Il 9 dicembre dell’editoria indipendente

Ilaria Bussoni

Un movimento di forconi travestito di tricolore si aggira per le città italiane nel dicembre 2013. Più che contadini e agricoltori, che per metonimia dovrebbe rappresentare, sembra star lì a dar voce a un pezzo di impresa che non si riconosce nelle associazioni di categoria, ad artigiani messi da parte dalla relativa confederazione, a un lavoro autonomo non contemplato dai sindacati, a qualche padroncino con discendenza operaia che non sa più su che fronte stare.

Insomma, alle forme atipiche del lavoro organizzate in impresa, che paiono essere più lavoro che impresa. Perché stupirsi che un mondo fatto di realtà produttive ibride e multiformi, alle prese con indebitamento e autosfruttamento, con mercati elastici e globalizzazione, con la corsa al ribasso sui prezzi di ciò che produce e ricatti della distribuzione, scenda in piazza a protestare e non sapendo cosa cantare ci infili l'inno della patria?

Da qualunque angolo la si prenda, la rappresentazione dell’organizzazione del lavoro in questo paese stride con le rigidità delle associazioni, delle confederazioni, delle forme sindacali ereditate dal ’900. E non c’è settore o categoria merceologica che faccia eccezione. Nemmeno il libro.

L’eccezione è invece il tentativo di oltre sessanta case editrici di darsi una forma associativa a partire non dall’identità di un progetto culturale o da una carta d’intenti sul valore della cultura, ma da una posizione di mercato: quella di chi sta dentro un mercato del libro senza poter incidere su nessuna delle leve decisive per la propria sopravvivenza. Di chi non fa parte di un gruppo editoriale e non possiede librerie, di chi non ha poteri sull’accesso al mercato attraverso la distribuzione, di chi assiste all’implosione di un modello di vendita e di pratica editoriale e prova a ripensarne le condizioni.

Dal 9 dicembre, oltre al movimento dei forconi, nel panorama degli animali fantastici o delle nature ibride c’è anche l’Osservatorio degli Editori Indipendenti, riunito in associazione (aperta). In altri tempi si sarebbe trattato di un’associazione di categoria, di una confindustria degli editori, o di un sindacato degli scrittori. Oggi, è una semplice associazione di realtà editoriali variegate e multiformi accomunate dall’intenzione di trovare piste concrete per preservare e far crescere la «differenza» editoriale italiana. Quella differenza che prende il nome di bibliodiversità e che va via via declinando, schiacciata dalle concentrazioni della filiera del libro e dalle strettoie della distribuzione.

Un’associazione che non è corporazione o fronte compatto di privilegi da conservare, e nemmeno area protetta da istituire, ma che è il semplice luogo in cui l’editoria indipendente, artigiana, autonoma o cooperativa, a volte persino individuale, tenta di pensare le condizioni del proprio lavoro e del proprio futuro. Del proprio essere impresa di cultura.

E in questo sta la diversità dall’altro 9 dicembre, nella consapevolezza che nessuna attività, nessun lavoro, nessuna forma di impresa può esimersi dall’interrogarsi su ciò che fa, sui vizi e le virtù del mercato in cui è costretta a stare o che si applica a creare, sull’impatto sociale e ambientale esercitato, sull’utilità della propria attività.

Quel lavoro e quelle imprese che non lo fanno o non l’hanno fatto, magari approfittando di una momentanea nicchia di abbondanza, magari convinte che a loro non sarebbe toccato e gioendo del venir meno del vicino, oggi ne pagano pegno. Hanno rinunciato a pensarsi in un mondo che cambia e oggi avvertono il brontolare di pancia.

Odei, associazione di imprese editoriali, è l’esatto opposto: ci si raduna perché ci sono idee e progetti da mettere in campo, nuovi percorsi da costruire, strade da provare per ricostruire il nostro avvenire… ben prima che la pancia mormori.

 

alfadomenica novembre #1

DEFOTOGRAFARE  IL MONDO
Andrea Cortellessa

Più o meno a metà del suo viaggio in Grecia, il filologo e narratore Dino Baldi giunge nell’ònfalos, il cuore di tenebra e di luce, di ogni idea di classicità. Eleusi, il luogo del Mistero. Il luogo dei riti tenuti più gelosamente segreti dell’antichità, il luogo che nei secoli ha attirato irresistibile tutti coloro che Sono Alla Ricerca Di Qualcosa (e, proprio perché non Sanno Bene Di Cosa Siano In Cerca, è qui che vengono). Un luogo che delude le attese, naturalmente.

Oggi Eleusi, infatti, è il sobborgo industriale di Atene. Cioè il posto più inquinato della Grecia: soffocato di cantieri, stabilimenti e, tutt’intorno, «case tutte uguali stipate di antenne e di parabole». Un luogo che – a differenza di tanti altri che, nello stesso paese, ammanniscono al turista di massa «visioni di maniera che inquinano più delle raffinerie» – neppure prova a fingere di aver restaurato la sua antica, forse immaginaria identità.
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LIBRI A QUALUNQUE COSTO
Ilaria Bussoni

All’automobilista autostradale vacanziero in viaggio per l’Italia nell’estate 2013 non sarà sfuggita, tra un Camogli e un’offerta Toblerone 2 × 3, l’occasione dei libri a 0,99 centesimi di euro, con tanto di espositore, disponibili negli autogrill (ma anche in libreria per chi non andasse in vacanza). Non una scopiazzatura in euro del famoso «millelire» in auge a cavallo tra anni Ottanta e Novanta, spillato, senza dorso, un foglio di carta 70 × 100 ripiegato su se stesso, autocopertinato, copyright del geniale Marcello Baraghini. No, stavolta è un libro vero: svariate centinaia di pagine, un dorso, una copertina di cartone a colori e persino un espositore a misura nel quale far entrare classici e non solo, spesso in traduzione. Tiratura un milione e mezzo di copie, sbandiera lo stesso editore che li promoziona come «libri anticrisi», di che fare invidia alla tiratura delle pagine gialle.
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ITALIAN THEORY OR NOT?
Marco Palladini

… ma poi c’è questa Teoria Italiana?
È una moda o una modalità filosofica?
È fondata o infondata una linea che va
da Della Volpe e Tronti a Roberto Esposito
passando per Agamben e Toni Negri?
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PROVE D'ASCOLTO - Fondazione Mudima 21 ottobre
con:
Sylvano Bussotti
Giancarlo Cardini
Paolo Castaldi
Daniele Lombardi



*alfadomenica è la nuova rubrica di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.

Ilaria Bussoni

All’automobilista autostradale vacanziero in viaggio per l’Italia nell’estate 2013 non sarà sfuggita, tra un Camogli e un’offerta Toblerone 2 × 3, l’occasione dei libri a 0,99 centesimi di euro, con tanto di espositore, disponibili negli autogrill (ma anche in libreria per chi non andasse in vacanza). Non una scopiazzatura in euro del famoso «millelire» in auge a cavallo tra anni Ottanta e Novanta, spillato, senza dorso, un foglio di carta 70 × 100 ripiegato su se stesso, autocopertinato, copyright del geniale Marcello Baraghini. No, stavolta è un libro vero: svariate centinaia di pagine, un dorso, una copertina di cartone a colori e persino un espositore a misura nel quale far entrare classici e non solo, spesso in traduzione. Tiratura un milione e mezzo di copie, sbandiera lo stesso editore che li promoziona come «libri anticrisi», di che fare invidia alla tiratura delle pagine gialle.

Un’idea editoriale contro quale «crisi», per la precisione? Senz’altro non quella delle librerie indipendenti (scarsine sull’A1 e sulla Salerno-Reggio Calabria), ormai alla canna del gas per il calo di vendite e le condizioni economiche fuori parametro; non quella delle case editrici indipendenti, che semmai possono limitarsi a guardare sbavando l’audace iniziativa di un collega che, nonostante lo slogan della sua casa editrice, indipendente del tutto non è più; non quella delle tasche dei lettori (parola diversa da acquirenti) che buona parte dei classici lì riprodotti gli sarà già capitato di leggerli e di averli in casa, forse dalle scuole medie. La retorica marketing vuole che gioverebbe al non-lettore, a colui che non legge, che passa in libreria solo per caso, che non va in biblioteca, che ha finito di comprare libri il giorno della tesi di laurea, questo sì un potenziale acquirente. Da qui la specifica missione culturale degli autogrill dell’estate 2013: alfabetizzare, diffondere letteratura, riportare al libro chi preferiva il Toblerone (costa molto meno!), alla faccia di Marc Augé e dei suoi non-luoghi.

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Ilaria Bussoni

All’automobilista autostradale vacanziero in viaggio per l’Italia nell’estate 2013 non sarà sfuggita, tra un Camogli e un’offerta Toblerone 2 × 3, l’occasione dei libri a 0,99 centesimi di euro, con tanto di espositore, disponibili negli autogrill (ma anche in libreria per chi non andasse in vacanza). Non una scopiazzatura in euro del famoso «millelire» in auge a cavallo tra anni Ottanta e Novanta, spillato, senza dorso, un foglio di carta 70 × 100 ripiegato su se stesso, autocopertinato, copyright del geniale Marcello Baraghini. No, stavolta è un libro vero: svariate centinaia di pagine, un dorso, una copertina di cartone a colori e persino un espositore a misura nel quale far entrare classici e non solo, spesso in traduzione. Tiratura un milione e mezzo di copie, sbandiera lo stesso editore che li promoziona come «libri anticrisi», di che fare invidia alla tiratura delle pagine gialle.

Un’idea editoriale contro quale «crisi», per la precisione? Senz’altro non quella delle librerie indipendenti (scarsine sull’A1 e sulla Salerno-Reggio Calabria), ormai alla canna del gas per il calo di vendite e le condizioni economiche fuori parametro; non quella delle case editrici indipendenti, che semmai possono limitarsi a guardare sbavando l’audace iniziativa di un collega che, nonostante lo slogan della sua casa editrice, indipendente del tutto non è più; non quella delle tasche dei lettori (parola diversa da acquirenti) che buona parte dei classici lì riprodotti gli sarà già capitato di leggerli e di averli in casa, forse dalle scuole medie. La retorica marketing vuole che gioverebbe al non-lettore, a colui che non legge, che passa in libreria solo per caso, che non va in biblioteca, che ha finito di comprare libri il giorno della tesi di laurea, questo sì un potenziale acquirente. Da qui la specifica missione culturale degli autogrill dell’estate 2013: alfabetizzare, diffondere letteratura, riportare al libro chi preferiva il Toblerone (costa molto meno!), alla faccia di Marc Augé e dei suoi non-luoghi.

- See more at: https://www.alfabeta2.it/2013/11/03/libri-a-qualunque-costo/#sthash.rH8k2BHV.dpufIlaria BussoniAll’automobilista autostradale vacanziero in viaggio per l’Italia nell’estate 2013 non sarà sfuggita, tra un Camogli e un’offerta Toblerone 2 × 3, l’occasione dei libri a 0,99 centesimi di euro, con tanto di espositore, disponibili negli autogrill (ma anche in libreria per chi non andasse in vacanza). Non una scopiazzatura in euro del famoso «millelire» in auge a cavallo tra anni Ottanta e Novanta, spillato, senza dorso, un foglio di carta 70 × 100 ripiegato su se stesso, autocopertinato, copyright del geniale Marcello Baraghini. No, stavolta è un libro vero: svariate centinaia di pagine, un dorso, una copertina di cartone a colori e persino un espositore a misura nel quale far entrare classici e non solo, spesso in traduzione. Tiratura un milione e mezzo di copie, sbandiera lo stesso editore che li promoziona come «libri anticrisi», di che fare invidia alla tiratura delle pagine gialle.Un’idea editoriale contro quale «crisi», per la precisione? Senz’altro non quella delle librerie indipendenti (scarsine sull’A1 e sulla Salerno-Reggio Calabria), ormai alla canna del gas per il calo di vendite e le condizioni economiche fuori parametro; non quella delle case editrici indipendenti, che semmai possono limitarsi a guardare sbavando l’audace iniziativa di un collega che, nonostante lo slogan della sua casa editrice, indipendente del tutto non è più; non quella delle tasche dei lettori (parola diversa da acquirenti) che buona parte dei classici lì riprodotti gli sarà già capitato di leggerli e di averli in casa, forse dalle scuole medie. La retorica marketing vuole che gioverebbe al non-lettore, a colui che non legge, che passa in libreria solo per caso, che non va in biblioteca, che ha finito di comprare libri il giorno della tesi di laurea, questo sì un potenziale acquirente. Da qui la specifica missione culturale degli autogrill dell’estate 2013: alfabetizzare, diffondere letteratura, riportare al libro chi preferiva il Toblerone (costa molto meno!), alla faccia di Marc Augé e dei suoi non-luoghi.Leggi >

Il libro bene comune

Con un Manifesto firmato da 76 editori indipendenti - distribuito gratuitamente a partire da oggi a «Più libri più liberi», la fiera romana della piccola e media editoria, presso gli stand delle sigle aderenti - si avvia l'attività di un Osservatorio, che intende analizzare le varie declinazioni del lavoro editoriale in un tempo, e in un paese, che sembrano indifferenti, se non ostili, all'idea stessa di «fare cultura». Ve ne anticipiamo qui uno stralcio.

Il libro non è solo un mercato. Nemmeno per noi che per mestiere produciamo e vendiamo libri. Come strumento di formazione, come risorsa individuale e collettiva, come forma di circolazione delle conoscenze, anche come svago e divertimento, il libro è un bene comune. I nostri libri, comunque, vogliamo che lo siano. E vogliamo immaginarne il futuro anzitutto a partire da questo.

Che il libro sia «anche» un prodotto in vendita, perché per molti possedere libri è ancora una cosa preziosa, non significa che il suo ecosistema sia riducibile al numero degli scontrini battuti. Come editori, e dunque come promotori di una proposta culturale, non possiamo ignorare e non sostenere quegli usi del libro che prescindono da un acquisto. Usi pubblici. Non possiamo non capire l'importanza di chi rivendica un uso senza preoccuparsi della proprietà, di chi chiede un diritto a un accesso. Siamo consapevoli che facilitare questo accesso, moltiplicare le forme non proprietarie di uso delle narrazioni e dei saperi, estendere capillarmente il numero dei luoghi («luoghi» nel senso di reti, di rapporti compositi e di una molteplicità di luoghi differenti), in cui questo diritto può esercitarsi significa predisporre il terreno di una ricchezza culturale e sociale forse non misurabile ma della quale non saremo i soli a beneficiare. Occorre considerare il libro anzitutto una risorsa, per tutti e di tutti.

Il libro inteso come ecosistema complesso, nella varietà delle sue forme e delle sue articolazioni, nelle sue diversità bibliografiche e nell'estensione dei viventi che lo abitano. Dire «bibliodiversità» significa immaginare i soggetti vivi, fatti di carne e ossa, che tale «bibliodiversità» fanno esistere, siano essi autori, editori, librai, docenti, bibliotecari o lettori. Dire «bibliodiversità» significa che qualcuno, in un dato momento della filiera del libro, si è posto il problema dell'esistenza e dell'importanza della diversità, forse sommandolo a quello della vendita o magari per un momento mettendo quest'ultimo da parte. Conservare e far crescere un ecosistema fatto di diversi ambienti del libro e di diversi soggetti del libro significa dunque anche riuscire a vederne i punti di squilibrio, quando una specie prevale su un'altra o quando una pratica mette in discussione l'esistenza stessa di tale complessità. Significa quindi immaginare strumenti capaci di adattarsi caso per caso, che coinvolgano e richiedano la partecipazione di tutti i soggetti che l'ecosistema lo abitano.

Non possiamo non dirlo: la mano invisibile del mercato non governa granché. E tantomeno lo fa ora, quando fenomeni di concentrazione e standardizzazione impattano un mercato che è sempre meno lo specchio della diversità e forse nemmeno della libertà d'impresa. Poco importa che ciò avvenga dentro un regime di legalità, con il beneplacito dell'antitrust.
Se il libro è un ecosistema e non solo un mercato, denunciare e tentare di correggere ciò che produce squilibrio e impoverimento, non solo per gli editori, è un atto di civiltà, di ecologia dell'intelligenza sociale.

Leggi il testo completo del Manifesto

La scuola della psicoausterità

Roberto Ciccarelli

Il «concorsone» è l'ultima stazione per chi pensa che un contratto a tempo indeterminato nella scuola, anche in quella primaria o nella media, potrebbe aiutare ad arrivare a fine mese. Milleduecento euro farebbero comodo anche a chi non è mai stato iscritto in una graduatoria, né ha mai insegnato stabilmente, nemmeno con una supplenza di un mese. Diciotto ore di lavoro a settimana, esclusi i consigli di classe e la correzione dei compiti, sembrano una prospettiva favolosa per chi fino ad oggi ha svolto una professione, certamente precaria, sbarcando il lunario per necessità o per passione, lavorando 18 ore al giorno e gli studi se li è lasciati alle spalle dalla laurea che deve avere conseguito improrogabilmente entro il 2001.

Il concorso dei non insegnanti
È
questa la storia di 214.453 persone, pari al 66,8% dei 321.210 candidati che hanno fatto domanda per partecipare al mega-concorso per la scuola. Secondo i dati ufficiali pubblicati qualche giorno dal Miur, la stragrande maggioranza degli aspiranti ad uno dei 11.542 posti per insegnanti non ha mai insegnato, ha frequentato itinerari che oggi non danno più sicurezza. In media le donne sono la maggioranza e hanno 38 anni, mentre gli uomini sono leggermente più anziani, 41 anni. Entrambi sono l'espressione di quella generazione di mezzo, tra i 36 e 45 anni, che in maniera disillusa e un pochino auto-consolatoria è stata definita «generazione perduta»: 158.879.

Sono dati rivelatori più di qualsiasi indagine Istat su categorie fantasiose come gli «sfiduciati», oppure sui «neet». Basta scorrere quelli della classe d'età inferiore ai 35 anni che dovrebbe raccogliere coloro che hanno frequentato tra il 1999 e il 2009 le scuole per l'insegnamento (Siss) e sono stati costretti dal Ministro Profumo a ripetere un concorso per cui si sono già abilitati negli anni passati. In questa fascia ci sono 113.924 persone, mentre coloro che hanno tra i 45 e i 55, probabilmente insegnanti iscritti nelle Gae e con decenni di esperienza in classe, sono 2.812, cioè una minoranza assoluta. Se poi volessimo descrivere questo eccezionale campione per appartenenza geografica avremmo ricomposto il quadro della situazione sociale italiana: 164.827 persone vivono a Sud, mentre «solo» 93.963 risiedono a Nord, 62.420 nel centro del paese. Una distribuzione che segue la decisione del ministero di bandire più posti nel Meridione, ma che conferma ugualmente la condizione di disoccupazione dei laureati, più acuta rispetto al resto del paese.

Questa è la verità di un paese dove c'è un alto numero di disoccupati intellettuali che aspirano legittimamente a un lavoro qualsiasi. La sproporzione tra gli iscritti nelle graduatorie e coloro che non hanno mai insegnato è la vera novità rispetto alle settimane di polemiche infuocate sul concorso-mostro. Il ministero aveva minimizzato, tremando si era lanciato in previsioni al ribasso, tutta l'attenzione si era concentrata sui precari della scuola, costretti all'umiliazione di ripetere una prova già fatta. Ecco, invece, la sorpresa. La gran parte dei precari si è rifiutata di partecipare al concorso, ed è esplosa la bomba degli altri precari, i laureati, i freelance, coloro che hanno lavorato nell'ultimo decennio nel terziario avanzato e oggi non hanno alternative. Nemmeno quella di concorrere realmente ad una cattedra, visto che dovrebbero superare la concorrenza di altre 25 persone.

Programmare la vita
"Le persone devono poter programmare la loro vita" ha commentato il ministro Profumo dopo la pubblicazione dei dati. Alludeva al suo progetto di fare un concorso ogni due anni per esaurire le graduatorie degli insegnanti. Ammesso che questo sia possibile, e che il governo in carica abbia la capacità - tutta da dimostrare - di bandire un altro concorso a primavera 2013, quando cioè non sarà più in carica, quello di Profumo è un progetto che, nella sua insensatezza, dev'essere preso sul serio. I primi dati del concorso rivelano infatti il futuro: non solo i concorsi biennali non riusciranno ad collocare i 160 mila iscritti nelle graduatorie, se non dopo mezzo secolo, ma queste procedure verranno travolte dal precariato intellettuale che esiste fuori dalla scuola.

Programmare la vita dei precari della conoscenza è una strategia di governo dall'alto, iperburocratica, non ispirata ai criteri di selezione in un'azienda, e nemmeno nel pubblico. Visti i numeri, e la situazione esplosiva, non è minimamente possibile immaginare che tale selezione riesca nel suo scopo: quello cioè di individuare il candidato ideale per eseguire un lavoro. Si tratta invece di una strategia di disciplinamento del tempo di vita dei precari. Chi effettua la programmazione non è il precario, bensì la burocrazia ministeriale. La quale non si rivolge solo alla vita del docente precario, bensì a quella del precario tout court, il precario qualunque anche se plurititolato e con curriculum lungo una preghiera.

Il primo effetto di questa decisione è di mettere in concorrenza queste due categorie. Ma non basta. Il progetto di stabilire "una cadenza stabile nel tempo" dei concorsi, e quindi di un processo di selezione colossale implica il progetto di mettere sullo stesso piano centinaia di migliaia di precari ogni due anni, negando ai docenti la possibilità di rivendicare la propria esperienza, obbligando i "non-insegnanti" aspiranti docenti a consegnare le loro esperienze pregresse all'oblìo.

Giochi del destino
La strategia del concorso-mostro ha avuto successo perché si fonda su una sensibilità diffusa: il posto fisso è l'ultimo bene rifugio in Italia. Ma è anche la ratifica di una convinzione di massa: questa sistemazione è illusoria nella misura in cui c'è 1/25 di possibilità per realizzare il sogno di una vita. È lo stesso meccanismo alla base dei giochi a premi, delle lotterie, del lotto o del totocalcio. Il desiderio di vincere è soggetto all'amara consapevolezza che vincere non è così facile, visto che le probabilità sono ristrettissime.

Se al lotto basta puntare un terno sulla ruota del nessun dove, nel concorso per la scuola bisogna lavorare molto di più. I candidati che vorranno essere meritevoli di un bacio del caso dovranno sottoporsi ad una percorso ad ostacoli. Le scadenze sono infinite: entro il 21 novembre i candidati dovranno completare la domanda; nella terza settimana di dicembre ci sarà la prova preselettiva in tre giorni; a febbraio ci saranno le prove scritte. In Campania il rapporto tra candidati e posti dà un indice di 34,24, mentre nel Lazio questo indice scende di molto e si attesta a 23,28, infine in Lombardia risaliamo a 28,20. Questo indice risulta più conveniente in Piemonte con il 24,23. La regione dove la probabilità di vincere è minore è la Sicilia.

Ma nell'istruzione governata come un gioco del destino c'è un elemento in più. Il progetto di moltiplicare questi concorsi ogni due anni presuppone una mastodontica organizzazione da parte dello Stato. Sempre che l'annuncio di Profumo sia in qualche modo attendibile, e rischia seriamente di non esserlo, per la prima volta dalla nascita della precarietà di massa lo Stato si impegna ad organizzare una procedura che terrà occupate per tre giorni tutte le scuole, le università, le biblioteche, e forse le palestre o gli alberghi in tutta Italia. Mettendo a sistema questo progetto significherà forse organizzare un ministero addetto alla selezione dei precari? Il sogno di una vita è tale solo quando è controllato, regolato, auspicato da una burocrazia attenta ai costi, ma generosa nel produrre illusione e competizione. Paradossi dei tempi dell'austerità. O meglio della psicoausterità.

Contro lo sgombero del teatro Embros

Manuela Gandini

Il clima ad Atene è pesantissimo e la guerra civile è un pericolo incombente. Dopo le ultime elezioni, nelle quali il partito neonazista Alba Dorata ha conquistato il parlamento con una ventina di seggi su 300, le violenze xenofobe sono all’ordine del giorno. La retorica basata sull’esaltazione della nazione, della famiglia, della normalità, assorbe consensi a non finire. Il risultato è una politica brutale, repressiva e fortemente autoritaria che si è imposta sulla città, in nome della “sicurezza” e della “pulizia”. Gli extracomunitari viaggiano in gruppo per potersi difendere; i gay si stanno compattando per scongiurare aggressioni; alle manifestazioni i picchiatori di Alba Dorata stanno al fianco dei celerini pronti ad attaccare i manifestanti. Qualche settimana fa, due deputati di Alba Dorata e una trentina di attivisti, rasati e in maglietta nera, hanno fatto irruzione in un mercato alla periferia della città, chiedendo documenti a tutti i venditori stranieri e distruggendo selvaggiamente i banchi e la merce di chi ritenevano non fosse in regola. Il portavoce del partito, Ilias Kasiriadis, ha affermato che: “AD interverrà con la forza ovunque vengano offese le sensibilità religiose e la storia della Grecia”.

Intanto le micro-comunità artistiche - sorte in questi anni per far fronte alla ferocia della crisi, alla drasticità dei tagli, alla subordinazione nella quale il cittadino è precipitato - si stanno indebolendo. Nel quartiere popolare di Psirri, lo scorso novembre, il collettivo Mavili ha occupato il teatro Embros rimasto chiuso per sei anni dopo la morte del proprietario. Uno spazio misterioso che da tempo non vedeva scene e uomini, e non sentiva calore. Un luogo che è diventato polo d’attrazione per gli artisti, per gli abitanti del quartiere, per gli extracomunitari e per chiunque volesse esserci. A natale, all’Embros, è stato allestito un pranzo aperto a tutti e ciascuno portava quel che poteva.

In breve è diventato il riferimento per lo sviluppo del teatro indipendente di Atene. Da lì sono passati artisti di tutto il mondo, coreografi come Dimitris Papaioannou e studenti come gli olandesi di Das Arts di Amsterdam che hanno fatto uno stage di due settimane. La logica è stata quella di includere anziché escludere, condividere anziché dividere , consolidare orizzontalmente rapporti anziché riprodurre forme verticistiche di potere. All’Embros si viveva, si mangiava, si discuteva, si metteva in scena la tragedia contemporanea adottando nuovi punti di vista e prospettive inedite.

L’Embros, concepito come piattaforma creativa sulla crisi in corso, ora sta per essere chiuso, murato per sempre. A metà settimana, la polizia, su ordine dell’Etad (società per lo sviluppo degli edifici pubblici) sbaraccherà tutto in prospettiva di “un processo di privatizzazione”. Così, di colpo, come sono stati sradicati gli alberi e le piante degli orti urbani coltivati dai cittadini, ora viene chiuso un polmone di cultura. Il messaggio è chiarissimo: eliminare ogni forma di protesta concreta (centri sociali, culturali, artistici). Eliminare ogni tentativo di autogoverno che sorga dal basso. Stroncare ogni iniziativa volta alla sopravvivenza fisica e psicologica indipendente dal sistema. Polverizzare il tessuto popolare eterogeneo che si andava costituendo e, infine, annientare ogni diritto alla felicità.

 alfabeta2 e alfa+più sostengono la raccolta firme contro lo sgombero del Teatro Embros
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Controcanto

Antonio Negri

Inutile insistere sulla ricchezza e l’efficacia della ricerca di Gerald Raunig. È, il suo, un passaggio che, assumendo l’orizzonte determinato dalla sussunzione reale della società nel capitale, l’assorbimento totalitario del valore d’uso nel valore di scambio, ci sospinge tuttavia oltre le tristi passioni della scuola di Francoforte, ci libera dalle letture di un “postmodernismo debole” ed irride a ogni figura lineare della sussunzione, foss’anche armata dall’ironia situazionista. La scrittura di Raunig si muove su quel terreno che si stende dai Mille plateaux di Deleuze-Guattari fino alle costituzioni del postoperaismo ed ivi produce modulazioni ricche ed articolate della critica del potere e inaugura nuove linee di fuga, diserzioni, dialettiche di nuovi mondi, riterritorializzazioni creative... È un controcanto questo a tutti quegli sviluppi del pensiero postmoderno (ed anche postoperaista) che coagulano linee di critica (altrimenti aperte) ed inclinano in maniera teoreticistica e rigida momenti di resistenza (altrimenti vivaci). È dunque un controcanto essenziale che ci rimette tutti con i piedi per terra.

Ma forse abbiamo bisogno anche di un controcanto “al quadrato”. Vale a dire che qui si riaprono problemi, e dalle conclusioni di Raunig consegue il bisogno di elaborare altre ipotesi pratiche, politiche, costruttive. È come una seconda volta: il libro di Raunig ci ha mostrato un “altro” mondo; al punto sul quale lui è arrivato, c’è dunque una nuova narrazione che va iniziata (per stare alla metafora kafkiana: una “nuova” Giuseppina che canta a un popolo di topi “riformato”). Già Leopardi, nella sua splendida Batrachomiomachia, aveva visto spostarsi e duplicarsi il mondo dei topi, pur dentro passioni eroiche e movimenti individuali. Qui invece, per Raunig, i movimenti sono molteplici, sono quelli della moltitudine e delle libere singolarità che la compongono. Dunque, qual è il problema, qui ricreato, al quale, per la seconda volta, un controcanto può corrispondere? È quello, dicevano Deleuze e Guattari, del superamento del ritornello, dell’alternativa del lisciare e dello scalfire lo spazio, del territorializzare e del deterritorializzare. Raunig – con Giuseppina – ci hanno ormai definitivamente portato sul terreno politico: hic Rodhus, hic salta. [...]

Porto qui testimonianza di lunghe discussioni con Félix Guattari proprio a questo proposito: quale punto “macchinico” di interferenza produttiva, quale “nuovo” agencement può darsi, tale da costituire una funzione espressiva locale, una volta che ci si trovi di fronte a un campo di immanenza, moltiplicatore di segmenti e proliferante velocità intrattenibili? Era il periodo in cui i nostri due maestri stavano concludendo il lavoro su Kafka e la risposta, già data in quel saggio, era che quella macchina poteva essere localizzata solo dalla consistenza/coesistenza di quantità intensive. Il che – tradotto per quell’analfabeta che ero – significava afferrare, in quel campo d’immanenza che le lotte di classe formavano, le quantità intensive della tendenza materiale alla crisi del sistema capitalista. E, inoltre, quelle che costituivano il dispositivo del rifiuto operaio dello sfruttamento, delle energie rivoluzionarie (minoritarie, certo, ma si sa che ciò che è minoritario supplisce al numero con l’intensità) allora agenti e del desiderio comunista – più intenso, più alto, ma consistente sul luogo di crisi e di lotta. Un sorvolo potente che crea un “luogo”.

E un quindicennio più tardi, rispondendo a una mia domanda sulla specificità della lotta comunista di classe, Deleuze rispondeva che il sistema di linee di fuga che definisce il capitalismo, può essere afferrato e combattuto solo inventando e costruendo una “macchina da guerra”. Cioè determinando in tal modo uno spazio-tempo, un potere costituente e una capacità di resistenza, localizzate e creative di un “popolo a-venire”. Ancora un “luogo”, dunque, non statico ma creativo – come appunto questo “controcanto al quadrato” esige. Le azioni di Occupy e le acampadas degli indignados ci impegnano a lavorare sulla definizione di questa verticalità, di questa intensità, di questo luogo. Non è più una questione solo temporale. Benjamin ricorda che durante le rivolte del XIX secolo, gli operai ribelli sparavano sugli orologi delle piazze, denunciando nella misura temporale, la misura dello sfruttamento.

Oggi i lavoratori precari, ribellandosi, devono sparare sui calendari – che non danno la continuità ma la separazione dei tempi, una successione distinta di tempi diversi della valorizzazione – poiché il loro sfruttamento, la loro alienazione, sono soprattutto misurati dalla mobilità spaziale, dalla separazione dei luoghi di impiego, dalla contiguità locale della cooperazione e dalla diversità degli spazi che devono percorrere. Come i migranti, così i precari, cooperanti in rete, sempre alla ricerca di un luogo dove restare. Senza questo luogo sembra impossibile ribellarsi. È così, o è già segno di una nostra frustrazione, l’affermarlo? Comunque, è il problema stesso che ci riporta alla scoperta di un luogo, come Occupy ci ha portato a Zuccotti park, alla piazza della libertà. I movimenti vanno dunque riformati ritrovandoli in uno spazio – una verticalità li attraversa, localizzandoli e innalzandoli, con estrema intensità locale. [...] Abbiamo camminato molto a lungo vivendo formidabili avventure: abbiamo bisogno di fermarci per un momento, su un luogo, perché solo su un luogo è possibile rinnovare continuamente il canto di Giuseppina.

Anticipiamo un brano della postfazione di Antonio Negri al libro di Gerald Raunig, Fabbriche del sapere, industrie della creatività, in uscita nei prossimi giorni per ombre corte.

MACAO: dove eravamo rimasti?

Manuela Gandini

MG - Facciamo il riassunto di ciò che è successo e perché. Perché l’occupazione della Torre Galfa e poi Palazzo Citterio, con quali obiettivi e soprattutto: Macao è sempre vivo?

MACAO - Tutto il movimento di Macao è nato da una riflessione sui sistemi di produzione culturale. A Milano, occupare la Torre Galfa è stato un modo per cercare di dare un segno forte rispetto a un meccanismo di produzione culturale e di pianificazione della città, che è quello di grande controllo invasivo dei poteri della finanza e dei palazzinari. Siamo entrati alla Torre Galfa per restituirla alla città e trovare un altro modo di produrre. Abbiamo creduto fino in fondo che potesse essere un braccio di ferro contro-egemonico, dove, col fatto che ci fossero dieci, mille, millecinquecento persone, si potesse far capire anche alle amministrazioni cittadine che era necessario tenere una sospensione, un dialogo, un tavolo. E che l’istituzione potesse usare tutti gli strumenti in suo potere, ad esempio espropriare il bene e vincolarlo a uso temporaneo per questo progetto. La torre era abbandonata da 15 anni. Volevamo dare un segno forte a livello territoriale e nazionale, affermare che se un movimento di persone vuole in modo propositivo ribaltare i rapporti di forza è possibile, ci abbiamo creduto, non è stata una cosa simbolica. Siamo stati repressi dagli stessi poteri che criticavamo. Il fatto che il figlio del ministro dell’interno Anna Maria Cancellieri, Piergiorgio Peluso, sia il direttore della FonSai, di cui Ligresti è presidente, è stata una delle principali ragioni dello sgombero. Ligresti ha fatto un sacco di società a scatole cinesi. Come FonSai ci sono parecchie società sotto di lui, questo fa la sua forza, perché ogni società è legata a livello creditizio a molti gruppi politici su tutto l’arco, quindi distruggere lui non fa bene a nessuno, questo è il suo potere. Nel particolare Torre Galfa era sotto FonSai Ligrestiche è una società che controlla il suo patrimonio e il direttore generale è il figlio del ministro dell’interno. È stata direttamente la Cancellieri, come abbiamo potuto controllare a posteriori, il vero mandante dello sgombero perché, sia l’amministrazione che la questura di Milano stavano cercando di capire come fare a creare un tavolo.

MG - Poi avete occupato un edificio simbolicamente e istituzionalmente molto diverso, Palazzo Citterio.

MACAO - Sì, il secondo tentativo di Macao è stato Palazzo Citterio perché in qualche modo si voleva sottolineare il fatto che una grossa dipendenza da questi poteri forti privati ha censurato un certo sviluppo alternativo della città e che, all’origine del grosso blocco della produzione culturale, c’è anche una mala gestione dei fondi pubblici. Palazzo Citterio fa parte del progetto Grande Brera che da quarant’anni è fermo, due anni fa con l’anniversario del centocinquantesimo dell’Unità d’Italia, è stato oggetto di una speranza di rilancio che è stata in realtà solo una scusa per far rubare i soldi ai sovrintendenti. Dietro c’era tutta la cricca di Anemone e Bertolaso, sparpagliati in tutt’Italia a fare questo tipo di ladrocini. Della Grande Brera si sono fregati 52 milioni di euro. Crediamo che questo tipo di mala gestione dei fondi pubblici stia alla base e che sia dovuto in parte alla mancanza di partecipazione e di attenzione della cittadinanza sulla gestione dei fondi. Siamo entrati in Palazzo Citterio pensando che, tanto quanto la Torre Galfa, fosse un laboratorio di ricostruzione, attraverso tutte le competenze della città, di un modello alternativo della cultura. Anche per un progetto, da sempre deflagrato e da sempre promesso come la Grande Brera, poteva esserci l’occasione di coinvolgere le istituzioni e i poteri forti costituiti, assieme alla cittadinanza, per capire come realizzare l’opera. Quindi stavamo cercando di creare un tavolo con sovrintendenza e studenti dell’Accademia, per snodare la trasparenza del progetto e le vere tensioni che ci sono sotto. Si è pensato che si sarebbe potuto portarlo a termine in modo partecipato, chiaro e discusso nella città. Il secondo giorno abbiamo redatto un documento cristallino con la proposta di questo tipo di interlocuzione, ma l’azione è stata continuamente denigrata come occupazione abusiva e si è adottato il tema dell’illegalità. La maggioranza nel consiglio comunale del Pd moderato è andato su tutte le furie, il ministro Ornaghi è passato e s’è ricompattato su questa linea per neanche prendere in considerazione la possibilità di una legittimazione della proposta, motivata da 40 anni di inefficienza.

MG - E la proposta del comune di darvi uno spazio all’ex Ansaldo?

MACAO - Non c’è nessun astio da parte nostra nei confronti della proposta del comune, il problema è che è stata un po’ stonata. Se Macao è un movimento che libera spazi nella città per snodare alcuni punti chiave di malfunzionamento e cercare, da lì, di fare arte e cultura, proporci il gioiellino di cui meglio poteva disporre il comune, in cui chiudere questo movimento, non ci sembrava la cosa più allineata. Ciò non significa che il comune non faccia benissimo ad avere degli spazi e indire bandi per destinarli a ospitare associazioni che offrano servizi per la città, lavoro, sinergie. Proprio in un momento in cui Macao era stato fortemente offeso, sul piano della proposta che stava facendo, ci sembrava abbastanza ovvio e comprensibile che chiuderlo in uno spazio non contraddittorio, dove sono previsti atelier, non c’entrava più niente. Molte delle analisi che stanno uscendo ora riconoscono ciò che Macao ha rappresentato a livello nazionale e internazionale, qualcosa di molto forte sul piano della sperimentazione di democrazia diretta, di mobilitazione di competenze, sapienza, intelligenza in ogni settore culturale che cerca di entrare in una lotta per riuscire a sbloccare dei meccanismi di produzione. Quindi credo che abbia acquistato un grande potere simbolico e politico per il modo in cui s’è comportato. Adesso bisogna riuscire a svilupparlo in modo coerente rispetto alle cose che contiene.

MG - Dal consenso unanime s’è passati in brevissimo tempo a feroci critiche da parte dei media ma anche di molti che avevano partecipato alla prima occupazione, si è passati dalla condivisione alla separazione.

MACAO - Noi stiamo continuando a operare a macchia d’olio nella città usando le stazioni del metro per fare i raduni per i tavoli. Ci sono venti o trenta persone per tavolo che continuano a partecipare in modo attivo. Abbiamo fatto un’assemblea non cittadina ma gestionale, c’erano 300 persone all’Arci Bellezza. Adesso che ci si accorge del pericolo che un movimento del genere può rappresentare, ci sono tutte le volontà di distruggerlo e denigrarlo. Pur in una realtà molto più scomoda, sia di Torre Galfa che di Palazzo Citterio, ci sono moltissime persone che stanno andando avanti e si stanno organizzando.

MG - Macao è diventato nomade?

MACAO - Sì o disperso nella città, nel senso che stiamo cercando, con il tavolo di partecipazione operativo, confronti con esperti nazionali di nuovi modelli di democrazia diretta e con l’esperienza degli Occupy. Si sta studiando un modo per strutturare la partecipazione, perché il rischio è di diventare di un populismo sfrenato se il movimento non si radica all’interno di un processo che è anche lavoro e quindi tavoli che continuano sinergicamente a produrre programmi, obiettivi, relazioni che siano efficaci, inclusivi, aperti e trasparenti. Il tempo di «sospensione» sta servendo anche a questo.

MG - Dove vi si trova, in quali stazioni metropolitane?

MACAO - Sulla rete, in facebook pubblichiamo le mappe giorno per giorno dove i tavoli indicono gli appuntamenti. L’obiettivo è comunque avere una sede, credo sia condiviso il fatto che da una parte Torre Galfa e Palazzo Citterio rimangono due cantieri su cui lavorare nel prossimo anno, anche dall’esterno. Sarebbe bene completare questa triangolazione con un luogo invece che può essere laboratorio di produzione indipendente. Macao adesso si sta, da una parte, strutturando meglio al proprio interno, che non significa imporre gerarchie verticistiche ma riconoscere come sta funzionando la macchina e saperne parlare. Da un altro lato, credo che adesso dovremmo identificare un’altra sede che sia da liberare e da restituire al tessuto sociale e che sia più consona a produrre, poter stare, poter intensificare i laboratori di pensiero e di linguaggi.

MG - Allora ci sarà una prossima occupazione.

MACAO - Credo di sì, a breve anche. Per chiudere il discorso da cui abbiamo iniziato, se da una parte questa riflessione sui meccanismi di produzione culturale prevedeva il fatto di mettersi di traverso e sbloccare dei nodi che fortemente bloccavano la produzione; da un altro lato l’aspetto di Macao molto importante è quello di riuscire a fare sinergia per un modello diverso di produzione. Tutta l’affluenza che c’è stata credo abbia bisogno di trovare il tempo per restituire modelli alternativi di produzione, riflessione ed elaborazione di pensiero, creazione di rete sia territoriale che nazionale e internazionale, nuovi modelli di economia ecc. senza pensare di aver perso nulla, bisogna aprirsi sulla città dove quasi tutti questi aspetti sono rispettati.

MG - Questo movimento ha caratteristiche diverse dagli Occupy, non si svolge nelle piazze, non raduna folle eterogenee di cittadini indignati. Nel caso di Macao, pur avendo accesso chiunque, non tutti sono interessati al discorso culturale.

MACAO - È da un anno che ci si confronta con questi movimenti, dagli Occupy Wall Street agli Indignados. Nel nostro paese è successo qualcosa di strano. La particolarità di quello che è successo in Italia, e che accomuna un po’ anche questa rete di occupazione di luoghi della cultura da parte dei lavoratori della cultura, è che si è cercato di appropriarsi o liberare degli spazi per porsi in diretta alternativa, aspirando ad esser sullo stesso piano del tradizionale sistema istituzionale. Questo pone una specie di punto di attivazione - da una parte più specifico dell’occupazione di piazza - per il rinnovamento sociale in generale, dall’altra però è un punto di maggiore forza nel cercare di ri-territorializzare la produzione.

MG - La definizione di lavoratori dell’arte e della conoscenza rimane comunque settoriale.

MACAO - Rimane un po’ in mezzo tra i movimenti Occupy anglosassoni e il movimento francese degli Intermittenti. Il movimento degli intermittenti era settoriale e ha fatto specificatamente delle lotte di categoria. Quello che sta succedendo in Italia è un po’ nel mezzo. A partire dai luoghi di produzione di una categoria, quindi il centro culturale, il centro museale, teatrale, farne un luogo di dibattito e di ripensamento dell’ingegneria sociale. Rimane quindi fra i due: non è un luogo svincolato dalla rappresentanza che l’ha aperto, e quindi una piazza dove c’è tutta la società, ma è un luogo dove sono i lavoratori della cultura, i lavoratori della conoscenza o dello spettacolo che fanno questa azione e decidono in quel momento che fare il proprio lavoro, quindi fare arte e cultura, significa ripensare la società.