La nottata del mito

Giorgio Mascitelli

L’attore televisivo Fabrizio Bracconeri ha pubblicato due tweet offensivi, poi rimossi dalla stessa società di comunicazione, contro l’ex ministro pd Cécile Kyenge, colpevole a suo dire di non aver stigmatizzato le violenze perpetrate a Rimini alcuni giorni fa da alcuni suoi confratelli di fede islamica contro una coppia di turisti polacchi e una transessuale. Ora io ignoro le convinzioni religiose dell’onorevole Kyenge, anche se è molto probabile, date le sue origini congolesi, che sia di formazione cristiana. Non che dal punto di vista del fatto in sé la cosa cambierebbe se anche fosse mussulmana: come è assurdo considerare tutti i cattolici responsabili dei milioni di stupri commessi in questo paese da persone di religione cattolica, così resta assurdo crederlo anche a proposito di chi ha una diversa confessione. Quello che voglio sottolineare è che questi tweet, aldilà dei loro contenuti aberranti, trasudano voglia di stabilire un collegamento tra una figura pubblica che rappresenta un esempio di successo dell’integrazione, un evento criminale, che riattiva paure ancestrali, e l’estremismo islamico, benché sia evidente che quello riminese è un episodio di criminalità comune. Non meno interessante è che il tentativo provenga da un operatore mediatico professionista.

Questo episodio è una prova eloquente di come la macchina mitologica, ossia quel meccanismo che riutilizza frammenti di memoria tradizionale e materiali mitici vari riattualizzandoli con effetti perversi sulla società in forma di un discorso di potere, sia all’opera in questo momento in Italia. Non è un caso che una formazione neofascista abbia in questi giorni rispolverato un vecchio manifesto di propaganda della Repubblica Sociale Italiana che raffigurava una donna bianca aggredita da un uomo di colore con l’invito a difendere le proprie moglie, sorelle e madri. E’ chiaro che vi è qui l’uso consapevole di elementi mitici, per così dire, da ratto del serraglio, unito all’idea suggestiva di un’invasione straniera in corso, che svolge la stessa funzione dell’evocazione dell’islamismo nei tweet di Bracconeri. L’aggressione verbale all’ex ministro Kyenge, come peraltro quelle rivolte al presidente della camera Laura Boldrini, non a caso oggetto a sua volta di contumelie e minacce nei giorni successivi ai fatti di Rimini, partecipa e allo stesso tempo alimenta un altro materiale mitico, anche se più recente e di matrice hollywoodiana, quello della polemica del giustiziere solitario, alla ispettore Callaghan, che aiuta gli indifesi contro il crimine, contro i politici deboli, corrotti, garantisti e in definitiva complici dei malviventi.

Caratteristica e potenza del discorso prodotto dalla macchina mitologica è quello di essere inossidabile all’argomentazione razionale e, spesso, anche alle smentite sui fatti concreti. Un esempio è quello della fotografia della cantante Rihanna, presentata come la figlia del ministro Kyenge appena nominata dirigente del ministero dell’integrazione con uno stipendio mensile di 15000 euro, pubblicata su facebook da un sito specializzato in scherzi, che non solo è circolata seriamente sul social, ma produceva reazioni infastidite allorché qualcuno faceva notare la palese assurdità della notizia. L’inossidabilità di tale discorso all’argomentazione razionale non è causata dall’emotività su cui esso si fonderebbe, ma al contrario è dovuto al fatto che si presenti come una forma di discorso a sua volta razionale, sia pure di una razionalità a dir poco elementare, e che sia gratificante per chi lo segue e lo sostiene in quei modi psicologici e simbolici che a suo tempo Canetti ha indagato.

Le violenze di Rimini hanno prodotto una serie di aggressioni verbali anche nei confronti di Laura Boldrini, anche se nel suo caso esse ormai si susseguono secondo un ritmo cadenzato, che è cominciato quasi immediatamente dopo la sua nomina a presidente della camera allorché media vicini al centrodestra hanno cominciato ad attaccarla. Difatti la macchina mitologica, a maggior ragione nell’era mediatica, funziona spontaneamente una volta avviata, ma ha bisogno di qualcuno che la faccia partire e la alimenti.

Cécile Kyenge e Laura Boldrini sono dei personaggi pubblici e istituzionali, e questa circostanza gioca un ruolo fondamentale nel meccanismo simbolico della macchina: l’odio provato nei confronti degli extracomunitari che. se fosse espresso direttamente, sarebbe simbolicamente fonte di imbarazzo nell’avere come obiettivo dei poveracci, può essere espresso nella forma socialmente accettabile della critica a figure della classe politica, anzi ai politici privilegiati, occupando la posizione gratificante del comune cittadino che protesta contro personaggi di potere. Si tratta dunque di un odio traslato che, nell’impossibilità di esprimersi sul suo vero oggetto, colpisce i suoi protettori o presunti tali. Questa traslazione ha anche la funzione di rimuovere gli ostacoli culturali che ancora impediscono l’espressione diretta dell’ostilità.

Questa situazione chiama in causa la cultura e le idealità delle sinistra: è chiaro che l’accettazione della prospettiva individualista della cultura dominante, anche se talvolta si è tradotta in battaglie per i diritti civili dell’individuo di per sé importanti e significative, ha comportato l’abbandono nei fatti e molto spesso anche nelle parole di quei valori di uguaglianza e solidarietà, che potevano essere un baluardo contro la diffusione del mito. Quando la cultura politica non indica tramite un’analisi di classe le cause del malessere e dell’insicurezza sociali, questa funzione viene svolta dalla macchina mitologica. Intendiamoci la potenza della macchina mitologica è tale che, se volgiamo lo sguardo al passato, troviamo esempi del suo funzionamento anche in contesti in cui quei valori sussistevano, ma certo il grado di resistenza che essa incontra nell’attuale società italiana è paragonabile a quello che offre un panetto di burro a un lama di coltello scaldata che vi affonda.

‘A da passà a nuttata’ si potrebbe dire con Eduardo, l’impressione purtroppo è che siamo solo alle prime ore della sera.

Reality o politica

Giorgio Mascitelli

Non so se sia vero, come afferma qualche dissidente, che i 5 Stelle nella loro comunicazione seguono i dettami del programmazione neurolinguistica o di qualche altra tecnica di marketing, ma mi sembra indubbio che tengono presente, magari inconsapevolmente, la vecchia regola delle nonne per parlare con gli stranieri: parla la tua lingua a voce più alta.

È infatti del tutto evidente che l’intensità del loro linguaggio cresce tanto più quanto più emerge la mancanza di una linea politica. Infondo e un’ordinaria saggezza da reality show: se il clima langue nella casa o nell’isola, nulla di meglio di una bella litigata, magari con una spruzzatina di volgarità, e l’audience torna a crescere. Prendiamo ad esempio gli attacchi a Laura Boldrini. Un movimento dotato di una linea politica avrebbe rivendicato ciò che è vero, ossia che senza la sua presenza in parlamento sarebbe stata impossibile l’elezione di una figura dalla storia così limpida a un’alta carica dello Stato, e avrebbe poi cercato di incalzarla specialmente sui temi affini alle due sensibilità politica.

Invece in assenza di politica l’unica cosa che risulta fattibile è portare avanti una sorta di mobbing permanente nei confronti di una persona che per i suoi comportamenti è sentita come concorrenziale per il target elettorale di riferimento dei 5 Stelle. Prove ne siano il fatto che i primi attacchi e, credo, richieste di dimissioni sono già giunte il giorno successivo alla sua elezione proseguendo con cadenze e motivazioni alternate fino a oggi e che il decreto per il quale la presidente della camera è nell’occhio del ciclone è stato discusso al senato senza azioni particolarmente eclatanti da parte del gruppo parlamentare 5 Stelle. L’assenza di una linea politica naturalmente rende impossibile l’elaborazione di un’opposizione radicale e perciò non resta che fornirne il simulacro specialmente a livello verbale.

Si può leggere in questa prospettiva l’episodio degli insulti a sfondo sessuale alle deputate del PD. Naturalmente la matrice del fatto è quello del maschilismo da bar perfettamente complementare a quello delle battute su Rosy Bindi fatte in passato dagli esponenti del Centrodestra, ma il pompino ha qui la funzione di evocare un pathos da bar dell’indignazione contro il potere al passo con i tempi (così nei film contemporanei l’attore per rappresentare la propria indignazione dirà “fottuto” o addirittura “cazzo” anziché “maledizione” come negli anni cinquanta). La volgarità è il surrogato verbale di un’alterità politica che non può esistere perché non c’è linea politica.

Caso analogo è quello degli attacchi a Corrado Augias. Il giornalista esprime le sue critiche indubbiamente dirette, ma argomentate all’operato dei 5Stelle e subito viene additato come nemico del movimento. L’ostilità personale di cui è fatto oggetto e soprattutto il torrente di livore e insulti indirizzati a lui sono ancora una volta dei succedanei di un’assente critica politica al sistema mediatico e al discorso avversario.

Il modo in cui i 5 Stelle si rapportano agli avversari sembra vagamente ispirato a quei consigli che si trovano nei manuali scritti per coloro che si sentono insicuri, ma vogliono fare carriera: non c’è niente di meglio per rafforzare la propria autostima che spianare qualche rivale. Ma non è detto che riesca sempre: Macbeth per esempio, nonostante l’intensa attività di counseling di Lady Macbeth, resta sempre un insicuro che crede alle baggianate che gli dicono le streghe anziché analizzare con realismo la situazione.

Beppe Grillo in un post apparso quest’estate contro il politicamente corretto, che a mio parere è un documento molto importante di strategia comunicativa per il movimento 5 Stelle intero, a un certo punto confonde il disprezzo per l’ipocrisia del politicamente corretto con la sanità morale dell’insulto a ruota libera. In altri termini Grillo confonde il fatto che ciò che è ipocrita nel politicamente corretto sia l’uso di certe parole cortesi e concetti umanitari invece di altri rudi ma onesti, ma non è così: l’ipocrisia del politicamente corretto è che alla correttezza verbale fanno seguito altri tipi di pratiche.

L’ultima grande manifestazione dell’ipocrisia del politicamente corretto è stata l’indignazione delle autorità europee per il bestiale lavaggio degli immigrati a Lampedusa: da un lato protestavano per il trattamento inumano, dall’altro istituivano cose tipo frontex ed eurosur che renderanno ancora più possibili scene del genere in futuro. Invece per Beppe Grillo l’ipocrisia del politicamente corretto consiste nel chiamare rifugiati al sole i clandestini e qui dovrebbe fare attenzione perché a sua volta clandestino è una parola usata per nasconderne altre e dunque ha una sua natura ipocrita. Come del resto l’hanno l’insulto e l’aggressività verbale quando sostituiscono un discorso politico che non c’è.