Assenza, altrove. Takara, la notte che ho nuotato

Michele Emmer

La città giapponese di Aomori, nel nord del Giappone, sul mare. Una delle città dove nevica di più in Giappone. E la neve è una dei protagonisti di un piccolo film nato dalla collaborazione di un regista francese ed uno giapponese, Damien Manivel e Kohei Igarashi. In concorso alla mostra del Cinema di Venezia del 2017 nella sezione “Orizzonti”. Finalmente al cinema in Italia. Ad essere precisi in 9 sale in tutta Italia. Non un film per il grande pubblico, ammesso che abbia un senso parlare di pubblico, di spettatori. Qualcuno decide che film si devono vedere e quali passeranno (in Italia) inosservati. A Roma il piccolo film lo si vede al Cinema dei Piccoli ma non è un film per bambini anche se è la storia di un bambino.

Un film curioso, praticamente con un solo personaggio, che non parla e nessuno parla nel film, solo i rumori, i suoni, la musica, poche note e ogni tanto brani dalle Quattro stagioni di Vivaldi. E il bambino si chiama Takara, che è anche il vero nome del bambino che di cognome si chiama Kogawa. Gli altri personaggi che si intravedono ogni tanto e non hanno una grande parte nella storia si chiamano tutti Kogawa, sono il padre, la madre, la sorella del bambino protagonista. Titolo originale del film in francese La nuit où j'ai nagé e in Giapponese Oyogisugita yoru.

La neve dunque. Tanta neve, che come si sa è silenziosa, avvolge, nasconde, soffice, bianca, giocosa, ma anche temibile, legata al freddo, al gelo. La neve come pericolo. Alcuni hanno classificato nelle recensioni il film come drammatico, altri hanno tirato in ballo Buster Keaton, un film gioioso e divertente. È un film di un bambino di 3-4 anni che non parla, che per caso o forse per sua decisione si mette a girovagare per la città innevata, fredda, gelida, ma il sole splende, almeno all’inizio. E il bambino si è svegliato presto, ha sentito dei rumori, non dorme più. Gioca con il cane che non è molto amichevole, gioca con piccoli oggetti, li fotografa, riguarda le foto, ricorda, e ci guarda. Non vediamo il film con gli occhi del bambino ma siamo noi a vedere il bambino che guarda. E noi, perché così hanno deciso i registi, non dobbiamo essere coinvolti, in fondo la storia è quella di Takara, il bambino il cui nome significa tesoro. Che come detto è il vero nome del bambino. Vero nome nella vita? Il bambino vive la sua vita e noi la vediamo osservando dalla macchina da presa. Il bambino non va a scuola comincia ad andare in giro. Il bambino disegna e quel disegno vorrebbe farlo vedere, non a noi, ma a qualcuno che è assente, che ci dovrebbe essere ma invece è assente. Il bambino però non è preoccupato. Anche se perde un guanto e ha freddo alla mano. Cammina, va in giro, guarda, osserva, non si stupisce, è la sua città, la sua vita e che recita in un film è una finzione nella finzione. Lui fa Takara che va in giro. E cerca forse forse… il padre che non c’è che non vede mai, e si ricorda dove forse lo può trovare e va a cercarlo al porto, prende il treno e si addormenta, si muove nella neve e si stanca, ma non è mai perplesso, preoccupato. Pensa che tutto andrà bene anche se l’assenza si fa sentire. E gli avvenimenti sono piccoli sguardi, alcune auto che passano, la neve soffice in cui si sprofonda. Le sequenze, il montaggio sono quelle che dovrebbero piacere a Takara, lente, con movimenti di macchina che non si interrompono, ma che continuano sino alla fine della scena. Il bambino si muove così, con lentezza, con fatica, e esplora cerca, e si perde in fondo. Un cinema infantile che vuole eliminare tutto quello che ci deve essere in un film: l’azione, i coinvolgimenti, i salti temporali, la velocità. Il film si muove con la lentezza del bambino che scopre, che cerca, che divaga, che si perde, che si ritrova. E ci viene voglia di lasciarci andare a questo cinema sussurrato, naturale, immaginato, pensato, costruito in fondo per essere così. E il silenzio ci confonde e poi ci appassiona e non sopportiamo che nel silenzio della neve qualcuno nella sala si mette a mangiare i popcorn!

Poteva essere un finto film su un finto bambino in un finto Giappone. E invece funziona, la fiction rende naturale quel girovagare, grazie alla faccia stralunata, assorta, consapevole, profonda del bambino, un vero tesoro. Senza di lui il film non esiste. E non gli succederà nulla, la giornata è fatta di piccoli momenti, di ricerca di colmare l’assenza, senza l’ansia di dover trovare una fine. Ci può essere una fine alla giornata di un bambino di 4 anni? Una piccola bufera di neve, ha freddo, si ripara, lo trovano. Ma certo non è quello che ci interessa, è il suo viso, i suoi movimenti. Non sono caduti nella trappola di fare un film su un bambino visto con gli occhi di adulti che vogliono che faccia il bambino naturale al cinema. È un flusso lento e soffice di immagini che possono innervosire se non si hanno le capacità intellettive di vedere in modo naturale quelle immagini che scorrono, quel viso, la camminata di bambino. E noi siamo solo spettatori, è lui che vive quei momenti, non possiamo fare nulla. E’ la neve che ci sta raccontando questa storia, soffice, bianca, gentile, che avvolge tutto e modifica tutto intorno. È il mondo del bambino, e noi siamo solo degli spettatori. Anche non necessari. Un piccolo gioiello di film che dobbiamo meritarci.

La nuit où j'ai nagé, Oyogisugita yoru, (Titolo italiano Takara, la notte che ho nuotato) regia Damien Manivel e Kohei Igarashi con Takara Ogawa, Keiki Kogawa, Takashi Kogawa, Chisato Kogawa. Francia, Giappone, 2017.