Arti della cura: Macao si fa framework

Stella Succi

Da oggi lunedì 29 ottobre a Macao si terranno otto serate dedicate al workshop Arte e follia, un’esperienza importante su due diversi versanti. Da una parte, naturalmente, per il soggetto trattato. In un momento storico e politico che mette in discussione la cosiddetta Legge Basaglia, ventilando sostanzialmente l’ipotesi di una riapertura dei manicomi, Macao decide di affrontare una tematica tanto delicata e controversa attraverso il linguaggio dell’arte e della creatività. Dall’altra parte la nascita di questo workshop è una conquista concreta dal punto di vista del metodo di produzione dell’arte, e si profila, dopo mesi dall’occupazione della Torre Galfa, ciò che Macao intende sviluppare come Centro per le Arti e la Cultura.

All’entrata in Torre Galfa, Macao apre nel proprio sito la sezione dedicata al bando. Così come l’intitolazione Macao fa il verso ad istituzioni come Macro, Maxxi, Mac, Madre, allo stesso modo la scelta del termine bando sottolinea in maniera ironica la distanza dal mondo istituzionale e dalle sue criticità: bando è un termine che non appartiene al linguaggio di Macao, ma al linguaggio del sistema produttivo culturale mercificato ed esclusivista dal quale questo processo vuole prendere le distanze, in una modalità, al contrario, inclusiva e partecipata. Lo scopo del bando è quello di sviluppare l’acronimo Macao allegandovi una proposta progettuale da realizzare nel nuovo centro per le arti, senza alcuna restrizione tipologica o temporale: arrivano quindi centinaia di proposte estremamente eterogenee, e con esse la consapevolezza della complessità della gestione e della tutela di queste idee.

Il pericolo è che le proposte finiscano per riempire semplicemente la programmazione di Macao, e che quest’ultimo diventi una sorta di service tecnico per performance, spettacoli e concerti. Si impone una riflessione teorica: lo scopo di Macao è quello di costruire uno spazio fisico e virtuale in cui le persone possano essere messe nella condizione di creare, dove trovino un framework, ossia un'impalcatura teorica che aiuti ad organizzare un processo di ricerca, e non in senso tecnico un modello, o una teoria1: uno spazio dove ciascuno che voglia fare cultura possa relazionare il proprio corpo e il proprio progetto con altre persone e con Macao.

Stabilitosi infine nella sede di viale Molise, Macao incontra coloro che hanno inviato le proposte, nella speranza - ben riposta - che nasca un dialogo tra tutti. Lo scopo è mettere in comunicazione i progetti, fare sì che le competenze e le passioni di ciascuno vengano messe sul piatto, e che si giunga insieme alla costruzione di un progetto nuovo, diverso, costruito insieme. Così nasce, in maniera del tutto naturale, organica e collettiva, il tavolo di lavoro Arti della cura. La prima fase, tra ottobre e dicembre, sarà costituita dal workshop Arte e follia. I primi incontri intrecceranno la ricostruzione storica della nascita del movimento dell’antipsichiatria all’analisi teorica, con particolare attenzione alla figura di Franco Basaglia. In un secondo momento verranno prese in esame alcune esperienze artistiche sviluppatesi in condizioni di malattia conclamata, e che hanno avuto un valore estetico indiscutibile e riconosciuto, secondo le stesse categorie che vengono impiegate nella lettura e nell’analisi di qualunque opera d’arte.

Questo insieme di esperienze si ricollega all’osservazione che i processi creativi sono utili alla cura, perché hanno il potere di riorganizzare il pensiero in un’azione finita, o di stenderlo in un’azione non funzionale, capace di sollevare il problema del senso, tanto nell’arte quanto nell’esperienza della malattia. Infine verrà dedicato spazio alle esperienze di alcuni laboratori che hanno maturato l’esperienza di affrontare il disagio psichico con strumenti artistici (principalmente disegno, pittura e teatro).

Senza pretendere di presentarsi esclusivamente come esperienze di arte terapia (alla quale naturalmente sono vicine), questi laboratori ci permettono di registrare come il disagio personale venga ancora vissuto come elemento di esclusione e non di inclusione. “Mettersi nei panni degli altri” (che è ciò di cui questi laboratori fanno continua esperienza) permette invece di costruire solidarietà e non paura: una proposta su come può e deve muoversi un’intera città intesa come rete sociale di cittadini capaci di accogliere il disagio.

GLI APPUNTAMENTI (ore 18-21)
La malattia (29 ottobre, 5 novembre)
Normalità e follia (12 e 19 novembre)
Le istituzioni (26 novembre, 3 dicembre)
Gli attori sociali (10 e 17 dicembre)

1 La conoscenza come bene comune, a cura di Charlotte Hess e Elinor Ostrom, ed. italiana a cura di Paolo Ferri, Bruno Mondadori, 2009

Contro lo sgombero del teatro Embros

Manuela Gandini

Il clima ad Atene è pesantissimo e la guerra civile è un pericolo incombente. Dopo le ultime elezioni, nelle quali il partito neonazista Alba Dorata ha conquistato il parlamento con una ventina di seggi su 300, le violenze xenofobe sono all’ordine del giorno. La retorica basata sull’esaltazione della nazione, della famiglia, della normalità, assorbe consensi a non finire. Il risultato è una politica brutale, repressiva e fortemente autoritaria che si è imposta sulla città, in nome della “sicurezza” e della “pulizia”. Gli extracomunitari viaggiano in gruppo per potersi difendere; i gay si stanno compattando per scongiurare aggressioni; alle manifestazioni i picchiatori di Alba Dorata stanno al fianco dei celerini pronti ad attaccare i manifestanti. Qualche settimana fa, due deputati di Alba Dorata e una trentina di attivisti, rasati e in maglietta nera, hanno fatto irruzione in un mercato alla periferia della città, chiedendo documenti a tutti i venditori stranieri e distruggendo selvaggiamente i banchi e la merce di chi ritenevano non fosse in regola. Il portavoce del partito, Ilias Kasiriadis, ha affermato che: “AD interverrà con la forza ovunque vengano offese le sensibilità religiose e la storia della Grecia”.

Intanto le micro-comunità artistiche - sorte in questi anni per far fronte alla ferocia della crisi, alla drasticità dei tagli, alla subordinazione nella quale il cittadino è precipitato - si stanno indebolendo. Nel quartiere popolare di Psirri, lo scorso novembre, il collettivo Mavili ha occupato il teatro Embros rimasto chiuso per sei anni dopo la morte del proprietario. Uno spazio misterioso che da tempo non vedeva scene e uomini, e non sentiva calore. Un luogo che è diventato polo d’attrazione per gli artisti, per gli abitanti del quartiere, per gli extracomunitari e per chiunque volesse esserci. A natale, all’Embros, è stato allestito un pranzo aperto a tutti e ciascuno portava quel che poteva.

In breve è diventato il riferimento per lo sviluppo del teatro indipendente di Atene. Da lì sono passati artisti di tutto il mondo, coreografi come Dimitris Papaioannou e studenti come gli olandesi di Das Arts di Amsterdam che hanno fatto uno stage di due settimane. La logica è stata quella di includere anziché escludere, condividere anziché dividere , consolidare orizzontalmente rapporti anziché riprodurre forme verticistiche di potere. All’Embros si viveva, si mangiava, si discuteva, si metteva in scena la tragedia contemporanea adottando nuovi punti di vista e prospettive inedite.

L’Embros, concepito come piattaforma creativa sulla crisi in corso, ora sta per essere chiuso, murato per sempre. A metà settimana, la polizia, su ordine dell’Etad (società per lo sviluppo degli edifici pubblici) sbaraccherà tutto in prospettiva di “un processo di privatizzazione”. Così, di colpo, come sono stati sradicati gli alberi e le piante degli orti urbani coltivati dai cittadini, ora viene chiuso un polmone di cultura. Il messaggio è chiarissimo: eliminare ogni forma di protesta concreta (centri sociali, culturali, artistici). Eliminare ogni tentativo di autogoverno che sorga dal basso. Stroncare ogni iniziativa volta alla sopravvivenza fisica e psicologica indipendente dal sistema. Polverizzare il tessuto popolare eterogeneo che si andava costituendo e, infine, annientare ogni diritto alla felicità.

 alfabeta2 e alfa+più sostengono la raccolta firme contro lo sgombero del Teatro Embros
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MACAO: dove eravamo rimasti?

Manuela Gandini

MG - Facciamo il riassunto di ciò che è successo e perché. Perché l’occupazione della Torre Galfa e poi Palazzo Citterio, con quali obiettivi e soprattutto: Macao è sempre vivo?

MACAO - Tutto il movimento di Macao è nato da una riflessione sui sistemi di produzione culturale. A Milano, occupare la Torre Galfa è stato un modo per cercare di dare un segno forte rispetto a un meccanismo di produzione culturale e di pianificazione della città, che è quello di grande controllo invasivo dei poteri della finanza e dei palazzinari. Siamo entrati alla Torre Galfa per restituirla alla città e trovare un altro modo di produrre. Abbiamo creduto fino in fondo che potesse essere un braccio di ferro contro-egemonico, dove, col fatto che ci fossero dieci, mille, millecinquecento persone, si potesse far capire anche alle amministrazioni cittadine che era necessario tenere una sospensione, un dialogo, un tavolo. E che l’istituzione potesse usare tutti gli strumenti in suo potere, ad esempio espropriare il bene e vincolarlo a uso temporaneo per questo progetto. La torre era abbandonata da 15 anni. Volevamo dare un segno forte a livello territoriale e nazionale, affermare che se un movimento di persone vuole in modo propositivo ribaltare i rapporti di forza è possibile, ci abbiamo creduto, non è stata una cosa simbolica. Siamo stati repressi dagli stessi poteri che criticavamo. Il fatto che il figlio del ministro dell’interno Anna Maria Cancellieri, Piergiorgio Peluso, sia il direttore della FonSai, di cui Ligresti è presidente, è stata una delle principali ragioni dello sgombero. Ligresti ha fatto un sacco di società a scatole cinesi. Come FonSai ci sono parecchie società sotto di lui, questo fa la sua forza, perché ogni società è legata a livello creditizio a molti gruppi politici su tutto l’arco, quindi distruggere lui non fa bene a nessuno, questo è il suo potere. Nel particolare Torre Galfa era sotto FonSai Ligrestiche è una società che controlla il suo patrimonio e il direttore generale è il figlio del ministro dell’interno. È stata direttamente la Cancellieri, come abbiamo potuto controllare a posteriori, il vero mandante dello sgombero perché, sia l’amministrazione che la questura di Milano stavano cercando di capire come fare a creare un tavolo.

MG - Poi avete occupato un edificio simbolicamente e istituzionalmente molto diverso, Palazzo Citterio.

MACAO - Sì, il secondo tentativo di Macao è stato Palazzo Citterio perché in qualche modo si voleva sottolineare il fatto che una grossa dipendenza da questi poteri forti privati ha censurato un certo sviluppo alternativo della città e che, all’origine del grosso blocco della produzione culturale, c’è anche una mala gestione dei fondi pubblici. Palazzo Citterio fa parte del progetto Grande Brera che da quarant’anni è fermo, due anni fa con l’anniversario del centocinquantesimo dell’Unità d’Italia, è stato oggetto di una speranza di rilancio che è stata in realtà solo una scusa per far rubare i soldi ai sovrintendenti. Dietro c’era tutta la cricca di Anemone e Bertolaso, sparpagliati in tutt’Italia a fare questo tipo di ladrocini. Della Grande Brera si sono fregati 52 milioni di euro. Crediamo che questo tipo di mala gestione dei fondi pubblici stia alla base e che sia dovuto in parte alla mancanza di partecipazione e di attenzione della cittadinanza sulla gestione dei fondi. Siamo entrati in Palazzo Citterio pensando che, tanto quanto la Torre Galfa, fosse un laboratorio di ricostruzione, attraverso tutte le competenze della città, di un modello alternativo della cultura. Anche per un progetto, da sempre deflagrato e da sempre promesso come la Grande Brera, poteva esserci l’occasione di coinvolgere le istituzioni e i poteri forti costituiti, assieme alla cittadinanza, per capire come realizzare l’opera. Quindi stavamo cercando di creare un tavolo con sovrintendenza e studenti dell’Accademia, per snodare la trasparenza del progetto e le vere tensioni che ci sono sotto. Si è pensato che si sarebbe potuto portarlo a termine in modo partecipato, chiaro e discusso nella città. Il secondo giorno abbiamo redatto un documento cristallino con la proposta di questo tipo di interlocuzione, ma l’azione è stata continuamente denigrata come occupazione abusiva e si è adottato il tema dell’illegalità. La maggioranza nel consiglio comunale del Pd moderato è andato su tutte le furie, il ministro Ornaghi è passato e s’è ricompattato su questa linea per neanche prendere in considerazione la possibilità di una legittimazione della proposta, motivata da 40 anni di inefficienza.

MG - E la proposta del comune di darvi uno spazio all’ex Ansaldo?

MACAO - Non c’è nessun astio da parte nostra nei confronti della proposta del comune, il problema è che è stata un po’ stonata. Se Macao è un movimento che libera spazi nella città per snodare alcuni punti chiave di malfunzionamento e cercare, da lì, di fare arte e cultura, proporci il gioiellino di cui meglio poteva disporre il comune, in cui chiudere questo movimento, non ci sembrava la cosa più allineata. Ciò non significa che il comune non faccia benissimo ad avere degli spazi e indire bandi per destinarli a ospitare associazioni che offrano servizi per la città, lavoro, sinergie. Proprio in un momento in cui Macao era stato fortemente offeso, sul piano della proposta che stava facendo, ci sembrava abbastanza ovvio e comprensibile che chiuderlo in uno spazio non contraddittorio, dove sono previsti atelier, non c’entrava più niente. Molte delle analisi che stanno uscendo ora riconoscono ciò che Macao ha rappresentato a livello nazionale e internazionale, qualcosa di molto forte sul piano della sperimentazione di democrazia diretta, di mobilitazione di competenze, sapienza, intelligenza in ogni settore culturale che cerca di entrare in una lotta per riuscire a sbloccare dei meccanismi di produzione. Quindi credo che abbia acquistato un grande potere simbolico e politico per il modo in cui s’è comportato. Adesso bisogna riuscire a svilupparlo in modo coerente rispetto alle cose che contiene.

MG - Dal consenso unanime s’è passati in brevissimo tempo a feroci critiche da parte dei media ma anche di molti che avevano partecipato alla prima occupazione, si è passati dalla condivisione alla separazione.

MACAO - Noi stiamo continuando a operare a macchia d’olio nella città usando le stazioni del metro per fare i raduni per i tavoli. Ci sono venti o trenta persone per tavolo che continuano a partecipare in modo attivo. Abbiamo fatto un’assemblea non cittadina ma gestionale, c’erano 300 persone all’Arci Bellezza. Adesso che ci si accorge del pericolo che un movimento del genere può rappresentare, ci sono tutte le volontà di distruggerlo e denigrarlo. Pur in una realtà molto più scomoda, sia di Torre Galfa che di Palazzo Citterio, ci sono moltissime persone che stanno andando avanti e si stanno organizzando.

MG - Macao è diventato nomade?

MACAO - Sì o disperso nella città, nel senso che stiamo cercando, con il tavolo di partecipazione operativo, confronti con esperti nazionali di nuovi modelli di democrazia diretta e con l’esperienza degli Occupy. Si sta studiando un modo per strutturare la partecipazione, perché il rischio è di diventare di un populismo sfrenato se il movimento non si radica all’interno di un processo che è anche lavoro e quindi tavoli che continuano sinergicamente a produrre programmi, obiettivi, relazioni che siano efficaci, inclusivi, aperti e trasparenti. Il tempo di «sospensione» sta servendo anche a questo.

MG - Dove vi si trova, in quali stazioni metropolitane?

MACAO - Sulla rete, in facebook pubblichiamo le mappe giorno per giorno dove i tavoli indicono gli appuntamenti. L’obiettivo è comunque avere una sede, credo sia condiviso il fatto che da una parte Torre Galfa e Palazzo Citterio rimangono due cantieri su cui lavorare nel prossimo anno, anche dall’esterno. Sarebbe bene completare questa triangolazione con un luogo invece che può essere laboratorio di produzione indipendente. Macao adesso si sta, da una parte, strutturando meglio al proprio interno, che non significa imporre gerarchie verticistiche ma riconoscere come sta funzionando la macchina e saperne parlare. Da un altro lato, credo che adesso dovremmo identificare un’altra sede che sia da liberare e da restituire al tessuto sociale e che sia più consona a produrre, poter stare, poter intensificare i laboratori di pensiero e di linguaggi.

MG - Allora ci sarà una prossima occupazione.

MACAO - Credo di sì, a breve anche. Per chiudere il discorso da cui abbiamo iniziato, se da una parte questa riflessione sui meccanismi di produzione culturale prevedeva il fatto di mettersi di traverso e sbloccare dei nodi che fortemente bloccavano la produzione; da un altro lato l’aspetto di Macao molto importante è quello di riuscire a fare sinergia per un modello diverso di produzione. Tutta l’affluenza che c’è stata credo abbia bisogno di trovare il tempo per restituire modelli alternativi di produzione, riflessione ed elaborazione di pensiero, creazione di rete sia territoriale che nazionale e internazionale, nuovi modelli di economia ecc. senza pensare di aver perso nulla, bisogna aprirsi sulla città dove quasi tutti questi aspetti sono rispettati.

MG - Questo movimento ha caratteristiche diverse dagli Occupy, non si svolge nelle piazze, non raduna folle eterogenee di cittadini indignati. Nel caso di Macao, pur avendo accesso chiunque, non tutti sono interessati al discorso culturale.

MACAO - È da un anno che ci si confronta con questi movimenti, dagli Occupy Wall Street agli Indignados. Nel nostro paese è successo qualcosa di strano. La particolarità di quello che è successo in Italia, e che accomuna un po’ anche questa rete di occupazione di luoghi della cultura da parte dei lavoratori della cultura, è che si è cercato di appropriarsi o liberare degli spazi per porsi in diretta alternativa, aspirando ad esser sullo stesso piano del tradizionale sistema istituzionale. Questo pone una specie di punto di attivazione - da una parte più specifico dell’occupazione di piazza - per il rinnovamento sociale in generale, dall’altra però è un punto di maggiore forza nel cercare di ri-territorializzare la produzione.

MG - La definizione di lavoratori dell’arte e della conoscenza rimane comunque settoriale.

MACAO - Rimane un po’ in mezzo tra i movimenti Occupy anglosassoni e il movimento francese degli Intermittenti. Il movimento degli intermittenti era settoriale e ha fatto specificatamente delle lotte di categoria. Quello che sta succedendo in Italia è un po’ nel mezzo. A partire dai luoghi di produzione di una categoria, quindi il centro culturale, il centro museale, teatrale, farne un luogo di dibattito e di ripensamento dell’ingegneria sociale. Rimane quindi fra i due: non è un luogo svincolato dalla rappresentanza che l’ha aperto, e quindi una piazza dove c’è tutta la società, ma è un luogo dove sono i lavoratori della cultura, i lavoratori della conoscenza o dello spettacolo che fanno questa azione e decidono in quel momento che fare il proprio lavoro, quindi fare arte e cultura, significa ripensare la società.

A piedi scalzi

Roberto e Valentina Gramiccia

A piedi scalzi è una mostra curiosa. Si intitola così perché chi se l’è inventata ha messo a disposizione di ciascuno degli artisti che vi partecipa una scatola di scarpe vuota. Quindi l’idea è che uno senza scarpe è costretto a camminare scalzo. Che è forse seccante e fastidioso ma se il terreno non è troppo accidentato (pensate a una spiaggia tropicale) è anche molto piacevole e dà un’idea di grande libertà. Ecco, la libertà è il tema di questa mostra. Libertà dai vincoli di mercato e di linguaggio. Indipendenza di pensiero e di azione. Autonomia, sovversione anche, quando serve, quando è necessario.

La scommessa è quella di dimostrare che partire dalle stesse condizioni – a tutti è messa a disposizione la stessa scatola - non significa inibire ma esaltare la possibilità di scelte individuali. L’uguaglianza, cioè, come precondizione di una libertà sostanziale. Non è chi non veda, infatti, che in arte non è la stessa cosa disporre di macchine da guerra finalizzate al successo (potenti alleati, gallerie, materiali di prima scelta, assistenti abilissimi e soprattutto accesso al mondo della comunicazione e del potere finanziario) oppure non possedere altro che il proprio talento e la propria voglia di fare.

Nel nostro piccolo, quindi, noi abbiamo voluto mettere simbolicamente tutti sullo stesso piano, azzerando i vantaggi. Giovani e meno giovani, artisti storicizzati e non, pittori e scultori, installatori e inventori visivi non classificabili. Riteniamo, del resto, che l’uguaglianza sia una cosa per la quale valga la pena di battersi (forse la più importante) perché se manca, semplicemente, la libertà non ci può essere. Del resto i più inguaribili individualisti, essendo sicuri del proprio valore, da sempre si sono battuti per l’eguaglianza: da Voltaire, a Marx, da Bakunin a Mazzini, da Gramsci a Gobetti e così via. Per non parlare degli artisti e dei poeti. Ve lo immaginate Rimbaud che cerca la raccomandazione o Picasso che copia un disegno a scuola?

Questa mostra, alla quale con entusiasmo hanno aderito tanti autori, ben si inserisce in INDY. Fiera dei gusti non omologati. INDY, infatti, sta per cultura indipendente, cultura della parola, delle immagini, della musica e del palato, capace di vivere nonostante e al di fuori della distribuzione di massa. Una distribuzione che non ha niente a che vedere con la qualità, evidentemente, perché la qualità non sopporta le regole implacabili e omologanti del grande mercato. Il sistema dell’arte, per come è venuto configurandosi negli ultimi decenni, in qualche modo ricostruisce in miniatura le dinamiche della distribuzione monopolistica.

A funzionare, nel suo caso, non sono i supermercati e l’ordinata fibrillazione dei centri commerciali, i non luoghi di Marc Augé, ma un apparato miniaturizzato che tutto controlla: le carriere, il successo, le aggiudicazioni d’asta, le recensioni sulle riviste specializzate, la selezione dei nomi da invitare alle biennali e cosi via. In arte non esiste la grande distribuzione ma esiste una divisione scientifica e lobbistica degli ambiti di potere. In coerenza con la filosofia della Festa dei gusti non omologati, A piedi scalzi si colloca al di fuori di queste dinamiche, nella sua semplicità e nella sua modestia. Ma anche nella presunzione di indicare una possibile «strada contro».

L’adesione di tanti artisti importanti ci conforta e rende prezioso obiettivamente questo microosservatorio di linguaggi, di tendenze e di inquietudini. Dentro una stanza poco più grande del normale saranno classificate, quindi, più di cinquanta possibili poetiche, una specie di mappatura povera ma anche presuntuosa di ciò che succede di rilevante da un punto di vista artistico nella nostra città e nel nostro paese.

Chi verrà a vedere la mostra non farà fatica e con pochi passi potrà godere di quanto di meglio viene prodotto a partire dalla fantasia creativa di cinquanta generosi artisti indipendenti. Una specie di giro d’Italia in una stanza.

La mostra A piedi scalzi si inaugura oggi alle ore 18 al Brancaleone (via Levanna 13, Roma) in occasione dell'apertura di INDY. Fiera dei gusti non omologati. Editori, produttori, vignaioli, mastri birrai... E ancora concerti, dibattiti, proiezioni, letture pubbliche e presentazioni di libri: dal 1 al 3 giugno oltre 50 stand dedicati alle produzioni autonome e artigiane. INDY è organizzata da alfabeta2, DeriveApprodi, Radio Popolare Roma e Brancaleone.

MACAO! Occupy Torre Galfa

Lucia Tozzi

I Lavoratori dell’arte, supportati dalla rete di Teatro Valle e Cinema Palazzo (Roma), Sale Docks (Venezia), Teatro Garibaldi (Palermo), Teatro Coppola (Catania) e Asilo della creatività e della conoscenza (Napoli), hanno occupato la torre Galfa a Milano: non un teatro, un cinema, ma un grattacielo. E non un grattacielo qualunque, ma un edificio cruciale per la storia, per la posizione e per l’assetto proprietario. Progettato da Melchiorre Bega alla fine degli anni ’50, immortalato ne La vita agra, sede prima di una compagnia petrolifera e poi di una banca, è stato abbandonato, bonificato (divelti pavimenti, bagni, controsoffittature, tutto) e acquistato nel 2006 da Fondiaria Sai, assorbito cioè nell’aura luciferina di Ligresti. La cosa più interessante è che quello che oggi è stato ribattezzato MACAO si trova geograficamente in uno degli epicentri dell’universo immobiliare ligrestiano, a un passo dall’immenso cantiere di Porta Nuova-Garibaldi, noto ai più per il Bosco Verticale o l’antennone psichedelico della torre Unicredit progettata da Cesar Pelli.

foto: Giulia Ticozzi / IlPost

La scelta di deviare dal modello spaziale originario della protesta – luoghi dismessi dedicati alla cultura – per aggredire un simbolo che rimanda all’economia del Real Estate e della finanza è stata accolta in modo ambivalente: al di là dell’entusiasmo smisurato degli architetti e dei fotografi, impazziti per la possibilità di scalare i trentuno piani della Galfa, sono fioccate le accuse di megalomania e di scarsa efficacia del messaggio politico, secondo l’idea che una corrispondenza biunivoca tra operatori della cultura e spazi culturali costituirebbe un’evidenza politica irrinunciabile.

Al contrario, la potenza di questa scelta in una città come Milano risiede nella sua implicita associazione tra la sfera culturale e le questioni urbane nel senso più ampio. Lo scopo non è solo quello di procurarsi degli spazi per «fare cultura dal basso», per potere organizzare incontri, eventi, mostre e spettacoli che il mercato culturale contemporaneo soffoca ancor prima che siano nati, né tantomeno di costruire una delle tante reti di reti che assembla precari e creativi, attivisti e intellettuali senza fornire un orizzonte comune. In questo caso diventa prioritario connettere le idee: la mancanza cronica di spazi e soldi per il welfare, il lavoro o dei progetti culturali degni di chiamarsi tali è una diretta conseguenza dell’economia dei grandi eventi, delle grandi opere e dell’assurdo imperativo della crescita immobiliare. Occupare un bellissimo grattacielo dismesso a pochi metri da nuove torri di uffici destinate a restare invendute e nutrire la bolla significa mettere in questione non solo una serie di politiche sciagurate attribuibile a una fetta dello spettro politico, ma una logica di appropriazione dei beni comuni che ha regnato sovrana e indifferenziata, plasmando un pensiero unico che va smantellato pezzo per pezzo.

foto: Ivan Carozzi

Investire nel Salone del Mobile e nell’EXPO, ad esempio, lungi dal tradursi in crescita per le masse di lavoratori, designer, architetti, giornalisti, studenti che contribuiscono semigratuitamente alla loro realizzazione, significa attuare una sistematica spoliazione dei loro saperi, energie, lavoro, denaro a vantaggio di una élite minuscola di accaparratori, una redistribuzione verso l’alto di un’enorme produzione comune. Continuare ad alimentare il sistema della rendita fondiaria, seppure con un piano urbanistico che ha attenuato i più nefasti tra i dispositivi precedentemente elaborati, non aiuterà la popolazione ad avere una città migliore né i servizi cui legittimamente aspira, ma produrrà un’accentuazione della segregazione spaziale ed economica. Appaltare mostre, concerti, spettacoli, formazione, progetti, concorsi a curatori star appartenenti a circuiti di potere consolidato è un fenomeno dello stesso ordine, perché fondato sull’esclusione delle persone e delle idee meno allineate e, in ultima analisi, del pensiero critico.

Le lotte per lo spazio, il lavoro e la cultura hanno un’unica matrice, riconducibile a una nuova consapevolezza della natura squisitamente classista delle politiche degli ultimi decenni. Smascherare i meccanismi di accumulazione proprietaria ed esclusione che legano strutturalmente questi mondi apparentemente distinti è uno dei grandi obbiettivi dei nuovi movimenti. MACAO è il luogo adatto per farlo.

Angelo Mai Altrove. Ferocius alphabets

Roberto Ciccarelli

Associazione a delinquere, estorsione, violenza privata. Accuse feroci contro la coalizione sociale formata dall'Angelo Mai e dal Comitato popolare di lotta per la Casa. Il primo è ancora sequestrato, il secondo sgomberato dalle scuole rigenerate che occupa, è stato temporaneamente riammesso per evitare l'emergenza umanitaria di 300 persone per strada. L'estorsione viene contestata al comitato per quanto riguarda la quota di gestione versata, come ogni occupazione abitativa, anche negli appartamenti nell'ex Amerigo Vespucci e nella ex scuola Hertz. Si tratta di una quota per una cassa comune utile alla ricostruzione e rigenerazione autogestita degli immobili abbandonati.

Qui c'è un primo paradosso: per interrompere l'ipotetico reato ai danni degli occupanti, gli occupanti stessi sono stati sgomberati, venendo doppiamente danneggiati. Nella lunga giornata di mercoledì 19 marzo a Roma qualcuno deve avere compreso l'illogicità della situazione. Per questo, alle famiglie e ai loro bambini è stato concesso di restare temporaneamente nelle proprie occupazioni. Poi c'è un altro paradosso. L'estorsione di queste quote – tutta da dimostrare – non è stata compiuta nei locali dell'Angelo Mai, e tuttavia colpisce persone che non hanno alcun rapporto con la gestione delle quote. Il suo sequestro sospende le attività di uno spazio dove gli occupanti delle case collaborano al funzionamento dell'osteria e fanno parte del collettivo di gestione dell'atelier che fa cultura indipendente, produzioni teatrali e musicali.

Alfredo Jaar, Cultura = Capitale (2012)
Alfredo Jaar, Cultura = Capitale (2012)

L'accusa trasfigura brutalmente l'esistenza di un rapporto politico, culturale e umano, legato all'orizzonte dell'autogestione e della produzione culturale, tra due segmenti del quinto stato – gli artisti, i lavoratori dello spettacolo e della cultura e i poveri urbani, precari e disoccupati in emergenza abitativa. L'Angelo Mai è la prova dell'esistenza di un consorzio umano dell'abitare insieme. Per altri, invece, dimostra l'esistenza di un'associazione a delinquere. Un fatto umano, politico e artistico trasfigurato in un reato penale. Questo è l'abisso dov'è precipitata Roma.

L'accusa è tanto insensata, quanto logicamente iperbolica, ancor prima che politicamente mortificante. Costerà fatica smontarla, e dolore, preoccupazioni, angoscia per le persone coinvolte. Hanno avuto ragione gli attivisti, e con loro larga parte dell'opinione pubblica, a respingerla con sdegno. Perché nello stato di eccezione nel quale è avvenuta l'operazione (il sindaco Marino “non sapeva nulla”, probabilmente nemmeno altre autorità cittadine), si vuole riscrivere una storia che non è solo quella di un centro culturale modello che produce musica e teatro, né solo quella di occupazioni che sono state raccontate come un modello.

Si vuole strappare il senso di un'esperienza per dimostrare che non esiste alternativa. Si colpisce la giuntura stessa della relazione tra soggetti che, nella rappresentazione della società italiana che ci viene proposta, sono altamente dissonanti. L'artista è un individuo egoista, competitivo, corporativo che sfrutta le sue relazioni con la politica per fare il suo spettacolo. Il povero, il disoccupato e il precario (sempre che non sia lo stesso artista) deve restare nascosto nelle periferie immonde della metropoli.

Giuseppe Chiari, L'arte sarà di tutti 1978
Giuseppe Chiari, L'arte sarà di tutti (1978)

Non può spuntare in centro, rovinando la vita ordinata dello shopping. La sua invisibilità è la garanzia che tutto va bene. È quello che dicono dall'alto: i consumi tornano ad aumentare, l'indice della produttività delle imprese è schizzato in alto. La crescita sta iniziando. Preparatevi. Tra sei mesi, anche prima, tutto andrà meglio. La recessione sarà solo un ricordo. Dal basso si vede tutt'altro panorama: povertà, afasia, i contorcimenti a cui induce la marginalità. Non si dà nel panorama urbano, nel paese di Renzi che vuole andare veloce, fa riforme per accreditarsi, l'incontro tra mondi diversi. Questi mondi in realtà già convivono da anni, ma il loro incontro non deve apparire e, quando avviene, viene trattato alla stregua di un crimine.

L'aspetto ancora più grave della vicenda è la sanzione di una forma di vita ormai visibile a Roma, come in altre città. Si dice che siano 10 mila le persone che vivono nelle occupazioni abitative, moltissime quelle sotto sfratto. Sono migliaia le persone che occupano e frequentato spazi occupati e autogestiti. Altrettante si identificano in spazi che non sono né pubblici, né privati, ma comuni. Vengono cioè messi a disposizione per comunità aperte, che si riformano in base alle aspirazioni di un governo differente dei bisogni.

Il messaggio è questo: devi restare nella miseria. Non hai casa? Sei stato sfrattato? Puoi anche occuparla, ma gli strumenti del mutualismo sono illegali. Estorsivi. E quindi ti sgombero. E se non ti posso sgomberare, ti lascio sospeso, e in ogni istante puoi perdere un tetto. Come ieri, anche domani. Sei un freelance, un indipendente, un precario? Produci cultura? Cerchi un'ispirazione? Sperimenti linguaggi, immagini, passioni? Cerchi una collaborazione, e uno spazio dove produrre e incontrare persone che possono essere utili per ampliare l'orizzonte, le intuizioni? Il tuo tentativo di organizzarti in comunità intelligente, aperta e proliferante viene definito come un'associazione a delinquere.

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Claire Fontaine, Capitalism kills love (2008)

È lo stile del governo, la sicurezza che terrorizza. Bisogna tenerne conto quando si sente parlare delle “riforme” per garantire al paese una “modernità”. Vecchio ritornello, stanco e grottesco. In realtà quello che si vede in una città insana e scempiata come la Roma di oggi è lo spettacolo più moderno che ci sia. Criminalizzare le classi povere, marginalizzare chi è alla ricerca di un'autonomia diversa dalla penitenza e dalla povertà economica e culturale che aspetta le prossime generazioni.

Era così nella Parigi di Baudelaire o di Rimbaud. È ancora così anche in Italia. Nel sesto anno della recessione, lo stesso feroce alfabeto della paura. Bisogna però essere consapevoli di cosa scatena questa paura. La paura non è di chi non ha nulla da perdere. Il precario ha già perso il suo lavoro, ma ha trovato una casa. L'artista pensa al suo prossimo spettacolo, non a quello che ha già fatto. La vita diviene. La paura è invece di chi non vuole l'invenzione, la creazione del nuovo, la costituzione di un'alleanza, il respiro di un mondo grande.

Questi angeli sono temuti perché allargano il crinale tra legale e illegale e nel mezzo creano le loro istituzioni mentre l'autorità di quelle costituite rifluisce, o scompare. L'angelo mai tocca con mano la possibilità di un'auto-organizzazione che non è più trattenibile nell'incubo della dipendenza, dell'austerità, nella cooptazione, nella corruzione, nel parassitismo. Per questo viene sgomberato, sequestrato, multato. Ma queste non sono ombre, sono migliaia di corpi che toccano il fondo e restano nei luoghi, fermentano, popolano l'orizzonte.