L’onda rosa elettorale

Letizia Paolozzi

Sulla campagna elettorale non soffia proprio un vento di rinnovamento. Nell’ordine: poco si parla dei veri problemi aperti dalla crisi nella vita di uomini e donne; non si capisce quale sia la visione del paese che si vuole proporre; i partiti procedono sfarinati e indeboliti. Sarà sufficiente l’ingresso della società civile, dopo anni in cui ha sparato a zero sulla «casta», negli stessi luoghi della «casta»? Convinta di essere antropologicamente migliore, la società civile si prepara a raggiungere, a sostituire (solo in parte, naturalmente) il ceto politico. «Apriremo il Parlamento come una scatola di tonno», promette Grillo suonando lo spartito dell’antipolitica. Quanto alla politica, la stranezza è che stenta a riconquistare autorità, nonostante il candidarsi di molti magistrati, giornalisti, esperti vari.

Se dalla composizione delle liste elettorali si sperava in una specie di redenzione, il Pdl ha preferito affidarsi al «pifferaio magico» e alle sue gag. I candidati di Monti somigliano ai manager licenziati a Manhattan, in attesa del provino per il film Wall Street: il denaro non dorme mai. Quanto al centrosinistra, ha impastrocchiato tra listini e consenso procurato dalle primarie. Ma nelle liste ci sono giovani donne. Possiedono freschezza, serietà, onestà, pragmatismo. Mica somigliano ai marpioni di una volta. Annunci enfatici: con i ticket e la presenza dei due sessi, «non meno di quaranta, non più di sessanta», siamo alla rivoluzione. In effetti, Sel non si discosta da questo trend che ha coinvolto pure i grillini (nelle primarie sul web).

Meno sensibile all’onda rosa il centro dei cosiddetti eredi dello Scudo crociato. Nonostante il ridicolo di guardare a liste elettorali composte unicamente da maschi in giacca e cravatta. Gli uomini dovrebbero farsi più in là dopo aver combinato tanti disastri. Adesso proviamo noi donne ad andare nei «luoghi dove si decide». Ovvero in Parlamento. Dove però il margine di decisione è stretto, a causa della tirannia del debito. Comunque la carica femminile è evidente. Intanto, il tecnico ora «totus politicus» Mario Monti, nella sua agenda, ha chiamato in causa le donne. Non è il primo. In fondo, a modo suo, l’ha già fatto Silvio Berlusconi puntando sfacciatamente sull’estetica (ma anche sulla voglia di vincere) più che sulla competenza femminile. Arrivano (dopo la Banca mondiale e tanti istituti di ricerca e faldoni di cifre) i professori Alesina e Giavazzi sul «Corriere della Sera». Lamentano le «troppe donne con grandi potenzialità chiuse all’interno delle mura domestiche». Un capitale umano sottoutilizzato. Che invece bisogna portare al mercato.

Perché il capitalismo ha bisogno delle donne. In termini quantitativi, si intende. Della soggettività femminile ai professori Alesina e Giavazzi non interessa un baffo. Non hanno capito (sarà colpa del «liberismo di sinistra»?) che una vita degna tiene insieme il lavoro (con le domande sui tempi e modi del produrre) e la cura (di un bambino, della vecchia madre, di una relazione, di una piazza in una città, del greto di un fiume). Peraltro, oggi, accanto al lavoro di tipo fordista cresce quello immateriale, cognitivo: prendersi cura non può ridursi implicitamente al dominio biologico della riproduzione. Ma chi glielo dice ai due professori?

Certo, nel capitalismo sfruttamento e liberazione si incrociano, si contrastano. Assieme al conflitto, alla socialità, alla società. Io ci metterei anche quello che spregiativamente viene chiamato «consumo»: di musica, ballo, web. La rivolta in India contro l’orrore dello stupro ha sollevato un movimento di protesta nel quale hanno sfilato insieme padri e madri, studenti e studentesse, maschi e femmine. Non voglio negare le differenze enormi tra ciò che sta avvenendo lì e l’episodio del magistrato di Bergamo che, dopo l’ennesimo allarme sulle violenze, ha sentenziato: «Le donne non devono uscire da sole la sera» (del genere: «Ve la siete cercata»). Tuttavia, per battere un sistema che perpetua meccanismi di potere, che pretende obbedienza e conformismo, conosco un solo modo: quello che fa perno sulla soggettività e sulla presa di parola. Per questo mi sono simpatiche le Pussy Riot e la loro «bestemmia sociale».

Dal numero 26 di alfabeta2, dal 4 febbraio nelle edicole, in libreria e in versione digitale

La scuola è finita

Roberto Ciccarelli

Sentirsi “traditi dallo Stato”. La prima volta che ho ascoltato questa espressione è stato durante una manifestazione di insegnanti precari contro il concorso “truffa” della scuola. Centosessantamila persone abilitate, plurititolate e pluriesaminate saranno costrette a sottoporsi ad una lotteria fatta di quiz, prove scritte e orali e ad una lezione di mezz'ora per aspirare a uno degli 11.542 posti messi a disposizione dal ministro Profumo. D'ora in poi le “graduatorie” dove questi docenti sono iscritti da anni non avranno valore ai fini dell'assunzione. Il concorso tornerà ad essere l'unico modo per avere un lavoro dignitoso. Anni di esperienza verranno così bruciati e con essi la fiducia nelle indicazioni impartite dallo Stato a persone che si sono sottoposte ad un lungo, e tortuoso, percorso di qualificazione e autodisciplinamento che si è tradotto nel precariato di massa che tiene ancora in piedi la scuola. In questo contesto, il tradimento è un atto politico irrevocabile compiuto dallo Stato rispetto ad almeno due generazioni di insegnanti.

Nel concetto di “tradimento” esiste anche il significato di “consegnare”. Per il governo Monti il concorso nella scuola sancisce la fine di un'epoca: si consegna cioè la scuola degli insegnanti impreparati, vecchi e demotivati ai “giovani” insegnanti brillanti e motivati. È ormai universalmente noto che questa è una menzogna: i “giovani” neo-laureati non potranno partecipare al concorso, limitato dagli abilitati o ai laureati fino al 2004, cioè ai quarantenni Conoscendo la realtà, il ministro Profumo ha continuato ad usare questa espressione per delegittimare chiaramente chi lavora nella scuola. Ma chi è il “giovane” al quale viene “consegnata” la scuola italiana? Evidentemente un soggetto disincarnato, asessuato, una pura idealità che non è collocabile in una delle immense tabelle della burocrazia amministrativa privata e pubblica.

Nella retorica “meritocratica” che ha travolto dal 2008 la scuola, il “giovane” non è in nessun modo paragonabile alla figura classica del lavoro amministrativo, l'insegnante che ha rappresentato per buona parte della storia unitaria l'ideal-tipo dell'“uomo dell'organizzazione”, un soggetto razionale che poteva fare gli interessi dello Stato seguendo una carriera tutto sommato prevedibile, durante la quale poteva aspirare ad un ruolo sociale valorizzando le competenze acquisite con diplomi, specializzazioni, curriculum, assecondando un percorso di accumulazione di meriti e titoli che rientravano nella griglia delle qualifiche richieste.

Questo circolo virtuoso, dove il docente poteva persino maturare una sua “vocazione”, si è infranto dalla metà degli anni Settanta quando si è interrotto il rapporto tra il mondo della formazione e quello dell'inserimento lavorativo. Si tratta di un processo di dimensioni colossali che ha rovesciato la priorità della formazione e dei saperi nella selezione sociale, ha trasformato la scuola da istituzione formativa a istituzione professionalizzante, ma ha soprattutto trasfigurato il ruolo del docente. Le modalità con le quali è stato convocato il nuovo concorso della scuola rappresentano il condensato di questa trasformazione.

Il sintagma “giovane” è dunque l'espressione di una complessa operazione governamentale che sancisce la fine del patto fiduciario con lo Stato: titoli, lauree, l'esperienza accumulata insegnando per anni non hanno alcun valore, così come le graduatorie. Paradosso vuole che il concorso non sia più usato come uno strumento per l'accesso democratico ed egualitario all'amministrazione statale, bensì come la negazione del ruolo degli insegnanti, persone che si sono sottoposte a esami, valutazioni continue, così come imposto dallo Stato. Quello che vale oggi non sono più le qualità statutarie riconosciute ad un soggetto durante il suo percorso scolastico e professionale, ma il valore d'uso della sua forza lavoro nell'istante in cui essa serve. Il concorso è solo uno dei molti alibi per assoggettare ad un nuovo regime di valutazione permanente.

L'obbligo a ripetere concorsi su concorsi, master dopo master, obbedisce al principio cardine della “governamentalità” neo-liberista: quello dell'accountability. Nel discorso neo-manageriale che ispira anche il governo Monti esiste un punto fermo: chiunque abbia l'aspirazione a condurre una vita sociale o professionale deve sottoporsi per tutta la vita ad un processo di valutazione continuo e imprevedibile. Non conta ciò che è, o è stato, conta la performance che saprà sviluppare durante la compilazione di un quiz, una prova di esame o una selezione del personale. In queste occasioni, il soggetto dovrà dimostrare auto-controllo e responsabilità. Sono questi gli obiettivi di una strategia che mira a trasformare la vita sociale in un percorso penitenziale di verifiche permanenti. Tuttavia, l'idea che lo studio, i titoli, il curriculum non abbiano alcun valore è assolutamente paralizzante. La schizofrenia delle decisioni dei governi sull'istruzione si rispecchia nella depressione in cui vivono gran parte degli attori che vivono nella scuola a cominciare dai “giovani” precari che realmente lavorano in questa, come in altre, istituzioni.

Per queste ragioni sarebbe un errore pensare che le pasticciate decisioni del ministro Profumo seguano solo un'urgenza propagandistica. In realtà, queste scelte di governo obbediscono ad una razionalità politica dettata dalla necessità di affrontare un problema strutturale nell'istruzione pubblica in tutti i paesi occidentali: un titolo di studio non dà diritto ad un posto di lavoro; la domanda di forza-lavoro cognitiva è drasticamente inferiore rispetto all'offerta. Da quando la bolla formativa è esplosa, nei lontani anni Settanta, nessun governo è riuscito a trovare una soluzione. Salvo quella di ridimensionare l'università e la scuola di massa al perimetro di un'agenzia di rating fondata sullo scambio tra crediti e debiti, trasformando i docenti come gli studenti in soggetti traditi, illusi, alla ricerca permanente di una legittimazione che non otterranno mai. In nome del “giovane” che è intorno a noi.

Le Olimpiadi a scuola

Giorgio Mascitelli

Se esaminiamo le politiche scolastiche degli ultimi anni, l’unica idea »«pedagogica»rintracciabile, accanto a provvedimenti che hanno a che fare con logiche economiche, è quello di rafforzare lo spirito di competizione degli studenti e di far così trionfare la meritocrazia. La recente idea del ministro Profumo di istituire un premio in ogni istituto per lo studente dell’anno non è certo un fulmine a ciel sereno, ma piuttosto il tentativo di dare una risposta sul piano simbolico, e quindi educativo, a questo tipo di discorso. Da un punto di vista storico non è una novità: tutte le società desiderose di introdurre forme di mobilitazione permanente dei loro cittadini hanno sempre utilizzato la scuola per finalità di questo genere.

Ciò che invece sorprende in questo tipo di discorso è che la scuola italiana è già molto competitiva: ha un sistema rigido di voti numerici, ottenere il massimo punteggio è più difficile che nella gran parte dei paesi OCSE, è uno dei pochi paesi in cui il voto finale dipende da una commissione parzialmente esterna, la maggioranza dei docenti e degli studenti è dell’idea che il raggiungimento di voti brillanti sia la finalità esclusiva dello studio e che esso esprima una realtà ontologicamente indiscutibile. Naturalmente è sempre possibile aumentare il livello di competitività, per esempio se si offrissero premi in denaro e, per i più abbienti, in giorni supplementari di vacanza, suppongo che ci sarebbe un incremento della competizione, ma anche adesso non è certo lo spirito competitivo che manca nelle nostre aule.

Il problema deve essere dunque relativo al tipo di competitività che evidentemente non piace alle nostre autorità scolastiche e ai loro referenti internazionali. L’aspetto probabilmente che rende inutile questa competitività ai loro occhi è la sua natura informale: i voti, cioè i numeri, sono semplicemente degli indicatori che riguardano il singolo studente. Che lo studente A abbia 7 o 9 in matematica, non interferisce minimamente con i voti dello studente B, in pratica questi voti non sono messi in nessuna graduatoria generale, ma identificano semplicemente un livello raggiunto. Misure invece come quelle dello studente dell’anno o la partecipazione obbligatoria per i migliori alle olimpiadi di italiano e matematica tendono a classificare nel senso sportivo del termine e a istituzionalizzare la competizione. Così come del resto si fanno graduatorie per le scuole e per i sistemi scolastici nazionali.

Questa sportivizzazione serve a rendere più sistematica, feroce e acritica la competizione, a quantificare i processi d’apprendimento e a semplificarli perché siano utili per ogni genere di operazione contabile. Non è superfluo aggiungere che una simile impostazione, soprattutto se vincesse non solo a livello normativo, ma culturalmente, renderebbe quasi inutile qualsiasi approccio didattico basato sulla consapevolezza critica o, più limitatamente, su un’idea analitica e non meccanica dei contenuti disciplinari. In una scuola caratterizzata da una cultura di questo genere il peso simbolico e psicologico dell’insuccesso sarebbe ancora più gravoso e pesante di quanto è già adesso per i più fragili, perché diventerebbe un giudizio assoluto sulla persona.

C’è da chiedersi se la scuola non rischi una metamorfosi come quella delle olimpiadi che nate con il decoubertiniano spirito dell’importante è partecipare si sono trasformate in una competizione di atleti professionisti. Con una differenza sostanziale, però: questi ultimi hanno scelto liberamente di partecipare alla loro gara.

Milano Fuori Salone, i vampiri alla festa dei freelance e del lavoro creativo

Giannino Malossi

Il Sindaco Pisapia giustamente si congratula guardando strade, piazze, show room e i 400 eventi sparsi per tutta Milano durante il Fuori Salone. In città arrivano, e si vede, più di 500.000 persone generando investimenti diretti per 40 milioni di euro e un indotto di altri 360. È una grande festa aperta a tutti, che rende evidente come il design e la cultura del progetto siano oggi une componente essenziale dell’economia della città, del Paese e dell’industria italiana in generale. Il successo del design italiano, che anima il Fuori Salone, è il successo del lavoro creativo di nuova generazione, il vero motore economico che potrà tirare fuori la nostra economia dal disastro attuale.

Ma non si vive solo di concetti eleganti e di belle parole sul genio e cultura da salotto. Il Fuori Salone è anche la grande festa di chi nel design ci lavora, e cioè, nel 99% dei casi, è un lavoratore o una lavoratrice autonoma di nuova generazione che, come chi lavora nella moda, nella comunicazione, nelle nuove tecnologie digitali, non fa parte di nessuna antica corporazione, ordine professionale o settore organizzato e protetto da lobby e apparati gerontocratici. Il restante 1% è costituito dai figli dei titolari che vogliono fare i designer perché è cool. L’esempio, davvero impagabile, è Lapo Elkann: il sintomo vivente che descrive come le professioni culturali e creative siano oggi al vertice delle aspirazioni sociali, il che conferma la loro centralità nell’economia del Paese anche a livello di gossip. Del resto la società più capitalizzata al mondo, Apple, è considerata dai fatidici «mercati» un’azienda all’avanguardia nel design.

Una professione nelle industrie creative è la speranza di decine di migliaia di famiglie quando affrontano spese di migliaia di euro per le rette di 39 scuole, istituti e università che, solo a Milano, offrono corsi in vario modo riconducibili alla cultura del design e alla moda. Queste famiglie fanno sacrifici sperando di assicurare un futuro decente, o magari di successo, ai propri figli. Il Fuori Salone è anche la festa degli studenti di design e delle altre discipline culturali e creative.

Ma quest’anno la festa è rovinata in partenza: il futuro e le speranze dei lavoratori creativi, degli studenti e delle loro famiglie è minacciato. Sulla festa del design si aggira il grande vampiro nazionale, l’INPS, pronto a succhiare soldi dalle nuove professioni creative, in cambio di niente, con la sua Gestione Separata. Il futuro delle professioni autonome del design è segnato a morte da una legge incombente che, se approvata, eliminerà le condizioni materiali della loro esistenza.

Proprio in questi giorni infatti, mentre il design festeggia tra un cocktail e un workshop sulle stampanti in 3D, nella quasi indifferenza dei media nazionali, il Governo sta proponendo che i lavoratori autonomi di nuova generazione, i freelance e i liberi professionisti non iscritti a ordini professionali, cioè la totalità dei nuovi lavoratori autonomi del design, della moda, della comunicazione e delle nuove tecnologie, siano obbligati a versare il 33% dei loro ricavi nelle oscure casse della GESTIONE SEPARATA INPS. Si tratta, come è stato dimostrato da studi accademici1, di ricavi che nella grande maggioranza superano di poco i 1000 euro a mese, e sono per lo più soggetti a persistente precarietà.

La Gestione Separata INPS costituisce un intollerabile esempio di mancanza di trasparenza, che aggrava le condizioni materiali dei collaboratori costretti a lavorare nelle forme precarie confusamente delineate dai 46 tipi di contratti flessibili proposti dal cosiddetto diritto del lavoro italiano, una vergogna tra i Paesi avanzati, assolutamente non comparabili con i corrispondenti contratti in uso, per esempio, in Germania.

La realtà concreta che Governo e INPS stanno preparando per i lavoratori del design, della moda, della comunicazione e delle nuove tecnologie è un costosissimo inganno, una presa in giro anti-egalitaria, ma soprattutto una sconsolante prova di arroganza burocratica, di mancanza di cultura economica aggiornata e forse anche di difetto di conoscenza delle reali fonti di produzione di valore economico nelle filiere delle industrie italiane apprezzate nel mondo, quali il design e la moda.

Pare strano che un Governo di tecnici, che ogni giorno ci ricorda l’occhiuta sorveglianza dei sentiment di mercato, sia così lontano dalla realtà materiale del Paese che aspira a governare. Strano ma, per ora, vero. Le condizioni recessive dell’economia italiana sono sicuramente il risultato di decenni di sottovalutazione delle potenzialità economiche delle industrie culturali e creative. I nuovi provvedimenti annunciati sono, oltre che una sciatta dimostrazione di continuità con un modello culturale ed economico fallito, una catastrofica premessa per la sparizione immediata, a partire dalla prossima dichiarazione dei redditi, di un intero e promettente settore, che ancora oggi invita tutta una città a festeggiare con prosecco e spritz i risultati ottenuti negli anni passati. end

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1. https://www.alfabeta2.it/2010/09/07/approfondimenti-a-lavoro-che-passione/

Che fine hanno fatto gli intellettuali?

Nicolas Martino

«Sono qui per leggere Gramsci in lingua originale e studiare la storia del movimento operaio italiano». È il 1984 quando Socrates, medico, calciatore cetrocampista e capitano della Nazionale brasiliana, inventore e animatore di quella straordinaria avventura che è stata la Democracia Corinthiana1, arrivato in Italia per giocare una sola stagione nella Fiorentina, risponde così alle domande di un cronista sportivo. Socrates, il Tacco di Dio, il Dottore, era soprattutto un intellettuale. E alla storia dell'intellettuale – il sapiente, separato e diverso, quello strano animale che solo una situazione storica lunga e dolorosa di sfruttamento del lavoro manuale aveva potuto creare - è dedicato ora un prezioso libretto-intervista di Enzo Traverso, dove l'autore risponde alle domande di Régis Meyran ripercorrendo la storia del Novecento. Una storia dell'intellettuale, dunque. Perché quell'intellettuale, così come lo abbiamo conosciuto nel «secolo breve», è finito. E la sua fine risale proprio agli anni in cui Socrates meravigliava il pubblico italiano. Ma procediamo con ordine.

L'intellettuale moderno nasce alla fine dell'Ottocento con l'affaire Dreyfus. Certo, Voltaire e suoi amici erano già degli intellettuali, gli Hommes del lettres di epoca illuminista svolgevano già la stessa funziona etica e politica dell'intellettuale dreyfusardo, ma questi avevano come riferimento la corte, mentre l'intellettuale moderno si muove all'interno di quello «spazio pubblico» che Jürgen Habermas ha definito come luogo intermedio tra società civile e Stato, luogo aperto in cui è possibile esercitare la funziona critica della ragione e che si afferma nel Novecento attraverso la diffusione della stampa e la formazione dell'opinione pubblica.

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Aldredo Jaar, The Ashes of Pasolini (2009)

Per definirne il ruolo potremmo dire che l'intelletuale è quella figura che si pone musicalmente in maniera dissonante e contrappuntistica, ovvero è qualcuno che «mette in discussione il potere, contesta il discorso dominante, provoca il disaccordo, introduce un punto di vista critico». Se dovessimo condensare questa figura in una sola immagine potremmo ricorrere alla famosa fotografia della «France Presse» che nell'estate del 2000, appena finito il secolo, ritraeva Edward Said intento a lanciare pietre contro un posto di blocco israeliano sul confine libanese. «È lo spirito di opposizione, non di compromesso, che mi prende, perché l'avventura, l'interesse, la sfida della vita intellettuale va cercata nel dissenso rispetto allo status quo»2. Queste parole dell'autore di Orientalism (1978) riassumono perfettamente la definizione dell'intellettuale come critico del potere.

È infatti possibile specificare ancora meglio la figura dell'intellettuale attraverso le sue diverse declinazioni: una è quella appena ricordata, a cui si aggiungono quella dello studioso che deve entrare in politica per assumere il potere, il filosofo re della città ideale secondo la visione platonica, e quella dell'intellettuale come consigliere del Principe. Tutte e tre le declinazioni comunque riconducono alla tradizione illuministica: l'intellettuale è qualcuno che si batte in nome di principi astratti e di valori universali. In nome di questi principi gli intellettuali attraverseranno la «guerra civile» europea schierandosi a favore della «rivolta degli schiavi», a sinistra, oppure a destra individuando in questa un simbolo della decadenza moderna.

Gianni Emilio Simonetti Da Zuppa e pan bagnato La nozione di détournement Libreria Sileno 1974 (500x414)
G.E. Simonetti, da «Zuppa e pan bagnato. La nozione di détournement»,
Libreria Sileno - Genova (1974)

Nonostante l'antilluminismo e quindi il proverbiale antintellettualismo della destra nazionalista e conservatrice, questa infatti ha avuto una sua cultura e i suoi intellettuali, anche in Italia dove il Fascismo si è impegnato nell'organizzare il lavoro culturale, ma a partire dagli anni Trenta, dopo l'ascesa al potere di Hitler e la diffusione dei fascismi in Europa, gli intellettuali si identificheranno sempre di più con la sinistra e l'antifascismo. Dopo la guerra, soprattutto in Francia e in Italia, paesi fortemente segnati dalla Resistenza, i partiti comunisti eserciteranno una forte influenza sugli intellettuali, almeno fino ai fatti d'Ungheria del 1956 che segneranno una rottura e una svolta decisiva nel rapporto tra intellettuali e politica.

Un'altra svolta fondamentale, che segna stavolta il declino della figura dell'intellettuale così come l'abbiamo conosciuta, è rappresentata dagli anni Ottanta con il passaggio dalla grafosfera alla videosfera. Quando l'immagine trionfa è lo statuto della scrittura, e quindi la funzione stessa dell'intellettuale, a essere messa in discussione. I partiti a loro volta diventano dei «partiti pigliatutto» (catch-all parties), secondo la formula di Otto Kirchheimer, e non hanno più bisogno né di militanti né di intellettuali, ma soprattutto di manager della comunicazione. Esempio significativo della distruzione della funzione critica dell'intellettuale in questi anni è quello dei Nouveaux Philosophes, fenomeno mediatico che Traverso analizza giustamente nella sua funzione ideologico-politica: da un lato questi piccoli maestri della controrivoluzione trasformano i diritti dell'Uomo in ideologia, facendoli diventare l'antitesi stessa di ogni impegno rivoluzionario3, dall'altro resuscitano una «funzione-autore» che lancia sulla scena mediatica una caricatura vuota e vanitosa dell'intellettuale impegnato alla Sartre che, come notava acutamente Deleuze «rappresenta una sgradevole forza reazionaria»4.

Gli anni Ottanta sono anche quelli in cui il futuro sembra essersi esaurito e la memoria diventa un'ossessione culturale: se la storia è una tensione dialettica tra il passato come «campo di esperienza» e il futuro come «orizzonte di aspettativa», secondo la formula di Reinhart Koselleck, ora l'orizzonte di attesa sembra ora essere scomparso. Se l'intellettuale ha sempre immaginato la società futura, negli anni Ottanta, tramontando, celebra quasi religiosamente il passato e si fa carico di elaborarne la memoria.

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Lunedì 17 gennaio 1972: Michel Foucault legge pubblicamente la dichiarazione dei reclusi di Melun ai quali era stato negato il diritto di ricevere un pacco dono per fine anno. Insieme a lui, fra gli altri, Jean-Paul Sartre e Gilles Deleuze.

Fin qui l'analisi di Traverso che forse non sottolinea abbastanza come questo declino degli intellettuali sia inscritto nel cuore delle trasformazioni produttive così come analizzato già nel 1969 dalle profetiche tesi di Hans Jürgen Krahl5 e poi più diffusamente negli anni Settanta dal pensiero postoperaista e autonomo italiano: «La lotta operaia contro il lavoro si è tradotta in fuga di massa dalle fabbriche, in deoperaizzazione della società e del lavoro produttivo, e ha caricato l’onere della produzione di ricchezza sul lavoro scientifico espandendolo a macchia d’olio su tutta la società […] Il lavoro intellettuale spoglia progressivamente quello manuale ed esecutivo del suo ruolo produttivo»6. Insomma quando l'intelligenza diventa la principale forza produttiva, e quindi il lavoro intellettuale, massificandosi, cessa di essere contrapposto al lavoro operaio, l'intellettuale tradizionale, separato, con una vocazione universalista e direttiva, non esiste più. Perché diventa, tendenzialmente, il lavoratore comune. Negli anni Ottanta «il canto stonò e gli intellettuali si estinsero come antilopi»7.

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Arcelli&Comini, Riferentesi ad alcuni frammenti del mondo materiale: Le cose
Galleria Toselli - Milano (1973)

Per essere più precisi nell'epoca postmoderna l'intellettuale tradizionale può diventare la sua controfigura mediatica e caricaturale, come nel caso dei Nouveaux Philosophes, oppure l'esperto al servizio del potere. Queste due figure traducono quelle moderne dell'intellettuale universale e del consigliere del Principe, mentre la funzione critica è custodita dall'intellettuale specifico, una configurazione individuata da Foucault negli anni Settanta che traduce direttamente sul terreno dei rapporti di potere l'intellettuale come «disobbediente» al di là delle pretese universalistiche dell'illuminismo, ma potenziando dell'Aufklärung proprio la funzione critica. È senz'altro questa la configurazione sulla quale bisogna continuare a lavorare, approfondendo la sua attitudine: contro la religione odierna dell'expertise, il critico lavora contro l'esperto, che è sempre esperto al servizio del potere.

Se, in ultimo, è senz'altro vero che occorre tornare ad aprire un orizzonte di aspettativa e a immaginare il futuro, la questione fondamentale sembra essere oggi – proprio in virtù delle trasformazioni che hanno investito la figura dell'intellettuale – quella organizzativa, ovvero di come organizzare i soviet dell'intellettualità di massa per far emergere la potenza politica di quello che oggi viene chiamato Quinto Stato. Costruire l'operaviva del lavoro cognitivo sarà allora un gioco non molto dissimile da quello messo in campo dalla Democracia Corinthiana organizzata da Socrates e dai suoi compagni.

Enzo Traverso
Che fine hanno fatto gli intellettuali?
ombre corte (2014), pp. 108
€ 10,00

  1. La Democracia Corinthiana è stata un'esperienza di autogestione del Corinthias, squadra di calcio di San Paolo del Brasile. Su questa esperienza promossa dai giocatori stessi e sulla straordinaria figura di Socrates si veda ora il bel libro di Lorenzo Iervolino, Un giorno triste così felice. Sócrates, viaggio nella vita di un rivoluzionario, 66th and 2nd, 2014. []
  2. Edward Said, Dire la verità. Gli intellettuali e il potere, Feltrinelli, 2014, p. 16. []
  3. Nicos Poulantzas sottolineava giustamente come «Partire dalla giusta ed evidente constatazione che le lotte e le resistenze non esistono che nella misura in cui hanno di fronte a loro un potere contro il quale si scagliano (Foucault) per pretendere con Bernard Henri Lévy che ogni lotta nutre il potere e ne è costitutivamente viziata, è un tema di destra per giustificare la smobilitazione», Id., L'inteligentsia et le pouvoir, in «Le Nouvel Observateur» n. 655, 30 mai, 1977. []
  4. È successo che nel momento stesso in cui la scrittura e il pensiero tendevano ad abbandonare la funzione-autore, nel momento in cui le creazioni non passavano più per la funzione-autore, questa veniva ripresa dalla radio, dalla televisione e dal giornalismo», Gilles Deleuze, À propos des nouveaux philosophes et d'un problème plus general, supplément au n. 24 de «Minuit», mai, 1977. In generale sul fenomeno dei Nouveaux Philosophes si veda François Aubral-Xavier Delcourt, Contro i «Nuovi filosofi», Mursia, 1978. []
  5. La distruzione della coscienza culturale tradizionale apre la strada a processi di riflessione proletari, alla liberazione cioè dalle finzioni idealistiche della proprietà, e ciò rende possibile anche ai produttori scientifici di riconoscere nei prodotti del loro lavoro il potere oggettuale ed ostile del capitale e, in se stessi, degli sfruttati […] I componenti dell'intellighenzia scientifica, d'altronde, non possono più intendere se stessi, nel senso della borghesia illuminata, come possessori per così dire intelligibili della Kultur, come produttori di rango superiore, di rango metafisico», Hans Jürgen Krahl, Tesi sul rapporto generale di intellighenzia scientifica e coscienza di classe proletaria, 1969 in Id., Costituzione e lotta di classe, Jaca Book, 1973, pp. 373-374. []
  6. Lucio Castellano, Hopefulmonsters, in «Metropoli» n.7 novembre, 1981, poi in Id., La politica della moltitudine. Postfordismo e crisi della rappresentanza, manifestolibri, 1997, p. 191. []
  7. Lidia Riviello, Neon 80, Zona, 2008, p.12; ma il verso originale recita così: «il canto stonò e i metalmeccanici si estinsero come antilopi», non a caso. L'intellettuale e l'operaio si tengono, esistono entrambi finché esiste la storia dello sfruttamento del lavoro manuale. []

Il lavoro non si festeggia

Andrea Fumagalli

Il 1° maggio (con l’eccezione degli Usa) è notoriamente la festa del lavoro. Il che significa che il lavoro va festeggiato ed è oggetto di festa. Un tempo, il lavoro veniva festeggiato in quanto strumento di emancipazione, in grado di fornire i mezzi monetari (reddito) e i diritti di cittadinanza per poter godere del tempo del non-lavoro, ovvero dell’ozio, nel suo più nobile significato (otium).

Era un tempo in cui la separazione tra lavoro e non lavoro era ben chiara e netta. Tale distinzione derivava da un’altra distinzione, funzionale al processo di accumulazione e valorizzazione capitalista: quella tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo, da cui discendevano i parametri che decidevano quali attività umane dovevano essere remunerate in moneta e quali no (come, ad esempio, il lavoro di riproduzione).

Oggi tutta la vita è messa a lavoro e a valore, ovvero è vita produttiva, sempre più inserita nel processo di mercificazione che accomuna tutte le attività umane, da quella artistica a quella manuale. La svalorizzazione dell’attività creativa-cognitiva, emblema della produzione contemporanea, è oggi archetipo delle mutate condizioni di valorizzazione e delle trasformazioni del lavoro. Il lavoratore creativo-cognitivo, infatti, lavora tutto il giorno, ma viene pagato (e impiegato) solo raramente e, per di più, solo se è disposto ad alienare formazione e competenze in funzione della domanda e delle ideologie dei pochi committenti rimasti. Per il lavoratore creativo-cognitivo, il 1° maggio non può essere dunque la festa del lavoro.

Ma la stessa situazione la vive chi presta lavoro manuale. Le recenti vicende che hanno visto protagonisti i lavoratori, migranti e non, delle cooperative (molte delle quali legate a Lega Coop, il cui ex presidente è oggi ministro del lavoro), dalla Granarolo di Bologna, all’Ikea di Piacenza e all’Esselunga di Milano, solo per citare alcuni esempi, hanno evidenziato come il livello di precarietà e quindi di sfruttamento, con paghe orarie da fame (sino ai 2,80 euro dei lavoratori della Coopservice, nell’indotto dei servizi dell’Università di Bologna), è oramai un fatto esistenziale, che tracima la stessa condizione lavorativa.

Poco meno di un anno fa, il 23 luglio 2013, veniva siglato un accordo tra Cgil, Cisl, Uil, Expo Spa e Comune di Milano per assumere 700 giovani con contratti di apprendistato e a termine, in deroga alle norme vigenti all’epoca (riforma Fornero), e ben 18.500 volontari gratis in vista del megaevento di Expo Milano 2015. Tale accordo ha anticipato a livello locale ciò che poi si è esteso a livello nazionale con la riforma del jobs act: liberalizzazione acausale del contratto a tempo determinato con l'obiettivo di farlo diventare il contratto di lavoro standard in sostituzione di quello stabile, e trasformazione del contratto di apprendistato in contratto di inserimento per i giovani meno qualificati, a stipendio inferiore (-30%) e con agevolazioni contributive solo per le imprese.

Il 1° maggio di quest’anno - coincidenza non casuale - dovrebbe entrare in vigore il progetto Garanzia Giovani, con lo scopo, sulla base delle indicazioni europee, di trovare un’occupazione a più di 600.000 giovani che hanno terminato gli studi, non lavorano e non fanno formazione (i famosi Neet). Nulla di male, se non fosse che tale occupazione si tradurrebbe in prestazioni di servizio civile, corsi di riqualificazione e volontariato. Come aveva anticipato l’accordo per l’Expo Milano 2015, si tratta di giovani precari che lavorano gratis o, nella migliore delle ipotesi, sottopagati.

Se le cose stanno così, c’è veramente poco da festeggiare. Oggi il 1° maggio non può essere più la festa del diritto al lavoro. Dovrebbe trasformarsi, se di festa si tratta, in festa del non-lavoro e del reddito di base, ovvero richiesta di libertà di scelta del lavoro e di autodeterminazione di vita, contro l’imperante ricatto sempre più massiccio della damnatio del lavoro per sopravvivere.

Non sarà un caso che il termine “lavoro” etimologicamente significhi “dolore”, “pena”, “tortura” e che oggi non implichi più dignità ma povertà. E non sarà un caso che negli ultimi anni in Italia la manifestazione più partecipata del 1° maggio non è il tradizionale corteo mattutino indetto dai sindacati tradizionali bensì la MayDay Parade di Milano, appunto una parade, festa del reddito e del non-lavoro.