Creditori di tutto il mondo

Daniele Balicco

Sophie Calle, da Suite vénitienne, 1983

«Siamo noi stessi a creare la nostra frenesia».  Ne è convinto Eric Packer, il giovane speculatore finanziario protagonista di uno dei romanzi più inquietanti di Don De Lillo: Cosmopolis. Eric appartiene al regno stregato di Wall Street; ne è un suo emissario. La sua vita scorre parallela alla realtà, in un universo forzatamente sovra-stimolato da un flusso inarrestabile di moneta che deve continuamente aumentare, senza pace. Questa, del resto, è l’unica legge che il suo mondo rispetta e che non può essere violata. La vita reale, storica, incarnata, fisica è altrove. E poco conta, visto che questo è il mondo che la assoggetta. Un mondo sicuramente post-edipico, privo di leggi e per questo, come ben argomenta Arturo Mazzarella nel suo ultimo saggio, un mondo di schiavi. In fondo anche Eric lo è. La sua estrema libertà è tanto potente quanto illusoria, se si involve di continuo nel suo opposto, in una condizione di «schiavitù involontaria» – così la definisce Mazzarella – rivolta verso se stesso, verso la propria compulsione, verso la forma delirante di un eccesso che non fa «che moltiplicare altri eccessi».

Cosmopolis è solo uno dei molti testi – anche se, probabilmente, insieme a Cecità di José Saramago, quello più emblematico – che il saggio di Mazzarella discute per provare a decifrare la nuova realtà psichica del capitalismo finanziario oggi trionfante. Rispetto a un determinismo sociologico oggi in voga, che quasi fa rimpiangere il rozzo binocolo marxista che pretendeva causalità fra struttura e sovrastruttura, Mazzarella sceglie un punto di vista felicemente insolito. Con un gesto che ricorda il capovolgimento soggettivista trontiano, si chiede: «siamo sicuri che l’economia neoliberale possieda oggi una forza egemonica, capace di infiltrarsi nell’intera articolazione psichica fino a dominarla, rendendola subalterna alle sue leggi come alle sue imprevedibili oscillazioni?» La sua ipotesi è invero opposta: «che non sia l’apparato psichico a preparare le condizioni da cui derivano la genesi e, poi, il radicamento delle modalità di produzione e consumo sulle quali si fonda il “finanz-capitalismo” per riprendere l’efficace formula coniata da Luciano Gallino?».

Insomma: prima il soggetto, poi il capitale; prima l’economia psichica, poi l’economia finanziaria. In realtà Mazzarella non attua, come potrebbe forse sembrare da questa prima ricognizione, un semplice capovolgimento cognitivo. Perché la sua tesi individua una contiguità fra universo delle pulsioni e mondo stregato della moneta. Medesima infatti è la radice, essendo la realtà psichica strutturata secondo principi squisitamente economici. E su questo, Freud, Jung e, soprattutto, Lacan, gli offrono più di un argomento a favore. Mazzarella li fa propri fino a leggere nelle nuove forme di indebitamento psichico – effetto di un’ormai pervasiva catastrofe del simbolico, ben raccontata dalla letteratura e dal cinema contemporanei – la condizione stessa di possibilità del manifestarsi storico del potere finanziario mondiale e delle sue forme brutali di assoggettamento.

Ma come fare a resistere di fronte a una forma di potere che ha ormai assunto tratti vistosamente cannibalici? Attraverso il confronto con il tardo Derrida di Stati d’animo della psicanalisi, Mazzarella pensa una via d’uscita possibile potenziando la reciproca contestazione di schiavitù e sovranità. Una volta che questa dialettica venga sospesa, infatti, si spalanca uno spazio vuoto di in-appartenenza. Uno spazio che può allargarsi fino ad assumere «un’apparenza an-economica», interdicendo possesso e assoggettamento. Imperativo etico diverrà dunque cartografare quegli eventi che permettono questa apertura, come ben testimoniano, da prospettive diverse, le opere di autori come Sebald, Boltanski e Sophie Calle. Il loro scopo è infatti quello di trasformare il debito che ci imprigiona in un credito verso se stessi. Un credito infinito. Che può continuare a crescere, ristabilendo mediazioni simboliche inattese, rendendo di nuovo desiderabile la vita; aprendo mondi. «L’investimento operato da Sophie Calle, al pari di Sebald e Boltanski, riesce a capovolgere, attraverso una metamorfosi radicale, le leggi dell’economia finanziaria: abolendo ogni debito per trasformarlo in un credito. Nel credito verso se stessi. Un credito davvero inestinguibile: premessa di una condivisione che ha liquidato qualsiasi proprietà. Incrementarlo giorno per giorno è il dovere di tutti noi».

 

Arturo Mazzarella

Le relazioni pericolose. Sensazioni e sentimenti del nostro tempo

Bollati Boringhieri, 2017, 154 pp., € 14

L’utopia? Non è in rete

Lelio Demichelis

«Un uomo andò a bussare alla porta del re e gli disse, Datemi una barca». Inizia così questo breve ma delizioso testo di José Saramago, Il racconto dell’isola sconosciuta, del 1997. Che qui rileggiamo (Saramago ci perdonerà) per confrontare l’affascinante idea di navigazione da lui narrata (meglio: il voler cercare un’isola sconosciuta) - un navigare metaforico, ma molto reale - con l’altro navigare fatto oggi in rete, virtuale ma molto falso.

Falso perché in rete l’esplorazione è illusoria, le rotte sono già tracciate dalla rete stessa, non si va alla ricerca di isole reali davvero sconosciute. Tutto ciò che oggi facciamo lo facciamo tramite la rete e la rete è (ahimè) l’unica mappa che utilizziamo e che riconosciamo come vera. Per navigare davvero dovremmo avere mappe nostre, diverse da quelle che hanno tutti. Navighiamo invece grazie ai navigatori satellitari e ai motori di ricerca (che fanno la ricerca per noi), ma con la rete abbiamo perduto la capacità e il desiderio di andarenoi alla ricerca di isole sconosciute (un’utopia; un pro-getto; noi stessi; un amore che sia un’avventura-insieme; gli altri-diversi-da-noi).

Dunque, racconta Saramago, un giorno un uomo andò a bussare alla porta di un re. «E voi, a che scopo volete una barca», «Per andare alla ricerca dell’isola sconosciuta, rispose l’uomo, Che isola sconosciuta, domandò il re con un sorriso malcelato», isole sconosciute non ne esistono più, «sono tutte sulle carte». Sulle carte «ci sono soltanto le isole conosciute, E qual è quest’isola sconosciuta di cui volete andare in cerca», disse ancora il re; al che l’uomo, «Se ve lo potessi dire allora non sarebbe sconosciuta» – ma è comunque «impossibile che non esista un’isola sconosciuta».

Alla fine il re concede la barca, «ma l’equipaggio dovete trovarlo voi». D’accordo, dice l’uomo avviandosi al porto, ora seguito dalla donna delle pulizie del palazzo del re che si era messa a seguirlo «uscendo per la porta delle decisioni» convinta «che non ne poteva più di quella vita» a palazzo. Avuta la barca dal capitano del porto («una ancora del tempo in cui tutti andavano alla ricerca di isole sconosciute»; con l’ulteriore domanda: «Sapete navigare, avete la patente nautica», e la risposta: «Imparerò in mare»), l’uomo va dunque in cerca dell’equipaggio, ma torna a mani vuote e alla donna confessa: «non è venuto nessuno. Mi hanno detto che di isole sconosciute non ce ne sono più e che, anche se ci fossero, non hanno nessuna intenzione di lasciare la tranquillità delle loro case e la bella vita delle navi da crociera per imbarcarsi in avventure oceaniche, alla ricerca dell’impossibile». E tuttavia, pur deluso da tanto conformismo e dubbioso sul da farsi – ma subito sostenuto dalla donna - l’uomo non rinuncia a cercare la sua isola sconosciuta perché «voglio sapere chi sono quando ci sarò»; perché «se non esci da te stesso, non puoi sapere chi sei».

Ma se questo è il vero navigare, allora navigare in rete ne è l’esatto contrario:la rete ci offre l’illusione di molte rotte ma ci chiude in un autismo tecnologico e ci offre un chi siamo compensativo (il nostro avatar, il nostro profilo), di cui ci accontentiamo ma che non ci fa smuovere dalla mappa e dai saperi della stessa rete. L’uomo che voleva una barca per cercare l’isola sconosciuta aveva ancora un pensiero pro-gettuale e lungi-mirante («queste cose non si fanno da un giorno all’altro, occorre tempo»). In rete invece abbiamo un pensiero simultaneo e istantaneo, breve e compulsivo, senza tempo e senza futuro; e tante comunità/navi da crociera, comode sì ma che ci impediscono (la rete in sé ci impedisce) di navigare alla ricerca di realtà diverse da quelle offerte dal potere (Google, Facebook, Apple) e delle sue mappe di senso, di scopo, di conformismo di rete.

Alla fine della prima notte passata a bordo, l’uomo si svegliò «abbracciato alla donna delle pulizie, mentre lei lo abbracciava, confusi i corpi, confuse le cabine. Poco dopo, al sorgere del sole, l’uomo e la donna andarono a dipingere sulla prua dell’imbarcazione, da un lato e dall’altro, a lettere bianche, il nome che ancora bisognava dare alla caravella. Verso mezzogiorno, con la marea, L’isola Sconosciuta prese infine il mare, alla ricerca di se stessa».