Una scommessa politica

Benedetto Vecchi

La coerenza è un elemento che va sicuramente incoraggiato in un presente opaco e segnato da repentini cambiamenti del punto di vista di chi lo interroga criticamente. Talvolta, però, la coerenza induce a semplificazioni e a riprodurre pregiudizi che poco fanno comprendere l'analisi critica che viene proposta. È questo il caso di Carlo Formenti nel testo pubblicato su queste pagine qualche giorno fa relativo all'analisi del libro La Rete. Dall'utopia al mercato di chi scrive, pubblicato da manifestolibri. Esprimo l'imbarazzo che anima questa risposta, perché quando si scrive un testo ci si espone all'analisi di chi lo legge. La critica, anche feroce, fa parte delle modalità di comunicazione dentro la sfera pubblica.

È il rischio e, cosa più importante, funzione propria della discussione pubblica far emergere punti di vista tra loro diversi e conflittuali tra loro. Carlo Formenti manifesta il fatto che il libro lo ha letto con attenzione. Di questo non posso che essere contento, indipendentemente dalla critiche dure espresse senza le odiose e talvolta ipocrite cerimonie del bon ton: i suoi argomenti vanno al di là del libro e investono il tema, caro ad entrambi, dello sviluppo di un punto di vista adeguato alla critica del capitalismo contemporaneo, dopo il lungo inverno della controrivoluzione neoliberista e della crisi radicale che ha investito i rapporti sociali emersi da quella controrivoluzione. Per questo penso che una risposta alla sue critiche possa essere espressa.

Seguendo il filo della sua riflessione, sono due i temi che emergono con forza: lo stato dell'arte del cosiddetto postoperaismo, la Rete come esemplificazione dei rapporti sociali contemporanei. Infine, Carlo Formenti ripropone l'antico quesito del “che fare?” e dei soggetti sociali trainanti una possibile ricomposizione delle pratiche politiche di movimento. Tre campi tematici intrecciati. Parto dal primo, che nell'economia del testo di Carlo Formenti occupa molto spazio. Su questo elemento il dissenso è radicale, a partire dalla convinzione che il postoperaismo non esiste, è una semplificazione usata come una clava per stigmatizzare prassi teoriche tra loro divergenti e talvolta incompatibili.

L'operaismo, a scanso di equivoci, si può dire concluso alla fine degli anni Sessanta, quando intellettuali e militanti protagonisti dell'esperienza di alcune riviste si sono divisi, intraprendendo strade diverse. Dell'operaismo è rimasto un metodo di analisi e un'attitudine ad andare oltre le culture politiche del movimento operaio, sia nella sua componente comunista che in quella socialista. Diverso è il caso – ma qui servirebbe una rivisitazione storica, genealogica direbbero i foucaultiani – di chi ha indagato tra gli anni Ottanta e Novanta le trasformazioni del capitalismo e del lavoro vivo, mettendo al centro dell'analisi la categoria del general intellect.

Non ho remore a dire che con questa esperienza ho a che vedere e non ho difficoltà ad ammettere che ho usato come elementi della cassetta degli attrezzi categorie come, appunto, general intellect, moltitudine, cooperazione sociale produttiva, lavoro vivo. Non occorre tuttavia essere un filologo per segnalare la differenza tra chi parla e scrive di lavoro autonomo di seconda o terza generazione e chi invece gli preferisce l'uso del termine, generico e approssimativo, di precarietà diffusa. Come non ricordare, inoltre, le critiche di Sergio Bologna al reddito di cittadinanza, proposta invece fatta propria, articolata, agita da chi vede nella precarietà la dimensione “normali” dei rapporti tra capitale e lavoro vivo. Nell'articolo di Formenti le diverse posizioni sono invece accomunate per dare sostanza a un j'accuse contro il postoperaismo, un fantasma che si aggira solo nelle pagine e nei testi di chi malinconicamente guarda al capitalismo come alla hegeliana fine della storia, sospettando di chiunque si misura, per combatterlo, con le piccole o grandi trasformazioni che hanno segnato negli ultimi decenni il regime del lavoro salariato.

Da parte mia posso dire che la moltitudine non è una categoria sociologica, come sostiene ritiene Formenti, che qui si ritrova in compagnia di Aldo Bonomi e Enzo Rullani, bensì è una categoria che attiene al Politico, che registra come il lavoro vivo sia indisponibile a ricomposizioni giacobine dall'alto e che la singolarità è un fattore da usare politicamente per costituire nuovi rapporti sociali. Detto più banalmente, più che rappresentare la composizione sociale della forza lavoro, la moltitudine è un terreno per una prassi teorica, e dunque politica, tesa a immaginare organizzazioni politiche adeguate a una lavoro vivo en general, indisponibile a ricomposizioni imposte dall'alto, da un chissà quale partito che althusserianamente produce la classe per sé, dopo aver definito quella in sé.

Lascia inoltre interdetti la sottolineatura di Formenti sulla mia (inesistente) rimozione delle gerarchie e stratificazioni che caratterizzano i soggetti produttivi contemporanei. Scrivendo della Rete come esemplificazione dei rapporti sociali, segnalo semmai come il capitalismo contemporaneo si nutra di differenze e come il governo del mercato del lavoro tenda a scomporre e ricomporre le gerarchie all'interno del lavoro vivo, stabilendo politicamente linee di frattura del colore, del sesso, della prestazione lavorativa. Per dirla più semplicemente, il capitalismo postfordista non ha all'orizzonte nessun equivalente dell'operaio massa.

Tanto i knowledge workers che i lavoratori dei servizi che gli operai della fabbriche globali più che conoscere processi di ricomposizione provocati da un processo produttivo come quello tayloristico esperiscono il fatto che la capacità di innovazione, di sviluppare cooperazione produttive, sono sussunte dal capitale attraverso anche la moltiplicazione delle differenze e delle gerarchie del lavoro vivo, prodotte per via politica – qui il diritto svolge una funzione essenziale – o alimentandole.

Le forme di lavoro sono diventate ormai un caleidescopio dove lavoro autonomo, lavoro servile, salariale classico sono compresenti e regolati giuridicamente. Per svelare l'arcano degli ateliers della produzione serve inchiesta militante, uso spregiudicato di differenti campi disciplinari – etnografia, la sociologia, la filosofia del linguaggio - al fine di sondare quell'osmosi tra stili di vita e collocazione produttiva che è parte integrante dei processi di socializzazione nel capitalismo flessibile. La grammatica della moltitudine, per citare il titolo di un libro di Paolo Virno, serve ad immaginare e sperimentare forme politiche adeguate a questa frammentazione del lavoro vivo.

Siamo però su un terreno già disossato e arato. Quello che manca è produrre forme politiche meno legate alla contingenza, che facciano però tesoro degli elementi acquisiti in questo lungo vagare nel deserto della controrivoluzione neoliberista. Per Formenti, invece, quello che è sperimentazione, prassi teorica in divenire è solo una sommatoria di fallimenti. Scambia cioè l'amara materialità dei rapporti di forza con il rovello di chi quei rapporti di forza li vuole rovesciare. Da qui la sua nostalgia di quando tutto era meno opaco, scivoloso, ambivalente. La sua è la stessa realpolitik espressa dagli orfani e dalle vedove del quarto stato che invocano – povero Antonio Gramsci - il pessimismo della ragione da contrapporre all'ottimismo della volontà di chi vede nello sciopero di alcune fabbriche cinesi l'alba di un nuovo ciclo di lotte. Una lettura più attenta delle analisi provenienti da quelle latitudini indurrebbero a una maggiore cautela, ma tutto va bene per inventare la quinta colonna del nemico all'interno dei movimenti, variamente dipinti come liberali di sinistra, collusi con il capitale e chi più ne ha più ne metta. .

E fallimento, nostalgia, persino l'accusa di liberalismo mimetico c'è nell'analisi che fa di come nel libro affronto la Rete. Su questo crinale, gli abbagli la fanno da padroni. Senza cadere nella pedanteria, non mi ritengo un nostalgico dell'etica hacker, né mi sono mai spellato le mani per l'anarcocapitalismo. Allo stesso tempo non sono un fan della tecnopolitica à la Manuel Castells. Più prosaicamente ho sempre ritenuto che la Rete sia l'esito di una convergenza tra attitudine hacker, attitudine al controllo sociale, visione neomanageriale della comunicazione. Sono tutti elementi che hanno contribuito allo sviluppo della Rete, dove il conflitto è stato permanente.

Quello degli hacker contro il regime della proprietà intellettuale, quello dei ricercatori contro la volontà dei militari di dirigere le ricerche di base e applicate, quello contro la volontà dei governi, in particolar modo quello di Washington, di usare la Rete come infrastruttura tecnologica per il business. Non ho difficoltà a dire che mi erano e mi sono simpatici gli hacker. Irriverenti, insofferenti alle gerarchie e al comando, insomma dei ribelli, ma non certo dei rivoluzionari. Ho solo registrato che molte delle innovazioni e delle modalità di cooperare sono state fatte proprie dalle imprese. Anche se l'attitudine hacker è riuscita a riproporsi con Anonymous e l'esperienza di Wikileaks. Qui il termine che meglio esprime l'attitudine hacker è ambivalenza: nell'attitudine hacker, infatti, non è mai stato contemplato il superamento del capitalismo. Ultimi simboli di quel “comunismo dei ricercatori” caro a Robert K. Merton, hanno solo agito conflitto dentro la Rete.

È questo conflitto che ho sempre privilegiato, perché apriva un ampio spettro di possibilità a una azione politica dentro la Rete. Le mitologie della frontiera elettronica e dei cow boy della consolle sono fattori divertenti, che ho anche usato polemicamente verso chi, nel campo dei movimento, considera Internet un abbaglio, ma non ho certo mai pensato che il cyberspazio fosse la terra promessa o l'utopia realizzata. Anche qui ho registrato come l'anarcocapitalismo fosse qualcosa di più che un esercizio di retorica: l'anarcocapitalismo è l'ideologia nemica che punta all'innovazione più che alla conservazione, che ha supportato tutte le operazione politiche e manageriali che hanno puntato a sovvertire la costituzione materiale del capitalismo industriale. Anche in questo caso, la posta in gioco era, ed è almeno per il capitale, la “cattura”, cioè la sussunzione della capacità innovativa del lavoro vivo nella rete. Ma che ha fatto dei contenuti della comunicazione online, indipendentemente dalla loro qualità, un florido settore produttivo.

Dunque controllo sociale, normatività delle modalità della comunicazione, ma anche segmentazione e proliferazione delle diversità: la trasformazione dei social network in una sommatoria di tribù di simili non presenta nessuna smagliatura rispetto al controllo esercitato da imprese e stati nazionali. La dimensione libertaria dell'anarcocapitalismo può inoltre contemplare l'eclissi della proprietà privata, così come può contemplare l'affermazione radicale dei diritti alla diversità, ma la vision anarcocapitalista poco a che vedere con il regno della libertà. Semmai è la gabbia, che può essere anche dorata, di quel regno della necessità che continua a macerare e triturare bisogni e desideri di uomini e donne. Fa sorridere il ricordo di chi invocava l'alleanza tra l'imprenditore smart e il lavoratore della rete per sconfiggere i guerrieri e il vecchio e marcescente capitalismo industriale. Internet non è più un mondo a parte, è il media universale sognato nei tempi andati: è dunque tecnologia del controllo, ma anche habitat dove il conflitto tra lavoro vivo e capitale assume forme inedite. È a queste forme inedite che occorre applicare sguardo critico, innovando la cassetta degli attrezzi.

E qui si giunge infine al quesito del “che fare?”, meglio dei soggetti produttivi su cui fare leva. Certo non quel regno dell'imponderabile che sono gli “impoveriti”, ma neppure la salvezza verrà dagli operai di linea delle fabbriche cinesi, non così diversi dai professional o di chainworkers. Meglio: la salvezza potrà venire dal lavoro vivo en general, dunque dalla classe operaia industriale, dai chainworkers, dai professional, dai knowledge workers. A patto però che si riesca a produrre contesti dove tutte le forme del lavoro vivo possano condividere la loro condizione di sfruttamento al fine di creare luoghi dove organizzarsi socialmente e politicamente per superare il regime del lavoro salariato.

Luoghi cioè dove la miseria del presente non impedisca che la ricchezza del possibile si trasformi in azione politica contro il regime di accumulazione capitalistica. Anche questo è liberalismo mimetico? Ne dubito. È solo una scommessa squisitamente politica, e dunque teorica, da giocare.

Fare coalizione al tempo dei freelance

Roberto Ciccarelli

In un pamphlet di 48 pagine, Knowledge Workers. Dall’operaio massa al freelance (Asterios, 2015), Sergio Bologna ripercorre la traiettoria che dall’operaio massa ha portato ai freelance, al “lavoratore autonomo di seconda generazione” e al self-employed (auto-impiegato).

Un saggio breve dove questa poliedrica figura dell’operaismo italiano, storico del movimento operaio, freelance, attivista e fondatore di riviste d’avanguardia come «Primo Maggio», riflette sul “post-operaismo”. Il “post” viene adottato perché il fondatore dell’operaismo Mario Tronti sostiene che l’operaismo si è concluso con la rivista «Classe operaia» già negli anni Sessanta. Bologna si attiene a questa distinzione. Ciò che gli interessa è delineare una caratteristica specifica della storia degli intellettuali emersa nel Dopoguerra: la lotta contro il crocianesimo nell’accademia e il conformismo regnante sul mercato editoriale. Un’eccezione riconosciuta che continua a riscuotere l’interesse nelle nuove generazioni, non solo italiane.

Post-operaismi
Il “post-operaismo” è un’analisi materialista che vede nel lavoro, senza distinzioni, una soggettività storica e non una variabile dipendente dall’impresa, né il premio ottenuto da un soggetto “meritevole”. Ciò che lo contraddistingue dal suo tradizionale insediamento sociale - la classe operaia – oggi è l’originale analisi di mondi operosi ben più articolati e contraddittori. Sergio Bologna si rivolge al lavoro autonomo dov’è avvenuta una trasformazione che coinvolge il ceto medio proletarizzato escluso dal Welfare, mentre il diritto del lavoro lo considera ancora un’“impresa”.

Questo approccio viene ribaltato. Bologna racconta il caso della Freelancers Union americana, o quello dell’italiana Acta, dove l’auto-organizzazione dei freelance è un’alternativa all’identificazione con il mondo dell’imprenditoria o del professionalismo borghese. “Il post-operaismo – scrive – è riuscito a dare un pensiero collettivo ai self-employed, a renderli consapevoli della loro identità di lavoratori”.

Il passaggio è importante. Dimostra la trasformazione di un pensiero che considerava la classe operaia come suo unico riferimento storico e teorico. Posizionarsi, invece, sul terreno sfuggente del ceto medio - categoria sociale artificiale, e in crisi, ma centrale nella definizione di una democrazia capitalistica, come precisa Bologna - significa ampliare l’indagine sul lavoro, senza perdere l’idea di “classi lavoratrici”, inserendole in un orizzonte dove la democrazia economica è diventata un’oligarchia finanziaria. Il problema con il quale si confronta Sergio Bologna è insidioso: quando il lavoro non produce un valore riconosciuto, né una conflittualità paragonabile a quella dell’operaio massa nella fabbrica, che cosa accade?

Cosa significa indipendente
Dalla catena di montaggio fordista al lavoro della conoscenza nel ceto medio, nelle classi lavoratrici e inoccupate la transizione non è breve né facile. Non esiste un soggetto unico, sempre uguale a se stesso, che si trasforma man mano che il capitalismo cambia le sue forme. Nel capitalismo non è mai esistita una “classe operaia” universale. Averlo dimostrato è stato uno dei meriti del “post-operaismo”. E in particolare di Sergio Bologna.

Il problema è tuttavia insidioso. Esiste una continuità tra il fordismo dell’operaio massa e il post-fordismo che oggi esprime il freelance? Oppure è solo una mera successione cronologica interna alle forme produttive in cui i soggetti non contano se non come riflesso di una trasformazione dall’alto? In altre parole: il freelance di oggi è l’operaio di ieri?

La risposta è no. Il problema, tuttavia, non è l’identità di chi dovrebbe opporsi ad un processo che lo annienta, bensì il processo che porta a formare questa identità, così come del resto quella che impone paradossalmente l’identificazione tra il soggetto e il principio della sua distruzione. Questo è lo stile del (post)operaismo:

“Una stretta aderenza alla realtà e rapporto costante con l’azione e la pratica militante”. “Il suo rigore scientifico non è destinato alla valutazione accademica, l’analisi può essere anche parziale, ma deve mettere in moto delle dinamiche soggettive che portano le persone a tutelare e difendere i propri diritti”.

Diventa allora importante comprendere dove e come nascono queste “dinamiche soggettive”. Per capirlo, bisogna calarsi nel territorio antropologico, tecnologico e politico più infido e tumultuoso della trasformazione post-fordista e finanziaria della soggettività messa al lavoro. Nasce così la definizione di “lavoro autonomo di seconda generazione” (1997), poi il ripensamento di quella di “lavoratore della conoscenza”, il freelance e infine il self-employed. Bologna abbozza il profilo di un lavoro non salariato, né dipendente, in altre parole indipendente ma assolutamente subordinato.

Dal punto di vista sociologico, e da quello marxista, sono definizioni paradossali. Indicano un’autonomia subordinata o una subordinazione assoluta fondata sull’autonomia individuale. Il paradosso non è tuttavia dovuto ad una mancanza nell’analisi che anzi si conferma sempre più precisa e condivisa. Il paradosso è quello del lavoro in quanto tale, quello salariato ieri, quello precario oggi. Con una differenza: le sue attività non hanno alcuna speranza di essere ricondotte in un contratto di lavoro, paragonabile a quello elaborato in un secolo di contrattazione. Sono saltate tutte le mediazioni.

Essere impresa di se stessi
Sergio Bologna dimostra come questa soggettività al lavoro non sia riducibile alle vecchie identità dell’artigiano (cioè la prima generazione del lavoro autonomo). E nemmeno al piccolo imprenditore (ciò che Dario Di Vico ha chiamato “popolo delle partite Iva) e, ancora, il “lavoratore libero” di cui parlava Marx o al “libero professionista”.

In generale, il lavoro indipendente è il frutto di una “fantasmagoria”, la stessa che Marx vedeva nella merce. E’ l’illusione che il singolo possa diventare un’impresa, mentre è il prodotto di un processo che rende fluida l’identità di un lavoro al punto da non essere più percepito come un lavoro, né come produzione di un valore che non sia quello personale o emanazione dell’impresa. Si può anzi dire che questo paradosso, dolorosissimo, sostituisce quello del salariato che affermava la libertà di un soggetto vincolandolo ad un contratto di lavoro subordinato.

Nel pamphlet Knowledge workers c’è tuttavia un’osservazione decisiva per comprendere la nuova condizione del lavoro nel neoliberismo:

Per questa ideologia della modernità - scrive Bologna - il lavoro (autonomo) non è più un’attività umana conto terzi in cambio di mezzi di sussistenza ma attività in cui l’individuo estrinseca la propria personalità, conosce meglio se stesso, è quasi un incontro mistico (...). Da questa ideologia nasce l’idea del lavoro come “dono” dell’individuo alla collettività, nasce la giustificazione del lavoro gratuito, malpagato. Il principio marxista che considera il lavoro il terreno primordiale sia dell’antagonismo sociale che della cooperazione tra individui, il terreno sia del conflitto che della solidarietà, viene completamente cancellato.

Pochi sanno che Sergio Bologna è anche studioso di teologia protestante, oltre che di Max Weber. Questa formazione gli permette oggi di rivelare il contenuto meritocratico, sacrificale e religioso del neoliberismo che trasforma il lavoro in impresa di se stessi. “Considerare una persona come impresa è assurdo - scrive - l’impresa è un’organizzazione complessa di cooperazione tra più persone con diversi ruoli per la creazione di profitto in cambio dell’erogazione di salari”. L’impresa di cui parla il neoliberismo è una grezza filosofia dell’individualismo. Per “salvarsi” il soggetto deve accedere ad un “merito” stabilito dall’“eccellenza”, una qualità “mistica” attribuita dal “mercato” alle sue “virtù” nella competizione individuale.

Contro questo “soggettivismo esasperato, individualismo sterile e illusorio, un dispositivo che dissolve la nozione di lavoro”, Bologna opera un corto-circuito. Gli oppone il materialismo della rivendicazione di un reddito, un salario o un onorario. La definizione di un orario di lavoro, o di un contratto, lo sviluppo della vita privata, o collettiva, la concretezza di un diritto sociale alla sanità, alla maternità, alla pensione o al trattamento fiscale equo.

Al personalismo mistico della leadership si oppone frontalmente la concretezza dei diritti di cittadinanza da parte di “apolidi” privati di tutto, anche dei mezzi di sussistenza. Se non sei ricco, crepi. Punto e basta. Quindi devi proteggerti e organizzarti. E’ evidente che questa impostazione non riguardi solo i “lavoratori della conoscenza”. Mira, invece, ad affermare una qualità comune alle attività operose che il “soggettivismo” neoliberale non riesce a catturare nell’individuo-insetto delle sue teorie del mercato.

Quinto Stato
Significativa è la recensione del 2012 scritta da Sergio Bologna al libro Partite Iva. Il lavoro autonomo nella crisi italiana, a cura di Costanzo Ranci (Il Mulino, 2012). Si tratta di un confronto con il principale problema delle democrazie occidentali: il futuro del ceto medio proletarizzato. Attraverso le analisi dell’équipe di Ranci, Bologna mette in discussione la nozione di “ceto medio”, non diversamente da quanto già fatto con quella di “classe operaia”. A differenza di un solido pregiudizio, anche accademico, il lavoro indipendente (cioè autonomo e precario) non è fondato solo nel ceto medio. E non è nemmeno riducibile all’impresa.

Il lavoro indipendente vive in un orizzonte mercificato e mostra l’estrema difficoltà nell’individuare una categoria sociale unica del lavoro. Come dimostra il libro di Ranci in esso ci sono le microimprese, i professionisti, i freelance e noi aggiungiamo anche i precari. Cioè tutti coloro che lavorano come non dipendenti ma conto terzi come working poors, i cottimisti contemporanei. C’è la professionalità, l’’imprenditorialità e l’autonomia nelle relazioni organizzative. Ma anche lo sfruttamento brutale.

La difficoltà di una definizione emerge anche dal punto di vista numerico: solo in Italia ci sono almeno 3 milioni e mezzo di autonomi e 4 di precari, senza contare i piccoli imprenditori, e coloro che lavorano nella cooperazione o nell’associazionismo. Spesso sono le stesse persone che svolgono pià attività e hanno più identità socio-professionali. Sono un terzo della forza lavoro attiva nel nostro paese. Proporzioni simili si trovano negli Usa, come in tutti i paesi capitalistici occidentali.

La difficoltà di numerare questo fenomeno non è tuttavia un problema. Anzi è una risorsa. Sergio Bologna non intende creare in laboratorio una “classe”, né un “ceto”. Nè misurare statisticamente un lavoro per sua stessa definizione mobile e con qualità universali. L’impossibilità di accogliere la molteplicità in un soggetto - il “ceto medio”- è anzi il supporto ideale per dimostrare la necessità di liberare il lavoro indipendente dal “professionalismo borghese”, cioè l’ideologia delle libere professioni, così come dall’idea neoliberista per cui gli indipendenti sono solo imprese (individuali).

Riconoscere invece questa molteplicità sul piano del lavoro, inteso come produzione di valore e come pratica di cittadinanza, significa riconoscere la generalità del processo che noi definiamo Quinto Stato, con l’associazione dei freelance Acta e con lo stesso Sergio Bologna E’ nel lavoro indipendente, e nelle sue contraddizioni, che si possono trovare oggi anche le alternative nel lavoro e nella società, binomio inscindibile saldato dal legame indissolubile e problematico tra vita e produzione. Da precisare che in questa definizione - in quanto processo e non soggetto, condizione e non identità - non è esclusa la classe operaia. Bologna dimostra che anche questa classe è inserita in un processo più ampio. La fabbrica è innestata in uno dei suoi snodi, ma non è lo snodo.

Postfordismo dal basso
Dove si appoggia, allora, questo processo? Nella capacità di auto-organizzazione professionale, sociale, civile, territoriale, imprenditoriale o cooperativa del lavoro indipendente. Così facendo Bologna disegna la traiettoria storica di un “post-fordismo dal basso” contrapposto al processo analogo, ma opposto, che impone istanze autoritarie e populistiche dall’alto e soggetti acefali, senza qualità e schizoidi del neoliberismo. Un processo che distrugge i “corpi intermedi” come sindacati o partiti e fa a pezzi il capitalismo in miniatura dei distretti o quello familistico, stritolati dalle istanze tecnocratiche delle élite finanziarie.

La sua insistenza sul “lavoro della conoscenza”, declinato in maniera più ampia della mera “classe creativa” o del “lavoro immateriale”, sembra oggi rispondere ad una delle critiche avanzate da Karl-Heinz Roth, storico interlocutore tedesco del post-operaismo italiano:

Ricercare la frazione egemonica all’interno della composizione di classe e riconoscere la pluralità e l’eguale importanza di diverse stratificazioni sociali. Ciò che permette di affrontare il problema della formazione delle classi a livello globale.

In questa luce, la ricostruzione contenuta in Knowledge workers è decisiva. Non solo spiega il senso della ricerca di Sergio Bologna nell’ultimo ventennio, ma indica la direzione politica collettiva espressa da numerosi soggetti e associazioni nel lavoro indipendente, autonomo e precario, nel nostro paese. E non solo.

Primo dato: la centralità della condizione del lavoro indipendente. In questa categoria Bologna guarda la frazione “egemonica” del lavoro della conoscenza, cioè il lavoro autonomo (professionalismo classico e quello postfordista) e il lavoro precario (in tutte le sue manifestazioni). Questa centralità non è solo produttiva, ma soprattutto sociale e di immaginario. Non c’è discorso sulla società, sul lavoro o sulla politica che non faccia ormai riferimento a questa condizione del quinto stato. Per ultimo l’ha dimostrato l’episodio sulle partite Iva che ha spinto Renzi ad ammettere di avere “fatto un autogol” con il suo governo.

Fare coalizione
Questo lavoro della conoscenza è una categoria, a dir poco, contraddittoria. Oggi indica un soggetto povero, pervaso dagli istinti della meritocrazia, dell’individualismo, dalla schizofrenia dell’impresa personale. Non è un caso se le riforme del lavoro, come quelle dell’università, o il discorso sull’“innovazione sociale” abbiamo come esclusivo riferimento questo ambito. Da anni si registrano grandi sconfitte e non si riesce a formulare una risposta, né tanto meno un’egemonia. Ma questo è il terreno di battaglia oggi. Bisogna trovare una strada però.

In un’intervista Sergio Bologna ha offerto una traccia, partendo dalla sua esperienza personale:

Ho lavorato come impiegato all’Olivetti, occupandomi di elettronica, ero iscritto alla FIOM. Quindi dicevamo: nella fabbrica non c’è soltanto l’operaio massa, ci sono anche gli impiegati che, si sa, tradizionalmente sono stati dalla parte dei padroni. In realtà quanto più aumenta, nel personale impiegatizio, nella fabbrica, in seguito all’evoluzione tecnologica, la componente tecnica dotata di competenze tecnico-specifiche, tanto più si riduce il peso della componente amministrativa o di puro controllo e quindi diventa più facile realizzare l’alleanza tra lavoro di conoscenza e lavoro manuale (distinzione abbastanza fasulla ma in un’organizzazione gerarchica come la fabbrica conta).

Lavoro della conoscenza, mentale (o digitale) e lavoro manuale, operaio (o esecutivo) è dunque una distinzione “fasulla”. Questo è il primo dato per discutere del “quinto stato”. Ciò che permette una tendenziale composizione (e non unificazione) di categorie che rimandano a ceti sociali e status professionali opposti è la qualità del lavoro e della vita. Per qualità s’intende innanzitutto un rapporto con la tecnica, e in particolare con la tecnologia.

Così è nella fabbrica per l’operaio, così è per il freelance con il Pc. Tale qualità indica inoltre il contenuto, e la forma, di un lavoro: cioè la competenza tecnica e la conoscenza. La prima è remunerata, è il prezzo del lavoro; la seconda molto meno perché è l’insieme dei saperi, relazioni, attitudini, memoria, del corpo e del desiderio che costituiscono l’esperienza di un soggetto nel mondo.

La coalizione tra precari e lavoratori autonomi di cui Bologna parla da almeno dieci anni, prima dunque di Landini e Fiom, indica la necessità di comporre la ricerca di queste qualità: sul lavoro e dentro la vita. Non è un’alleanza tra soggetti, ma tra condizioni diverse. Non è la somma di componenti della società, o del lavoro: cioè la coalizione del sociale. È un processo di conquista di un’autonomia individuale e collettiva: cioè la creazione di un potere comune.

Sergio Bologna
Knowledge workers. Dall'operaio massa al freelance
Asterios Editore (2015) pp. 56
€7,00