IDEA 2013

Federica Tummillo

Dall’8 al 13 luglio si è svolta a Parigi l’ottava edizione del congresso mondiale su teatro ed educazione IDEA (International Drama/theatre and Education Association) 2013, intitolato quest’anno: Da un mondo all’altro: quale educazione artistica per il futuro di domani?

Questa domanda, naturalmente, non è rivolta soltanto a chi l’educazione artistica la porta avanti, con costanza e pazienza, in classe e in laboratorio, ma è anche un appello alle istituzioni affinché l’arte e la cultura non vengano lasciate ai margini dei sistemi educativi.
Lo “scarto considerevole tra le dichiarazioni di intenti” delle politiche educative dei vari paesi e “la loro messa in atto nelle scuole e nelle varie strutture educative” – scrivono gli organizzatori del convegno – spinge la comunità scientifica a farsi portavoce non solo di idee, ma anche di proposte concrete per annullare un tale scarto.

Si vorrebbe eliminare lo scetticismo e la diffidenza nei confronti di attività didattiche considerate sperimentali, difficili da valutare e da inserire nei programmi istituzionali senza che rubino tempo alle materie “importanti”; dimostrare scientificamente (appoggiandosi in particolare alle neuroscienze) l’efficacia di alcune pratiche nei processi di apprendimento; rivendicare, ancora una volta, il valore inestimabile di pratiche e discipline che non generano un tipo di ricchezza quantificabile.

Si tratta quindi di una sfida importante, ambiziosa e condivisibile, ma che non deve far perdere di vista una dinamica interessante: le pedagogie delle arti della scena, che finora hanno mantenuto (volutamente?) il proprio ruolo “alternativo” rispetto ai percorsi educativi classici, chiedono ora di avere i mezzi per poter operare all’interno dell’istituzione.

Con quali conseguenze? E se una tale integrazione avvenisse, chi assicurerà la funzione di controcanto? Nel caso della Francia, sede di numerose iniziative in questa direzione negli ultimi anni, un dialogo tra educazione, arte e cultura è già in corso a livello istituzionale. Lo testimonia il fatto che tra i partner dell’evento compaiono il Ministero della Repubblica Francese per l’Educazione Nazionale e quello per la Cultura e la Comunicazione.

Nel programma di IDEA 2013 ci si interroga spesso sull’enjeu (letteralmente “posta in gioco”) dell’educazione artistica, un termine che risulta particolarmente appropriato perché il jeu, in francese, è anche quello che l’attore fa quando recita. In effetti, oltre a chiedersi quale sia la posta in gioco, ci si potrebbe chiedere se un’eventuale integrazione tra pratiche “alternative” e istituzioni inciderebbe anche sulla natura del jeu, non solo quello di chi recita, ma anche a quello di chi, giocando, impara.

Contro lo sgombero del teatro Embros

Manuela Gandini

Il clima ad Atene è pesantissimo e la guerra civile è un pericolo incombente. Dopo le ultime elezioni, nelle quali il partito neonazista Alba Dorata ha conquistato il parlamento con una ventina di seggi su 300, le violenze xenofobe sono all’ordine del giorno. La retorica basata sull’esaltazione della nazione, della famiglia, della normalità, assorbe consensi a non finire. Il risultato è una politica brutale, repressiva e fortemente autoritaria che si è imposta sulla città, in nome della “sicurezza” e della “pulizia”. Gli extracomunitari viaggiano in gruppo per potersi difendere; i gay si stanno compattando per scongiurare aggressioni; alle manifestazioni i picchiatori di Alba Dorata stanno al fianco dei celerini pronti ad attaccare i manifestanti. Qualche settimana fa, due deputati di Alba Dorata e una trentina di attivisti, rasati e in maglietta nera, hanno fatto irruzione in un mercato alla periferia della città, chiedendo documenti a tutti i venditori stranieri e distruggendo selvaggiamente i banchi e la merce di chi ritenevano non fosse in regola. Il portavoce del partito, Ilias Kasiriadis, ha affermato che: “AD interverrà con la forza ovunque vengano offese le sensibilità religiose e la storia della Grecia”.

Intanto le micro-comunità artistiche - sorte in questi anni per far fronte alla ferocia della crisi, alla drasticità dei tagli, alla subordinazione nella quale il cittadino è precipitato - si stanno indebolendo. Nel quartiere popolare di Psirri, lo scorso novembre, il collettivo Mavili ha occupato il teatro Embros rimasto chiuso per sei anni dopo la morte del proprietario. Uno spazio misterioso che da tempo non vedeva scene e uomini, e non sentiva calore. Un luogo che è diventato polo d’attrazione per gli artisti, per gli abitanti del quartiere, per gli extracomunitari e per chiunque volesse esserci. A natale, all’Embros, è stato allestito un pranzo aperto a tutti e ciascuno portava quel che poteva.

In breve è diventato il riferimento per lo sviluppo del teatro indipendente di Atene. Da lì sono passati artisti di tutto il mondo, coreografi come Dimitris Papaioannou e studenti come gli olandesi di Das Arts di Amsterdam che hanno fatto uno stage di due settimane. La logica è stata quella di includere anziché escludere, condividere anziché dividere , consolidare orizzontalmente rapporti anziché riprodurre forme verticistiche di potere. All’Embros si viveva, si mangiava, si discuteva, si metteva in scena la tragedia contemporanea adottando nuovi punti di vista e prospettive inedite.

L’Embros, concepito come piattaforma creativa sulla crisi in corso, ora sta per essere chiuso, murato per sempre. A metà settimana, la polizia, su ordine dell’Etad (società per lo sviluppo degli edifici pubblici) sbaraccherà tutto in prospettiva di “un processo di privatizzazione”. Così, di colpo, come sono stati sradicati gli alberi e le piante degli orti urbani coltivati dai cittadini, ora viene chiuso un polmone di cultura. Il messaggio è chiarissimo: eliminare ogni forma di protesta concreta (centri sociali, culturali, artistici). Eliminare ogni tentativo di autogoverno che sorga dal basso. Stroncare ogni iniziativa volta alla sopravvivenza fisica e psicologica indipendente dal sistema. Polverizzare il tessuto popolare eterogeneo che si andava costituendo e, infine, annientare ogni diritto alla felicità.

 alfabeta2 e alfa+più sostengono la raccolta firme contro lo sgombero del Teatro Embros
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Torri e cuori degli uomini

Giorgio Mascitelli

La recente vicenda dell’occupazione e successivo sgombero del grattacielo Galfa a Milano ha avuto ai miei occhi lo straordinario merito di rimettermi in contatto con la mia infanzia. Alunno delle prospicienti scuole elementare di via Galvani e media di via Fara ho giocato decine di volte nei suoi parcheggi all’uscita di scuola e me ne ero dimenticato. Sicuramente a differenza del più illustre abitante della non lontana via Gluck non posso affermare di aver trascorso un’infanzia nel verde, ma tra ferro e cemento, del resto sono nato proprio nell’anno in cui veniva composta la canzone che ricordava la storia di quel ragazzo. Si sa d’altra parte che i bambini hanno la sublime capacità di trasformare qualsiasi posto in un verde prato. Pur essendoci passato sotto chissà quante volte negli anni successivi, del Galfa mi ero proprio scordato.

Il Galfa per me non è stato solo luogo di gioco, ma mi ricordo anche di averlo visitato con la mia classe alle elementari: credo che il piano didattico delle visite fosse quello di far conoscere ai bambini accanto ad alcuni luoghi storici di Milano come il Castello Sforzesco o il museo Poldi Pezzoli, i luoghi della Milano produttiva del presente e mi ricordo che visitammo una fabbrica tessile, la redazione di un giornale, la centrale del latte e, soprattutto, i due grandi grattacieli nostri vicini, gli emblemi stessi dello sviluppo, il Pirelli e il Galfa. Insomma visitavamo quello che a tutti sembrava il nostro futuro.

Confesso che la cosa che mi ha colpito di più di tutta la vicenda del Galfa è stata la notizia che esso era stato abbandonato già da quindici anni e naturalmente buona parte degli altri luoghi produttivi che ho visitato non esiste più. Lo ha già scritto il Poeta che una città cambia più in fretta del cuore di un uomo: ma almeno in quel caso lamentava lo spianamento di graziose stradine medievali per far spazio ai grandiosi boulevard delle circolazione delle merci e dei cannoni, io ho visto abbandonare quello che mi era stato assicurato essere il futuro.

Il nostro secolo si è aperto con il tragico abbattimento di due torri e quasi tutti i commentatori sottolinearono l’aspetto storicamente simbolico del fatto, di rottura epocale; ai miei occhi di ex bambino però questa torre vuota e monumentale, abbandonata dopo un periodo di impiego largamente inferiore a quello di qualsiasi condominio, è un simbolo ancora più potente.

Angelo Mai Altrove. Ferocius alphabets

Roberto Ciccarelli

Associazione a delinquere, estorsione, violenza privata. Accuse feroci contro la coalizione sociale formata dall'Angelo Mai e dal Comitato popolare di lotta per la Casa. Il primo è ancora sequestrato, il secondo sgomberato dalle scuole rigenerate che occupa, è stato temporaneamente riammesso per evitare l'emergenza umanitaria di 300 persone per strada. L'estorsione viene contestata al comitato per quanto riguarda la quota di gestione versata, come ogni occupazione abitativa, anche negli appartamenti nell'ex Amerigo Vespucci e nella ex scuola Hertz. Si tratta di una quota per una cassa comune utile alla ricostruzione e rigenerazione autogestita degli immobili abbandonati.

Qui c'è un primo paradosso: per interrompere l'ipotetico reato ai danni degli occupanti, gli occupanti stessi sono stati sgomberati, venendo doppiamente danneggiati. Nella lunga giornata di mercoledì 19 marzo a Roma qualcuno deve avere compreso l'illogicità della situazione. Per questo, alle famiglie e ai loro bambini è stato concesso di restare temporaneamente nelle proprie occupazioni. Poi c'è un altro paradosso. L'estorsione di queste quote – tutta da dimostrare – non è stata compiuta nei locali dell'Angelo Mai, e tuttavia colpisce persone che non hanno alcun rapporto con la gestione delle quote. Il suo sequestro sospende le attività di uno spazio dove gli occupanti delle case collaborano al funzionamento dell'osteria e fanno parte del collettivo di gestione dell'atelier che fa cultura indipendente, produzioni teatrali e musicali.

Alfredo Jaar, Cultura = Capitale (2012)
Alfredo Jaar, Cultura = Capitale (2012)

L'accusa trasfigura brutalmente l'esistenza di un rapporto politico, culturale e umano, legato all'orizzonte dell'autogestione e della produzione culturale, tra due segmenti del quinto stato – gli artisti, i lavoratori dello spettacolo e della cultura e i poveri urbani, precari e disoccupati in emergenza abitativa. L'Angelo Mai è la prova dell'esistenza di un consorzio umano dell'abitare insieme. Per altri, invece, dimostra l'esistenza di un'associazione a delinquere. Un fatto umano, politico e artistico trasfigurato in un reato penale. Questo è l'abisso dov'è precipitata Roma.

L'accusa è tanto insensata, quanto logicamente iperbolica, ancor prima che politicamente mortificante. Costerà fatica smontarla, e dolore, preoccupazioni, angoscia per le persone coinvolte. Hanno avuto ragione gli attivisti, e con loro larga parte dell'opinione pubblica, a respingerla con sdegno. Perché nello stato di eccezione nel quale è avvenuta l'operazione (il sindaco Marino “non sapeva nulla”, probabilmente nemmeno altre autorità cittadine), si vuole riscrivere una storia che non è solo quella di un centro culturale modello che produce musica e teatro, né solo quella di occupazioni che sono state raccontate come un modello.

Si vuole strappare il senso di un'esperienza per dimostrare che non esiste alternativa. Si colpisce la giuntura stessa della relazione tra soggetti che, nella rappresentazione della società italiana che ci viene proposta, sono altamente dissonanti. L'artista è un individuo egoista, competitivo, corporativo che sfrutta le sue relazioni con la politica per fare il suo spettacolo. Il povero, il disoccupato e il precario (sempre che non sia lo stesso artista) deve restare nascosto nelle periferie immonde della metropoli.

Giuseppe Chiari, L'arte sarà di tutti 1978
Giuseppe Chiari, L'arte sarà di tutti (1978)

Non può spuntare in centro, rovinando la vita ordinata dello shopping. La sua invisibilità è la garanzia che tutto va bene. È quello che dicono dall'alto: i consumi tornano ad aumentare, l'indice della produttività delle imprese è schizzato in alto. La crescita sta iniziando. Preparatevi. Tra sei mesi, anche prima, tutto andrà meglio. La recessione sarà solo un ricordo. Dal basso si vede tutt'altro panorama: povertà, afasia, i contorcimenti a cui induce la marginalità. Non si dà nel panorama urbano, nel paese di Renzi che vuole andare veloce, fa riforme per accreditarsi, l'incontro tra mondi diversi. Questi mondi in realtà già convivono da anni, ma il loro incontro non deve apparire e, quando avviene, viene trattato alla stregua di un crimine.

L'aspetto ancora più grave della vicenda è la sanzione di una forma di vita ormai visibile a Roma, come in altre città. Si dice che siano 10 mila le persone che vivono nelle occupazioni abitative, moltissime quelle sotto sfratto. Sono migliaia le persone che occupano e frequentato spazi occupati e autogestiti. Altrettante si identificano in spazi che non sono né pubblici, né privati, ma comuni. Vengono cioè messi a disposizione per comunità aperte, che si riformano in base alle aspirazioni di un governo differente dei bisogni.

Il messaggio è questo: devi restare nella miseria. Non hai casa? Sei stato sfrattato? Puoi anche occuparla, ma gli strumenti del mutualismo sono illegali. Estorsivi. E quindi ti sgombero. E se non ti posso sgomberare, ti lascio sospeso, e in ogni istante puoi perdere un tetto. Come ieri, anche domani. Sei un freelance, un indipendente, un precario? Produci cultura? Cerchi un'ispirazione? Sperimenti linguaggi, immagini, passioni? Cerchi una collaborazione, e uno spazio dove produrre e incontrare persone che possono essere utili per ampliare l'orizzonte, le intuizioni? Il tuo tentativo di organizzarti in comunità intelligente, aperta e proliferante viene definito come un'associazione a delinquere.

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Claire Fontaine, Capitalism kills love (2008)

È lo stile del governo, la sicurezza che terrorizza. Bisogna tenerne conto quando si sente parlare delle “riforme” per garantire al paese una “modernità”. Vecchio ritornello, stanco e grottesco. In realtà quello che si vede in una città insana e scempiata come la Roma di oggi è lo spettacolo più moderno che ci sia. Criminalizzare le classi povere, marginalizzare chi è alla ricerca di un'autonomia diversa dalla penitenza e dalla povertà economica e culturale che aspetta le prossime generazioni.

Era così nella Parigi di Baudelaire o di Rimbaud. È ancora così anche in Italia. Nel sesto anno della recessione, lo stesso feroce alfabeto della paura. Bisogna però essere consapevoli di cosa scatena questa paura. La paura non è di chi non ha nulla da perdere. Il precario ha già perso il suo lavoro, ma ha trovato una casa. L'artista pensa al suo prossimo spettacolo, non a quello che ha già fatto. La vita diviene. La paura è invece di chi non vuole l'invenzione, la creazione del nuovo, la costituzione di un'alleanza, il respiro di un mondo grande.

Questi angeli sono temuti perché allargano il crinale tra legale e illegale e nel mezzo creano le loro istituzioni mentre l'autorità di quelle costituite rifluisce, o scompare. L'angelo mai tocca con mano la possibilità di un'auto-organizzazione che non è più trattenibile nell'incubo della dipendenza, dell'austerità, nella cooptazione, nella corruzione, nel parassitismo. Per questo viene sgomberato, sequestrato, multato. Ma queste non sono ombre, sono migliaia di corpi che toccano il fondo e restano nei luoghi, fermentano, popolano l'orizzonte.