Venezia 2018 / El Pepe, At Eternity’s Gate, Dragged Across Concrete, Tramonto

Le utopie concrete di El Pepe, i colori di Vincent

Mariuccia Ciotta

Un maggiolino tutto matto color azzurro cielo percorre le strade di Montevideo, è una riproduzione in cartone, issata su un camioncino, della Volkswagen di Pepe Mujica, il presidente dell'Uruguay al suo ultimo giorno in carica. Schegge di materiale d'archivio che Emir Kusturica alterna alla sua intervista nella fattoria di Mujica alla periferia della città, davanti a una tazza di mate, che il regista serbo non sa proprio gustarsi, in El Pepe, una vida suprema (fuori concorso). Mujica è arrivato al Lido, applaudito come un divo, protagonista anche di La noche de 12 anos (Orizzonti) dell'uruguayano Alvaro Brechner che racconta gli anni di prigionia passati quasi tutti in isolamento durissimo. Il regime militare dopo il colpo di stato del '73 arrestò nove tupamaros al comando del Movimiento de Liberación National e li proclamò “ostaggi”, alla prima azione dei guerriglieri sarebbero stati uccisi. Servivano vivi, e l'idea della dittatura era quelli di farli impazzire sotterrati in un buco senza luce. Invece, dall'isolamento è uscito fuori un politico-poeta, un eccentrico filosofo che non ha nulla di folkloristico, al contrario del ritratto che ne fanno i media. Pepe Mujica è un rivoluzionario che coltiva i fiori, è un umorista che sa come “rammendare” le casette diroccate dei poveri, che vorrebbe portare l'acqua dei ghiacci dell'Artico sciolti dal global warming fino nel Sahara, “si può fare”. E che sa volare con le fantasmagorie di mondi futuri e coltivare la terra – insegna agli studenti come si colloca il seme nei solchi – anche perché è stato ministro dell'agricoltura. Supera la modernità – lui ottantenne – e suggerisce uno smartphone dotato di sala da bagno per persone di una certa età. Scherza Mujica e Kusturica ne libera lo spirito penetrante in cerca di un'utopia concreta. Non vorrebbe, l'ex tupamaro, 80 miliardi per l'Uruguay – il nazionalismo non fa per lui – ma per un investimento globalmente utile, per una “grande opera” da realizzarsi incollando tante piccole opere.

Kusturica, al contrario del cupo film “carcerario” di Brechner, racconta in stile Mujica, saltella con gli attori di strada, i volti dipinti, sale sulle camionette festose, lungo le strade di campagna, sbandiera le complessità del presidente che riconosce “il sano egoismo” dell'individuo ma avverte che l'essere umano è per sua natura “sociale”... Il capitalismo qualcosa che spreca energie, brucia piaceri. Una pecora nera al potere, il libro che Pepe presenta in questi giorni in Europa, storia scritta insieme alla compagna Lucia Topolansky, specialista in documenti falsi al tempo della guerriglia, ora vicepresidente accanto a Tabaré Vazquez, si sventaglia nell'andirivieni del tempo, 2010-2015 la presidenza, e nell'oggi di Mujica che lascia in eredità una specie di Pepeland, la sua start up per giovani coltivatori. Tra le cronache di allora, i frammenti in bianco e nero di L'Amerikano di Costa-Gavras, dove c'è già tutto l'Uruguay dei tupamaros e il sequestro anni '70 di un agente della Cia, addestratore sotto copertura di truppe paramilitari latino-americane, istruite alla tortura e all'omicidio. Cuarón l'ha raccontato in Roma nella versione messicana, strage di studenti nel '71, e prima nel '68.

In concorso, At Eternity's Gate di Julian Schnabel, pittore-regista nell'esercizio di imitare le pennellate di Van Gogh con piccoli colpi della macchina da presa, un su e giù dal maldimare, velature dell'immagine come lenti-multifocali fuori fuoco, e dissolvenze sovrapposte... Il regista di Basquiat ('96) rivendica la comprensione americana per il pittore olandese, respinto in Europa e rinchiuso in manicomio. L'action painting di Pollock ha per maestro Van Gogh sostiene Schnabel nel film che segue l'artista a Arles in Provenza, dove morirà per un colpo accidentale di pistola all'età di 37 anni. At Eternity's Gate insegue Van Gogh per campi assolati e notti blu e tutto finirebbe nel sussulto dell'inquadratura e nelle gigantografie di volti in primo piano se non fosse per Jean-Claude Carrière, lo sceneggiatore surrealista di Bunuel che intesse dialoghi come versi di una cantilena infantile, se non fosse per Willem Dafoe che è Van Gogh resuscitato e per Oscar Isaac nella parte di Gauguin, e a seguire Mads Mikkelsen, Emmanuelle Seigner e Matthieu Amarlic. Pittura di massa per Schnabel che non sa usare il “pennello” ma i colori sì.

El Pepe, una vida suprema (fuori concorso)

Regia: Emir Kusturica

At Eternity's Gate (in concorso)

Regia: Julian Schnabel

Come sedurre lo stereotipo e poi ammazzarlo

Roberto Silvestri

Due sbirri bianchi, uno anziano, Mel Gibson, e l'altro più giovane, Vince Vaughn, sospesi dal servizio perché filmati mentre fanno semplicemente i cop, si vendicano dei loro capi, dei media “che trattano in maniera inappropriata i comportamenti inappropiati” e di una vita sottopagata e piena di frustrazione, architettando un bel piano. Rapinare i rapinatori di una banca (ferocissimi, come prestati da un Marvel movie) e vivere felici coi loro lingotti d'oro. Però qui chi vince davvero non è il “giustiziere della notte” e neppure “il principe della città”. Ma una specie di Charlie Varrick, l'ultimo degli indipendenti...

Fuori concorso un thriller metropolitano cool e heavy metal, come se ne facevano negli anni 70 e anche prima. Dragged Across Concrete, si può tradurre con “trascinato nel cemento”, è l'opera terza dello scrittore di romanzi trans-pulp, regista, operatore e musicista di Miami Steven Craig Zahler. Piuttosto abile sia nelle strofe che nei ritornelli (tutte le song sono sue). Sa creare atmosfera e tiene bene gli assoli. E, come se fosse uno degli Skiantos, sa anche auto-sbeffeggiarsi. Un allievo inconsapevole di Walter Hill, una specie di Don Siegel redivivo e aggiornato, almeno a giudicare dai film precedenti, il western Bone Tomahawk e il carcerario Brawl in Cell Block 99, anche se i suoi miti qui sono i Lumet e Scorsese più dark. Oltre a tenere sempre desti i riflessi dello spettatore, trattando i suoi copioni come fanno col nemico i bombaroli, agendo sempre di sorpresa, Zahler (che deve essere un esperto di videogame perché ne promuove l'alto valore educativo), attraverso improvvise incursioni splatter, cambiamenti di ritmo, umorismo inaspettato, sequenze “deboli” trasformate in scaturigini dalle conseguenze devastanti, fa a pezzi la cosiddetta sceneggiatura di ferro (vecchio) e la monoliticità dei personaggi (il buono, il cattivo e il medio sono 'fuori campo' ), evidenziando e freddandone ogni stereotipo. Ma dopo averlo deliziosamente maneggiato.

Dragged Across Concrete (fuori concorso)

Regia: Steven Craig Zahler

La donna senza qualità

Roberto Silvestri

Già campione del mondo del cinema d'arte, dopo aver vinto l'oscar con Il figlio di Saul, László Nemes, testa di serie ungherese qui al Lido, trasporta la sua affascinante e inebriante macchina narrativa, fatta di febbrile macchina a mano più steady cam indagatrice di spazi decolorati della storia, dei corpi e delle menti, da Auschwitz a Budapest, a un passo dalla prima guerra mondiale e dalle deflagrazioni dell'Impero austro-ungarico. Non a caso il titolo del film, in concorso, è Tramonto. Questa volta il personaggio “che non deve chiedere mai”, inossidabile e indistruttibile nelle sue missioni impossibili, come fosse l'angelo della vendetta o il non eroe di Musil, è una bella ragazza bionda e apparentemente fragilissima, ma dagli invidiati cappelli art nouveau (frutto dei suoi studi modistici triestini). Rientrata a casa per lavorare nella prestigiosa ditta di famiglia, scopre di essere capitata dentro un fitto intrigo hitchcockiano fatto di genitori scomparsi, atelier bruciato, fratello disperso, minacciose bande di gangster, anarchici, ruffiani travestiti da borghesi, orrida nobiltà asburgica, tracce di Sissi. E che la via per far esplodere davvero tutto quel mondo corrotto ha bisogno di una trasformazione totale, innanzi tutto, del proprio corpo. Che la metafora della Ungheria di oggi, orbanizzata e miserabile, sia esplicita non è l'intuizione migliore del film. Che sia una bionda esplosiva in stato d'allarme ad agire e guidare le lotte cambiando letteralmente pelle, nomade come sono i gitani sanno essere, è rincuorante.

Tramonto (in concorso)

Regia: László Nemes

Berliner Karussell

Arianna Di Genova

Non si va a Berlino solo per vedere una «mostra». O come a Kassel, sempre in Germania, per l’immersione nelle nuove istanze di Documenta, magari attraverso un giro veloce che permetta di amalgamare dentro di sé centinaia di artisti e altrettanti assunti teorici (quest’anno affidati dalla curatrice della tredicesima edizione, Carolyn Christov Bakargiev, anche ad antropologi, scienziati, scrittori, filosofi). Da Berlino si pretende molto di più. Una specie di rigenerazione delle proprie passioni da praticarsi giorno dopo giorno nei grandi spazi dei quartieri di questa città work in progress e nella luce intensa del nord che la avvolge fino a tarda sera, da maggio in poi.

Berlino, infatti, mette a suo agio chiunque. Ma la settima Biennale di arte contemporanea, a cura dell’artista polacco Artur Żmijewski, affiancato da Joanna Warsza e dal collettivo russo Voina (visitabile in diverse location fino al 1 luglio), volutamente si propone di interrompere questo circolo «vizioso» del benessere. Forget Fear è il titolo che la contraddistingue, eppure la paura è tangibile: non tanto a causa delle manifestazioni, dei conflitti aperti in ogni zona del pianeta e della carica eversiva di Occupy (cui non si può che plaudire) quanto di un retrogusto concettuale che riconduca direttamente a capofitto negli anni Settanta, dimenticando altri quarant’anni della nostra Storia e le strade alternative che anche la politica e le sue piattaforme collettive hanno intrapreso. Dalla sua, questa Biennale combattiva e non pacificata ha una energia propositiva che non emana però dagli artisti (sono pochi gli invitati e molti invece i dibattiti e le occasioni di incontro settimanali che uniscono pubblico e promotori delle iniziative) ma da un provocatorio infischiarsene delle regole e da una sua «evanescenza» oggettuale che crea spazi inediti per il libero pensiero e pause riflessive più ampie di una qualsiasi kermesse culturale.

Dall’altra, nutre in sé un germe letale e il suo azzeramento dei linguaggi artistici (è ammessa soltanto l’improvvisazione dei writers ed è ben vista qualche installazione al KW, come quella della messicana Teresa Margolles che ha collezionato la «violenza» del suo paese attraverso le copertine dei quotidiani, i disegni-fumetto che scorrono lungo le pareti dell’attivista e artista bielorussa Marina Naprushkina, l’utopico stato della Palestina messo su da Khaled Jarrar), a rigor di logica, dovrebbe avere come conseguenza la sparizione della Biennale stessa. Ma Żmijewski naturalmente non si spinge a tanto e chiama a sé lo spettatore, cambiandogli i connotati, rendendolo cittadino consapevole e solleticando la sua coscienza critica da esercitare contro i giochi dell’economia mondiale. Il risultato è un labirinto di sensazioni, dal sapore retrò, e qualche spiraglio di vere azioni di disturbo, di incursioni nell’attualità. La Biennale, nonostante il suo proposito così profondamente democratico, meritevole di ulteriori sviluppi, risulta alla fine scollegata dalla realtà, frammentaria, troppo direzionata ideologicamente.

Meglio va a chi si avventuri dentro la pancia del Martin Gropius Bau dove albergano «classiche» rassegne - per allestimento e mole di opere - non meno politiche però nel loro impatto sul visitatore. Art and Press, in un percorso gigantesco che va da Beuys a Kentridge passando per Baldessari, Dumas, Ai Weiwei, fino a Polke, Schnabel, Moshiri, Benassi (con il suo progetto, già presentato a Venezia, che indaga i palinsesti del retro delle fotografie pubblicate sui quotidiani), cerca di intuire il nodo cruciale dei rapporti che hanno legato gli artisti alla stampa. Relazioni spesso «pericolose» perché improntate alla spettacolarità o appiattite sulla superficie della pura cronaca. Creatività e quarto potere dunque: un binomio interessante qui coniugato in maniera accademica, a volte tautologica ma sempre conflittuale, anche quando l’arma utilizzata è l’ironia.

Fotografie strappate ai reportage dei giornali – come le otto ragazze della scuola infermiere uccise da un serial killer che «rivisita» Gehrard Richter o i volti anonimi di morti cui rende omaggio Christian Boltanski estraendoli dalle pagine del catalano El Caso- diventano un archivio tattile e visivo della memoria liberando da un’esistenza precaria ed effimera quelle immagini. Così i Crash automobilistici di Andy Warhol, prelevati direttamente dalle cronache nere, finiscono per costellare di monumenti anti-eroici l’American Dream, rovescio della medaglia di un immaginario in corsa perenne verso il successo. L’oggetto cartaceo, in via di sparizione nell’era digitale, fa da piedistallo per il cervo-trofeo di Gloria Friedmann, che bramisce nel vuoto sovrastando giornali-immondizia.

Il tour continua poi al secondo piano con la grande esposizione che propone un focus sull’architettura sovietica che va dal 1917 al 1935 (in corso fino al 9 luglio). Attraverso modelli, schizzi, disegni e progetti, va in onda l’utopia urbanistica più stupefacente del XX secolo fino al suo estinguersi, ormai esangue e priva di spinte propulsive, nel declino delle idee rivoluzionarie. Le immagini fotografiche di Richard Pare, reporter che a più riprese ha visitato i luoghi e gli edifici rappresentativi di quell’epoca ottimista accompagnano come un sottotesto la mostra, riconsegnando palazzi e sogni al loro presente, che significa spesso un triste stato di abbandono. Parallelamente, scorrono anche le opere di artisti come Malevic, Tatlin, El Lissitzky, compresi architetti europei quali Le Corbusier e Erich Mendelsohn, che volevano partecipare alla costruzione della nuova società russa.

Infine, un salto al Deutsche Guggenheim di cui è stata annunciata la chiusura per la fine dell’anno senza specificarne ulteriormente i motivi (eppure la politica di espansione del blockbuster Guggenheim non accenna a contrarsi: è Helsinki la prossima stazione ambita, ma al momento la popolazione finlandese, democraticamente consultata, ha votato contro l’edificio e il suo architetto Frank Gehry). C’è lo slovacco Roman Ondak, nominato artista dell’anno e quindi chiamato ad allestire a modo suo il museo. Lo ha fatto con l’installazione Do not walk outside this area: per chi l’avesse sempre desiderato, sfidando vertigini e istinto di sopravvivenza, potrà camminare nel vuoto su un’ala di aereo.