L’avvenire di una rivolta

Paolo B. Vernaglione

Psicoanalista, semiologa, scrittrice, femminista. Nella sua densa e acuminata opera critica Julia Kristeva pensa la totalitaria paura infusa nei corpi e nelle anime da un capitalismo in cui gli esseri umani producono da sé stessi la propria miseria, le condizioni di un singolare assoggettamento.

L’avvenire di una rivolta, raccolta di interventi e conferenze della seconda metà degli scorsi anni Novanta scandisce il percorso di pensiero dell’autrice della trilogia dedicata al “genio femminile” (Hannah Arendt, lo splendido Melanie Klein, e Colette), mostrando come questa tarda modernità al lavoro sui corpi per negarne la potenza genera disagio nell’omologazione, nella distanza da sé, nell’invocare un’ “interiorità” politicamente corretta ed eticamente riprovevole.

Rivoltarsi dunque è giusto, a partire dal piano di consistenza in cui al soggetto è negata la qualità peculiare della finitezza, del limite nella diversità, della malinconìa nell’aver perso un mondo della nascita di cui si può recuperare il tempo, a patto di ribellarsi. Chi si rivolta, cioè risale il legame che lo lega al mondo, che lo manca a sé stesso, che lo rovescia, lo fa nella relazione psicoanalitica, di cui Kristeva enuncia la censura da parte di una terapeutica cognitivista (ego terapy) che ha sciolto la relazione all’altro nel potere illimitato dell’”io”, che ha depotenziato Freud e normato la sovversione del soggetto.

Chi si rivolta è lo straniero, di lingua, di sangue, di stato-nazione, il cui verbo estraneo (per Kristeva il bulgaro-francese-inglese) contesta la “langue”, il patrimonio nazionale, la discorsività ufficiale in cui si insedia il contagio della comunicazione, la volontà di sapere, la soggezione ad un potere. Chi si rivolta è colei e colui che scrive, dal fondo dello strato extralinguistico ove, come in Proust, emerge il cristallo raro di verità che alcuna verbalizzazione può rinchiudere.

Le tre figure naturalmente politiche della ribellione assumono il profilo della negazione, teorizzata da Freud nel saggio omonimo del 1925 e sottesa al tracciato analitico, che comporta il doloroso distacco dagli oggetti “piccoli” del consumo in direzione dell’ “oggetto materno”, per Klein “sufficientemente buono” da scatenare la pulsione “sans phrase” che la lingua convoglierà nel desiderio.

Contrastando il capitale, in cui i viventi mandano in cortocircuito biologia e linguaggio, pulsione e discorso, sensibilità e sapere, l’impresa del rapporto analitico consiste nel risalire il desiderio dell’altro attraverso la corporeità, fino al limite extralinguistico in cui la realtà dei segni slitta su quella dei significati. La rivolta fa del soggetto il luogo di distinzione, di negazione e di estraneità, spazio di un terzo genere di conoscenza che Kristeva chiama semiotica (i segni della pulsione, ancora non desiderio), diverso dalla significazione, dall’attribuzione di senso, dalla discorsività.

Mallarmè, Ruskin, Artaud, Bataille lavorano la realtà “sensuale” del linguaggio da stranieri, da nomadi, da sovversivi, da in-fanti. Il ribelle, lo straniero, lo scrittore, celebrati dalla filosofia nei sacri luoghi della teoria politica, della sociologia radicale e della critica letteraria, sono per Kristeva gli odierni profili dell’attività di soggettivazione, in cui si stendono, più che nell’estensione della tecnica o nell’interiorità celebrata dalle religioni, i campi di tensione tra saperi, poteri e individui. La rivolta fa fare un giro completo al “discorso del capitalista”(Lacan), rovesciando i rapporti tra linguaggio e realtà, convertendo il consumo mercantile in produzione consumatrice (Marx), in animalità libera, l’ “in principio era il Verbo” in principio della carne, situazione di piacere, trasformazione di potere, radicamento di un sapere.

L’uomo in rivolta (oggi la donna, principio rivoluzionario), lungi dal voler riacquistare come in Camus una modernità perduta, rischia l’ identità, scopre l’inganno dell’“intimità”, distrugge il mito brutale dell’umanesimo, delle regole del mercato divenute legge morale, tenuta democratica, rispetto delle norme in cui si perpetuano gerarchie e discriminazione.

Il rivoltoso verifica la tenuta dell’essere soggetto in rapporto ad un potere, nella gestione di un sapere, nell’esercizio di una volontà. Se la psicoanalisi è scontro con l’esteriorità, se l’esodo costituisce la rivolta permanente contro lo stato e il lavoro salariato, se il testo e la scrittura (Barthes) animano la sovversione del soggetto, il campo di sperimentazione della propria corporeità è campo politico, luogo in cui la rivoluzione si fa carne, in cui la ribellione costruisce alternative di vita, in cui cioè la rivolta è negazione permanente, insistente, corroborante.

Bisogna dunque essere giusti con Freud, che scopre nel “fort-da” del traumatico movimento di presenza e di assenza la zona di traduzione della pulsione in desiderio, della sensibilità in linguaggio, della mancanza in negazione linguistica. Il ribelle analizzante, lo straniero traduttore di una lingua, cioè di un ethos in un altro “non materno”, lo scrittore che perviene al non essere del linguaggio a partire dalla propria testuale corporeità, divengono in ogni istante risorsa non catturata dall’impresa capitalistica, dalla logica del senso, dalla morale di un “democratico” assoggettamento.

Julia Kristeva
L’avvenire di una rivolta
Il melangolo (2013), pp. 84
€ 12,00

Alla ricerca del Sacro GRA

Salvatore Finelli

Il Grande Raccordo Anulare circonda Roma come un anello di Saturno. L’incipit del documentario di Gianfranco Rosi si perpetua nella serie di metafore che costellano il film, dal groviglio di anguille appena pescate alla serpentina di automobili radiocomandate che sfrecciano sotto l’asfalto dell’autostrada urbana più estesa d’Italia.

Nodi da districare come i frammenti di vita quotidiana che si alternano sullo schermo, disconnessi da un continuum temporale ma ancorati a uno spazio onnipresente eppure mai localizzabile. Nella geografia di una Roma evanescente, ostentata nel dialetto caricaturale ma offuscata nella distopia di un non-luogo metafisico, si concentra il nucleo della vita intorno al raccordo: i tanti chilometri d’asfalto nero macinati al buio dai fari dell’autoambulanza che coincidono con il nostro punto di vista;

l’acqua melmosa del Tevere solcata dal povero pescatore d’anguille; un esperto botanico che lotta contro i punteruoli rossi per la sopravvivenza delle palme; la decadenza nobiliare di chi si è ridotto a vivere nell’angustia di un monolocale di periferia nella vacuità delle proprie speculazioni filosofiche o di chi affitta il proprio castello – una versione kitsch della Xanadu di wellesiana memoria – come set per fotoromanzi; la roulotte delle prostitute transessuali; uno squallido bar di strada dove di notte le ragazze ballano sul bancone; l’eclisse vissuta come mistero mariano dai fedeli del Divino Amore.

Realtà e finzione sono i due poli tra cui oscilla il documentario di Rosi, al confine labile tra docudrama e mockumentary. La realtà è quella che l’occhio distante della cinepresa cattura nei tanti campi lunghi privi di movimento, ma è la stessa che si nasconde dietro il velo grottesco che avvolge situazioni e personaggi lontani e allo stesso tempo debitori nei confronti del lirismo felliniano. È questa l’originalità di Sacro GRA, ma anche il suo punto debole. Gianfranco Rosi compone quello che risulta essere né più né meno che un saggio manierista sulla teoria dei generi cinematografici.

Numerosi sono i riferimenti citati per Sacro GRA, dalla commedia italiana degli anni ’50 alle situazioni da camera tipiche del Kammerspiel tedesco. La realtà ripresa è sempre filtrata dalla finzione, orchestrata dallo sguardo vigile del regista che per quanto tenti di eclissarsi resta una presenza ingombrante. Il disagio dei personaggi di fronte alla macchina da presa non è conseguenza di una immediatezza visiva, ma piuttosto di una spontaneità sapientemente ricostruita e guidata da una precisa scelta di regia.

Sacro GRA lavorando sulla dimensione del limen, sui confini tra generi cinematografici e tra realtà e finzione, resta privo di una identità propria, sospeso nel limbo di un non-film. In bilico tra due opposte possibilità – o impossibilità – d’essere, al pari della stessa esistenza procrastinata dei personaggi, in attesa di un futuro tanto agognato quanto improbabile. Destini incrociati e impossibili nel segno di una lacaniana manque à etre: il bisogno d’amore manifestato da uno dei paramedici, i cui unici contatti con il sesso opposto sono la madre affetta da demenza senile e le donne virtuali di internet; il sogno di cultura del pescatore avido consumatore di fotoromanzi pop o ancora la bellezza agognata da una delle ragazze del bar, che affida alla scommessa di un rossetto troppo rosso un’identità incerta tra ballerina e troia.

La realtà non può essere più documentata, non perché necessiti di una mediazione attraverso le convenzioni dei generi cinematografici, ma perché la stessa nozione di reale perde consistenza nell’immaginario mediatico, l’unica Realtà Oggettiva secondo Julia Kristeva. E di questo processo Sacro GRA resta totalmente inconsapevole, nonostante proprio l’immagine del raccordo finisca per sfaldarsi nella serie di immagini riprodotte e moltiplicate sugli schermi a circuito chiuso della sicurezza stradale. Le curve d’asfalto tra le quali si snodano le diverse esistenze dei personaggi senza mai incrociarsi, si chiudono in un movimento vorticoso ma improduttivo, e che come tale trasfigura in stasi. La stessa stasi in cui continua ad arenarsi il cinema italiano.

È sintomatico del nostro movimento cinematografico che anche Paolo Sorrentino, in La Grande Bellezza, componga un affresco della città capitolina rivolgendosi alla tradizione aulica del cinema di Fellini e inevitabilmente rimanga schiacciato sotto il peso di quell’angoscia dell’influenza di cui parla Harold Bloom. A identico risultato perviene Sacro GRA. Nonostante le buone premesse, il progetto di Rosi tradisce proprio nella sua ambizione: non si può rinnovare un filone – e per metonimia il cinema italiano in toto – con uno sguardo mai proteso in avanti e ancora vincolato ai fasti del passato.

 

Istantanee per Jacqueline Risset

Speciale su Jacqueline Risset con testi di: Todini, Risset, Agosti, Rueff, Kristeva, Bonnefoy, Patella, Balestrini.

ACCADDE A SETTEMBRE
Umberto Todini

Accadde a settembre, a qualche giorno dalla partenza per il Perù. Tra le ultime parole di Jacqueline ci fu anche, in quel frangente terribile, la consapevolezza che avrebbe mancato l’evento per cui era attesa a Lima («avverti gli amici di Lima» mi disse), per essere insignita del titolo di «Professora Honoraria» dall’Universidad del Pacifico. Un riconoscimento che le era molto gradito anche per – così era Jacqueline – quella vicinanza tra Universidad e Pacifico.
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LE JARDIN/IL GIARDINO
Jacqueline Risset

Inedito da La Douleur. 14 poèmes nouveaux et anciens, traduzione di Jacqueline Risset
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REGARD/SGUARDO
Jacqueline Risset

Inedito da La Douleur. 14 poèmes nouveaux et anciens, traduzione di Jacqueline Risset
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L'ANIMA PUÒ FUGGIRE QUANDO MUORE LA CARNE
Stefano Agosti

Ci eravamo sentiti al telefono pochi giorni prima della sua scomparsa – così violenta, così inattesa, così insostenibile. Io l’avevo chiamata per annunciarle l’arrivo di una mia plaquette di versi, disseminati saltuariamente in circa mezzo secolo di vita, notizia che Jacqueline aveva accolto con una vera e propria esplosione di gioiosa approvazione.
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VELOCITÀ DI RISSET
Martin Rueff

Colei che aveva scritto un saggio dedicato alla velocità di Dante (Vitesse de la Comédie, «L’Infini», 2, 1983) e non aveva rifiutato di estendere la sua passione per il nome proprio (si dedica a Scève, ma anche agli anagrammi di Saussure) fino al suo stesso nome (pubblica Récit in «Tel Quel», 2, 1966 – récit? Risset), è partita: «com’era venuta, rapida».
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DORMENDO SU UN CAVALLO
Julia Kristeva

Dove sei? Va tutto come vuoi? Alcuni amici mi chiedono di partecipare, è il minimo che possa fare. Saggio, commento, interpretazione? Sospettano forse che noi non ci troviamo del tutto a nostro agio, né io né tu, in ciò che si chiama l’«istituzione universitaria»? Non è vero che siamo qui per caso, né che essa non ci abbia insegnato a renderci utili. Ma noi «non lo siamo», come dice Proust che conosci così bene.
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IL PARADOSSO DEL TRADUTTORE
Yves Bonnefoy

Si deve a Jacqueline Risset una traduzione della Divina Commedia che ha fatto epoca, e che con ogni probabilità resterà un punto di riferimento fondamentale. Anzitutto perché è diversa da tutte le altre. Molti traduttori si sforzano di preservare le regole prosodiche dei poemi su cui lavorano, per esempio le strofe regolari; il che li obbliga, per adattarle ai significati che hanno il compito di preservare, ad acrobazie penose, tali da far subito capire che essi non hanno il senso della poesia, o lo stanno per perdere.
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MES REINES BELLE GIOIE
Luca Maria Patella
A Jacqueline & Rond nel Segno e nel sogno dei Gatti
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ADIEU JACQUELINE
Nanni Balestrini

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Dormendo su un cavallo

Julia Kristeva

Mia cara Jacqueline,

Dove sei? Va tutto come vuoi?
Alcuni amici mi chiedono di partecipare, è il minimo che possa fare. Saggio, commento, interpretazione? Sospettano forse che noi non ci troviamo del tutto a nostro agio, né io né tu, in ciò che si chiama l’«istituzione universitaria»? Non è vero che siamo qui per caso, né che essa non ci abbia insegnato a renderci utili. Ma noi «non lo siamo», come dice Proust che conosci così bene: sempre dentro/fuori, fuori/dentro, posizione obliqua, scomoda per tutti, a meno che non sia la sola possibile, la migliore. È dunque una lettera del tempo sensibile, quella che vorrei spedirti. Quella che spesso ho desiderato scriverti fin dai decenni che ci conosciamo, e che non ha mai avuto la fortuna di infrangere l’urgenza della telefonata, della cartolina, della dedica del libro appena uscito, della mail o dell’sms.

Il vento del nord spazza la mia isola da qualche giorno ormai, conduce i pensieri, le parole si ritirano in sogni, la pelle si riscalda sotto le onde iodate, una luce fredda la rende iridescente, sono un’ostrica, tutta all’interno. E mi cullo di ricordi intorno a una tazza di tè bollente. Un caffè per te?

Ti vedo nelle strade di Parigi, lo studio di «Tel Quel» e de «L’Infini», a casa mia a rue Michelet o d’Assas, a meno che non sia il Palais Royal delle tue poesie; quando mi ricevi così generosamente a Roma, o quando facciamo interviste per «la Repubblica». Hai l’aria di planare in una rêverie che non dorme. La sua indolenza avanza per lampi. Conduci il tuo Gelasseheit al galoppo. È la formula di Guillaume de Poitiers, in esergo alla tua raccolta L’Amour de loin, che ti ritrae per davvero: tu «inventi dormendo su un cavallo».

Nella redazione di «Tel Quel» (Officina Risset)
Nella redazione di «Tel Quel» (Officina Risset)

Sei su una di queste mitiche spiagge d’Italia dove non manca niente, se non l’acqua virile dell’Oceano che mi abbraccia? Nell’aria di New York che sa di ciliegia? Un viaggio con Sigmund ((In italiano nel testo)? Nebbia d’angoscia o porpora d’emozione che tarda? Ti leggo e provo a parlarti con i tuoi istanti, le tue epifanie. No? Sei in una di queste megalopoli, forse, in cui l’autostrada è tutta grazia? No, nemmeno questo, ma con un amore in cui ti addormenti come fra le braccia di un astro? A Damasco, vicino al muro che taglia il prato d’un verde damascato? Cosa tocchi in questo secolo che va in un muro, ma di caucciù (dice Sollers) se non: organi, allineamenti, vetrine? Ti ascolto, certo, un rovesciamento è sempre possibile, da cogliere fra le parole: l’uccello dorme qui nel collo di un gatto.

Tu ed io, noi ci siamo ritrovate, mi sembra, nel Grande Essere che è vuoto, come dici tu. Con l’Amor che nella mente mi ragiona ((In italiano nel testo)), che svia tutti i pensieri. Da questo stato d’attesa, hai trovato il tuo linguaggio: la poesia dell’istante. Nominare Gli Istanti, anagramma del desiderio, potenza fisica del sonno. Là dove non c’è più niente da dire, ma le parole vengono a urtare contro di lui, l’Essere o l’Amore, e che finalmente il vuoto risuoni. In questo istante, ti raggiungo.

Da qui a fare un numero di «Tel Quel» o de «L’Infini» sull’ateismo, c’è un passo lungo che superiamo allegramente, a ogni nostro incontro, è il nostro eterno ritorno. Questo «numero» non vedrà di certo mai la luce, di questi tempi in cui l’incredibile bisogno di credere diventa testardo o integralista, ma noi non ci lasciamo, è la nostra maniera di dormire in due su un cavallo.

Con Claude Royet-Journaut a Buffalo (Officina Risset)
Con Claude Royet-Journaut a Buffalo (Officina Risset)

Il tuo viaggio nel paese d’Amore fa parte di questo progetto, di quest’utopia. «L’Amour de loin», d’accordo, come è lontano, impossibile, invincibile il coronamento del desiderio. Lo avverti come un’aria color rugiada, no, come un’aureola, tu che dici «io» e che ti rivolgi a una certa seconda persona, «tu» – o forse, ancora più lontano verso l’innominabile desiderio-amore, a «L» – «elle» o «El»? Tutte queste cose insieme, è chiaro, poiché in quest’Amore che fugge, che corre come nel Cantico dei cantici, per questo «io» che scrive è proprio la dissoluzione del «tu» a trionfare: in velluto e polvere, a morir d’essere in vita. Affondare con tutto il suo «io» in questo amore grande e grosso, fino a implorarlo: «dove sei in questa stagione vuota?». Senza essere mai ingenua: «dolore è ridicolo». Spingersi fino al soffio d’odio d’amore che arriva con l’amore, crudeltà agghiacciante, luna ferita. Ma senza dimenticare di tremare quando arriva la sera col sole in faccia. Poiché il cuore di «io» si è fatto capace di ogni forma. «Io» terra che perde i suoi umori, «io» nuvole che fumano. Mentre della seconda persona, «tu», che cosa ne so? una ruota che gira a vuoto? tu stessa casa, attesa.

«Io» di musicista: conservare dell’attesa amata solo ciò che sorge nell’istante; che cos’è? la voce: niente ormai, nessuna presenza se non la tua voce, la tua voce colata di sangue per guarirmi. Con la coscienza disincantata che scrivere – a «te» – queste parole oggi d’amore «mi» allontana da «te». Non importa, è la legge, i fedeli d’amore restano perplessi nell’amore, esposti a ogni pericolo. Esperte dunque in dolori, circondata dal dolore di «te», «io» vibra in «un punto». Ah, il punto! Poveri coloro che non l’hanno vissuto: un’irritazione nella pelle del mondo, un dente che batte quando il resto tace. «Io» ascolta: tesa verso la voce che vagamente la chiama. Poi «io» oscilla in vista: adesso guardo attraverso i tuoi occhi dunque ciò che è qui è «tu» che guardi «tu», gli occhi che si penetrano i corpi che si parlano. Qui «io» si eleva: sarà questo l’amore, impercettibile tratto in salita che chiede?

Le news del mondo possono seguire il loro corso, che s’intrattengano pure, attenzione non uscire non ci colpire non ricacciarti nel fondo della terra atroce imprudente nuova. Tentazione angelica, Jacqueline mia atea, mia complice? Angeli, adesso andate nel linguaggio. Ma la placida euforia non dura nella tua poesia. Ancora, questo vuoto nel cuore del famoso amore, questo centro d’essere / in ciò che sono / vuoto come un osso. Silenzio d’ossa. Niente da dire. Eppure il vuoto risuona di nuovo, e s’infiamma l’inanità dell’amore stesso.

Il «punto» infiammato si rivolta qui, lucidità mallarmeana, soprammobile dismesso d’inanità sonora, come un mare di iperboli e di memoria, che impara a vedere / da solo: i venticinque secoli degli Argonauti riempiono subito l’istante. E la luce nient’altro che la luce ti ritrova nei tuoi versi, arriva svelta / sul mare / se ne va / rapida. Per eclisse, al galoppo, solo qualche lampo. La luce di Dante. […]

da I pensieri dell’istante. Scritti per Jacqueline Risset, Roma, Editori Internazionali Riuniti, 2012

1 In italiano nel testo.

2 In italiano nel testo.

alfadomenica giugno #5

TOZZI e LA CECLA sulla BIENNALE - DEMICHELIS su KRISTEVA –  TROJANOW Racconto - CARBONE Semaforo - CAPATTI Ricetta *

GLI INESSENZIALI FUNDAMENTALS DI REM KOOLHAAS
Lucia Tozzi

Il miglior metro per misurare il potere è la vitalità della critica, soprattutto quando si apre una potenziale falla. Quando arriva la défaillance del politico, dell’artista, dello scrittore e nessuno osa ridere, sbadigliare o semplicemente dire che il re è nudo, allora il potere è veramente grande. Beh, a Koolhaas non è successo. Ha fatto una biennale loffia e moltissimi l’hanno detto, quasi tutti tranne i giornali votati alla diffusione delle cartelle stampa.
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IL GRADO ZERO DELL'ARCHITETTURA
Franco La Cecla

Riuscire a fare una Biennale di Architettura con un grado zero di significato non era un'impresa facile, e l’unico capace di riuscirci si è dimostrato Rem Koolhaas.
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LO STRANIERO, SECONDO JULIA KRISTEVA
Lelio Demichelis

Di Julia Kristeva arriva in libreria la nuova edizione del suo Stranieri a noi stessi. Un libro affascinante e fondamentale, tra storia, filosofia politica e riflessione sul presente. Un libro che apre molte questioni e impone molte riflessioni. E se il saggio in sé è una lunga e preziosissima storia del concetto e dell’essere stranieri - dai greci agli ebrei, da San Paolo agli illuministi e alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e del cittadino, fino alle regressioni dei romantici, arrivando a Freud, a Camus e a Nabokov - interessante è appunto la nuova Introduzione e la riflessione sull’Europa.
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LA MÉDUSE - Racconto
Ilija Trojanow

Un'anticipazione dal nuovo libro di Ilija Trojanow L'uomo superfluo. Saggio sulla dignità dell'uomo nell'età del capitalismo avanzato in libreria da domani per l'editore Nutrimenti. In questo saggio breve e provocatorio, Trojanow analizza la crisi del sistema capitalistico e lancia un grido d’allarme sul futuro dell’umanità: non ci sarà pace né benessere senza un cambio di rotta, senza una più equa distribuzione delle risorse, senza un cambiamento radicale del nostro modello di sviluppo.
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SEMAFORO
Maria Teresa Carbone

MAURIZIO CAMINITO Biblioteche _ ARJUN APPADURAI Cultura _ FRANCOISE GIROU Generi _ KYLE CHAYKA Gentrificazione _ ROSA LIKSOM Urss.
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DIETA MEDITERRANEA? - Ricetta
Alberto Capatti

Nel 1959, esce a New York Eat well and stay well di Ancel (& Margaret) Keys, e la “dieta mediterranea” diventa un programma nutritivo per americani ed europei. Ne beneficiano non solo i cardiopatici per cui era stata creata, ma popolazioni intere confrontate con gli effetti di un crescente benessere, di una pinguedine coniugata con il consumo di carne e di grassi animali. Nuovi prodotti consigliati : olio, verdure e pasta.
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*alfadomenica è la rubrica settimanale di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.

Lo straniero, secondo Julia Kristeva

Lelio Demichelis

Se non esci da te stesso, non puoi sapere chi sei”, dice l’uomo che chiede una barca per andare a cercare l’isola sconosciuta, nel racconto di José Saramago. Ma per vedere davvero l’isola – ammettendo di averla trovata - bisogna poi in realtà allontanarsi da essa. E così è anche per gli uomini, che pure sono isole: non si vedono davvero, non sanno come sono fatti (chi sono, conoscendo se stessi) se non si allontanano da sé - e da sé stessi.

Questo uomo che vuole una barca in fondo è uno straniero: straniero a se stesso, perché l’essere straniero lo abita, è la faccia nascosta della sua identità (nascosta, che però cerca di portare alla luce), perché cerca un’isola sconosciuta ovvero se stesso pur sapendo che potrebbe anche naufragare, avendo però bisogno di conoscere questo se stesso per poter essere se stesso (avendo cioè bisogno di una alterità radicale per cercarsi pur senza avere la certezza di trovarsi, perché importante è il viaggio); straniero rispetto agli altri, perché compie qualcosa di a-normale, rompe gli schemi e i luoghi comuni, introduce una novità e una discontinuità culturale/esistenziale, appunto cercare un’isola sconosciuta, lui uomo di terra e non di mare e che tuttavia imparerà a navigare navigando, qualcosa che nessuno fa più perché, come nel racconto di Saramago oggi tutti dicono che isole sconosciute (ovvero: progetti, alternative, utopie, idealità) non ce ne sono più, tutte le isole, tutta la realtà è conosciuta ed è sulle mappe; straniero, perché diverso da coloro che sono i normali/normalizzati della società della banalità e del conformismo (e nel racconto nessuno dei normali/normalizzati è infatti disposto a imbarcarsi come marinaio sulla barca dell’uomo che voleva una barca, preferendo la comodità delle navi da crociera); straniero perché sfida se stesso nell’ignoto, perché non vuole integrarsi né assimilarsi e rivendica con orgoglio la propria di-versità.

Ma chi è lo straniero? Molte cose e molto diverse tra loro. Di Julia Kristeva arriva in libreria la nuova edizione del suo Stranieri a noi stessi. Un libro affascinante e fondamentale (la prima edizione è del 1988), tra storia, filosofia politica e riflessione sul presente. Un libro che apre molte questioni e impone molte riflessioni. E se il saggio in sé è una lunga e preziosissima storia del concetto e dell’essere (o dell’essere percepiti come) stranieri - dai greci agli ebrei, da San Paolo agli illuministi e alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e del cittadino, fino alle regressioni dei romantici, arrivando a Freud, a Camus e a Nabokov - interessante è appunto la nuova Introduzione e la riflessione sull’Europa. Un’Europa che avrebbe ancora in sé una molteplicità di tesori (il dubbio, la diversità delle lingue, il concetto moderno di libertà, di democrazia e di cittadinanza, appunto i diritti dell’uomo). E che avrebbe anche (o soprattutto) - pur con tutte le regressioni e le xenofobie evidenziate dalle ultime elezioni europee – “una realtà identitaria che accoglie con sé e raccoglie in sé lo Straniero”.

Julia Kristeva condivide molte delle critiche a questa Europa tecnocratica e nichilista, che nega ogni giorno di più quei tesori. Per evitare che il nichilismo trionfi, occorrerebbe una “nuova pratica politica”, “possibile però solo a partire dalla vitalità storica rappresentata dalla memoria culturale del nostro continente”. Alla domanda: chi sono, la migliore risposta, secondo Julia Kristeva è il punto interrogativo. È avere una inquietudine interrogante. Perché un Noi europeo starebbe comunque emergendo, producendo appunto una virtuosa identità molteplice. E un nuovo umanesimo. “Per fronteggiare i due mostri che minacciano il pianeta globalizzato, vale a dire una politica asserragliata dall’economia e dalla finanza e l’autodistruzione ecologica, l’esperienza culturale - e in particolare la risposta che essa saprà dare alle contrazioni identitarie - occupa una posizione decisiva”. Ciascuno di noi, scrive Julia Kristeva, è inoltre “straniero a se stesso”, è molteplice e unico, è singolare e plurale; “lo straniero comincia quando sorge la coscienza della mia differenza e finisce quando ci riconosciamo tutti stranieri, ribelli ai legami e alle comunità”.

Ma è davvero così? In realtà – riflessione inevitabile al libro della Kristeva - da lungo tempo pare essere in atto una grande azione per la costruzione di un falso individualismo e di una falsa singolarità e insieme e conseguentemente per una nuova società di massa ancor più individualizzata e omologata al mercato. Ma anche di una nuova declinazione del concetto di straniero - oggi: l’immigrato, ma anche il lavoratore precario, il disoccupato, il greco massacrato dalla troika, il ceto medio impoverito, cioè quelli che potremmo definire gli stranieri interni al sistema, prodotti dal sistema ma che non devono essere visti, che non devono fare domande (tipo: chi sono? cosa state facendo di me?). Un’azione biopolitica che sta progressivamente cancellando i diritti dell’uomo (e del cittadino), promuovendo il passaggio alla post-democrazia e/o alla democrazia autoritaria. Per un mondo in cui nessuno deve rivendicare davvero autonomia e diversità e dove nessuno, soprattutto deve più cercare isole sconosciute. Dove l’esperienza culturale deve soccombere sotto la mercificazione della stessa cultura.

Non appartenendo più ad alcun luogo (era il processo virtuoso, questo sì da sostenere), siamo forse diventati non cittadini del mondo ma - e più drammaticamente - a-polidi (un processo vizioso, perché de-socializzante), a-polidi nel senso di senza polis, senza cittadinanza, senza solidarietà e senza fraternità. Dunque, senza più diritti (dell’uomo o del cittadino che siano). Forse – è una provocazione - dello straniero esiste solo la sua finzione e la sua rappresentazione (lo straniero esterno, il pericolo, la paura) per attivare falsi comunitarismi e false identità chiuse e univoche; mentre l’essere virtuosamente stranieri a se stessi – e rispettare lo straniero per riconoscere e praticare anche il nostro diritto alla singolarità, cercando noi stessi – si riduce a negazione di ogni vera diversità (pur nell’offerta di infinite personalizzazioni), a essere uno, nessuno e centomila così come richiesto dal mercato. Che nega la possibilità di porre la domanda: chi sono, dicendomi chi devo essere (lavoratore, consumatore, spettatore, nodo della rete), escludendo ogni punto interrogativo, ogni inquietudine interrogante, ogni identità molteplice.

Julia Kristeva
Stranieri a noi stessi. L’Europa, l’altro, l’identità
Nuova edizione accresciuta con una Introduzione 2014
Traduzione di Adelina Galeotti
Donzelli Editore (2014), pp. XII-212
€ 30,00