Una morale smart per il nuovo millennio

Giorgio Mascitelli

Nei giorni scorsi si è diffusa sui giornali italiani la notizia infondata che il presidente della commissione europea Juncker avrebbe chiesto scusa per la politica di austerità condotta contro la Grecia, tant’è vero che alcuni esponenti del governo si sono affrettati a parlare di ‘lacrime di coccodrillo’ e di ipocrisia. Vorrei innanzi tutto rassicurarli: il presidente della commissione non si è macchiato di un simile comportamento riprovevole, si è limitato a chiedere scusa per l’avventata austerità, anche se le riforme strutturali restano essenziali e per gli insulti piovuti sui greci. Insomma, in Grecia è stata fatta la cosa giusta, anche se un po’ brutalmente (eppure mi ricordo che allora la questione della rapidità dei provvedimenti era considerata essenziale dalla troika). Ecco, si tratta di un peccato veniale forse dettato dall’eccessivo entusiasmo europeista.

In realtà, anche se le scuse fossero state più articolate e fondate, dal punto di vista pratico non sarebbe cambiato molto: non è certo un presidente a fine mandato che può cambiare le politiche che tuttora sussistono in Grecia o rinegoziare gli obblighi che graveranno su questo paese per tutto il secolo. Da un punto di vista pragmatico, il comportamento di Juncker e di Dijsselbloem, che lo aveva preceduto nell’ammissione che il prezzo pagato dal popolo greco era stato troppo pesante (senza scusarsi peraltro), è comprensibilissimo per vari motivi: è chiaro che il fantasma della Grecia è stato decisivo per l’affermazione elettorale di tante forze politiche sovraniste, che verosimilmente alle prossime elezioni europee modificheranno radicalmente la composizione del parlamento di Strasburgo. Basti pensare in Italia a una forza come i 5stelle, che, senza lo spettro greco ad agire sottotraccia sul nostro elettorato, difficilmente con la sola questione della lotta alla corruzione e ai privilegi del ceto politico sarebbe potuto diventare il primo partito del paese. Ecco allora che il pentimento tardivo può essere una strada per diminuirne l’impatto. Se si considera poi che qualche organismo internazionale come il Consiglio d’Europa ha cominciato a produrre qualche rapporto ufficiale, nel quale le politiche di austerità compiute in Grecia vengono analizzate dal punto di vista dei diritti umani con esiti che ne evidenziano la violazione, allora è saggio fare qualche ammissione generica e qualche retromarcia altrettanto vaga in maniera che l’argomento mediaticamente risulti a qualche titolo già affrontato e non nasca un interesse magari più specifico sulla vicenda.

Del resto, lo statuto delle scuse nella società politica contemporanea occupa uno spazio morale ben definito e molto articolato: innanzi tutto la pratica di scusarsi non è riservata a tutti, ci sono persone che sono oggettivamente inescusabili; la distinzione tra coloro che possono avvalersi della facoltà di fare scuse e coloro che non possono ricalca grosso modo la linea della differenza tra coloro che un tempo sarebbero stati chiamati galantuomini e la canaglia. La cosa interessante è che tale statuto e la relativa differenza riguardano non solo persone fisiche, ma anche istituzioni e soprattutto gli Stati.

È comprensibile che le cose stiano così perché un galantuomo, individuale o collettivo: scusandosi chiarirà che l’errore che ha prodotto una deviazione del suo comportamento non si ripeterà più, potendo riprendere così le sue normali attività in un clima moralmente sincero e sereno. Inoltre, in questo modo, se il già menzionato galantuomo dovesse incorrere in un comportamento successivo che presentasse qualche somiglianza con quello per il quale si era già scusato, il pubblico sarà rassicurato nel sapere che tali somiglianze sono del tutto illusorie poiché è universalmente noto che i galantuomini, individuali o collettivi, sanno mettersi in discussione quando commettono un errore di modo da non ripeterlo più. Suppongo che l’esempio più cospicuo di questa pratica sia costituito dalle scuse che il presidente degli Stati Uniti Clinton presentò alla popolazione del Guatemala nel 1998 per le violenze e le sofferenze procurate dal regime guatemalteco, nato dal colpo di stato del 1954 e che le ingerenze del governo di Washington avevano creato.

La pratica delle scuse costituisce un cospicuo e interessante esempio del fatto che anche nel campo della morale sia possibile fare passi in avanti e ci sia un progresso effettivo e forse anche misurabile. In passato per simili problemi si avevano a disposizione solo due procedure: l’orribile casuistica, escogitata dai gesuiti, per cui si analizzavano i casi specifici in cui una legge morale inderogabile non valeva, e la cinica ragion di stato, per la quale qualsiasi nefandezza era giustificata da fini superiori. È chiaro che queste due modalità, per quanto efficaci, lasciano scorie o, per meglio dire, aloni sulla rispettabilità di chi le usa e che invece una franca ammissione delle proprie colpe o al limite anche un’ammissione di alcuni inconvenienti secondari del proprio comportamento, come nel caso di Juncker, non lasciano affatto con gli ovvi vantaggi morali che ciascuno può arguire.

Le dichiarazioni del presidente della commissione, tuttavia, sembrano avere un’ulteriore funzione che è quella di suggerire, del tutto illusoriamente, una possibile revisione delle politiche condotte nel paese ellenico. Questa impressione è fondamentale per cancellarne un’altra, oggi molto diffusa in molte parti d’Europa, ossia che la gestione della crisi greca sia stata il momento costituente di un nuovo ordine dell’Unione Europea e che in futuro, molto più del trattato di Maastricht o dell’introduzione dell’euro, verrà ricordata come il vero spartiacque. Infatti, è solo in questo frangente che è emersa con chiarezza la percezione che il governo tedesco detiene il potere sovrano dell’introdurre lo stato di eccezione, cosicché gran parte degli avvenimenti politici europei degli ultimi cinque o sei anni potrebbe essere rubricato sotto il titolo di reazioni a questa percezione. Ora questo genere di percezione, che in ogni epoca ha disturbato il detentore del potere, è particolarmente negativo per la UE in quanto essa riposa su un immaginario e una retorica per così dire kelseniani, costituzionali, contrattualistici, al pari di tutte le istituzioni neoliberiste. Anzi, si potrebbe dire che gli aspetti politici (poi naturalmente ci sono quelli economici) della crisi europea risiedono tutti in questo conflitto tra l’autorappresentazione in chiave liberale (un’autorappresentazione che non è un mero orpello decorativo o un’ipocrisia, ma è necessaria per il funzionamento del sistema e la fiducia degli investitori) e l’effettiva collocazione della sovranità. In questa prospettiva le scuse di Juncker diventano un passaggio importante in un’operazione di mascheramento della percezione dell’effettiva sovranità.

Insomma, la sincerità e la franchezza si dimostrano le migliori forme di dissimulazione, ma questa constatazione non deve farci indulgere a vieti atteggiamenti di sterile indignazione perché è del tutto comprensibile che un mondo smart abbia una morale smart.