La nuova cultura della tribù

Furio Colombo

Un giorno dovremo riconoscere ai " forconi " un tratto antropologico rimasto del tutto minoritario: scendono in strada. Tutti gli altri sono impegnati con l'iPad o il computer. Guardano lo strumento elettronico. Che non è "guardarsi l'ombelico" come si diceva anni fa con disprezzo di chi potrebbe agire e non agisce, potrebbe intervenire e non lo fa.

Un cartoon americano (International New York Times, 10 novembre 2013) ha rappresentato bene la nuova Atene: il disegno mostra la cabina di un aereo dove tutte le figure umane che si vedono sono alle prese con computer, iPad o smartphone. La didascalia è quella del comandante che dice: "L'aereo è fermo e resterà fermo alcune ore per un guasto tecnico. Siamo spiacenti di non poter servire cibi e bevande e di non poter attivare l'aria condizionata. Ma siete liberi di usare i vostri apparecchi elettronici." L'immagine mostra la felicità assorta e diffusa di chi non vuole sapere altro.

È questa, e non la rivolta, lo stato animo di un mondo a cui è stato sottratto il lavoro, il risparmio, la sicurezza, il futuro, ma non il computer. Oltre alla personale constatazione quotidiana, abbiamo certe notizie dalla cronaca, certi documenti letterari, alcune certificazioni sociologiche, e vale la pena di prestare attenzione. Perché se questa è la fine del mondo (o almeno di un mondo) è bene sapere che questa fine avviene con modalità del tutto nuove e, probabilmente, meno sanguinose.

Cronaca. Ci avverte La Repubblica (13 dicembre) che, a partire da Bologna, i contatti virtuali stanno diventando la nervatura umana, fisica, nervosa, affettiva, di un intero quartiere (e, attenzione, ho detto quartiere, non universo, come la rete aveva promesso, ma su questo ritorneremo ). Ci raccontano di una mitica via Fondazza (zona Prodi) in cui, dal settembre scorso, è nata la Social Street. Funziona così: un padre cerca su Facebook bambini, vicini di casa (possibilmente stessa strada) che possano giocare col figlio. Casalinghe cercano su Facebook casalinghe per unire le forze tra scuola, piscina, danza e palestra, nonni cercano cinema che siano aperti presto nel pomeriggio per portare con il passeggino i più piccoli.

"Tutto nasce dal concetto di conoscere chi ti sta attorno" dice l'inventore della Social Street, Federico Bastiani. Ricordiamo la stessa frase pronunciata in un animatissimo dibattito sulla nuova comunicazione, dall'indiscusso guru del mondo virtuale prossimo venturo, il prof. Negroponte dello MIT e della rivista Wired (allora estrema avanguardia). Ma a quel tempo Negroponte intendeva "sapere sempre e tutto del mondo per che ti sta attorno".

I ragazzini virtuali e poi fisici (ma solo se di quartiere) di via Lavazza ci danno le nuove dimensioni del mondo. In questo mondo vivono Gli Sdraiati, ci racconta, con la consueta bravura il giusto senso dell'umorismo e la comprensibile preoccupazione, di autore e di padre, Michele Serra. Sono ragazzi che non si muovono perché non si devono muovere, in quanto non vivono sul divano, come sembra, ma abitano nella tablet, nel telefonino di quinta generazione o nell' iPad, possibilmente Air.

C'è un che di magico e un che di spirituale in questo nuovo tipo di esistenza, perché i ragazzi ne escono mal volentieri e quando ne escono sono un po’ frastornati, in una sorta di intervallo o "jet lag" non ancora definito o misurato, ma che certo li rende vagamente spiacevoli e certamente disinteressati a ciò che di non virtuale sta accadendo intorno. Qui troviamo una conferma dell'universo di Via Fondazza, nel senso che il mondo anche se animato da un fitto e continuo scambio di materiali virtuali, dalla collaborazione all'invettiva, dalla presa di posizione politica (sportiva) alla dichiarazione del "mi piace" o "non mi piace", è sempre intorno e vicino, è sempre un "quartiere" non tanto più vasto da quello definito dal padre in cerca di compagni di gioco per i figli. Allo stesso modo, Gradatamente, niente coincide più con niente di ciò che sperimentiamo nell'esistenza che una volta definivamo "normale" (starei per dire: da vivi).

In questa seconda fase dell'esperimento accade che il cittadino virtuale acquisti (o conquisti) la persuasione di sapere di più di ogni cosa, di vedere lontano e di anticipare gli eventi che "la rete racconta prima". Tutto ciò svaluta in modo radicale sia i poveri genitori sia la scuola, e spiega il costante senso di noia che contraddistingue i rapporti "da sveglio", i brevi intervalli di vita fisica, con noiose persone fisiche fuori dalla rete.

Ma eccoci alla terza verifica del nuovo mondo, quella sociologica. Ci viene detto che, in Giappone, i nuovi giovani immersi nella nuova esperienza mistica vengono chiamati "erbivori" come modo di distinguerli dai normali consumatori dell'universo. Come gli erbivori che hanno rinunciato alla carne (o la rifiutano per istinto) i nuovi abitanti della rete si sottraggono alla caccia e vogliono nutrirsi solo di ciò che è compatibile con il nuovo stato di sospensione nel virtuale. Qui nasce la constatazione che cambiano i sentimenti e tutte le funzioni ed esercizi della emotività, nel senso che "consumi" emozione in rete e, del fuori rete, ti interessa ben poco, compresi amori sentimentali e amori carnali. Qui siamo a confini estremi. Come si dice per certe cure mediche discusse e contestate, ci vorranno più esperimenti da discutere e da pubblicare.

Certo, alcune evidenze si accumulano a mano a mano che scrittori giovani ti fanno leggere le prime cose. Vengono sempre da quello strano al di là che è la vita in rete. Ma c'è un legame tra tutte queste esperienze: l'al di là mentale, intellettuale e sentimentale della rete è sempre fisicamente molto vicino. Puoi rovinare con cattiveria la reputazione di una compagna un po' ardita o di un ragazzo gay su Facebook, provocando (a volte accade) una tragedia. Ma basterà cambiare scuola, e il dramma finisce. Il mondo (il mondo nuovo) è piccolo, va da via Fondazza alla scuola. E la politica, con il suo rischio di crollo del mondo, esplode non più lontano di due strade del centro. Marco Polo e Cristoforo Colombo non la finivano più di viaggiare perché erano privi di iPad, una condizione che oggi sarebbe inconcepibile.

 

A oriente de che?

Augusto Illuminati

Garbata e fascinosa elegia di Arbasino sui viaggi perduti del turismo archeologico, in località insidiate o danneggiate da recenti guerre. Ma i vistosi titoli sovrapposti da «Repubblica» dell’8 ottobre, Nostalgia dell’Oriente che non visiteremo più (prima pagina) e Non c’è più l’Oriente di una volta (p. 55) inducono qualche dubbio. Oddio, chi negherebbe che sia “orientale” flâner nel meraviglioso (e oggi danneggiato) suk coperto di Aleppo e assaggiare i deliziosi mezzé del suo quartiere armeno, ma i bei mosaici e il brutto rifacimento cementizio del teatro di Sabratha, pur situato a sud-est di Lodi, sta a sud-ovest di Roma, la galleria De Bono e la goffa ex-cattedrale italiana di Tripoli (con la squisita pasticceria e l’ufficio delle poste simil-ridolfiano che la fronteggiano) stanno a sud-ovest di Napoli e perfino l’immenso barocco di Leptis sta ancora a sud-ovest di Bari.

Per raggiungere l’Oriente-oriente dobbiamo arrivare alla porticata via Roma di Bengasi, ai villaggi colonici abbandonati del Jebal al-Akhdar, al miele amaro e al trionfo ellenistico di Cirene. Luoghi al momento mal frequentati. Vogliamo dire, insomma, che il titolista, forzando al solito il testo ma non proprio tradendolo, ha tirato in ballo quel tocco di “orientalismo” che sopravvive nella cultura europea, a partire dai maestri maggiori come il Flaubert di Salammbô e il Verdi dell’Aida e dai gradevoli minori, i Pierre Loti, i De Amicis, tutti inclini a spingere l’Oriente immaginario nell’occidente geografico fin di Tunisia e Marocco, ma annettendovi pure Sicilia e Spagna – il Sud dello spirito.

Flaubert sapeva benissimo quanta tristezza ci volesse per risuscitare Cartagine e già in partenza l’Alessandria di Durrell, la Saigon di Duras erano perdute, rammemorate attraverso un velo di distanziamento irrecuperabile. È insieme la centralità del punto di vista occidentale del dipartito si impregna di tutto il retaggio dell’immaginario coloniale, che carica i punti cardinali di sopraffazione, nostalgia, trasgressione autorizzata, splendore e decadenza. Emozioni che, banalizzate e impacchettate, ritornano negli stereotipi del turismo di massa, versione for dummies del rimpianto esotismo.

Qui le cose decisive le ha già dette Debord e la vera differenza sta nel privilegio (del lusso o dell’avventura squattrinata) e nel ritmo più rilassato del viaggiatore di un tempo rispetto alla fretta del tutto compreso low cost, dunque nella qualità dello stupore, che resta pur sempre un girare intorno all’estraneo (disprezzato, ammirato, in sostanza poco compreso). Nel frattempo si è perso quell’elemento di auto-analisi che faceva dell’urto con il diverso un pretesto per smagliare un poco l’identità dell’osservatore, forse perché il diverso ormai è migrato dentro l’Occidente e miseria e disordine hanno perso ogni lustro da quando sono diventati esperienza quotidiana.

Piuttosto a essere delusi saranno i migranti più colti, il cui occidentalismo indotto incontra Bossi e Le Pen, i pastori fondamentalisti e il degrado delle città europee e americane. Immaginate uno studente di Dakar o Shanghai che ha letto sui libri delle vie consolari e si ritrova nelle viscere deserte della B1 (i lettori romani mi capiranno al volo) o imbottigliati sulla Salerno-Reggio Calabria. Ok, il gioco l’ha già fatto Montesquieu con le Lettere persiane, ma riprovarci non fa male.

Sull’editoriale-matrice di Nadia Urbinati e il populismo

[Questo intervento apparso su NI si riferisce a questo editoriale di "Repubblica"]

Andrea Inglese

S’intitola Il pericolo del doppio populismo, ha come tema la crisi della rappresentanza politica, e si preoccupa di mettere il mondo democratico in guardia nei confronti di un “fenomeno molto preoccupante”, “quello dei movimenti sociali dal basso”. È un editoriale di Nadia Urbinati, uscito su “Repubblica” il 3 ottobre 2011. Esso cristallizza finalmente in modo efficace un’atmosfera ideologica che da parecchio aleggiava nel dibattito politico. Lo si potrebbe considerare un’editoriale-matrice: da esso, per ricombinazione e variazione, si possono trarre buoni editoriali per gli incerti tempi a venire. E, d’altra parte, la matrice è a sua volta sintesi produttiva di qualcosa già presente, che ha avuto modo di sedimentarsi. (Un editoriale-matrice non scandalizza o propone inedite visuali: formalizza un’opinione condivisa.) La tesi è semplice e subito deducibile mettendo assieme titolo e frase d’inizio: “Le prime pagine dei maggiori quotidiani del mondo propongono ripetutamente immagini dell’aria di rivolta che si respira nelle capitali di quasi tutti i Paesi democratici mescolata a quella dei lacrimogeni”. Fino a ieri, ci dice l’autrice, esisteva un solo pericolo per la democrazia: “il populismo di destra”. Leggi tutto "Sull’editoriale-matrice di Nadia Urbinati e il populismo"

Storia della colonna di destra. Un’analisi di www.repubblica.it

Giorgio Vasta

La Repubblica.it è un animale con due colonne vertebrali.

La prima, quella che scorre leggermente scoliotica sul lato sinistro dello schermo, si propone come logica, consequenziale e gerarchica. Il mondo e l’Italia prendono forma in una spina dorsale di eventi che procede dall’alto verso il basso in un preciso ordine di gravità e di urgenza. A destra, più regolare nella grafica – un’infilata a piombo di francobolli che ospitano un’immagine – ma priva all’apparenza di un’organizzazione gerarchica evidente, c’è la seconda colonna vertebrale: lo stupidario, la bizzarria, il fatto senza la notizia, lo svuotamento del contesto, il geroglifico ironico-delirante.

Ogni francobollo fa accedere a un breve filmato o a una sequenza fotografica. A dominare è il sensazionalismo: tra i partecipanti alla maratona di New York c’era anche Edison Pena, uno dei minatori cileni rimasti intrappolati nella cava di San Josè; Baby Rasta si calma solo con il reggae; nel Regno Unito la regina Elisabetta è su facebook; Lory Del Santo ha dichiarato: «Mi piacerebbe diventare la first lady di Berlusconi». Leggi tutto "Storia della colonna di destra. Un’analisi di www.repubblica.it"

Spirito mercuriale, amore di parola

Monica Centanni

Va in scena stasera a Milano, in prima nazionale al Teatro Out Off, L’ultimo viaggio. La verità di Enrico Filippini, una drammaturgia di Giuliano Compagno e Concita Filippini che tratteggia sulla scena la figura in qualche modo «segreta», ma non meno che straordinaria, di questo infaticabile passeur che – prima alla redazione Feltrinelli negli anni Sessanta, poi in quella di «Repubblica» nei Settanta e Ottanta – incarnò meglio di ogni altro, lui svizzero di Cluvo, lo spirito della «gita a Chiasso» a suo tempo predicato dal Gruppo 63: prima traducendo a rotta di collo classici della letteratura e della filosofia (da Ludwig Binswanger a Walter Benjamin, da Günter Grass a Uwe Johnson, da Max Frisch a Friedrich Dürrenmatt) all’epoca da noi ancora in gran parte incònditi; poi, dalle pagine del giornale, proseguendo l’opera in qualità giornalista culturale di proverbiale sagacia e puntiglio, nonché come strepitoso intervistatore (si è già avuto modo di segnalare, qui, la bellissima silloge curata da Alessandro Bosco, Frammenti di una conversazione interrotta. Interviste 1976-1987, pubblicata da Castelvecchi alla fine del 2013). Così fra l’altro sacrificando un talento di narratore in proprio che, tanto nelle prove sperimentali dei Sessanta (come i racconti Settembre e il bellissimo In negativo) che nell’atto di congedo L’ultimo viaggio (che dà il titolo al volume prezioso, curato dallo stesso Bosco per Feltrinelli, che raccoglie appunto la sua produzione narrativa e teatrale), si mostra di grandissimo interesse. Ma, si era avvisato fra le righe di Settembre, «il vero fare giusto è la voglia di non dire».

Anche parlare di suo padre, per Concita Filippini, non dev’essere stata la cosa più semplice. Così che la scena teatrale, con la mediazione sensibile di Giuliano Compagno, finisce per essere qualcosa di simile a un set analitico – più che a uno scrigno di memorie private. Partendo dagli ultimi giorni del padre, nei quali forse per la prima volta ha avuto modo di conoscerlo davvero, si ripercorrono le sue vicende pubbliche e private, intellettuali e affettive. Sino alla malattia che lo colpisce e, il 21 luglio 1988, lo porta via: sino a quell’ultimo viaggio in cui si evoca un «tempo indeterminato, come un punto vuoto e senza nome nell’eternità». Nel «vuoto di questa luce» (queste le ultime parole del racconto, accompagnate da un punto interrogativo) dileguava un’esistenza tanto eccezionale quanto, insieme, segretamente emblematica.

Per ricordare Enrico Filippini in occasione di questo appuntamento teatrale, pubblichiamo l’intervento tenuto da Monica Centanni all’Auditorium Parco della Musica di Roma, il 28 febbraio 2014, alla giornata dal titolo La verità del gatto, che vedeva altresì la partecipazione di Nanni Balestrini, Irene Bignardi, Alessandro Bosco, Umberto Eco, Marino Fuchs, Giacomo Marramao, Paolo Mauri, Claudio Nembrini e Annemarie Sauzeau Boetti. (Andrea Cortellessa)

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Enrico e Concita Filippini, anni Sessanta

Enrico Filippini era una delle prove viventi, anzi una delle prove umane, della – per altro assai discussa – esistenza dell’anima. Di corpo era leggero. Anzi, il suo corpo, il suo viso, il suo occhio, altro non erano che una increspatura in cui prendeva spessore e visibilità lo spirito sfavillante che animava la sua vita: era tutto espressione – piega, declinazione dell’espressione, «filosofia dell’espressione» si potrebbe dire parafrasando il nostro amato Giorgio Colli – non materia. E anche in questo era leggero, imprendibile, furtivo.

Danzava Nani con la sua intelligenza; con Giordano Bruno nel De Vinculis: Nihil vincitur nisi aptissime praeparatum, quia fulgor ille non eodem omnibus communicatur modo. Uno sfavillio di intelligenza raro, non per tutti (non eodem omnibus…), che si trasmette incantando, seducendo, vincolando. Vincolando anche e soprattutto se stessi: lo spirito più leggero e più libero che abbia mai incontrato – più profondamente leggero, più coraggiosamente libero – era però vincolato da legami ironicamente religiosi, ma insolubili, con le proprie passioni. Il dettaglio di un corpo, la piega di un pensiero, il profilo di una riflessione che nessuno aveva prima guardato scoperto desiderato con quello stesso suo amore. Ebbrezza – esperimento davvero rovinoso, e insieme inevitabile – dell’abbassamento in Dioniso di qualunque rigore dell’identità.

E poi il gioco – su questo fronte l’ho incontrato. A Enrico Filippini piaceva moltissimo giocare con le parole. E specie al gioco più difficile di tutti: la traduzione. L’esercizio che da una lingua all’altra prevede il passaggio per una alchemica evaporazione dei fonemi – la necessaria dissoluzione che sola consente il passaggio pervio, l’approdo incerto al nuovo suono nella nuova lingua – si scontra, o almeno fa i conti, con il nocciolo duro, sempre incatturabile, del significato. Questo era il gioco.

Imprendibile Nani: c’era non c’era. Imbrogliava, mentiva – si nascondeva dietro cristalline, leggere, barriere di parole. Appariva e scompariva, Nani. Epifanie e apofanie di quelle prospettive diverse sul mondo a cui gli antichi davano nomi divini. Dionisiaco sì, per la accattivante, scura, vertigine dell’ebbrezza, e per il desiderio di trovare una ninfa che fosse una saggia Arianna, possibilmente addormentata. Ma anche ermetico, e forse più propriamente mercuriale, e insieme amante del logos e della sua «grande potenza nel minuscolo corpo della parola». Se la bella allegoria composta sul morire del mondo antico fosse stata una fabula vera, se Mercurio e Filologia avessero procreato un figlio, sarebbe stato in tutto e per tutto simile a Nani Filippini. La sua vita, la sua anima inquieta ma lucida e chiara fin nel profondo, consisteva, stava tutta incarnata, nel corpo delle parole. Non poteva farne a meno.

L’ultima volta che ho sentito la voce di Enrico Filippini, un giorno di luglio del 1988, dai due capi del filo di un telefono tra Venezia e Roma: «Sai – mi disse – ogni giorno perdo qualcosa, qualche pezzo delle parole. Un giorno non so più articolare una vocale, il giorno dopo è la volta di una consonante. Ma non quelle che di solito la gente non sa dire: non la R, la Z, ma la P, la T ... Oggi ho perso la B. Pezzo per pezzo perdo le parole». Era proprio così, e quando le perse tutte – tutte le vocali e tutte le consonanti – non ha avuto più corpo. Né anima - perché per lui (per noi) era la stessa cosa. Non aveva più un corpo, neppure minuscolo, in cui incarnarsi. E non è stato più.

Per questo, perché amava i nomi e le parole, siamo qui a chiamarlo per nome. A tenere viva l’unica gloria che gli sarebbe stata grata: kleos – il suono fragilissimo, che dopo tanti anni siamo qui a ripetere, del suo nome.