opera, ovvero dall'immaterialità. Le professioni legate alla comunicazione non danno luogo a un prodotto tangibile e quindi, proprio perché «non si fabbricano nuovi oggetti, ma situazioni comunicative», queste esigono attitudini di tipo politico. Il lavoro inizia ad assomigliare sempre di più all'azione e prassi pubblica. Insomma, ci dice Virno, in questo romanzo che racconta lo sviluppo dell'industria culturale nell'Italia degli anni Sessanta, Bianciardi intuisce quello che di lì a pochi anni sarebbe diventato un tratto costitutivo dell'intero processo produttivo postfordista, ovvero «la simbiosi – pervasiva - tra lavoro e comunicazione».

Due brevi note che costituiscono probabilmente una delle più illuminanti letture critiche del lavoro di Bianciardi, restituendone la straordinaria attualità, e anche i limiti. Limiti, perché è anche vero che Bianciardi considerava questi tratti del lavoro dell'industria culturale come delle stramberie rispetto al lavoro autentico che rimaneva per lui quello della grande fabbrica del Novecento. Su questi limiti è il caso di insistere ora, perché furono proprio questi che probabilmente impedirono a Bianciardi di riuscire a giocare fino in fondo la carta del cambiamento.

Eccone un altro: proprio negli anni in cui si preparava la stagione operaista e Milano, come anche Torino, era attraversata dalle lotte operaie, Bianciardi denunciava «l'assenza, palese, degli operai. Gli operai non ci sono – scriveva - almeno in quella Milano che è compresa nel raggio del movimento mio e dei miei colleghi, non entrano mai nel nostro rapporto di lavoro»8 e neppure gli intellettuali che ci sono solo «come singoli, ma mai come gruppo»9, quando invece proprio a Milano, solo per fare un esempio, l'esperienza della comune di via Sirtori iniziava a tracciare una via collettiva e alternativa al lavoro politico-culturale10.

Giovanni Rubino, Champagne molotov (2) (500x379)
Giovanni Rubino, Champagne molotov (1973)

Bianciardi, nonostante la sua straordinaria intuizione, non riusciva a vedere fino in fondo quello che stava accadendo anche perché era rimasto prigioniero del ruolo assegnatoli dalla società in quanto intellettuale, così come notava Sergio Bologna in un sua bella testimonianza di qualche anno fa11. Un ruolo dal quale, al di là delle prese di posizione, occorre invece liberarsi, se si vuole davvero rovesciare lo stato di cose presente e cambiare la vita. E invece Bianciardi in quel ruolo tradizionale dell'intellettuale separato e chiuso nel recinto della sua individualità rimase completamente catturato, e costretto, dallo stesso successo del suo romanzo, a recitare la parte dell'arrabbiato di professione, «murato» nella sua condizione e «reso incapace di progetti per il futuro12. Del resto è ancora Bianciardi a intuire, in anticipo su altri, la sussunzione del lavoro culturale nell'industria culturale e quindi l'impossibilità di pronunciare qualsiasi parola che non diventasse spettacolo, qualsiasi critica autentica.

Intuizioni e limiti dunque, che oggi è possibile ripercorrere leggendo un paio di libretti che fanno seguito alla ripubblicazione da parte di Feltrinelli della trilogia della rabbia13, ovvero Bianciardi d'essai di Irene Blundo (Stampa Alternativa, 2015) - dedicato al lavoro culturale svolto a Grosseto prima del salto milanese e ricostruito dalle testimonianze di Isaia Vitali, del fotografo Mario Dondero e dalla sua compagna Maria Jatosti – e Luciano Bianciardi. Il precario esistenziale (Edizioni Clichy, 2015) a cura di Gian Paolo Serino, piccola antologia per parole e immagini pensata come una prima introduzione all'autore che mette in evidenza la velocità del nostro nell'anticipare Umberto Eco e Pier Paolo Pasolini sui mass media e sulla trasformazione antropologica.

Libertà (800x541) (2) (500x338)
Muro della prigione di Villeneuve-lès-Maguelone, Montpellier (2002)

Per concludere, eccolo quindi il grande, autentico, limite di Bianciardi: l'incapacità di presagire, nell'ambivalenza della realtà che gli dispiegava davanti, la via di fuga che trasformando in un progetto politico e culturale collettivo la sua rabbia, lo avrebbe salvato da quella vera e propria «crisi della presenza»14 che invece lo travolse consegnandolo allo smarrimento del soggetto, a quella «disgiunzione tra individuo e mondo» che ne avrebbe decretato la morte a soli 49 anni. Rimase prigioniero insomma, pur intuendo il passaggio produttivo dal fordismo al postfordismo, di quella individualità iperegotica tipicamente moderna sulla quale la controrivoluzione neoliberista di fine anni Settanta avrebbe costruito la fortuna della sua ideologia, soprattutto nell'Italia del decennio successivo.

E proprio per questo, ancora adesso «un attacco privo di tatto all'«ideologia italiana» degli anni '80 resta un punto imprescindibile», come recitava l'editoriale del primo numero della rivista «Luogo comune» ormai un quarto di secolo fa15. Da qui, ancora una volta, occorre ripartire. Con Bianciardi, oltre Bianciardi.

  1. Sigfried Kracauer, Gli impiegati, Einaudi (1980), p. 90. Gli scritti che compongono quest'opera uscirono originariamente tra il 1929 e 1930, nel feuilleton della Frankfurter Zeitung. []
  2. Ivi., p. 88. []
  3. Mario Terrosi, Bianciardi com'era. Lettere di Luciano Bianciardi ad un amico grossetano, Il paese reale, 1974, p. 40. []
  4. Sigfried Kracauer, cit., p. 98. []
  5. Mario Terrosi, cit., p. 40. []
  6. Le note sono la n.10 e la n.11 contenute el saggio Virtuosismo e rivoluzione pubblicato come seconda parte di Mondanità. L'idea di «mondo» tra esperienza sensibile e sfera pubblica, Manifestolibri (1994), pp.116-118. Una prima versione di Virtuosismo e rivoluzione era apparsa sulla rivista «Luogo comune», n.4, maggio 1993, ma senza note. Queste due note ulteriormente sviluppate diventeranno poi un paragrafo di Grammatica della moltitudine, DeriveApprodi (2001), pp. 45-49. []
  7. Luciano Bianciardi, La vita agra (2013), pp. 110-111. []
  8. Luciano Bianciardi, Lettera da Milano in «Il Contemporaneo» 5 febbraio 1955, ora in Luciano Bianciardi, L'antimeridiano, Isbn/ExCogita 2008, vol.II, pp.702-703. []
  9. Ibidem. []
  10. Sull'esperienza della Comune di via Sirtori vedi l'intervista a Giairo Daghini in Gli operaisti, DeriveApprodi (2005), pp. 108-120. []
  11. Sergio Bologna, Luciano Bianciardi, il pane e la pentola: ripensare il lavoro della conoscenza, «Il Quinto Stato», 3 aprile 2012. []
  12. Giuseppe Nava, «L'opera di Bianciardi e la letteratura dei primi anni Sessanta», in Luciano Bianciardi. Tra neocapitalismo e contestazione, Editori Riuniti, 1992, p. 17. []
  13. Il lavoro culturale (1957), Feltrinelli (2013), L'integrazione (1960), Feltrinelli (2014) e La vita agra (1962, Feltrinelli (2013). []
  14. Per il concetto di crisi della presenza si veda Ernesto De Martino, La fine del mondo, Einaudi (1977), p. 50; Per un'interpretazione attualizzando di De Martino vedi Federico Chicchi, Soggettività smarrita, Bruno Mondadori (2012), pp. 20-25. []
  15. Cionondimeno in «Luogo Comune» anno I, n.1 nov. 1990, p.5. []