La televisione secondo Eco, storie di guerriglia semiologica

Tiziana Migliore

Un particolare registro discorsivo permea la raccolta di scritti di Umberto Eco Sulla televisione a cura di Gianfranco Marrone: è l’umorismo. Insieme al far chiarezza in un linguaggio limpido, ragione dell’apprezzamento da parte di ampie fasce di pubblico, la cifra di Eco è uno humour irresistibile. Il suo interesse per le proprietà contagiose e distensive della risata è noto, mosso dall’esigenza di tenere alto il discorso senza sottrargli lo spirito. E sul riso che accanto al falso è la via di accesso alla verità ruota il mistero del Nome della rosa.

In queste analisi della televisione, dal 1956 al 2015, l’umorismo nasce dalle forme stesse, che nella scatola televisiva all’inizio apparivano comiche; è anche un “ridere con”, un ammiccare al lettore per costruire adesione al proprio discorso – vedi già Fenomenologia di Mike Bongiorno (1961); e diventa nel tempo un umorismo pirandelliano, venato di compassione fino al sarcasmo, da “Corrado e il paese reale” (1995) in poi. Eco aveva scommesso sulla tv come strumento educativo e visto affermarsi invece il realytismo, che promuove la trivialità. Deluso, ha però continuato a dire: “non spegnete la tv, accendete la libertà creativa”.

Funzionario della RAI, Eco ha coltivato il pensiero del pubblico. Lega la sua “professionalità” a “un’organizzazione della presa di parola, a una capacità di affrontare e discutere nuove soluzioni” per la formazione del pubblico. E invita a fare controinformazione e “guerriglia semiologica” rispetto a notizie false, capziose, distorte o irregimentate. Un lungo saggio della raccolta è dedicato alla critica (“Per una definizione della critica televisiva”, 1972), perché sia descrittiva e inventiva: deve spiegare come un’opera funzioni e attivare l’immaginazione e l’intelligenza, ma esprimendo giudizi di valore. La tv permette a Eco di comprendere i mutamenti di coscienza collettiva. Come? Sotto forma di atteggiamenti ricettivi che i programmi prospettano. Nella tv, infatti, un linguaggio delle immagini, una “iconosfera” meno intensa di quella cinematografica ma più insistente e continua, plasma l’individuo e orienta le condotte. La visione televisiva, secondo Eco, agisce per via sensoriale e in simultaneità, comportando già prima di Internet la perdita del senso storico.

Da questi saggi si scopre come è cambiato l’immaginario del popolo italiano. Se in un primo tempo gli si faceva desiderare di essere Superman, di proiettarsi in Kirk Douglas, presto il modello diventa l’everyman, l’uomo mediocre, che neo-tv e realytismo ingloberanno nella scena televisiva, esaltandone i limiti e simulandone poi il superamento, con i talent show. Nella coscienza dell’uomo si forma l’idea che la visibilità è “il bene primario, più importante del sesso e del denaro”, da perseguire anche a scapito della privacy. E per essere visibili non serve eccellere in alcune qualità – essere il migliore ballerino, la migliore conduttrice, per esempio; basta suscitare chiacchiere. Di qui l’amara constatazione riassunta in uno degli articoli più belli, “Perché scannarsi per la tv” (1993): gli atteggiamenti ricettivi hanno non solo disatteso, ma rovesciato i programmi di educazione della paleotv.

L’invadenza della tv nelle case degli italiani oggi è superata e l’invasione degli italiani in tv è la norma, tanto che viceversa i personaggi televisivi entrano nella vita reale (Gianfranco Marrone, Storia di Montalbano, Edizioni Museo Pasqualino 2018). E curiosamente risorge l’educativo: le serie, che soddisfano il “bisogno infantile del ritornello”, di essere nutriti e quindi di affezionarci alla ripetizione (“L’innovazione nel seriale”, 1985), formano e richiedono spettatori sempre più competenti; Montalbano ha un’audience più alta del Grande fratello e Alberto Angela supera lo share di ascolti dell’Isola. La tv post Internet un servizio pubblico?

Umberto Eco

Sulla televisione

a cura di Gianfranco Marrone

La Nave di Teseo 2019

Luca Ricci, contro l’inautentico

Ludovica del Castillo

Martin Heidegger in Essere e tempo (1927) descrive le due declinazioni del Dasein, dell’«Esserci», cioè dell’essere dell’uomo nel mondo, nel tempo. Le due declinazioni sono l’autentico e l’inautentico. L’inautentico è la passività del soggetto alla superficialità, al fuori da sé e alle cose del mondo. Si manifesta come supremazia illusoria del «Si» («si deve», «si fa», «si dice», etc.). L’autentico è l’aderenza al sé ed è possibile solo attraverso l’accettazione della propria finitezza: la coscienza della morte come finalità dell’Esserci libera il soggetto dal potere che gli oggetti, le cose e la superficie hanno su di lui rendendolo libero – ma necessariamente solo – e svalutando ciò che per l’uomo comune è valore, senso e fine del vivere.

Il recente racconto lungo di Luca Ricci, Trascurate Milano, nelle sue premesse sembra partire proprio dalla dicotomia heideggeriana tra autentico e inautentico. Il narratore-protagonista – un uomo socialmente inserito, con una moglie, una figlia e un’amante – trova riparo dal mondo normalizzato di superficie nella metropolitana, nel sotterraneo. Qui può entrare in contatto fisico con i corpi (con l’animalità e il pre-sociale): è un incontro che nei vagoni avviene per inerzia, non per volontà. Il piacere che il protagonista prova deriva dall’imposizione del contatto, a cui è impossibile ribellarsi: «un po’ come di sopra subiamo il Natale (qua sotto però la nostra schiavitù è chiara)». È la schiavitù alla finitezza e al piano interiore, intimo, psico-emotivo, da cui non si può scappare. Ma l’uomo ha un contatto con i corpi anche per sua volontà: è un molestatore seriale. L’incontro violento con l’altro è uno sfogo necessario, una compensazione alla «vita di sopra», al Natale: «e più di una volta mi pare di essere con le spalle al muro: molestare una donna o morire. Morire di che? Della mia vita di sopra, dei miei giorni in superficie». La violenza è l’abbandono all’istinto e una contestazione della vita borghese, che nel protagonista sono uniti: «senso della festa e senso della rovina in me vanno di pari passo».

Parlando del Natale, dice l’amante del protagonista: «Nessuno gli si può opporre veramente, non è possibile sconfiggerlo». Ecco, invece: Luca Ricci, con Trascurate Milano, cerca la sconfitta del Natale, dell’inautentico. Il Natale è il piano sociale e pubblico, è il periodo dell’anno in cui la felicità è un dovere (ma è anche, purtroppo, quello con la più alta incidenza di sintomi depressivi, di suicidi e di tentativi di suicidio. Per dire). Più la potenza del mondo di sopra è esasperata, più la controparte autentica – e violenta, nella scrittura di Ricci – si manifesta come compensazione vitale.

Un giorno, in metro, l’uomo palpeggia una ragazza, Martina – unico personaggio ad avere un nome proprio, unico vero essere umano –: la giovane non reagisce, anzi, lo asseconda. Il loro contatto metropolitano, a dicembre, diventa un appuntamento fisso e il centro del racconto: l’incontro di due solitudini, di due stessi dolori. Martina è l’«antidoto al Natale di Milano».

Se in Heidegger l’autenticità è una liberazione, nei personaggi di Ricci è ancora forte la costrizione dell’inautentico, da cui sentono il bisogno – quasi bestiale – di liberarsi e di aspirare ad altro: non sapendo come fare, frustrati, tendono all’autodistruzione. Il protagonista, immaginando di rivolgersi alla figlia, dice: «ogni tanto anche papà vorrebbe piangere come fai tu, di colpo, senza vergogna, senza sensi di colpa»: piangere perché si ha una morsa al cuore per la nostalgia «perché quella è la nostra vita che se n’è andata, e il resto se ne sta andando adesso, forse impazzire vuol dire proprio aver nostalgia di tutto». È l’inquietudine del senso del «tempo che passa», come lo chiama Goffredo Parise in Malinconia, nel Sillabario n. 2: il «sentimento del “mi viene da piangere”», per l’appunto, per la vita persa, la vita sprecata. Il piano intimo dei personaggi ne rivela le nevrosi, le ossessioni, le violenze, le storture di cui si prova pudore, ma necessarie in loro come il vapore di una pentola a pressione.

Un riferimento esplicito di Trascurate Milano è Un amore (1963) di Dino Buzzati (autore citato anche in esergo): romanzo controverso, che viviseziona l’amore e l’ossessione di un uomo sulla cinquantina, Antonio Dorigo, scenografo affermato, per una giovanissima prostituta, Laide, in cui il protagonista riconosce la possibilità di una vita alla quale desidera abbandonarsi, non senza conflitto. Antonio Dorigo prende coscienza di sé e della sua condizione in un momento, in un attimo, ed è come se venisse a conoscenza di una malattia che sapeva di aver contratto ma che riusciva a ignorare. Dal momento di chiarezza non si può tornare indietro, perché «la verità gli appare dinanzi limpida e atroce e allora tutto della vita repentinamente cambia senso e le cose più care si allontanano diventando straniere, vacue e repulsive». Antonio spera in una guarigione impossibile, perché «dall’istante della rivelazione egli si sente trascinare giù verso un buio mai immaginato se non per gli altri e d’ora in ora va precipitando».

Ed è proprio in questo abisso, in questo fondo che i protagonisti di Ricci si muovono e si riconoscono. I luoghi riflettono chi li abita: Milano, a dicembre, ha un «cielo marmoreo dall’alba al tramonto, impossibile stabilirne alcunché, eccetto che il marmo è una pietra tombale». Ma quando il protagonista incontra la non-resistenza di Martina: «Milano ciancia un po’ meno del solito». La dicotomia tra pubblico e privato che in Amore e altre forme d’odio (raccolta di altrettanto bellissimi racconti di Ricci del 2006) era rappresentata dal fuori e dentro la casa qui si realizza nel contrasto tra città e sotterraneo, con l’attenzione sì ai rapporti sentimentali ma soprattutto a piano più intimo, -più intero dell’individuo.

Sia in Un amore sia in Trascurate Milano i personaggi maschili – e narratori – tentano una fuga dal proprio sentimento, per paura e resistenza: in entrambi i casi, però, l’uomo può negare razionalmente l’attrazione e il riconoscimento nell’altro, può illudersi, per proteggersi, che non esistano ma non cancellarli. In questo modo i due protagonisti negano sé stessi per paura di soffrire per un fallimento e si rifugiano nella protezione dell’inautentico. Ma non è possibile sottrarsi: «ho trovato un essere che soffre quanto me. Forse ci siamo riconosciuti». I due protagonisti di Ricci, dicono: «noi siamo diversi dagli altri», sono l’espressione della «filosofia del fallimento» borghese.

Quest’abbandono è possibile perché Martina, dice il protagonista, «si lascia rubare qualcosa di più profondo della sua dignità di giovane donna, permette che io veda il suo male di vivere. […] Lascia vedere il suo lato oscuro, la sua pulsione di annientamento. Mi offre il suo segreto più inconfessabile». Martina accetta la stortura dell’uomo, non la giudica e la riconosce come se fosse sua: sono due personaggi destinati alla reciproca nudità.

Ricci non ha reticenza, non gira intorno alle cose, alla verità. La sua scrittura è diretta e asciutta, incisiva ed essenziale. Non racconta per consolarci – per fortuna. I due protagonisti di Trascurate Milano vogliono vivere a tutti i costi in modo autentico ma senza sapere come: sono l’incontro di due fallimenti inarrendevoli. Sono la manifestazione dell’imperfezione. Sono il regalo che, forse, si vorrebbe ricevere e di cui si è terrorizzati, che sia o non sia Natale.

Luca Ricci

Trascurate Milano

La Nave di Teseo, 2018, 86 pp., € 9

Aldo Nove: Anteprima mondiale – Woobinda 1996 – 2016

Aldo Nove
Anteprima mondiale
Woobinda 1996 - 2016
La Nave di Teseo, Collana Oceani, pag. 148, € 14,00

In libreria il 12 maggio

Venti anni dopo il successo di Woobinda (1996), forse il più importante caso editoriale degli anni Novanta dello scorso secolo, Aldo Nove ritorna con Anteprima mondiale. Un decennale in cui tutto è cambiato senza tradire le profetiche premesse che infiammarono allora pubblico e critica.
Nove illustra un mondo cambiato per sempre, giunto oggi a un punto di saturazione, e gioca la carta più difficile: la compresenza di cinismo e compassione nei confronti di una deriva che non salva nessuno, se non un residuale senso umanistico a cui ancorare le proprie speranze. Anteprima mondiale fa ridere e spaventa allo stesso tempo. E' horror e, paradossalmente, costantemente comico.

Aldo Nove, narratore, poeta e autore teatrale, è nato a Viggiù nel 1967. Il suo esordio narrativo risale a Woobinda e altre storie senza lieto fine, Castelvecchi (1995). Da sempre appassionato del mondo della canzone, ha curato rubriche musicali per diverse riviste del settore. Tra i suoi ultimi libri, il romanzo La vita oscena (2010), il volume Giancarlo Bigazzi. Il geniaccio della canzone italiana (2012) e il romanzo Tutta la luce del mondo (2014).

Ufficio Stampa La Nave di Teseo:Davis & Franceschini - Alba Donati 335.5250734 Laura Mammarella 338.2650727

parte 1

parte 2

Aldo Nove
Anteprima mondiale
Woobinda 1996 - 2016
La Nave di Teseo, Collana Oceani, pag. 148, € 14,00

il filmato in questa pagina è di Marco Giacosa

Umberto Eco, Frammenti di un discorso semiotico

ecoPaolo Fabbri

A prima vista, l’ultimo libro di saggi di Umberto Eco ha un effetto di déjà vu, anzi di déjà lu. In 469 pagine raccoglie i brevi testi delle sue Bustine di Minerva pubblicati dall’«Espresso» tra il 2000 e il 2015 con cronometrica regolarità. (Quando non apparve l’attesa bustina gli amici si preoccuparono davvero.) Il libro ha un’introduzione dove Eco rivendica il carattere occasionale dei suoi scritti – mi ricordano gli scritti sui polsini di Michail Bulgakov! – e ammicca al bizzarro titolo. Sullo sciame testuale – alcune bustine sono suddivise in pensierini, altre rinviano a bustine precedenti – i 12 capitoli dell’indice intervengono secondo l’arbitrario tematico e temporale che è la caratteristica del linguaggio.

Eppure, anche per chi seguiva con costanza le Bustine dell’autore scomparso, la forma volume che accoglie queste piccole epifanie settimanali ne interrompe il ritmo picaresco, ne cambia il senso, suggerisce accostamenti inediti, aggiunge complessità e complicazioni. Invita a una riflessione più articolata e distribuita. Dobbiamo vincere l’impressione di guastare una conversazione colta e ironica, condotta con curiosità e cura da un Sisifo felice, a dispetto del carattere corrosivo del lunghissimo appuntamento – dal 31 marzo del 1985 fino alla scomparsa. Eco si orientava con attinenze e divari, nel pulviscolo del presente con uzzolo (mi frulla così!), fiuto e serendipità, cioè con la capacità di trovare segni inattesi mentre stava cercandone altri. Parole, libri, fatti, avvenimenti specifici e mai speciosi, trattati come vedette, piccoli mirador accumulati con gusto da collezionista e affacciati sulla contemporaneità. Eco aggrottava le sopracciglia davanti a casi documentati o finzionali, che leggeva come piccoli esperimenti di pensiero; esplorava un’intera letteratura di libri, articoli di stampa, programmi televisivi e siti internet che avrebbero meritato un indice, da consumare col piacere che egli associava alla wunderkammer delle liste. In mancanza d’un qualunque criterio redazionale, tocca al lettore curare la propria edizione. Un ragionevole pluralismo, congeniale alle qualità intellettuali di Eco: il ductus di un dotto non dottrinario.

Non è facile creare un ponte abitato – come Rialto o il Ponte Vecchio – nella liquidità della cultura contemporanea. La quale sembra avviata, oltre la formulazione passepartout di Bauman, verso una nuova transizione di fase: dopo il passaggio dal solido al liquido, il cambiamento di stato va verso l’aeriforme, il cloud dell’infosfera. Gli interventi di Eco sui moti browniani nella società liquida mirano a isolare problemi, a ridefinire concetti, a proporre interpretazioni, a suggerire pratiche. Per il suo carattere occasionale non sempre ci importa tutto ciò che trasporta, ma anche quando non coglie nel segno segna ciò che coglie.

Rari nantes in gurgite vasto, come nei giochi enigmistici dobbiamo unire diversi punti con delle linee per rintracciare una figura. Per individuare una pertinenza dobbiamo però prima escludere – Eco direbbe narcotizzare – porzioni testuali che altri troveranno rilevanti. In primo luogo la filosofia. Eco si muove con la scorta del suo quartetto speculativo: Aristotile, Tommaso d’Aquino, Locke e Pierce. Sa che la tradizione filosofica è terra di asilo nei momenti di risacca della società liquida, quando si procede a «passo di gambero», ma non vuole erigere statue allegoriche in parchi disabitati. Rivolgendosi su una rivista a larga diffusione, «L’Espresso», al senso comune della casalinga di Voghera e del farmacista di Vigevano, non propone incauti acquisti concettuali. Filosofeggia, ma s’interessa più al vivere che all’essere; sintetizza più che inventare; propugna una versione moderata del relativismo e del costruttivismo, ripugna al «fil di ferro» ontologico; segnala ai filosofanti neorealisti che le loro teorie della comunicazione sono acquistate all’Ikea.

Per noi la messa in prospettiva è quella semiotica, l’ardua disciplina – come recitavano i suoi elogi funebri – di cui era il semioforo e di cui credeva ottimo lo spread, la differenza di rendimento con altre discipline. Dalle riflessioni sul velo come segno, alla semiotica del sacro (v. La cocaina dei popoli); dalle riflessioni sulla narrazione e il ruolo degli indugi e dei testimoni interiori; dalle ragioni semiotiche degli equivoci sulla felicità a quelli sulle «stronzate». Wittgensteiniano come Monsieur Jourdain, sans (trop) le savoir, Eco combatte il «malaffare semantico», cura il maldire. Non le parole ma i termini, distinguendo reazionari, conservatori e populisti; reputazione e notorietà; segnalando l’ambiguità del «riconoscimento» di cui è avida l’umanità dei social media; e traducendo correttamente bullshit con «sciocchezze» (sic!). Non ha mai smesso di praticare la guerriglia semiotica pensata negli anni Settanta, e di cui troviamo il bandolo un una bustina del 2004 (Il pubblico fa male alla televisione). Un’azione culturale e morale di disturbo rispetto alla naturalizzazione dei luoghi comuni. Rispondendo alla domanda di Jorge Lozano, suo allievo e cattedratico della Complutense di Madrid, Eco indicava la nuova panoplia di strumenti di guerriglia nelle nuove tecnologie e invitava i semiologi a un reset. Un impegno indirettamente politico – Eco era un militante riluttante – condotto con humour sornione piuttosto che con bruciante ironia. Più che attaccare frontalmente i principi, Eco preferisce dedurne gli esiti inattesi: v. «portate all’estremo le tesi degli altri e una risata li seppellirà». Segnala la paradossale cooperazione dell’esibizionismo contemporaneo – i selfie e i droni – con le strategie di controllo post-orwelliane, messe in opera da occhiuti poteri tecnologici. O la disumana expertise degli hacker, che convertono i ritmi insostenibili dell’innovazione tecnica in modalità sofisticatissime per destabilizzare il sistema.

La guerriglia è condotta con sagacia abduttiva e garbato scetticismo, talvolta col senso dell’opportunità di chi non ama navigare controvento (sono rare le affermazioni sulla irrilevanza delle elezioni o la natura comunista di Berlusconi!). Eco non è un pamphletario, schiva gli intemperanti, gli esaltati e gli oltranzisti, non frequenta chambres introuvables e ha dichiarato di essere Cerchiobottista. Gli capita quindi di avere la bacchetta del rabdomante bagnata: non entriamo qui nel demerito di «ammorbidire le differenze» sulle radici cristiane dell’Europa, le presenze scolastiche dei crocefissi e dei presepi, la scortesia nel fare caricature di Maometto, ecc. Ma Eco non manca mai ai doveri di problematizzazione. Nell’hellzapoppin’ dei social media contemporanei si dialoga molto meglio quando c’è qualcosa di originale da discutere: il contrario di un’idea giusta può essere un’altra idea giusta.

Con la sensibilità addestrata che l’ha sempre caratterizzato, Eco ha colto alcuni tratti del presente con la figura del Passo di Gambero. Animale semiotico questo, poiché Deleuze e Guattari hanno ravvisato, nella duplicità delle chele, il taglio simultaneo dell’espressione e del contenuto segnico. Per Eco è pertinente invece il moto retrogrado: il progresso si sarebbe convertito oggi in regresso, alterando il nostro rapporto col passato e col futuro. Non ha mai condiviso il gesto iconoclasta delle avanguardie e quanto alla storia «tanto vale accettare l’angoscia dell’influenza, rivisitare il passato in forma di omaggio apparente, in effetti riconsiderandolo a quella distanza che è consentita dall’ironia». Non si tratta di nostalgia – piacere d’essere tristi – e neppure dell’impossibilità di fare previsioni. Diversamente da molti scopertisti, che vendono titoli presi a prestito, Eco non è apocalittico né integrato: scrive al condizionale, il tempo che combina il passato e il futuro.

Ed è condizionale il suo esercizio critico della società dell’informazione, legittimo quanto è stato quello della società industriale. Eco ne osserva, col principio di precauzione, i linguaggi e le immagini: le grammatiche, le maniere e le mode, le retoriche (gli ossimori!). Prende la mira a partire dalla grafosfera, dal formato della pagina e del libro, e ritiene chiaro il metodo inferenziale che impiega più spesso. Auspica quindi il ritorno di riti di passaggio e frontiere, la necessità di far gavetta ed esperienza, il mantenimento del liceo classico, dei libri di testo, dell’esame di maturità, della bella calligrafia e del proto; vorrebbe che i professori fossero un’agenzia di viaggio per navigare sicuri sulle autostrade dell’informazione. Premesse le sinergie con l’immensa enciclopedia di Google, dichiara senza complessi la sua allergia ai telefonofori, invita a non fidarsi degli indirizzi mail, delle informazioni su wikipedia, delle sciocchezze di cui è infarcito twitter, e via scrivendo. Ha una postura cripto-luddista verso le nuove tecnologie che ben conosce e che gli sembrano usate dai discendenti di Epimeteo, il fratello stupido di Prometeo. Internet gli appare come la mente del memorioso Funès, il personaggio di Borges sprovvisto di memoria selettiva, a cui serve un giorno per ricordare un altro giorno. In una temperie in cui le astrazioni dichiarative lasciano il passo ai codici, al pensiero algoritmico e procedurale, Eco vorrebbe avvolgere proposizioni e propositi con nastro isolante, per ostacolare la totale decostruzione delle enciclopedie, lo svuotarsi della memoria non macchinica, l’abbandono del modello-pagina che gli sta a mente e a cuore. Crede al filtro dell’intellettuale nel Collettivo e dà segni di disagio nel Connettivo, dove naufragano i rapporti asimmetrici di tutti i semiconduttori e decisori, culturali e politici. (L’ultima bustina del libro è Gli imbecilli e la stampa responsabile, sull’«eccesso di sciocchezze che intasa le linee» della rete. Un argomento escusso e discusso a sazietà.)

Per Eco, Pape Satàn Aleppe non è solo una gedankenaustellung, una mostra di esperimenti concettuali, e neppure un jogging inferenziale lungo le autostrade della rete, in vista dei libri di teoria o di finzione. Non mancano descrizioni virtuose delle illustrazioni di Jules Verne né soprattutto la redazione di Liste: le invenzioni scientifiche dell’Ottocento, le posizioni sessuali, i neologismi, gli insulti e così via. La lista è, per il personaggio di Adso nel Nome della rosa, lo strumento magico del collezionista libridinoso, l’agente enciclopedico anti-strutturale delle wunderkammer, dei gabinetti di curiosità che arredano «realisticamente» i mondi finzionali di Eco. La meraviglia delle filze di segni e il gusto di centellinare i centoni sono le sue passioni predominanti, mentre è scarsa la presenza di altri sentimenti, se non la vergogna – assente nella società «oscena» della visibilità senza privacy – dell’odio – collettivo mentre l’amore sarebbe individuale (sic!) – e della nostalgia.

Oltre all’uso creativo delle inferenze logiche, il tratto più saliente delle Bustine rimane quello strategico, con cui Eco conduce la sua semiosi guerrigliera. Appurare i segni, i testi e le pratiche non si attua con la pura logica. L’autore della Guerra del Falso ha il giallo come modello e il segreto come modalità. Il complotto collettivo e la paranoia privata sono i ferri del mestiere di chi investiga i nessi narrativi della causalità. Segni falsi che simulano quelli veri e segni veri che fingono di essere falsi; smentite di smentite; prove riprovevoli e inquinate; silenzi che la dicono lunga.

Un intero teatro di operazioni offerto ai semiologi che sono raggruppati, dopo la scomparsa di Eco, su una pelle di zigrino. Nonostante la brillante capacità divulgatrice di uno dei suoi fondatori, la semiotica è rimasta infatti un sapere esoterico e non le sarà d’aiuto la decisione testamentaria con cui Eco, per evitare inchini e strattoni, ha legato ai colleghi il silenzio pubblico su di lui e il suo lavoro. Per la durata di dieci anni: un tempo sufficiente però a rimescolare le ultime bustine con quelle del Secondo Diario minimo 1992, le Bustine di Minerva 2001 e A passo di Gambero 2006. Gianfranco Marrone ha intravisto un progressivo incupirsi dell’umore di Eco per il cambiamento del suo bersaglio prediletto, lo stupido – la cui tipologia si legge nel Pendolo di Foucault – il quale sarebbe passato dal vecchio buontempone a un temperamento più torvo e accanito. Chi vivrà vedrà: nella cultura un commiato non è necessariamente un congedo.

Versiamo intanto un contributo ai futuri big data del dossier decennale: il titolo della raccolta, Pape Satàn Aleppe. Nel diluvio interpretativo del verso dantesco, l’Aleppe sarebbe l’Aleph di borgesiana memoria (Joseph dà Giuseppe, come Aleph darebbe Aleppe). Il titolo scanzonato di Eco però non proviene dall’Inferno dell’Alighieri, ma dal canto VII dell’Inferno di Topolino (n. 7-12, ottobre 1949-marzo 1950). Lo pronuncia Pluto, che non è il gran nemico dalla voce chioccia, ma il cane di Mickey Mouse.

Umberto Eco

Pape Satàn Aleppe. Cronache di una società liquida

La nave di Teseo, 2016, 469 pp., € 20