Speciale / Terzo Reich

Nello Speciale:

  • Anna Ruchat, I non vivi
  • Roberto Danese, Nazisti antiquari, non filologi

I non vivi

Anna Ruchat

[Negli atti dell’istituto di Hademar] leggo la descrizione del momento in cui viene festeggiata la cremazione del decimillesimo cadavere di un paziente psichiatrico; per l’occasione era stato scelto un disabile con la testa enorme. Alla fine per tutti i dipendenti che avevano assistito, vi fu birra e würstel in abbondanza.

Melitta Breznik, Umstellformat, Luchterhand 2002

Il tema dello sterminio dei malati psichici e dei disabili – più di 200.000 persone in massima parte donne e bambini uccisi in Germania tra il 1939 e il 1945 – è rimasto a lungo un tabu nella storia e nelle famiglie tedesche. «Ancora alla fine del 2012», scrive Götz Aly nell’importante saggio Zavorre pubblicato da Einaudi «il direttore dell’Archivio federale tedesco non ha saputo risolversi a tributare rispetto e riconoscimento alle vittime» pubblicando «i nomi e le date di nascita delle 30 076 persone che nella prima fase delle uccisioni morirono nelle camere a gas».

Prova generale per lo sterminio degli ebrei, l’Operazione T4, che sovrintendeva all’organizzazione delle uccisioni per eutanasia, permise di valutare a partire dalla metà del 1939, come reagisse la popolazione all’eliminazione più o meno tacita di parenti e congiunti: «vite indegne di essere vissute», come venivano definiti sotto la dittatura nazionalsocialista. «L’Operazione T4», scrive Aly, «insegnava ai suoi ideatori che era possibile commettere un crimine così grande nel bel mezzo della Germania. Visto che i tedeschi accettavano l’uccisione dei propri connazionali, i dirigenti politici si convinsero che avrebbero potuto commettere crimini ancora più grandi senza incontrare un’opposizione significativa».

Ma non è questa l’unica linea di continuità tra lo sterminio dei malati di mente e quello degli ebrei. Fin dal libro-intervista di Gitta Sereny con Franz Stangl In quelle tenebre (Adelphi 1995) emerge un rapporto strutturale tra le due fasi: lo stesso Stangl, incaricato in un primo tempo di sovrintendere amministrativamente alla gassazione dei malati di mente, fu poi mandato a Chelmno (istituto costruito per l’eutanasia e diventato poi il primo campo di sterminio), e divenne infine comandante di Sobibor e di Treblinka. Addirittura Simon Wiesenthal scrisse nel suo Gli assassini sono tra noi (Garzanti 1967) che gli istituti di eutanasia furono usati come vere e proprie «scuole di assassinio».

Nella società tedesca laicizzata degli anni Trenta il dibattito sull’aborto e la cosiddetta «liberalizzazione della soppressione della vita senza valore» era già in corso da circa un decennio. Nel 1933 entrò in vigore la legge sulla sterilizzazione forzata dei portatori di malattie ereditarie e nel ’35 la «legge per la salvaguardia della salute ereditaria» del popolo tedesco. Un questionario realizzato negli anni Venti e rivolto ai genitori dei 200 bambini ricoverati in una clinica pediatrica per ritardati mentali, che Aly cita all’inizio del suo libro, ci permette di capire quanto già fosse poco sentita la «questione morale». La maggior parte dei genitori rispose infatti di sì alla prima domanda del questionario che chiedeva: «Darebbe il suo consenso a un’abbreviazione indolore della vita di Suo figlio, se degli esperti avessero assodato che è incurabilmente idiota?»

Inizialmente soggetta alla cancelleria del Führer, l’Operazione T4 creò tra il 1939 e il 1941 una rete di ospedali intermedi nei quali avvenivano le selezioni, si compilavano le liste dei pazienti da sottoporre al «trattamento speciale». Di lì venivano poi trasferiti negli ospedali attrezzati con le camere a gas. Ben presto fu chiaro a tutti – ai pazienti in primo luogo, là dove erano in grado di comprendere, ma anche a tutto il personale medico e infermieristico – che il trasferimento significava la morte. Già nell’agosto 1941 il professore ebreo Victor Klemperer che viveva in una «casa degli ebrei», completamente separato dalla società civile tedesca, scrive nei suoi diari: «ora si parla ovunque dell’uccisione dei malati di mente negli istituti.» (Testimoniare fino all’ultimo, Mondadori 2000).

Solo nel caso in cui i genitori o parenti della persona ricoverata si opponevano al trasferimento, scrive Aly, c’era una possibilità di salvezza. In tutti quei casi invece (ed erano la stragrande maggioranza) in cui le persone avallavano più o meno tacitamente la soppressione dei propri congiunti bisognosi di assistenza, la procedura faceva il suo corso: trasferimenti, controlli, valutazioni psichiatriche, fino alla restituzione dell’urna alla famiglia con una lettera in cui si dichiarava che la persona era morta d’infarto o di polmonite. In questo modo l’istituzione psichiatrica e in ultima istanza lo Stato, se per un verso sembravano farsi carico dell’uccisione del paziente, per l’altro legavano a sé i congiunti in un patto di inalienabile complicità. Aly pubblica diverse lettere strazianti di ragazzini che, rendendosi conto della minaccia incombente, chiedono aiuto ai genitori. Si tratta di persone autonome anche se ritardate, come Walter che a sedici anni, essendo stato affidato dai genitori a un istituto, viene messo inizialmente a fare il calzolaio e qualche mese dopo, nell’aprile del 1941, viene trasferito in un campo intermedio da dove scrive alla madre: «Cara mamma, quanto contento sarei se tu potessi venire a trovarmi […]. Se il papà potesse venire quando è in congedo non vi costerebbe molti soldi visto che il papà viaggia con gli sconti dell’esercito. Allora potrei parlare di tutti i particolari con il papà […]. Quando finirà la guerra, si scopriranno anche gli altarini di questi istituti, in alcuni forse si farà un po’ di luce». Walter morirà qualche giorno dopo aver scritto questa lettera, che non viene recapitata ai genitori, nella camera a gas di Pirna-Sonnenstein, vicino a Dresda.

Nei primi mesi del 1941 il vescovo di Münster, conte von Galen, aveva incentrato diverse omelie sul tema dell’eutanasia, ipotizzando che i frequenti decessi dei malati di mente fossero «provocati intenzionalmente». La predica di «Galen» scrive Aly «non rivelava alcun segreto di Stato. Metteva i dirigenti nazisti in imbarazzo, certo, ma poneva anche i tedeschi a confronto con la pratica delle soppressioni da tanti rimossa e così spesso ignorata nel totale silenzio». Dopo le omelie dei vescovi i parenti non potevano più fingere di non sapere.

Per questo Hitler, spinto anche dalla mutata situazione esterna e interna della Germania, con un atto distensivo nei confronti del vescovo decise di interrompere bruscamente, il 23 agosto del 1941, le soppressioni dei malati di mente. Di fatto l’operazione T4 smise di dover rispondere alla Cancelleria del Führer, cambiò nome e qualche mese dopo riprese a funzionare come emanazione del Ministero degli Interni. I responsabili erano gli stessi e facevano capo ora alla cosiddetta Cooperativa del Reich. Non solo l’Operazione T4 non fu abolita dunque, ma «fu persino legittimata nella sua configurazione giuridica», scrive Aly, «cioè come Cooperativa del Reich per gli ospedali e le case di cura. […] Si optò per la procedura decentralizzata, per la lenta trasformazione di molti istituti di cura e assistenza pubblici in centri per una morte rapida e fortemente accelerata». La morte degli «idioti», così come quella dei tubercolotici, dei detenuti dichiarati pazzi e dei feriti gravi in guerra non avveniva con modalità meno eclatanti negli istituti predisposti.

Il libro di Aly non è soltanto una minuziosa ricostruzione storica degli eventi drammatici che hanno coinvolto la Germania durante il nazismo nell’ambito dell’eliminazione delle cosiddette «vite inutili», ma è anche un testo di denuncia che mette in luce le radici di un atteggiamento diffuso fin dagli anni Venti in un paese già fortemente secolarizzato e che continua a operare nel dopoguerra, sia nella Germania Federale che nella DDR. Aly segue i cervelli prestati alla ricerca dal Comitato del Reich fin nei depositi dell’istituto Max Planck, che ne nega ancora l’esistenza nel 1983. Fa i nomi dei responsabili e ne mette in luce la carriera ben oltre il nazismo. Ma fa anche i nomi delle vittime, i tanti nomi delle vittime dimenticate, sottolineando le responsabilità delle persone negli enti preposti e di tutta la società tedesca. «I tedeschi per la maggior parte avevano accettato quei crimini. […] Perciò, dopo il 1945 continuarono a tacere. Nei soggiorni e nelle camere da letto stavano appese le foto dei martiri, dei figli e dei fratelli caduti. Le foto degli zii o delle nonne che erano stati uccisi perché bisognosi di assistenza, dementi o psichicamente anormali, sottostavano a un’iconoclastia non scritta».

Götz Aly

Zavorre. Storia dell’Aktion T4: l'«eutanasia» nella Germania nazista 1939-1945

traduzione di Daniela Idra

Einaudi, 2017, 268 pp., € 30

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

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Nazisti antiquari, non filologi

Roberto M. Danese

Nel 2008 esce in Francia il volume di Johann Chapoutot Le national-socialisme et l’Antiquité per le edizioni PUF. Nel 2012 il libro viene ripubblicato in edizione rivista con il titolo Le nazisme et l’Antiquité. È quest’ultima versione che esce ora in Italia come Il nazismo e l’Antichità. La differenza nel titolo non è secondaria. Se vogliamo trovare infatti un limite in quest’opera, è il tono generale un po’ troppo apertamente irridente nei confronti dei nazisti, a partire dalla scelta di sostituire nel titolo l’originario national-socialisme con il più polemico nazisme usato negli anni Venti dagli oppositori di Hitler.

Chapoutot è un brillante storico del Terzo Reich, che ha voluto riservare specifica attenzione a un fenomeno già piuttosto noto e indagato, ma comunque bisognoso di una nuova analisi scientifica. La necessità di un libro come questo, molto ben documentato e altrettanto ben costruito, è data non solo dall’interesse per un aspetto importante della politica culturale nazista, ma anche dall’impatto che uno studio del genere può avere sul nostro tempo. Chapoutot dimostra con grande abilità che il nazismo non si è limitato a mistificare la cultura greca e romana, ma ha fatto di questa mistificazione una base fondamentale per la giustificazione ideologica del proprio agire politico e uno strumento formidabile di indottrinamento per il popolo tedesco. Insomma, ben più di quanto fece il fascismo con il folclorico riutilizzo della romanità. Hitler (e in qualche modo Himmler) prima crearono, grazie alla connivenza di studiosi tedeschi proni al dettato ideologico del Reich, una base scientifica che sancisse in modo indiscutibile l’origine germanica delle grandi civiltà greca e romana, quindi utilizzarono questa – per loro – incontrovertibile verità per rivendicare a sé tutti i migliori frutti di quelle antiche culture, a cominciare dalle città e dalle opere d’arte. Non fu purtroppo solo un gioco propagandistico, ma una delle giustificazioni principali per l’espansionismo tedesco e per il progressivo irrobustirsi della politica razziale: proclamandosi eredi e insieme padri delle civiltà di Pericle e Augusto (entrambi, per loro, di sangue nordico), si arrogarono il diritto di proclamare inferiori, corrotte e corruttrici tutte quelle razze e quelle culture che non rientravano in questa netta linea genealogica, arruolando come campioni della razziologia autori quali Tirteo oppure Orazio. Sulla reviviscenza di quegli antichi valori modellarono poi il loro inquietante programma ideologico: superiorità della razza nordica, eliminazione delle razze degenerate di origine negroide-semitica, una institutio nazionale che unisse cura del corpo e della mente, fede nell’irrazionalismo e nello Stato sociale contro il razionalismo di matrice umanistica, opposizione fra l’uomo “totale” ariano e l’uomo “scisso” di ascendenza cristiana.

Il libro di Chapoutot è molto dettagliato e complesso, ma di lettura agevole e avvincente, soprattutto chiaro nel mettere a fuoco gli obiettivi che il nazismo perseguiva nell’utilizzo dell’antichità classica. Sarebbe interessante analizzare molti aspetti di questo saggio, ma ne sceglierò solo un paio per cercare di mostrarne l’utilità e l’attualità. Nel 1933 Hitler volle una grande riforma scolastica che contribuisse a formare sin dall’infanzia il vero uomo tedesco. Molti filologi, storici, archeologi e filosofi tedeschi si prestarono a favorire questa operazione, che voleva inculcare nei ragazzi i grandi ideali “nordici” della Grecia e di Roma, senza però farli riflettere troppo sui testi. Chapoutot documenta molto bene il dibattito che si accese in merito fra politica, classicisti e insegnanti di scuola: bisognava esaltare l’affinità di sangue e di cultura con gli antichi, ma bisognava anche diminuire le ore di greco e di latino nelle scuole, privilegiando gli studi storico-ideologici a discapito di quelli linguistico-grammaticali. Se guardiamo al dibattito oggi in atto in Italia e in Europa sugli studi classici, non possiamo non accorgerci che si stanno usando simili argomentazioni per limitare il ruolo e lo studio delle lingue antiche, in vista del perseguimento di una cultura del fare più che del pensare. Scrive Chapoutot sul programma educativo nazista: “Il sapere è legittimo solo nella misura in cui è immediatamente utile alla comunità del popolo e allo Stato”. E poi: “Il sapere specializzato consacrato dal regime è un sapere tecnico, pratico, immediatamente disponibile e utilizzabile, che dunque esclude ogni meditazione e quella libertà disinteressata che è propria del pensiero”. Leggete gli attacchi contemporanei verso il liceo classico e verso lo studio del greco e del latino sui nostri giornali e sul web, considerate la filosofia di accreditamento degli Atenei da parte delle Agenzie per la Valutazione dell’Università e della Ricerca, quindi provate a fare un confronto con la cultura del fare esaltata dal regime nazista e messa alla base di ogni suo progetto formativo. Alla fine anche Heidegger aveva capito che tutto ciò era pericoloso, molto pericoloso...

Veniamo poi al marcato antifilologismo di tanti intellettuali al servizio del Führer. Chapoutot ci racconta che Hitler volle un aumento di attenzione verso l’antichità classica ma un’attenuazione del suo studio dal punto di vista veramente scientifico. È qualcosa di simile a quello che sta succedendo oggi, in un quadro di crescente attenzione per l’antichità classica: nelle università ci sono sempre più archeologi che non sanno una parola di greco o di latino, modernisti che non riusciranno mai a leggere Stazio o Virgilio in latino, latinisti e grecisti che considerano un fastidio fare edizioni critiche e lavorare su testi ecdoticamente fondati. Non parliamo di quello che succede nei licei. Lo studio delle grammatiche e della prassi filologica per l’antichità classica insegna a non dar mai per scontato nulla di fronte a un testo, insegna a interrogarsi sempre su ciò che una sequenza di parole o di immagini vuol veramente dire, insegna a capire le retoriche. Questo per i nazisti non solo era inutile, ma anche dannoso: la verità sul significato dei testi antichi su cui si fondava la loro ideologia la diceva il regime stesso, quindi perché fornire allo studente i mezzi per cercare di comprendere da solo quei testi, rischiando di fargli nascere nella testa idee “sbagliate”? La filologia è invece un bene prezioso perché, come ci hanno mostrato i primi grandi umanisti, raffina l’arte del dubbio: e anche oggi non dobbiamo dimenticare quanto si debba stare in guardia nei confronti di chi subdolamente bolla come inutile al progresso e perditempo colui che indugia nel lento esercizio della perplessità e della riflessione.

Il libro di Chapoutot non è dunque solo interessante, ma anche assai utile e la sua lettura dovrebbe essere consigliata a molti, se è vero che historia vero testis temporum, lux veritatis, vita memoriæ, magistra vitæ, nuntia vetustatis .

Johann Chapoutot

Il nazismo e l’Antichità

traduzione di Valeria Zini

Einaudi 2017, 523 pp., € 34

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

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