Capitani coraggiosi

Giorgio Mascitelli

Nell’attuale situazione economica uno degli appelli più frequenti rivolti dalle grandi agenzie internazionali, pubbliche e private, ai governi dei singoli paesi e particolarmente a quelli dei paesi definiti maiali in inglese per via del loro debito pubblico, è quello di compiere riforme coraggiose. Con questa espressione si intende comunemente una serie di provvedimenti, che in armonia con le dottrine neoliberiste, elimina o riduce drasticamente i diritti sociali di fasce crescenti della popolazione gettandole nella precarietà e nella povertà.

Ora se facciamo mente locale a cosa significa il termine coraggio, c’è da rimanere sorpresi dell’uso che ne viene fatto a proposito delle succitate riforme. Difatti compiere un’azione coraggiosa implica sempre la disponibilità ad affrontare rischi per chi la compie: è così nell’epica, dall’Iliade alla Battaglia di Fort Alamo, è così nel sentimento comune, è così nel vocabolario che definisce il coraggio “Forza morale che mette in grado di intraprendere grandi cose e di affrontare difficoltà e pericoli di ogni genere con grande responsabilità” (Zingarelli).

Nel caso delle riforme coraggiose, al contrario, nessuno tra coloro che le propone e le attua rischia alcuna conseguenza di carattere personale, perché i rischi sono tutti a carico dei destinatari o meglio delle vittime delle riforme stesse. Certo vi è il rischio dell’impopolarità presso il proprio elettorato ampiamente ricompensato dalla popolarità presso le èlite internazionali: prova ne sia che nessuno tra i promotori di queste riforme si è trovato a vivere in condizione di precarietà, terminato il proprio mandato. Questo discorso non riguarda soltanto i politici, ma è estendibile a tutti i membri delle èlite globali: tutti gli amministratori di società e banche che con le loro coraggiose speculazioni hanno provocato la crisi dei subprime o i tecnocrati che l’hanno favorita con le loro innovative e perciò coraggiose normative hanno mantenuto la loro posizione o, se sono stati allontanati, hanno ricevuto dei premi sotto forma di liquidazioni principesche.

L’elencazione di queste ovvietà non ha naturalmente come fine quello di scoprire che il mondo è ingiusto, cosa che ciascuno di solito scopre da sé grosso modo dall’età della pubertà, decidendo nella propria intimità come adattarsi a questa scoperta; né serve, altra scoperta dell‘acqua calda, a scoprire che il discorso di ogni potere lascia sempre delle spie linguistiche delle proprie contraddizioni e mistificazioni e un‘adeguata analisi di questo discorso le rivela sempre.

Il fatto è, invece, che l’attuale discorso del potere è un discorso virtuoso, che cioè non si limita a indicare con oggettività scientifica necessità e priorità nei campi dell’economia e della politica, ma tende a costruire una forma globale di vita con la sua etica: è quanto dimostra per esempio Maurizio Lazzarato nell’analizzare la crisi dei debiti pubblici e privati, allorché nota che il potere tende a modellare una vera e propria figura dell’uomo indebitato (La fabbrica dell’uomo indebitato, DeriveApprodi 2012). Altrettanto mettono in luce Pierre Dardot e Christian Laval evidenziando le strategie neoliberiste nella costruzione di un soggetto competitivo (La nuova ragione del mondo, DeriveApprodi 2013).

Ora uno dei capisaldi di questo discorso etico è il principio della responsabilità individuale esteso in ogni ambito: per esempio la posizione sociale di ognuno dipende esclusivamente dalle proprie scelte, o ancora ciascun greco è ritenuto responsabile individualmente del debito contratto dal proprio stato e accresciuto dagli attacchi speculativi, come se avesse contratto dei debiti personali. L’evidenza che tale principio non si applica alle classi dirigenti, perfino in situazioni che implicano effettivamente una quota di responsabilità individuale, non è tuttavia solo una questione di ipocrisia o falsità (perché naturalmente esistono asserzioni morali false e altre che sono vere) di questa morale, ma rivela in nuce quello che è l’effettivo principio su cui si regge la nostra società.

È un principio di carattere gerarchico per cui al di sopra di un certo livello di funzioni occupate e di ricchezza personale accumulata, le azioni compiute non comportano responsabilità individuali, che ha più di un tratto in comune con la vecchia immunità dei primi due ordini delle società ancièn regime.

Visto che viviamo in tempi in cui il potere pretende di modellare le nostre vite in ogni aspetto, occorre armarsi di coraggio, anche se è vero che, come diceva quel tale, se uno il coraggio non ce l’ha, mica se lo può dare. Anche in questo caso, però, non bisogna perdersi d’animo, perché il management moderno ci ha mostrato che se uno non ce l’ha può sempre prenderselo in leasing.

La Coop, chi?

Augusto Illuminati

Prendiamolo alla lettera, il motto: la Coop sei tu! Come l’hypocrite lecteur, – mon semblable, – mon frère che apre i Fiori baudelairiani. Se sei tu, devi condividere senza ipocrisia, per fraterna similitudine, i miei vizi. Oppure prenderne le distanze, denunciare quello di torbido che è in me ma forse anche in te.

Ha un bel dire il dott. Poletti, presidente di Legacoop, che essa «è un’associazione che rappresenta le cooperative e quindi non è titolare di alcuna attività di gestione» (19.12.2013), o che le singole aderenti si muovono secondo canoni di mercato applicando le regole contrattuali vigenti: allora è ingannevole sostenere che le coop hanno una marcia “sociale” in più.

Non si può lucrare un vantaggio emotivo politicamente qualificato facendo le peggio cose che fanno gli altri, non è insomma il normale rincalzo che acquisisce la Coca Cola dalle festività natalizie. Legacoop con quello slogan fa appello a uno schieramento politico o morale e si sottopone dunque a una verifica supplementare, se scivola su quel terreno. Oppure, ammette di essere come tutti gli altri, rinuncia alla spocchia a buon mercato e si appiattisce sul senso corrivo in materia di migranti, affari, regime contrattuale, cioè la guerra fra poveri e l’ammirazione per il merito/successo di chi la sfanga speculando sui contributi assegnati ai migranti ristretti nei Cie, sugli appalti di grandi e piccole opere, sui bilanci bancari e assicurativi.

Questo si ricava dai giornali e dal web, ma vorrei soffermarmi su una piccola storia vissuta in diretta. L’occupazione della Scup a Roma, via Nola 5 – palestra, sale studio, ludoteca infantile, mensa sociale, ecc.– si è ritrovata per controparte non il Demanio e la Fip, che ne gestisce la valorizzazione, e neppure la società fittizia F&F immobiliare cui aveva ceduto l’edificio per far cassa, ma la potente Unieco, holding di decine di cooperative “rosse”, oggi uno dei dieci principali general contractor italiani.

Dopo un primo sgombero e rioccupazione, si è aperta una procedura giudiziaria, nel cui corso la struttura cooperativa ha negato di avere a che fare con la società fantasma di cui sopra, mentre usciva fuori che in realtà la Unieco, sull’orlo del fallimento, si sta impegnando con le banche a modulare il debito dismettendo beni immobiliari per 142 milioni di euro, fra cui probabilmente l’edificio Scup.

Fioccano le smentite, s’intende, come per Lampedusa, gli altri Cara gestiti da Cono Galipò e le numerose vertenze per contratti irregolari dei dipendenti, con le consuete caratteristiche di opacità e scatole cinesi che consentono di scaricare la responsabilità per li rami. Cooperazione e socialità in questo caso vanno poco d’accordo...

Non voglio entrare nel merito di singole controversie e scandalizzate deplorazioni, ma solo registrare un’impressione: il pieno adeguamento alle dinamiche neoliberiste, con il ricorso a tutti gli espedienti di flessibilizzazione e sub-appalto, esprime una stridente contraddizione fra pratiche effettuali e ricordi evocativi della primitiva missione. Coop, chi? Non puoi operare come Walmart e fingerti Onlus, sfruttare legami privilegiati con le amministrazioni locali di sinistra e agire nel solco del mercato e della precarizzazione.

La Coop sei tu suona derisorio nell’orrore di Lampedusa o nell’ordinaria prassi di un lavoro domenicale di fatto obbligatorio. A meno che quel tu implichi la complice omologazione dell’interlocutore, il popolo coop, alla medesima rassegnata logica dell’impoveritevi e buttate dalla scialuppa chi si aggrappa.

Il ruolo delle cooperative rosse, bianche e delle strutture cielline nel trasformare in affare la gestione dei migranti e dei loro luoghi di segregazione è assai significativo nella governamentalità neoliberista analizzata ne La nuova ragione del mondo di Dardot e Laval, qui già recensito. Il neoliberismo non solo incastra in modo indissolubile funzioni di governo e di mercato, ma costruisce una soggettività auto-imprenditoriale e competitiva, disciplinata e rendicontabile, servendosi di figure intermedie semi-private, che sono imprese a tutti gli effetti ma con parvenze di socialità e magari vantate ascendenze progressiste. Big Society all’italiana.

Ciò consente alle cooperative, in maniera diversa dal riformismo degli albori del capitalismo e poi del fordismo, di prendere l’iniziativa, superando – nella faccia esposta al pubblico, la grande distribuzione – la contraddizione, sempre latente nell’esercizio commerciale, fra promozione edonistica del consumo e salvaguardia del lavoro ascetico dei dipendenti e dei clienti. Luogo elettivo per le tecniche di Pnl (programmazione neuro-linguistica) e di coaching (come imbambolare il cliente e sentirsi realizzati), la vendita che fa leva sull’empatia si completa felicemente con il rinnovo forsennato di brevi contratti oltre ogni limite legale e con salari abbastanza bassi da predisporre a un totale disponibilità per straordinari, festivi e spostamenti di sede secondo i flussi di domanda.

A monte sta l’illusione che la prestazione intermittente costituisca un “percorso formativo”, una soggettività multiforme e potenziata che accoppia gioiosamente management dell’anima e d’impresa, cura di sé e orari di merda, a valle una pubblicità friendly e populista accomoda il cliente sull’impresa, garantendo con il passato la democraticità e con lo slogan la comunanza fra il venditore precario e l’acquirente altrettanto precario e affannato – entrambi interiorizzano la crisi quali imprenditori di se stessi...

Che l’impettita Legacoop o il più casual Eataly di Oscar Farinetti (che strizza l’occhio alla Leopolda quanto la prima, prima di saltare sul carro renziano, al vecchio Pd) vogliano trarne vantaggio è ben comprensibile, che si debba abboccare a tali trucchi aziendali e all’ideologia politica che veicolano – Farinetti in tono sgradevole e vistoso – è tutto da vedere. Bella sfida, comunque, vendere sotto crisi. Merci e illusioni, surplus di prestazione e di godimento. Fantasmi, a breve in saldo.