Per risplendere devi bruciare. Un’arma chiamata riflessione

Antonello Tolve

 

Ci voleva alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea una mostra esplosiva come You got to burn to shine: e Teresa Macrì, ripercorrendo il suo Pensiero discordante, un libricino agile (appena 62 pagine date alle stampe nel 2018 per i tipi postmedia books di Milano) ma pungente come una lastra di vento sulla faccia del perbenismo e come un pugno sul petto alla piattezza culturale, troppo laccata e troppo cloroformizzata, è riuscita in una impresa davvero notevole. Questo “pensiero discordante”, che a onor del vero è da riconoscere nella «pratica della diffidenza quotidiana» di cui parlava Umberto Eco nel suo costume di casa (1973), si articola oggi in una mostra che pone al centro dell’attenzione tutta una serie di tematiche legate all’ospitalità e alla diversità, all’omologazione e al qualunquismo, al collasso del pensiero critico nei confronti dei grandi traumi che stravolgono la socialsfera, sempre più narcotizzata dalla socialfagia.

 Il punto di partenza di questo “saggio visivo”, e le mostre dovrebbero tornare a essere proprio questo, un saggio visivo, è il titolo di un libro licenziato da John Giorno (New York, 1936) nel 1993 – il sottotitolo è New and Selected Writingse tradotto in Italia nel 1994, la cui presa diretta della realtà è, per dirla con Rodari, «sinonimo di pensiero divergente, cioè capace di rompere continuamente gli schemi dell’esperienza».

Dove Cadono le pareti (2019) di Roberto Fassone, l’artista più giovane in mostra (è nato a Savigliano nel 1986), crea un immediato e elegante rapporto di partecipazione con lo spazio e con un telefono poetico (opera storica di Giorno): solitario, un comodino d’antiquariato, ospita sulla sua base marmorea un campanello a tasto da tavolo con copertura floreale, volutamente un po’ kitsch, e una frase, su una lastretta in ottone (ogni volta che il campanello suona / un demone appare dentro il muro) che invita a riflettere proprio sullo spazio e sul suono, inteso, mi pare, come viatico d’opera d’arte totale. Sullo stesso livello, siamo nell’ala sinistra della Galleria Nazionale, quella che volge verso via Antonio Gramsci, accolgono poi lo spettatore tutta una serie di lavori – ci sono il meraviglioso Nervous Tree (2013-2017) di Krištof Kintera accompagnato da un’ampia installazione di Drawings (2015-2018), c’è l’accecante Silencio (2003-2010) di Francis Alÿs (opera realizzata in collaborazione con Daniel Toxqui Martinez, Francisco Ramirez Cortez e Jesus Iniguez Rodriguez) o anche Oysters for Naturalization (2019) di Domenico Mangano e Marieke van Rooy – che dimostrano l’altezza dell’esposizione e l’energica estroflessione di un pensiero che parte, appunto, da un assunto teorico ben preciso, aperto alla scossa, al cambiamento necessario: e del resto per risplendere devi bruciare.

CeMento (2019) di Elena Bellantoni

Al piano superiore la mostra continua, e oltre a offrire ulteriori lavori di John Giorno – Suicides Are Songs of Aspiration (2015) e A Hurricane in a Drop of Cum (2015) ne sono alcuni –, troviamo in questo secondo capitolo dei momenti poetici davvero disarmanti. Neon Afterwords (2016) di Fiamma Montezemolo è, ad esempio, un bluastro spostamento semiotico, una cancellatura che si fa rilevamento e rivelamento, immersiva sottolineatura. CeMento (2019) di Elena Bellantoni rappresenta, di questo itinerario, il termine più alto, più irrequieto, più lirico, più accecante, più nostalgico nei confronti d’un tempo irripetibile: «coraggio, il meglio è passato» ha apostrofato Ennio Flaiano. Un salvagente a forma di paperella, un materassino e due braccioli, una palla, un secchiello con paletta, rastrello e innaffiatoio, sono collocati su cinque basi, decontestualizzati e defunzionalizzati per sottolineare la perdita definitiva della certezza umana. Tutti questi oggetti che un tempo servivano all’artista per i trastulli estivi, sono ora riprodotti in cemento per farsi allegoria della condizione italiana, dove tutto si sgretola e le certezze si inabissano, affondano in una routine quotidiana, governata dagli intoccabili e dagli impuniti.

Insignificante però, questo bisogna dirlo, il lavoro di Luca Guadagnino (Più forte del lampo al magnesio, la luce interiore, 2019) che certo porta eco mediatica ma risulta troppo stridente in un contesto qual è quello di You got to burn to shine. Tra l’altro in quella sala che ha occupato questo ingombro sgradevole di Guadagnino – opera di design milanese? – poteva essere collocata la preziosa opera di Sislej Xhafa (Fireworks in my Closet, 2016), un po’ troppo soffocata, posta in un angolo e resa poco leggibile, anche perché troppo Luca, troppo Vitone (il lavoro di Vitone è pregiato, si badi, nulla da ridire su un artista sempre così attento). A parte questo piccolo neo – ma è soltanto una considerazione personale che qualcuno potrà anche non condividere, e ben venga – l’esposizione è scandita da una ritmica incalzante, da un flusso estetico che batte sul tamburo dell’etico e su un potere del sapere duro a morire, ma da riconquistare.

You got to burn to shine

La Galleria Nazionale

Roma, fino al 7 aprile 2019

La terra di nessuno

Ludovico Pratesi

Gian Maria Tosatti, La mia parte nella seconda guerra mondiale

Stiamo già vivendo in un mondo sull’orlo del collasso, dove i grandi ideali del Ventesimo Secolo si stanno polverizzando sotto i nostri occhi, per fare spazio a una sorta di no man’s land, una giungla regolata soltanto dagli istinti più bassi, dove il sopravvivere è l’unica ragione dell’agire umano? Nel muoverci a tentoni, alzando la testa dallo smartphone soltanto per ascoltare i proclami populisti di qualche dittatore in pectore, che utilizza i social per apparire come il salvatore di patrie moribonde, non ci accorgiamo dei rischi ancora più pesanti che incombono sulle nostre teste, legate al cambiamento climatico, allo sfruttamento indiscriminato di materie prime non inesauribili, all’estinzione di specie animali e vegetali che hanno popolato per secoli il nostro pianeta, messo seriamente a rischio nell’era dell’Antropocene. Un’apocalisse annunciata che si consuma tutti i giorni sotto ai nostri occhi distratti, senza drammaturgie da postare su Facebook o immagini spettacolari pronte per Istagram, che non ha nemmeno la pretesa di essere riassunta nelle poche righe di un tweet. Eppure, ogni giorno perdiamo per sempre un pezzettino del mondo che abbiamo sempre conosciuto, inghiottito da un processo che sembra essere avviato di gran carriera verso l’autodistruzione del genere umano. Consapevole o inconsapevole?

Sulla natura di questa tragedia silenziosa che si svolge nella sostanziale indifferenza riflette una delle mostre più interessanti di questo inizio del 2019, un anno che sarebbe superficiale non definire pericoloso. Parliamo di Il mondoinfine: vivere tra le rovine, curata alla Galleria Nazionale da Ilaria Bussoni affiancata da un team di curatori (Simone Ferrari, Donatello Fumarola, Eva Macali e Serena Soccio). Lo statement curatoriale è chiaro e diretto, riassunto da quel «vivere tra le rovine» che appare come una condizione ormai ineludibile: «Vivere tra le rovine è un paradigma che va ben oltre – spiega la Bussoni – le aree desolate dalla guerra o dalle catastrofi. Lo si può leggere come capacità di adattamento o mera sopravvivenza, ma c’è chi ha insegnato a guardare alla vita tra le rovine come a quell’occasione da afferrare per fare posto alla vita degli altri, a quel processo incessante di metamorfosi con il quale si esprime la vita su questo pianeta». Concepita come un progetto multidisciplinare, e allestita in linea con le ultime tendenze della curatela internazionale, la mostra si propone come una sorta di viaggio su un pianeta devastato, dove il mondo vegetale e minerale si è riappropriato delle sue «rovine», con esiti sorprendenti e originali, dovuti al dispositivo di abbinare alle opere una serie di «oggetti in relazione», che vanno dai carapaci di tartaruga ai tarocchi, fino alla scheda madre di un calcolatore.

Si offre quindi al pubblico non una semplice visita ma un’esperienza di conoscenza, simile al viaggio compiuto dallo psicologo Kris Kelvin sul pianeta sconosciuto nel film Solaris, tratto dal romanzo dello scrittore polacco Stanislaw Lem e girato da Andrej Tarkovskij nel 1972, vincendo il premio della Giuria al Festival di Cannes nello stesso anno. Come Kris si trova davanti a fenomeni misteriosi, il percorso espositivo de Il mondoinfine ci porta alla scoperta di una natura pervicace e vincente, che si infiltra nella memoria del pianeta per impadronirsene, in una condizione ambigua tra «un mondo in fine e un mondoinfine», una soglia tra passato e futuro di un pianeta in continua trasformazione, che l’arte è in grado di mettere a fuoco con la dovuta consapevolezza. «Interrogare l’arte contemporanea e la sua capacità di stare su questa soglia, insieme alla presenza di oggetti provenienti da mondi in fine, significa tornare ad attribuire all’arte, tra tutte le tecniche umane, la capacità privilegiata di saper fare mondo», suggerisce profeticamente la Bussoni nel cogliere l’essenza della rassegna.

Chiara Bettazzi, Wonder objects

Alcune opere sono legate al mondo minerale e alla sua trasformazione, come i rigorosi e ossessivi frottage di Massimiliano Turco su lastre di marmi e pietre (Flusso, 2013-2015 e Rizoma, 2014) posti in relazione con geodi fossili, carapaci di tartarughe preistoriche e denti di narvalo, mentre La mia parte nella Seconda Guerra mondiale (2014) di Gian Maria Tosatti è una teca in vetro dove l’artista ha raccolto la polvere che si era sedimentata in settant’anni all’interno di una chiesa abbandonata nel centro storico di Napoli : «Polvere di guerra, di dopoguerra, di ricostruzione, di terremoto. È la polvere da cui è nata l’Italia Repubblicana» spiega l’artista, tra i più lucidi nell’interpretare, con installazioni di matrice teatrale ma dense di contenuti simbolici e politici il momento storico che il nostro paese sta vivendo. Sulle scale troneggia Untitled 03, New Vesuvian Landscape (2011-2013) di Gigi Cifali, volutamente concepito come il sovrapporta di un palazzo nobiliare, nella tradizione del vedutismo napoletano: un’immagine fotografica con il rudere di un capannone abbandonato al posto dei tempietti in rovina dipinti da Filippo Palizzi o Giacinto Gigante nell’Ottocento. Alla tradizione delle wunderkammern rinascimentali si rifà Wonder objects (2013-2016) di Chiara Bettazzi, un’installazione composta da un assemblaggio di natura «domestica» che unisce contenitori e oggetti d’arredo con resti animali come ossa, muffe e reperti vegetali, quasi a voler creare una nuova camera delle meraviglie. «Ho come un’immagine stampata nella memoria: il cassettone di mia madre – racconta l’artista – strapieno di cofanetti portagioie appoggiati sul piano in marmo davanti allo specchio. Ricordo come questi oggetti avessero un odore ben preciso, un profumo intimo, femminile, carnale, organico». Come una sorta di cimiteri domestici, nelle installazioni della Bettazzi si fondono memorie familiari, materiali organici e inorganici, in una sorta di corteggiamento della morte che porta l’artista a trasferire il concetto classico dell’urna funeraria in una dimensione privata e maniacale. Interessante anche Le tre ecologie (2015), l’installazione dell’artista antropologa Fiamma Montezemolo già presentata alla galleria Magazzino d’arte moderna nel 2015, che vive della dicotomia tra i tappeti kilim dai colori sgargianti e le piante di cactus che fuoriescono dalla stoffa, con qualche reminiscenza di troppo del linguaggio di Jannis Kounellis. Un approccio diverso al mondo vegetale arriva invece dall’architetto del paesaggio Rosetta S. Elkin, che studia la crescita delle piante attraverso le opere Pinus Pinea (2018) e Micorrize (2018) mentre il topos classico del paesaggio con rovine viene indagato da Christoph Keller e Virginia Colwell, che presentano sofisticati collage basati sulla sovrapposizione tra luoghi archeologici e foglie (Keller) e paesaggi naturali e siti archeologici (Colwell). Il rapporto con l’idea di mappatura del territorio viene sviluppato da Felice Cimatti (Attesa e Diventare mosca, 2017) e da Pietro Ruffo (Migrazioni 45, 2018, Liberty (Valle dei Cani) 2010 e (Senza Titolo)1.11, 2011) mentre Emanuele Becheri è presente con cinque video della serie degli «acquerelli astratti» realizzati nel 2015.

Fondamentale per orientarsi nel percorso, quasi come una sorta di travel survival kit, è il catalogo-giornale formato tabloid, ricco di saggi che approfondiscono le tematiche di una delle più stimolanti mostre realizzate a Roma nell’ultimo anno.

Il mondoinfine: vivere tra le rovine

Roma, La Galleria Nazionale, fino al 23 gennaio

a cura di Ilaria Bussoni con Simone Ferrari, Donatello Fumarola, Eva Macali e Serena Soccio