La bellezza della rivoluzione

Mauro Petruzziello

«Antigone un personaggio tragico? Non proprio. Anzi, è felice perché sa quello che deve fare. Lo ha deciso. Anche a costo di morire». Lo scorso 10 aprile, la morte ha portato via Judith Malina che, meglio di chiunque altro nel Novecento, aveva assunto sulla sua pelle e nella sua vita quel personaggio. Quando parlava di Antigone, gli occhi di Judith Malina, che i suoi ottantotto anni avevano reso un’esile fessura fino a farli assomigliare a quelli di una meravigliosa lucertola, erano percorsi dalla stessa luce fiera e compassionevole che si può cogliere nelle foto degli anni Cinquanta insieme a Julian Beck, marito, amante, compagno e cofondatore del Living Theatre nel 1947.

Allora i suoi capelli nero corvino conservavano una compostezza borghese: il vento della rivoluzione che li avrebbe scomposti, liberandoli sulle spalle, aveva appena cominciato a soffiare. Quella luce antica si accendeva sempre quando nominava Antigone. Ma anche quando parlava di rivoluzione. Ed è certo che più delle questioni di teatro le piaceva parlare di politica e di rivoluzione. Non perché, come ripeteva spesso, la politica sia venuta sempre prima del teatro, ma perché, forse, ancora una volta, etica ed estetica andavano a coincidere. La chiamava “bella rivoluzione anarchica non violenta”. Erano chiari tutti i termini: “rivoluzione”, “anarchica”, “non violenta”. Ma era forte l’accento sulla bellezza che apriva questo proclama che era diventato stile di vita. La rivoluzione non era necessariamente azione per temperamenti rudi, scarpe sformate e oltranzismo militante. Era anche bellezza. Perché, diceva Judith, non le interessava ciò che non era bello.

Lo si intuiva da come portava la sua figura, quasi con un vezzo da diva: occhi bistrati, capelli costantemente spazzolati, anelli che ingentilivano le lunghe dita dalle unghie dipinte di rosa intensissimo. Tutto parlava di bellezza nella camera in cui viveva, dopo che, nel febbraio 2013, era stato chiuso il teatro di Clinton Street, nel Lower East Side a New York. Abitava alla Lillian Booth Home, in cui la incontrai nel gennaio 2014, una casa di riposo per artisti anziani a Englewood, nel New Jersey, proprio sull’altra riva del fiume Hudson, in altre parole la riva sbagliata perché non è quella che bagnava l’amata New York, la città in cui, durante l’esilio europeo degli anni Sessanta, desiderava ardentemente tornare a passeggiare.

La Lillian Booth Home è un posto meraviglioso. Non c’è niente che odori di decadenza ma l’asettica efficienza nordamericana. Tutto attorno ci sono prati di un verde irreale e alberi su cui gli scoiattoli si muovono furtivi. All’ingresso, tanti signore e signori, spesso su sedie a rotelle, ti salutano con incredibile affabilità e voce impostata da vecchi attori, tanto da farti domandare se stiano effettivamente bene in quel paradiso o se stiano recitando una parte. L’ennesima. L’ultima.

Nella camera di Judith, posta all’estremità di un luminoso corridoio, erano stipati documenti, piccoli oggetti orientali perfettamente spolverati, innumerevoli trucchi e cosmetici, bellissimi mobili antichi di un marrone scurissimo su cui riposavano quieti tanti libri: la Lettera a un giovane poeta di Rilke accanto alla Metafisica di Heidegger, gli Insegnamenti del Budda accanto alle numerose pubblicazioni sul Living Theatre. E tantissime foto: sul muro a destra della scrivania un bellissimo profilo del suo Julian Beck e un primo piano di Erwin Piscator, il suo maestro. Ma anche foto di Hanon Reznikov, attore del gruppo e poi secondo marito. Eppure in questo insieme disorganico non c’era nulla di kitsch né chincaglieria da vecchi hippie.

«Sì, è un posto bello», ripeteva sempre Judith con un tono che l’età aveva reso leggermente nasale. «Ma io non voglio un posto bello! Voglio vedere la rivoluzione». Lo sforzo di questa signora del teatro era combattere contro un respiro che si faceva affannoso, impedendole talvolta di dire per esteso quello che avrebbe avuto intenzione di dire, e di opporsi con ironia a chi avrebbe voluto che usasse un apparecchio acustico per vincere un’incombente sordità. «Non ricordo più numeri, date, avvenimenti. Da questo punto di vista sono un’analfabeta».

E si capiva che per questa donna la fatica più atroce era continuare a strappare alla sua storia i ricordi, la cui frammentarietà non poteva assumere la compostezza della memoria. Ricordi di spettacoli e battaglie che hanno inciso nella carne della cultura del secondo Novecento: un’infanzia in cui il teatro era già nel suo DNA (la madre attrice rinunciò alla sua vocazione per sposare il rabbino Max Malina proiettando le aspettative artistiche sulla figlia); la New York dell’espressionismo astratto di Peggy Guggenheim in cui fiorivano i dipinti di Julian, l’amicizia con John Cage che collaborò alle attività del Living Theatre, i lunedì di poesia nel teatro gestito dal gruppo tra la Quattordicesima e la Sesta Strada che ospitò poeti quali Amiri Baraka, John Ashbery, Allen Ginsberg, Janine Pommy Vega, il nomadismo europeo in cui nacquero spettacoli epocali come Mysteries and Smaller Pieces (1964) e Paradise Now (1968) che coinvolgevano fisicamente lo spettatore tentando di istillargli il germe della rivoluzione; le barricate al festival di Avignone nel 1968 quando al gruppo venne impedito di replicare Paradise Now giudicato troppo eversivo, la prigione in Brasile e il teatro di strada negli anni Settanta; la morte di Julian Beck nel 1985 e la decisione di resistere pur privi di una figura tanto carismatica e di affrontare le sempre più assillati ristrettezze economiche.

Non vi era niente di patetico in Judith: né la monumentale mancanza di ironia di certe vecchie attrici, né l’ossuta coerenza degli oltranzisti. Era viva e umana perché contraddittoria: teorizzava la creazione collettiva ma il suo punto di vista era sempre centrale, rifiutava il mondo delle economie ma sapeva che il posto in cui viveva su di esse si basa, cercava ancora la rivoluzione ma non si sarebbe mai presentata all’appuntamento con essa senza essersi passata il rossetto. Certe volte diceva che era stanca. Ma progetta ancora spettacoli, fra cui uno con gli ospiti della casa di riposo verso i quali aveva un atteggiamento polemico e che rimprovera per l’estrema pigrizia. Qualche volta diceva che forse avrebbe voluto morire. Ma avremmo dovuto credere a chi desiderava dedicare uno spettacolo ai vantaggi della vecchiaia e intitolarlo The Triumph Of Time, Il trionfo del tempo?

The Triumph Of Time: per il compleanno di Judith Malina

Mauro Petruzziello

«Antigone un personaggio tragico? Non proprio. Anzi, è felice perché sa quello che deve fare. Lo ha deciso. Anche a costo di morire». Quando parla di Antigone, gli occhi di Judith Malina, che i suoi ottantotto anni hanno reso un’esile fessura fino a farli assomigliare a quelli di una meravigliosa lucertola, sono percorsi dalla stessa luce fiera e compassionevole che si può cogliere nelle foto degli anni Cinquanta insieme a Julian Beck, marito, amante, compagno e cofondatore del Living Theatre nel 1948.

Allora i suoi capelli nero corvino conservavano una compostezza borghese: il vento della rivoluzione che li avrebbe scomposti, liberandoli sulle spalle, aveva appena cominciato a soffiare. Quella luce antica si accende sempre quando parla di Antigone, che assunse sulla sua pelle azzerando la distanza fra attore e personaggio. Ma anche quando parla di rivoluzione. Ed è certo che più che di teatro le piace parlare di politica e di rivoluzione. Non perché, come ripete spesso, la politica sia venuta sempre prima del teatro, ma perché, forse, ancora una volta, etica ed estetica vanno a coincidere. Ancora oggi la chiama “bella rivoluzione anarchica non violenta”. Sono chiari tutti i termini: “rivoluzione”, “anarchica”, “non violenta”. Ma è forte l’accento sulla bellezza che apre questo proclama che è diventato stile di vita.

La rivoluzione non è necessariamente azione per temperamenti rudi, scarpe sformate e oltranzismo militante. È anche bellezza. Perché Judith dice che non le interessa ciò che non è bello. Lo si intuisce da come porta la sua figura, quasi con un vezzo da diva: occhi bistrati, capelli costantemente spazzolati, anelli che ingentiliscono le lunghe dita dalle unghie dipinte di rosa intensissimo. Tutto parla di bellezza nella camera in cui vive, dopo che nel febbraio 2013 è stato chiuso il teatro di Clinton Street, nel Lower East Side a New York. Oggi abita alla Lillian Booth Home, una casa di riposo per artisti anziani a Englewood, nel New Jersey, proprio sull’altra riva del fiume Hudson, in altre parole la riva sbagliata perché non è quella che bagna l’amata New York, la città in cui, durante l’esilio europeo degli anni Sessanta, desiderava ardentemente tornare a passeggiare.

La Lillian Booth Home è un posto meraviglioso. Non c’è niente che odori di decadenza ma l’asettica efficienza nordamericana. Tutto attorno ci sono prati di un verde irreale e alberi su cui gli scoiattoli si muovono furtivi. All’ingresso, tanti signore e signori, spesso su sedie a rotelle, ti salutano con incredibile affabilità e voce impostata da vecchi attori, tanto da farti domandare se stiano effettivamente bene in quel paradiso o se stiano recitando una parte. L’ennesima. L’ultima. Nella camera di Judith, posta all’estremità di un luminoso corridoio, sono stipati documenti, piccoli oggetti orientali perfettamente spolverati, incontabili trucchi e cosmetici, bellissimi mobili antichi di un marrone scurissimo su cui riposano quieti tanti libri: la Lettera a un giovane poeta di Rilke accanto alla Metafisica di Heidegger, gli Insegnamenti del Budda accanto alle numerose pubblicazioni sul Living Theatre. E tantissime foto: sul muro a destra della scrivania un bellissimo profilo del suo Julian Beck e un primo piano di Erwin Piscator, il suo maestro.

Ma anche foto di Hanon Reznikov, attore del gruppo e poi secondo marito. Eppure in questo insieme disorganico non c’è nulla di kitsch né chincaglieria da vecchi hippie. «Sì, è un posto bello», ripete sempre Judith con un tono che l’età ha reso leggermente nasale. «Ma io non voglio un posto bello! Voglio vedere la rivoluzione». Lo sforzo di questa signora del teatro è combattere contro un respiro che si fa affannoso, impedendole talvolta di dire per esteso quello che avrebbe intenzione di dire, e di opporsi con ironia a chi vorrebbe che usasse un apparecchio acustico per vincere un’incombente sordità. «Non ricordo più numeri, date, avvenimenti. Da questo punto di vista sono un’analfabeta».

E si capisce che per questa donna lo sforzo più atroce è continuare a strappare alla sua storia i ricordi, la cui frammentarietà non può assumere la compostezza della memoria. Ricordi di spettacoli e battaglie che hanno inciso nella carne della cultura del secondo Novecento: un’infanzia in cui il teatro era già nel suo DNA (la madre attrice rinunciò alla sua vocazione per sposare il rabbino Max Malina proiettando le aspettative artistiche sulla figlia); la New York dell’espressionismo astratto di Peggy Guggenheim in cui fiorivano i dipinti di Julian, l’amicizia con John Cage che collaborò alle attività del Living Theatre, i lunedì di poesia nel teatro gestito dal gruppo tra la Quattordicesima e la Sesta Strada che ospitò poeti quali Amiri Baraka, John Ashbery, Allen Ginsberg, Janine Pommy Vega, il nomadismo europeo in cui nacquero spettacoli epocali come Mysteries and Smaller Pieces (1964) e Paradise Now (1968) che coinvolgevano fisicamente lo spettatore tentando di istillargli il germe della rivoluzione;

le barricate al festival di Avignone nel 1968 quando al gruppo venne impedito di replicare Paradise Now giudicato troppo eversivo, la prigione in Brasile e il teatro di strada negli anni Settanta; la morte di Julian Beck nel 1985 e la decisione di resistere pur privi di una figura tanto carismatica e di affrontare le sempre più assillanti ristrettezze economiche. Non vi è niente di patetico in Judith: né la monumentale mancanza di ironia di certe vecchie attrici, né l’ossuta coerenza degli oltranzisti.

È viva e umana perché è contraddittoria: teorizza la creazione collettiva ma il suo punto di vista è sempre fondamentale, rifiuta il mondo delle economie ma sa che il posto in cui vive su di esse si basa, cerca ancora la rivoluzione ma non si presenterebbe mai all’appuntamento con essa senza essersi passata il rossetto. Certe volte dice che è stanca. Ma progetta ancora spettacoli, fra cui uno con gli ospiti della casa di riposo che rimprovera per l’estrema pigrizia. Qualche volta dice che forse vorrebbe morire. Ma dovremmo credere a chi vuole dedicare uno spettacolo ai vantaggi della vecchiaia e intitolarlo The Triumph Of Time, Il trionfo del tempo?