Rocket Man vs Dotard

Maria Anna Mariani

I speak not like a dotard nor a fool,” dice Leonato in Molto rumore per nulla. La sua voce è tremula d’offesa.

Quando ieri Kim Jong-un ha chiamato Trump ‘dotard’ nessuno, scrive il “New York Times”, sapeva cosa voleva dire questa parola. E così tutti i vocabolari, elettronici o di carta pastosa, si sono trovati in simultanea spalancati su un epiteto prelevato da Shakespeare. Dotard: vecchio rimbambito. Con sgomento adesso ci accorgiamo che dotard è proprio la parola che cattura l’essenza del vegliardo schizoide al comando degli Stati Uniti. Facciamo caso anche al significante nudo e crudo: basta permutare due lettere, e DOnAlD diventa DOtArD.

Dotard è la risposta iper-letteraria all’appellativo pop che una settimana fa Trump ha scagliato contro Kim Jong-Un: Rocket Man, dal titolo di una canzone di Elton John. I contesti da cui sono carpite queste parole, che sembrano missili lanciati a razzo l’uno in reazione all’altro, condensano gli immaginari stereotipi di due culture in attrito: una glitterata e ammiccante e l’altra arcaica e solenne. Ma questa è solo la prima osservazione che viene in mente quando si accostano le due parole. Andiamocelo a riascoltare tutto quanto il testo di Rocket Man.

https://www.youtube.com/watch?v=DtVBCG6ThDk

Ecco: ci ricordiamo adesso che la canzone è dolente, che l’uomo missile è una figura che ispira compassione. Povero Rocket Man: se ne va su Marte, blindato dentro una navicella che lo porta via dalla terra, via dalla moglie, via dai figli mai nati (su Marte fa freddo, non è posto dove far crescere i bambini, poveri bambini con chi giocherebbero mai su Marte. È solo, Rocket Man, fa un lavoro che lo distanzia da se stesso e dal mondo, è un ingranaggio di quella scienza che non capisce, non capisce, che mai capirà).

Ma ecco Trump cosa fa: non gliene importa un bel niente del povero Rocket Man che ci fa struggere per il suo destino di reietto cosmico. La capsula spaziale che ingabbiava quest’uomo e lo allontanava dai suoi affetti diventa d’un tratto una siringa atomica che ci minaccia tutti quanti, che farà divampare in cielo due soli e ci trasformerà in ombre anonime tatuate sul cemento, come quelle che stanno a Hiroshima ad ammonirci che l’umanità intera è eliminabile.

Trump brandisce il nomignolo Rocket Man come un’arma e fa della citazione una pura operazione della perdita: solo se restauriamo il contesto ci ricordiamo che Rocket Man va compianto, non temuto.

Ma Kim Jong-Un e i suoi generali che gli si stringono intorno a quel tavolo felpato di mappe, tutti ridenti, non l’hanno mica restaurato il contesto della canzone di Elton John. Rocket Man è ormai una scheggia linguistica immemore del suo intorno di parole. Rocket Man si è tramutato in un uomo bionico che coincide con l’arsenale atomico che ha alimentato negli anni.

Non ci sono contesti capaci di arginare il più aggressivo degli atti linguistici: l’insulto. Che è personalistico: si appunta sui tratti di un individuo e li irrigidisce in caricatura. E genera così una reazione viscerale, uguale e contraria: sei deficiente-sei ritardato, sei uno stronzo-sei un testa di cazzo. Ma poi ci si mena. Solo che qui le mani che menano sono mani bioniche, che si trascinano via nel pugno scagliato nazioni intere, forse il mondo intero. Il mondo intero con la leucemia per colpa di una canzone mutilata.

Dotard è un insulto ancora più personalistico di Rocket Man. Già percepiamo l’escalation dell’irritazione. Dotard mette in ridicolo i tratti più vulnerabili e creaturali dell’uomo: il corpo e la mente in disfacimento. Tutta la demenza senile è condensata dentro questa parola che offende ben più di Rocket Man. Anzi, al confronto Rocket Man diventa un complimento: postumana corazza tecnologica, impermeabile al tempo. È così che Kim trionfa, mentre mostra a Trump e a tutti noi che padroneggia perfettamente il lessico dell’inglese-linguaggio universale. Non solo lo padroneggia, ma ci ritorce contro Shakespeare.

Qualche ora fa Trump gli ha risposto: Little rocket man, cercando di incrinare la potenza bionica che gli aveva prima associato. Non sei onnipotente Rocket Man: sei piccino, hai un arsenale ridicolo, sei solo un bambinone bulimico coi suoi giocattoli fiammanti.

Così dice Dotard. Ma Dotard, dotard, ripensiamoci un istante al contesto di questa parola: la commedia Tanto rumore per nulla. Il titolo è entrato nel linguaggio comune e si è ossificato in un’espressione che indica qualcosa di irrilevante e trascurabile. Ma sarà proprio vero che questi insulti fanno tanto rumore a vuoto? È davvero solo uno scambio di atti linguistici? O invece che parole facili a dileguarsi nel nulla, è un nulla di altro tipo quello a cui ci condannano? Pensiamoci, mentre aspettiamo il prossimo missile – e speriamo che sia ancora solo verbale.

Nora W., o dell’estetica coreana

Claudio Canal

Kim Song-keun, Cha Yong-ho, Kim Chol, Ri Ki-song, Rescue in the Dark Sea, 1997
Kim Song-keun, Cha Yong-ho, Kim Chol, Ri Ki-song, Rescue in the Dark Sea, 1997

Nora W. Tyson, ammiraglio alla guida della Terza Flotta degli Stati Uniti, si sta avviando sulla portaerei Carl Vinson verso i mari coreani. Non l’avrebbe immaginato da ragazza quando studiava alla scuola episcopale di Memphis, sulle rive del Mississippi. Ancora meno avrebbe previsto di servire da detonatore della terza guerra mondiale. Se non fosse che la Terza Guerra Mondiale è scoppiata da un po’ e noi fingiamo di non saperlo perché, a differenza del passato bellico, oggi i fronti sono volubili e intercambiabili e i combattenti si sono “democratizzati”. Posso salire su un Tir e diventare un decorato della Terza Guerra Mondiale, l’autobomba può essere piazzata nella trincea immaginifica del mercato sotto casa, e il bombardamento a tappeto profilarsi laggiù all’orizzonte. Campi di concentramento dovunque, evacuati, sfollati e profughi di mezzo mondo fuggono alla cieca, mille linee Maginot prendono forma di muri inespugnabili, si accaniscono senza tregua pulizie etniche e deportazioni di massa, mercenari, contractors, truppe speciali, foreign fighters trasudano testosterone e rappresaglia, kamikaze in febbrile fervore di morte, ipertecnologiche nuove armi all’opera accanto a coltellacci e mannaie, balletti diplomatici a gara nel farfugliare, vittime in sterminato esubero, gas tossici per grandi e piccini, anche i neonati conoscono la parola carneficina, reality show dell’orrore tutti i giorni sugli schermi, ordigni nucleari che si scaldano i muscoli.

La Seconda Guerra Mondiale invece l’ha vinta lui, Adolf Hitler, nonostante il suicidio nel bunker. E questo probabilmente Nora W. Tyson l’ha capito. Il nuovo che avanza è il nazismo, resettato e rimaneggiato, adattato ai tempi. Gode del successo planetario del razzismo xenofobico, dell’invocazione cosmica dell’uomo forte anzi fortissimo, un Führer al comando, del culto mistico del popolo e delle sue incarnazioni oligarchiche ai vertici, della sicurezza da imporre con brutale universalità, della immane potenza della propaganda che la dà a bere con le sue neolingue, della plebiscitaria liquidazione del nemico tramite soluzione finale, del diritto naturale all’aggressione e alla violenza di bande internazionali, Stati, Sovrastati, e corporations, dello spazio vitale da presidiare con le unghie e con i denti. Mondo, tutto questo sarà tuo fra non molto.

La flotta solca i mari. L’amnesia condivisa anche, perché una guerra di Corea c’è già stata. Due, tre milioni di morti? Il batticuore dell’umanità aumenta. Un piccolo sovrano di una moderna dinastia fondata sul neurocomunismo si agita perché teme di non poter più vivere da barone rosso. L’hard power della casa regnante ha forgiato una pedagogia strepitosa che ha marionetizzato la popolazione. Gli piace giocare a battaglia navale che piace anche ad un affarista miliardario gesticolante e truculento che pensa il mondo come proprio governatorato, da cui l’ammiraglio Nora W. Tyson dipende. Entrambi, Donald Trump e Kim Jong Un, sono seguaci di una fede necropolitica. Li vedrei volentieri relegati in una comunità agricola a coltivare fragole e peperoni. Per non farsi stordire dai due e dai loro fan conviene spostare la traiettoria dello sguardo.

KIM IN SOK 2016
Kim In Sok, 2016

Un importante libro, Visual Politics and North Korea. Seeing is believing, di David Shim, Routledge 2014, discute della politica visuale verso la Corea del Nord, che enfatizza le differenze, la distanza, il pericolo, l’isolamento invece delle affinità, di ciò che è familiare e comune a noi e al resto del mondo. Le immagini non sono mai neutrali e questo risalto visivo non giova a nessuno. Rimanda a un buco nero, a una terra incognita che fa paura. Curiosare non è conoscere. Non fa altro che avvolgerci ancora di più nella ferrea logica amico/nemico così ben teorizzata da un rinomato giurista e filosofo nazi e che sta infettando tutti gli esseri umani. I nordcoreani sono esposti giorno e notte alla contaminazione che su di noi ha un effetto da rilascio prolungato per cui la casella nemico si va velocemente riempiendo di ogni immaginabile altro. Sui fautori dell’apocalisse islamica l’intossicazione è esplosa sopprimendo tutti gli anticorpi. Si chiamava Dabiq la rivista patinata dell’ISIS. Adesso si chiama Rumiyah, cioè Roma: di qua noi, di là i crociati infedeli. Guerra santa.

E’ la Corea del Nord così paria, così intoccabile come si racconta? Isolata e sola come un’ostrica? Circondata e in stato d’assedio? In realtà mantiene contatti con molti Stati. Non si tratta solo del suo (ex?) sponsor, la confinante Cina, ma anche della Russia di Putin, confinante per soli 17 chilometri e cooperante per diversi rilevanti progetti infrastrutturali. Ufficiali e attive rappresentanze diplomatiche con Brasile, Germania, Gran Bretagna, India, Bulgaria, Cuba, Vietnam, Svezia, Romania, Indonesia, Egitto, Pakistan, Iran, Nigeria ecc. Relazioni commerciali, tecniche, culturali con Myanmar, con l’India, che addestra ufficiali e ricercatori nordcoreani, e, soprattutto, al pari della Cina, ma in formato bonsai, con molti Stati africani. Commerci, cooperazione tecnica, armi. L’inaspettato surrealismo del mercato ha qui la sua manifestazione più eloquente. La Corea del Nord esporta estetica. Riproducibilità politica ad altre latitudini. Una fabbrica d’arte nei pressi della capitale Pyongyang impiega 4000 tra artisti e artigiani su un’area di 120.000 metri quadrati ed è il lievito madre di questa impresa transnazionale: il Mansudae Art Studio, con un’importante rappresentanza a Pechino.

Monumento alla rinascita dell'Africa, Senegal. Foto di Christophe Blitz
Monumento alla rinascita dell'Africa, Senegal. Foto di Christophe Blitz

Una ventina di Stati africani esibiscono sulle piazze commemorazioni dell’indipendenza, memoriali anticoloniali, monumenti al futuro radioso, statuaria di leader a cavallo o di popolo in lotta, interamente pensati e scolpiti al Mansudae. Ispirati al pop e all’imponente realismo socialista un po’ machista e un po’ Maciste. Spesso a costo zero. Anche la Germania se ne è servita. Della pittura e delle arti affini ha l’esclusiva per l’Occidente un leonardesco italiano, Pier Luigi Cecioni, fiorentino, studi negli USA, traduttore, informatico della prim’ora, editore di Tuttouncinetto e di altre riviste di settore, curatore di mostre d’arte contemporanea. Vindice, naturalmente, dell’eliminazione degli azzurri dai mondiali nel 1966 da parte della squadra nordcoreana.

In un articolo un po’ visionario [Love’s Cruel Promises: Love, Unity and North Korea in International Feminist Journal of Politics, 1/ 2015] Shine Choe propone una lettura non imbalsamata dei romanzi dello scrittore sud coreano Hwang Sok-Yong [editi in Italia da Einaudi e Dalai] e discute della riunificazione della due Coree non attraverso una melodrammatica fusione “amorosa” che elimina l’altro, il Nord, ma attraverso il suo riconoscimento, che è anche un riconoscimento di sé. Il collasso della Corea del Nord, auspicato da molte cancellerie occidentali, può essere un cataclisma disastroso non solo per il Sud, come ha fantascientificamente immaginato Lee Eung-jun [in Vita privata di una nazione, Roma, Atmosphere Libri, 2016], ma per tutta l’area, per tutto un emisfero, come dimostra Tara O [in The Collapse of North Korea. Challenges, Planning and Geopolitics of Unification , London, Palgrave McMillan, 2016].

Un discusso analista, F. William Engdahl, ha sostenuto che la Corea del Nord è uno Stato vassallo degli USA [North Korea is an Pentagon Vassal State, nella pubblicazione russa New Eastern Outlook del 1 novembre 2016] perché con la sua politica clownistica consente agli Stati Uniti di coagulare gli sforzi bellici sui veri obiettivi a lungo termine, la Cina e la Russia. Kim Jong Un è stato educato per dieci anni in Svizzera e vuoi che la CIA non gli abbia offerto qualche caramella, sostiene Engdahl, arando un campo discorsivo già molto trafficato, quello del complotto globale. Motore immobile che guida la contemporaneità, secondo molti. Asse portante del nazipensiero, l’universale cospirazione giudeoplutocratica, trasportato di peso ai giorni nostri. Suo smagliante successo postumo. Macchinazione universale che preclude ogni iniziativa a noi piccoli terrestri.

Corea una e bina, distopie contemporanee

Claudio Canal

lolSiti Aisyah, indonesiana venticinquenne, dichiara che lo credeva uno scherzo. Di solito, però, nelle candid camera non ci scappa il morto altrimenti non sarebbero candid. Anche l’altra arrestata, una vietnamita ventottenne, credeva forse di giocare a innaffia lo sconosciuto? Non era acqua lo spruzzo, era un qualche veleno, si dice. Micidiale, se ammazza in così poco tempo senza lasciare tracce. Il famigerato gas nervino? Il povero Kim Jong-nam, fratello del caro leader nordcoreano, se ne è stato un po’ imbambolato poi è spirato sulla barella. La polizia ha arrestato anche un terzo sospetto, un nordcoreano di 45 anni. Ne ricerca altri tre, anzi quattro, che però sono volati via lo stesso giorno del gavettone postmoderno.

L’aeroporto di Kuala Lumpur, la capitale della Malesia, è il medesimo da cui è decollato il Boeing 777 con 239 persone a bordo e svanito nel nulla tre anni fa. Doveva essere un terreno sacro a qualche divinità vendicativa, l’area aeroportuale, se si allestiscono questi malefici. Una sola volta ci ho fatto scalo, ma non mi è successo niente, all’apparenza. Forse è un dio ridanciano e burlone. La ragazza vietnamita arrestata aveva una t-shirt con la dicitura LOL che, si sa, sta per lot of laugh ( tante risate). Poi una TV giapponese manda in rete un video in cui si vede una donna assalire di spalle Kim Jong-nam, e il medesimo rivolgersi preoccupato agli addetti alla sicurezza per segnalare che qualcosa non va sul suo volto. Infine una barella. Niente a che fare con lo shakespeariano polonio che ha steso a Londra la spia russa Litvinenko e, forse, Yasser Arafat?

Sembra che la Corea del Nord non abbia battuto ciglio o così dà ad intendere il caro fratellino, Kim Jong-un, leader maximo, che non si dimostra così fremente di ricevere le spoglie del familiare per i dovuti onori. Sempre che il malcapitato risulti effettivamente essere il fratellastro. Battibecchi tra ambasciate, Corea del Sud che soffia sul fuoco sparando accuse. La Malesia è uno dei pochi Stati a mantenere relazioni non ostili con Pyongyang.

Di questo intricato e attraente giallo asiatico non sappiamo quasi niente di certo e qui sarebbe anche il bello della storia se non fosse rovinata dal fragore dall’ultimo missile a medio raggio lanciato da una base nordcoreana e schiantato in mare a 400 chilometri di distanza. Più fumo che arrosto, ma il fumo impedisce sovente di vedere e capire cosa succede nella realtà là fuori. Ogni test missilistico è nello stesso tempo una domanda: mi volete sì o no prendere sul serio? Madre natura non è stata benevola con il brillante compagno Kim Jong-un e lui stesso con il suo parrucchiere sembra mettersi d’impegno per aggravare la endogena goffaggine. Così il tiranno un po’ fa paura un po’ fa ridere. Non gli riesce di essere marziale, come vorrebbe e ruolo dinastico imporrebbe. LOL, LOL.

I corpi contano, sappiamo. Lo sanno anche in Nord Corea. Il regime infatti ha da alcuni anni avviato un restyling dell’immagine corporea pubblica dando spazio in televisione e nelle sale da concerto autorizzate ad una band di ragazze musiciste di prim’ordine e militari di carriera. Tengono mirabilmente la scena, suonando, cantando e ballando. Mettendo in mostra le loro giovani bellezze fasciate da abiti luccicanti e succinti e con acconciature internazionali, virtuose che imbracciano un basso elettrico, siedono a un drum system, imboccano un sax tenore. La narrativa è calcolata, si tratta di assorbire nuovi idiomi e volgerli a vantaggio del regime. La Moranbong Band si presenta in messinscene hollywoodiane con effetti laser sbalorditivi, interpretando medley di arrangiamenti pop di Mozart, canzoni e inni patriottici, My Way, O sole mio , evergreen del rock. Chiudono con un’estetica del passato e la loro esibizione è una promessa di prosperità e di bellezza. Ambasciatrici di una nuova era di progresso e creatrici di un mondo fantastico. Quando si presentano con lo State Merited Chorus, un centinaio di maschi infagottati nell’uniforme militare che cantano disciplinati e impalati mentre scorrono sul mega schermo immagini di eroi della patria, kombinat industriali, panorami mozzafiato, ti stupisce la sovrapposizione nella medesima scena di un design politico double face. Il regime si umanizza? Il regime si sintonizza su nuove sensibilità che non possono essere lasciate a sé stesse, ma devono essere incanalate dall’alto. È la politica della musica. Quando poi la telecamera si allarga sulla platea dello smisurato auditorium vieni travolto dallo sguardo maschile, compassato e famelico, di qualche migliaio di burocrati e funzionari di partito in gita premio. Le artiste della band ne sono consapevoli, lo fanno “a fin di bene”, patriottiche a loro modo e sarebbe da stupidi sottovalutare questi slittamenti dell’immaginario. Non tutto può essere ridotto ai rituali di imbalsamazione social-politica e di oppressione scientifica. Muoversi dalla piazza Kim Il-sung verso lo stadio Kim Il-sung per arrivare in un attimo in piazza Kim Il-sung dove troneggia la statua di Kim Il-sung. La disponibilità gregaria di un’intera popolazione ha dei limiti, mentre l’altra Corea si infiamma per cacciare la presidente della repubblica teleguidata da una sciamana maneggiona, mentre il sancta sanctorum del business sudcoreano viene violato dalla magistratura con l’arresto per corruzione del patron della Samsung. Corea una e bina.

L’angelo in fiamme è il titolo di una musica visionaria del compositore coreano Isang Yun, oggi celebrato a Nord e a Sud, virtualmente unificate nella sua commemorazione. Il dolore della divisione del Paese non si è estinto del tutto. C’è chi ancora se l’aspetta e se la sogna di notte la riunificazione. Se gli capita di leggere Vita privata di una nazione di Lee Eung-jun, multiforme scrittore sudcoreano, i suoi sogni si trasformeranno in incubi. Il romanzo è appena stato tradotto in italiano dalla coraggiosa casa editrice Atmosphere libri di Roma, partendo dall’originale del 2009. Bel titolo di merito perché spesso la fiorente letteratura coreana subisce una traduzione al quadrato, prima in inglese e da qui in italiano, nonostante che la Corea [del Sud] sviluppi una efficace politica di sostegno alle traduzioni dal coreano. Il lavoro di Mary Lou Emberti Gialloreti, traduttrice del libro, non deve essere stato agevole, non solo per l’ovvia distanza tra le due lingue, ma soprattutto perché il testo di Lee Eung-jun è anch’esso “distopico” come il romanzo, procede per stratificazioni e spigoli, e apre una scena che si potrebbe tecnicamente definire noir, ma che è invece molto di più.

Le due Coree si sono riunificate nel 2018, immagina l’autore, ed ecco cosa sono diventate: un luogo tetro in cui scorrazzano bande criminali e poliziotti corrotti fanno il bello e cattivo tempo, in cui circolano nuove e travolgenti droghe dal nome seducente, in cui il passato si affastella nelle menti come dogma o come immondizia. La violenza non è una scelta, è un destino. L’angelo del Nord è andato in fiamme, è imploso e risucchiato dal vorace capitalismo del Sud che tutto divora. Riunificate, le due parti disperatamente non combaciano. Lee Eung-jun sembra suggerire la domanda: il mondo sta diventando una “Corea riunificata”?