Contro lo sgombero del teatro Embros

Manuela Gandini

Il clima ad Atene è pesantissimo e la guerra civile è un pericolo incombente. Dopo le ultime elezioni, nelle quali il partito neonazista Alba Dorata ha conquistato il parlamento con una ventina di seggi su 300, le violenze xenofobe sono all’ordine del giorno. La retorica basata sull’esaltazione della nazione, della famiglia, della normalità, assorbe consensi a non finire. Il risultato è una politica brutale, repressiva e fortemente autoritaria che si è imposta sulla città, in nome della “sicurezza” e della “pulizia”. Gli extracomunitari viaggiano in gruppo per potersi difendere; i gay si stanno compattando per scongiurare aggressioni; alle manifestazioni i picchiatori di Alba Dorata stanno al fianco dei celerini pronti ad attaccare i manifestanti. Qualche settimana fa, due deputati di Alba Dorata e una trentina di attivisti, rasati e in maglietta nera, hanno fatto irruzione in un mercato alla periferia della città, chiedendo documenti a tutti i venditori stranieri e distruggendo selvaggiamente i banchi e la merce di chi ritenevano non fosse in regola. Il portavoce del partito, Ilias Kasiriadis, ha affermato che: “AD interverrà con la forza ovunque vengano offese le sensibilità religiose e la storia della Grecia”.

Intanto le micro-comunità artistiche - sorte in questi anni per far fronte alla ferocia della crisi, alla drasticità dei tagli, alla subordinazione nella quale il cittadino è precipitato - si stanno indebolendo. Nel quartiere popolare di Psirri, lo scorso novembre, il collettivo Mavili ha occupato il teatro Embros rimasto chiuso per sei anni dopo la morte del proprietario. Uno spazio misterioso che da tempo non vedeva scene e uomini, e non sentiva calore. Un luogo che è diventato polo d’attrazione per gli artisti, per gli abitanti del quartiere, per gli extracomunitari e per chiunque volesse esserci. A natale, all’Embros, è stato allestito un pranzo aperto a tutti e ciascuno portava quel che poteva.

In breve è diventato il riferimento per lo sviluppo del teatro indipendente di Atene. Da lì sono passati artisti di tutto il mondo, coreografi come Dimitris Papaioannou e studenti come gli olandesi di Das Arts di Amsterdam che hanno fatto uno stage di due settimane. La logica è stata quella di includere anziché escludere, condividere anziché dividere , consolidare orizzontalmente rapporti anziché riprodurre forme verticistiche di potere. All’Embros si viveva, si mangiava, si discuteva, si metteva in scena la tragedia contemporanea adottando nuovi punti di vista e prospettive inedite.

L’Embros, concepito come piattaforma creativa sulla crisi in corso, ora sta per essere chiuso, murato per sempre. A metà settimana, la polizia, su ordine dell’Etad (società per lo sviluppo degli edifici pubblici) sbaraccherà tutto in prospettiva di “un processo di privatizzazione”. Così, di colpo, come sono stati sradicati gli alberi e le piante degli orti urbani coltivati dai cittadini, ora viene chiuso un polmone di cultura. Il messaggio è chiarissimo: eliminare ogni forma di protesta concreta (centri sociali, culturali, artistici). Eliminare ogni tentativo di autogoverno che sorga dal basso. Stroncare ogni iniziativa volta alla sopravvivenza fisica e psicologica indipendente dal sistema. Polverizzare il tessuto popolare eterogeneo che si andava costituendo e, infine, annientare ogni diritto alla felicità.

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La funzione trasformatrice della cultura

Christian Caliandro

«Gli italiani sono il popolo più creativo del mondo»: quante volte abbiamo sentito pronunciare questa frase, da decine di politici e giornalisti del Belpaese? Ma le cose non stanno proprio così. Chi pensa e dice una cosa del genere, con ogni probabilità non sa nulla del mondo del 2012 e neanche degli ultimi venti-trent’anni. Con ogni probabilità, possiede un’idea piuttosto asfittica della produzione e della fruizione culturale. Un’idea totalmente autoreferenziale e autocelebrativa della cultura e della creatività, imbevuta di retorica ma pochissimo proiettata verso lo spazio esterno – e persino verso quello interno. Il contesto italiano dell’ultimo trentennio, infatti, è riuscito a generare (tra gli altri incredibili risultati) quello che è un vero unicum nella storia culturale recente dell’Occidente: una forma acuta e perniciosa di dissociazione dalla realtà e dal mondo esterno, di vera e propria schizofrenia. Si fa raccontare e adotta un’altra verità rispetto a quella effettiva. Un’altra identità.

È, questa, una strana forma di autoriflessività, che non contempla affatto il riconoscimento di sé: piuttosto, implica la perdita di se stessi. L’oblìo. Purtroppo, la maggior parte delle produzioni e delle narrazioni culturali attuali (romanzi, film, opere d’arte, fiction televisive, discorsi pubblici), anche se per fortuna non la totalità di esse, non fa che confermare questo stato di cose. Il ruolo principale della cultura è quello di costruire le identità particolari e collettive, non di oscurarle. Di elaborare i traumi, non di contribuire a rimuoverli. Di criticare radicalmente la realtà e le sue storture, non di validarle e costruirci attorno un cordone sanitario. Di aiutare le persone a comprendere l’esistenza, e la propria evoluzione all’interno di questo tempo esistenziale. Di produrre continuamente il senso dell’umano. La società italiana attuale, invece, soffre dell’incapacità cronica, a tutti i livelli, di immaginare il futuro: la (ri)costruzione di se stessa nel futuro. E persino, cosa forse ancor più grave, di percepire il presente.

L’Italia è ossessionata dai suoi fantasmi. In ogni territorio della vita collettiva e civile (politica, economia, impresa, cultura) si continuano ad applicare con ostinazione schemi obsoleti e griglie interpretative antiquate che non funzionano, che non funzioneranno - e che molto probabilmente non hanno mai funzionato. La ragione, molto intuitiva, è che gli schemi obsoleti vengono adottati dai cervelli obsoleti. A loro volta, i cervelli obsoleti sono pervicacemente legati alla percezione della realtà e del mondo che si sono formati una volta per tutte, e dunque reagiscono solo alla conferma del già dato e del già noto (di qui, la cultura come pratica autoconsolatoria e retorica): ogni innovazione, intesa come modifica radicale dell’ordine conosciuto, è percepita come una minaccia. E viene regolarmente esclusa dallo sguardo.

Invece, proprio la crisi che stiamo attraversando, se viene interpretata per quello che in effetti è - epocale trasformazione e attraversamento che collega una versione della realtà con un’altra, inevitabilmente diversa da quella precedente - richiede una totale e radicale riconfigurazione dei modelli di riferimento e delle prospettive. Del tipo di relazione che istituiamo con il mondo. E non c’è nulla come la cultura che riesca a svolgere questa funzione nella maniera più completa ed efficace: la cultura addestra gli individui al cambiamento, a vivere nel cambiamento e a non interpretarlo come un pericolo. Di certo, non è qualcosa che inventiamo oggi: duemilaquattrocento, mille, cinquecento e sessanta anni fa era un fatto ben noto. Solo che, periodicamente, tendiamo a dimenticarlo, e allora sono guai seri. Dobbiamo solo impararlo di nuovo, impararlo subito e impararlo a fondo.

La cultura dunque, da agente della rimozione e della dissociazione, può – e deve – diventare agente della trasformazione. Interpretare ancora, invece, la cultura e l’industria culturale in termini puramente economicistici significa, banalmente, volerle costringere ancora in un recinto che non le appartiene, all’interno di regole e parametri non suoi. Di un sistema, cioè, che non la riguarda e che le è addirittura ostile.

Per questo, gran parte della retorica della «creatività» prodotta negli ultimi quindici anni è drammaticamente assurda. Proviene da una concezione totalmente distopica del funzionamento interno dei fenomeni culturali e dell’innovazione creativa, prodotta all’interno di una mentalità sempre e comunque neoliberista. Significa applicare i princìpi economicistici e strumentali alla cultura, ricadendo – dal verso opposto – negli stessi errori dei decisori che proclamano ed applicano i tagli ai finanziamenti per il settore culturale pubblico. Il ragionamento, nella sostanza, è: «se non rende (nell’immediato), non serve». Che equivale ad affermare: «ma la cultura rende, eccome». Se ci pensiamo bene, tra «con la cultura non si mangia» e «con la cultura si mangia» non corre poi tutta questa differenza: entrambi gli approcci discendono, di fatto, dalla medesima filosofia.

La cultura, invece, non può che portare all’alterazione radicale di un intero sistema morale di riferimento (i valori che regolano in profondità la vita collettiva e immaginaria di intere società). Di un sistema economico, politico, sociale. Compito della cultura, in una fase storica come quella che stiamo attraversando, non può che essere – dopo aver ratificato ed analizzato la fine dell’epoca precedente – immaginare, articolare e costruire l’epoca nuova. La cultura è il telaio, la struttura fondamentale di progettazione del presente e del futuro.

Approfondimenti a: Lavoro che passione

Adam Arvidsson, Serpica Naro, Giannino Malossi

Le condizioni di lavoro nella moda italiana. Che cos'è il lavoro creativo e cosa sono le industrie creative? Quali politiche del lavoro vengono promosse in questi ambiti della produzione? Ideologia e realtà del lavoro creativo nell'universo della moda e del design.


Scarica la ricerca originale in italiano (pdf, 22 pagine)

Passionate work? Labor conditions in Italian fashion
by Adam Arvidsson, Serpica Naro, Giannino Malossi

Scarica la ricerca originale in inglese (pdf, 22 pagine)

www.ricercaurbanamilano.com