Poveri di idee contro la povertà

cibo-anziana-cassonettiAndrea Fumagalli

C’è qualcosa di reiteratamente perverso nelle decisioni in materia di lavoro e sicurezza sociale che accomuna i provvedimenti del governo Renzi: si annunciano interventi a favore di alcuni obiettivi del tutto condivisibili ma si utilizzano strumenti che, a un’analisi più attenta, rischiano di produrre l’esatto contrario.

Così è stato per il Jobs Act, sbandierato come lo strumento migliore per garantire occupazione, duratura e certa per combattere la precarietà. In realtà, il connubio fra la «totale liberalizzazione del ricorso al contratto a tempo determinato (reso acausale)» e l’introduzione del «contratto di lavoro (denominato a tempo indeterminato) a tutele crescenti», in sinergia con la possibilità di licenziare a livello individuale anche senza giusta causa e a un costo irrisorio (soprattutto rispetto agli incentivi fiscali per la sua adozione), produce l’effetto di istituzionalizzare la precarietà come condizione tipica del rapporto di lavoro. Di fronte alla possibilità di essere licenziate/i liberamente entro i primi tre anni e successivamente per motivi economici come previsto dalla Legge Fornero, il contratto a tempo indeterminato si depotenzia del tutto e si precarizza, di fatto sparendo dall’ordinamento giuslavorista italiano.

Cosi pure per il Decreto di legge sul Lavoro autonomo, proposto dal Consiglio dei Ministri dello scorso 28 gennaio, nel quale di fronte al riconoscimento (meglio tardi che mai!) che esiste il lavoro autonomo, a fronte di alcuni interventi scontati in materia di maternità e di formazione, si glissa sulle questioni centrali: la fissazione di un compenso minimo, l’equità fiscale e previdenziale e la necessità di interventi sulla continuità di reddito. L’effetto è ancora una volta una semplice operazione di facciata, che lascia del tutto irrisolti i veri problemi.

Con il DdL Poletti sulla povertà, approvato lo stesso giorno, si supera però ogni primato.

Il BIN ha sempre sostenuto che per parlare di reddito di base (seppur minimo) è necessario che vengano rispettati determinati requisiti: individualità, residenza, massimo livello di incondizionatezza possibile (es. congruità della proposta di lavoro), onere a carico della fiscalità generale grazie alla separazione tra assistenza e previdenza, un livello non inferiore alla soglia di povertà relativa e definito non in termini assoluti ma relativi – per giungere a un’armonizzazione dei variegati e distorti ammortizzatori sociali oggi esistenti.

La misura di Poletti è l’esatto contrario, tranne per il fatto di essere finanziata dalla fiscalità generale (per un budget ridicolo di 600 milioni di euro). È di natura familiare, viene data solo a chi gode dei diritti di cittadinanza, è fortemente condizionata a obblighi comportamentali e lavorativo-formativi, e presenta un ammontare risibile in termini assoluti (320 euro mensili a famiglia, quindi a livello individuale ben inferiore alla soglia di povertà assoluta, nonostante le intenzioni dichiarate: meno di un’elemosina). Inoltre, non può in ogni caso soddisfare le esigenze di tute le famiglie che si trovano in condizioni di indigenza assoluta (circa 1,2 milioni in Italia). Infatti solo poco più del 20% potranno accedervi: quelle che presentano un reddito familiare lordo ISEE inferiore ai 3000 euro l’anno!

Nella realtà, dunque, questa misura non contrasta la povertà in Italia, non intaccando in alcun modo le sue ragioni. A parte la sua natura propagandistica e di facciata, essa ha anche il compito di ottemperare, almeno formalmente, alle disposizioni europee in materia di lotta alla povertà: visto che per tale lacuna l’Italia è già stata più volte sanzionata e richiamata dall’Europa.

Ma forse vi è anche un’altra possibile motivazione, più strettamente politica: una volta approvata, la nuova legge svolgerebbe il compito di rendere inutile e superflua la discussione parlamentare relativa ai due progetti di legge sul reddito di base (Cinque Stelle e SEL-Società civile) che da due anni giacciono negli ammuffiti scaffali del parlamento. Di fatto il DdL Poletti/Renzi non è contro la povertà ma contro ogni proposta di reddito minimo garantito.

Lavoro gratis per tutti

Andrea Fumagalli

Chiamata alle armi del Touring Club Italiano: 1000 operatori presteranno servizio durante Expo2015 a sostegno del progetto Destinazione Milano, interno al più vasto Programma City Operations, messo a punto dal Comune di Milano per rincorrere le «opportunità» legate al turismo indotto dall’esposizione universale, rispetto a cui sono stati studiati programmi il cui scopo è portare turisti dal sito expo in città. Nel Programma City Operations (deliberazione di G.C. n.1282/2012 del 15/6/2012) viene definito un panorama in cui aumenta, decuplica l’offerta turistica ma a ciò non corrisponde un’offerta altrettanto decuplicata di lavoro... Per lo meno di lavoro retribuito, poiché la linea di indirizzo scelta è l’utilizzo di volontari, ovvero lavoro gratuito.

Ciò che avete letto è solo uno dei tanti esempi delle politiche attive per il lavoro che il grande evento Expo2015 utilizza: lo sfruttamento del lavoro volontario. Il 23 luglio, a Milano, viene siglato un accordo tra Cgil-Cisl-Uil, il Comune di Milano ed Expo 2015 S.p.A. Un accordo per favorire l’assunzione a termine di 800 lavoratori e l’utilizzo di 18.500 volontari per garantire la forza-lavoro necessaria a Expo 2015. Si tratta del primo accordo sindacale che permette il ricorso al lavoro non pagato siglato in Italia.

Ritorniamo così, drammaticamente, a una situazione pre-rivoluzione francese. In quell’occasione, l’affermazione che i diritti di cittadinanza sono garantiti a prescindere dalla condizione professionale ha significato la progressiva eliminazione (almeno dal punto di vista giuridico) di quei rapporti di lavoro basati sullo schiavismo, la servitù della gleba e la corvè; in altre parole, l’attività lavorativa umana non può essere soggetta a coazione ma è formalmente libera e quindi remunerata. Nasce così il moderno mercato capitalistico del lavoro, in cui si scambia cessione di tempo di vita contro un salario monetario. Già con la legge Bossi-Fini tale principio viene meno per i migranti nel momento in cui la possibilità di essere riconosciuti come essere umani (avere cioè un permesso di soggiorno), dipende dalla condizione lavorativa. Ora, per i residenti autoctoni, si permette che un lavoro che produce profitti possa essere legalmente e contrattualmente non remunerato!

Il contratto siglato a Milano per l’Expo anticipa quanto poi verrà generalizzato con Il Job Act e con il piano Garanzia Giovani. Con tale scellerato accordo si stabilisce che degli 800 lavoratori assunti per i 6 mesi di Expo 2015, 340 saranno apprendisti e dovranno avere meno di 29 anni. Altri 300 saranno contratti a tempo determinato e una parte degli impieghi sarà riservata a disoccupati e persone in mobilità.

Sul fronte degli stage, invece, saranno 195 le posizioni da coprire, con rimborsi da 516 euro al mese. A questi si aggiungeranno circa 18.500 volontari, destinati principalmente all’accoglienza dei visitatori: potranno alternarsi su turni di cinque ore al giorno, con un impiego massimo di due settimane ciascuno, per un fabbisogno giornaliero di 475 persone. Con questi “si chiude il fabbisogno per la società” – ha spiegato Sala, l’AD di Expo2015, con il plauso del Comune di Milano e di Cgil, Cisl e Uil.

Per compensare questa ignominia, il 26 gennaio scorso, in pompa magna, è stato annunciato dallo stesso AD Sala l’avvio da parte di ManpowerGroup dei procedimenti di selezione di 5.000 figure professionali per i Padiglioni dei Paesi. Come si legge nel comunicato ufficiale: “Tra le competenze richieste per le nuove posizioni vi sono dinamismo, iniziativa, capacità di lavorare in gruppo e determinazione, ma anche disponibilità al lavoro su turni (compresi sabato e domenica e festività), conoscenza delle lingue (soprattutto inglese, tedesco e spagnolo ma anche molto richiesto cinese, arabo e russo), ottime capacità relazionali e di gestione dello stress”.

Non è chiaro a chi è riferito la capacità di gestione dello stress. Se ai singoli lavoratori oppure al pubblico. I contratti sono infatti interinali, temporanei, pagati al minimo e relative alle seguenti professionalità: cassieri, aiuto cuochi, baristi, ovvero per lo più manovalanza da cucina! Certo si tratta di lavoro remunerato, sull’ordine dei 700-800 euro mensili con orari flessibili 7 giorni su 7, e possiamo immaginare il profitto che ne ricaverà la Manpower.

Il totale dell’occupazione per il periodo di Expo sale così a poco più di 25.000 unità, di cui tre quarti sono lavoro non pagato. E pensare che una ricerca della Bocconi qualche anno fa stimava un impatto occupazionale di Expo dal 2012 al 2020 di circa 191.000 nuovi posti di lavoro, di cui 30.000 nella fase di preparazione all’evento, e ben 67.00 durante i 6 mesi dell’evento stesso (1 maggio- 31 ottobre 2015). Secondo uno studio della Cgil lombarda del dicembre scorso, dal 2012 alla fine di ottobre 2014, le assunzioni «per attività finalizzata alla realizzazione di Expo» a Milano e provincia sono state 4.185 da parte di 1.733 aziende: un numero decisamente inferiore a quello ipotizzato, dal quale inoltre bisognerà decurtare i circa 1200 lavoratori che perderanno il posto di lavoro una volta ultimati (se si farà in tempo) i lavori di costruzione dei padiglioni di Expo.

Di fatto la creazione effettiva e reale di posti di lavoro, seppur temporanei ma remunerati dal 2012 a fine Expo, si riduce a poco più di 10.000 unità, una quota significativamente minore al numero dei lavoratori gratuiti e 10 volte inferiore a quella stimata. Con il Jobs Act, la precarietà diventa norma, si istituzionalizza e quindi non è più atipica. Dal punto di vista giuridico, la precarietà viene così formalmente risolta. Con Expo 2015, una nuova frontiera si apre e la sostituisce: è quella del lavoro gratuito.

Sciopero!

Giacomo Pisani

Il Jobs act ha liberalizzato definitivamente il lavoro precario e sottopagato, ricattabile e intermittente, quel lavoro che già da anni costituisce la sola (o quasi) prospettiva sul mercato. La precarietà non è soltanto un fenomeno legato alla produzione, è un dispositivo che incide sulla vita, segna la temporalità dei nostri progetti, costringe continuamente a ripensarsi in un contesto lavorativo nuovo e ad affrontare ricatti e periodi lunghi di disoccupazione. La precarietà è uno dei dispositivi di assoggettamento per eccellenza, che influisce anche sul modo di rapportarsi agli altri e al mondo e di riconoscersi in esso. Soprattutto quando ad una affermazione così netta della centralità del lavoro a tempo determinato non corrisponde una rimodulazione del welfare che garantisca delle tutele universali – innanzitutto un reddito di esistenza incondizionato – in una costellazione così variegata di condizioni di vita e di lavoro.

Di fronte al jobs act non basta la mediazione sindacale classica. I processi di sfruttamento non investono esclusivamente il posto di lavoro, ma si estendono alla vita in generale e al suo dispiegarsi in una società sempre più attraversata da dispositivi di sussunzione e di messa a valore delle capacità cognitive e di neutralizzazione delle possibilità di relazione. Eppure oggi c’è una generazione che preme alle porte del mondo, è una generazione altamente scolarizzata, composta di giovani in grado di reinventarsi continuamente nei contesti lavorativi a più alto tasso di ricattabilità, disposta ad attraversare lunghi periodi di disoccupazione e a resistere a una società in cui è sempre più difficile trovare spazi di cittadinanza. Il neoliberismo conosce benissimo le capacità di questo soggetto così frammentato ed eterogeneo e isola ogni singolo individuo costruendo percorsi differenziati di sfruttamento e alienazione che impediscono la socializzazione del disagio e la costruzione collettiva di percorsi di messa in discussione dei rapporti di produzione.

Lo sciopero sociale è un momento di rottura, è l’inizio di un percorso di riappropriazione. In un momento in cui la vita stessa è messa a lavoro e il prodotto di una moltitudine precaria caratterizzata da grandi capacità creative è funzionale ad un sistema che non riconosce neanche la cittadinanza sociale dei singoli individui, questi incrociano le braccia e si riprendono il loro tempo. Non è lo sciopero classico, contro il padrone nel posto di lavoro, che detta le condizioni comuni dello sfruttamento costruendo contemporaneamente il proprio nemico. È uno sciopero meticcio, variegato, eterogeneo, che comprende precari, lavoratori della conoscenza, studenti, migranti, lavoratori autonomi a partita iva ecc.

In Italia si sta costruendo un soggetto indisponibile al ricatto, che non fa distinzione fra lavoratori e disoccupati, cittadini e migranti, ma che non appiana le differenze in un soggetto astratto. Lo sciopero sociale parte proprio da questa eterogeneità, che è per il capitale finanziario una risorsa ma al contempo la più grande minaccia alla sua stabilità. Perché è questo soggetto quello che produce, quello che ha il più alto potenziale creativo, il vero motore del capitalismo cognitivo. Il Jobs act, anziché porre davvero la questione del mutamento del modello di produzione, della necessità di valorizzare le funzioni cognitive e di investire su questa generazione, ha degradato in forme ancor più mortifere il lavoro che c’è condannando tutti a inseguire posti di fortuna, dove per tre mesi si darà il meglio di sè con l’acqua alla gola, per poi essere nuovamente risucchiati nelle mille peripezie della vita al tempo della precarietà.

C’è un mondo di vita, di emozioni, di capacità e di continua riproduzione di valori e significati che batte alle porte del mondo e che vuole dirsi in tutte le forme del vivere sociale. È un’energia che rompe le gabbie della precarietà, che non è più contenuta dalle maglie dei ricatti e della sopravvivenza, che vuole attraversare il mondo, lo vuole riempire di passioni e di ciò che sa fare. Perché il futuro non è più arrestabile ed è questa la temporalità in cui viaggia una generazione che venerdì inizia a riprendersi tutto. Il 14 Novembre è il giorno dello sciopero sociale.

Jobs act

Giacomo Pisani

Ha ancora senso, in Italia, parlare di lavoro? Col Jobs act renziano sembra rimasto ben poco dell’impianto teorico su cui si è retto questo principio fondamentale nella storia moderna, costruito a suon di lotte e conquiste, anche a livello costituzionale. Il lavoro è il fattore peculiare di realizzazione della persona, è la tensione essenziale che lo connette al mondo. È col lavoro che l’uomo dà forma al mondo realizzandosi e progettandosi dentro la frizione continua che le cose fuori di noi esercitano sulle nostre decisioni, esponendoci ai processi sociali e alla storia. L’uomo fa la storia per mezzo del lavoro, per questo le grandi rivoluzioni della modernità sono state determinate dalla volontà di liberare il lavoro dal ricatto e dallo sfruttamento.

Il Jobs act è il culmine della degradazione dell’attività lavorativa, l’apice del ricatto, in cui il momento della pena espressione da parte dell’uomo della propria identità, con annesse capacità e competenze, viene ridotta a merce che il datore di lavoro può rimettere sul mercato a piacimento, anche senza motivazione. A ben guardare, il Jobs act è la formalizzazione istituzionale, abbastanza volgare, di un processo sociale che ha già portato alla graduale uscita di scena del lavoro garantito come elemento centrale nella costruzione dell’identità della persona e nella produzione della ricchezza. Sempre più il capitale finanziario mette a valore capacità cognitive e relazionali che si sviluppano nel campo sociale e, in particolare, nei media e nella rete, al di fuori del lavoro riconosciuto contrattualmente. La comunicazione generalizzata, anziché mettere in comunicazione gli orizzonti storici locali, decostruendo il principio di realtà e la stabilità totalizzante della ragione occidentale dominante,su cui si strutturano rapporti di potere e di oppressione, ha neutralizzato le forme di relazione immettendole in un’arena neutra in cui i soggetti sono stati deprivati degli strumenti ermeneutici indispensabili per comprendere la propria situazione e metterla in discussione.

Oggi un potenziale di condivisione formidabile è neutralizzato per mezzo dello sradicamento dei soggetti dagli spazi comunitari in cui si è sostanziato storicamente un orizzonte significante di comprensione e progettamento, attraverso la precarizzazione dell’esistenza e del lavoro, fino all’assurdità del Jobs act. Restano le possibilità più neutrali, immediate, poco impegnative: quelle del consumo rapsodico non solo materiale, ma anche di immagini, stimoli, relazioni. Il mercato tende a consolidarsi come unico parametro del valore sociale, fino a regolarsi esso stesso, anche da un punto di vista giuridico (con una lex mercatoria da esso stesso generata), a livello transnazionale. L’aggressione alla dignità e ai diritti fondamentali della persona è dunque un fenomeno strutturalmente incardinato nella società postmoderna e il Jobs act è solo la formalizzazione, anche un po’ caricaturale, di un mutamento sistemico che già ha investito modi di produzione, forme di relazione e di vita.

Come riappropriarsi di questo spazio comune, oggi presidiato dal mercato, se non con delle pratiche di resistenza generalizzate che ripartano dai bisogni eccedenti, che il mercato non riesce a riconoscere e tutelare? Come liberare il comune se non rompendo con il pubblico e il privato su cui si regge il nostro diritto privatistico, e lottando per una riappropriazione dal basso dei diritti e dei beni che possano renderne sostanziale la tutela? È un processo che già attraversa il campo sociale, presentandosi come contraddizione reale all’interno del sistema capitalista, e che investe una serie di soggetti che rappresentano oggi la negatività assoluta, pura emergenza, singolarità in esubero: migranti, lavoratori della conoscenza, precari, disoccupati.Lo spazio della condivisione è oggi il terreno in cui radicare un processo costituente pieno di vita e di potenza, che dissolve le rigidità dell’ordine costituito e ridà voce alla ricchezza del possibile.

 

Abbiate fiducia

Augusto Illuminati

Al primo squillo di voto di fiducia in Senato, tutti quanti – minoranza cuperliana, giovani turchi orfiniani, malmostosi fassiniani, commessi bersaniani della Ditta, dalemiani relittici – si precipitarono a votare «sì», con volto contrito e responsabile adeguato al rango, ma mostrando sollecitudine: ruere in servitium consules patres eques, quando quis illustrior, tanto magis falsi ac festinantes vultuque composito (Tacito, Ann. I, 7). Ognuno proclamando di farlo di propria iniziativa, a rischio di popolarità e per il solo pubblico interesse, del Paese e della Ditta – astuzie da leccaculi, poiché ea sola species adulandi supererat (ìvi, 9).

Con questa resa dell’opposizione interna, ben più che con la deriva neo-liberale dell’ebete maggioranza renziana, il Pd è defunto, sigillando dall’alto la frana dal basso degli iscritti e la demoralizzazione di tutte le sue articolazioni mediatiche e organizzative, assorbite in modo sparso da Repubblica, talk show, Eataly, amministrazioni locali, cooperative e fondazioni bancarie. Constatiamo senza piangere e senza esultare. Per le nostalgie basta e avanza Gazebo. Per il sarcasmo basta percepire l’insolente fierezza dei deputati (che voteranno fra un mese e il cui numero è non condizionante) e la prudente cautela dei 26 senatori, che votano adesso e dove l’erosione del margine di 7 voti per la maggioranza avrebbe provocato la caduta del governo o l’imbarazzante sostegno indiretto di FI. Due o tre senatori si sono salvati l’anima uscendo dall’aula o dimettendosi, con effetti minimali sulla débâcle politica dello schieramento dissidente. Ora, invece, il governo è salvo e il ruolo dell’opposizione è traslato al M5S, ottimo. In tutte le case dei disoccupati e dei precari si è brindato.

Può darsi che ci siano scaramucce di retroguardia, innocue dichiarazioni d’intenti, qualche dimissione, due o tre uscite dall’aula al momento del voto, un penultimatum di Civati, una sequela di dissociazioni e ricompattamenti con altre formazioni residuali, liste elettorali e guerriglia parlamentare a babbo morto, ma nel momento in cui l’opposizione interna si è identificata con il governo – il governo omofobo Renzi-Alfano!– ritraendosi per non farlo cadere con la sfiducia, beh in quel momento ogni eredità del Partito è svanita, tirandosi dietro retrospettivamente il fantasma inquietante di Togliatti, il mito austero di Berlinguer, l’insostenibile leggerezza di Veltroni e la sfigata bonomia di Bersani. Tutti schiacciati sotto le ruote di Sacconi, Ichino e Schifani, mica del carro Juggernaut di Krishna!

Va detto, del resto, che gli arrendevoli senatori romani rischiavano la morte, quelli contemporanei solo a perdita del seggio e la loro stessa capitolazione verte intorno a una delega generica, ancor più beffardamente svuotata da un emendamento che ne intensifica vaghezza e infida dilazione. Inoltre senza «nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica», ovvero senza coperture e in subordine alla sempre futura legge di stabilità.

Un assegno in bianco da sventolare (per di più a tempo scaduto) in un vertice europeo di medio livello, diffidente e gravato da ben altre preoccupazioni finanziarie, nel corso di un semestre europeo italiano spettralmente inutile e sfortunato. E chi li minaccia non è un signore di vita e di morte quale Tiberio, ma un burattino dei poteri forti europei e americani, un imitatore buffo di Frank Underwood, cioè la cattiva copia di una copia. Una macchietta che pretende di difendere la reputescion dell’Italia aggrappandosi al vincolo del 3%. A trarre un bilancio della mescolanza fra bene e male per Tiberio fu Tacito. Di stendere deliranti apologie del fiorentino (con la f minuscola) si è fatto carico Giuliano Ferrara, sempre incline a battaglie perdenti ed eroi improbabili quanto jellati. C’è un Dudù nel futuro di Renzi.

 

Largo al merito!

Augusto Illuminati

Reddito garantito, riconoscimento meritocratico della produzione bio-politica, condizionamento dei sussidi a un sistema di workfare – nihil sub sole novi. L’imperatore Eliogabalo, l’«anarchico incoronato» di Artaud, avrebbe anticipato molti aspetti dell’odierno dibattito, almeno nel discorso immaginario che il severo umanista Leonardo Bruni, aretino trapiantato a Firenze, manipolando un po’ le malevoli fonti antiche, gli mette in bocca nella sua burlesca Oratio Heliogabali ad meretrices del 1407 (Opere letterarie e politiche, ed. P. Viti, Utet, Torino 1996, pp. 288 sgg.).

Il dissoluto giovinetto conciona alle meretrici, eccitato dai visi audaci e dalle esibite mammelle che lo circondano. Le chiama “commilitoni”: ogni amante è un soldato negli accampamenti di Cupido, lo stesso imperatore è un soldato semplice di quell’esercito, le cui armi non sono spade e frecce ma bianche lenzuola e la pubblica lascivia è unica strategia. Ma non dovreste essere le sole a fare quel mestiere – si affretta ad aggiungere –, trascinate in questa impresa le matrone romane, quelle donne rispettabili che mignotteggiano in privato e non in pubblico, sciocche che si vergognano di esibire quanto fanno alle spalle dei loro mariti e temono di essere bollate per “meretrici”, quasi fosse un’offesa.

In realtà –preziosa lezione etimologica da sottoporre ai nostri apologeti della meritocrazia, da Abravanel e Alesina - Giavazzi alla squadra di Matteo Renzi – meretrix deriva dal verbo merere, procurarsi un guadagno (mercede), è una forma di “merito” valida quanto quella del soldato o del funzionario. La puttana universale è anzi la forma base di merito e di merce. Imparassero l’Anvur e le agenzie di lavoro a somministrazione (ex-interinali).

Come colmare l’imbarazzante discrepanza fra meritare professionalmente per denaro e meritare per spontanea lussuria? Eliogabalo propone allora che le meretrici, grazie a uno sussidio pubblico, siano esentate dall’offrirsi svogliatamente per denaro ai clienti individuali e che lo facciano solo per piacere, così dal favorire l’equiparazione con le lussuriose e disinteressate matrone, sempre disposte a concedersi gratis per pura libidine a contadini, schiavi e mulattieri. Ogni casa è un postribolo, solo che è gratuito e clandestino.

La differenza fra una puttana di mestiere e una svergognata casalinga non è maggiore di quella fra un soldato e un assassino, fra guerra giusta e latrocinio. E il ladrone che combatte senza insegne e divisa è proprio la signora per bene che si occulta dentro casa. Occorre dunque presentare una legge per cui le donne divengano comuni a tutte, altro che legge agraria. Che esse non si limitino a sedurre ma comincino a mordere, violentare e rapire gli uomini che loro piacciono, specie se giovani, dismettendo ogni colpevole frigidità e pudicizia.

Soffermiamoci un attimo sulla proposta: essa si articola, al di là della denuncia dell’ipocrisia del matrimonio e della buona società, sulla separazione fra desiderio e guadagno dei mezzi di sussistenza, che in un caso passa attraverso l’attività mercenaria, nell’altro attraverso il mantenimento coniugale. Si suggerisce una specie di reddito di cittadinanza per entrambe le categorie in modo da svincolarle dalla prestazione o dalla clandestinità e liberare il contenuto di piacere, con un drastico rovesciamento dei giochi di ruolo. Se ogni soldato è un brigante in divisa, ogni brava sposa è una puttana in borghese. Per risolvere la contraddizione occorre un salario universale, che renda trasparenti i rapporti.

Sulla natura bio-politica delle prestazioni è superfluo soffermarsi –ne è la forma primordiale. Altrettanto evidente è che esse sono messe al lavoro: la retribuzione e la pari dignità delle operatrici sono condizionate all’obbligo di scopare con tutti, rendendo così le donne un bene comune. Restiamo insomma nell’ambito del workfare, di un regime in cui posizione sociale e remunerazione sono vincolate all’obbligo del lavoro. Le donne bene comune equivalgono al lavoro bene comune, retorica luogocomunista ai margini di una strategia di Jobs Act.

Nel bel latino di Bruni la gestione del proprio corpo a prezzi sovvenzionati diventa: vera libertas non legibus paret, nec appetitus imperat, sed naturae obtemperat eamque ut optimam sequitur ducem. Sempre a pigliare per il culo, questi fiorentini...

Il lavoro non si festeggia

Andrea Fumagalli

Il 1° maggio (con l’eccezione degli Usa) è notoriamente la festa del lavoro. Il che significa che il lavoro va festeggiato ed è oggetto di festa. Un tempo, il lavoro veniva festeggiato in quanto strumento di emancipazione, in grado di fornire i mezzi monetari (reddito) e i diritti di cittadinanza per poter godere del tempo del non-lavoro, ovvero dell’ozio, nel suo più nobile significato (otium).

Era un tempo in cui la separazione tra lavoro e non lavoro era ben chiara e netta. Tale distinzione derivava da un’altra distinzione, funzionale al processo di accumulazione e valorizzazione capitalista: quella tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo, da cui discendevano i parametri che decidevano quali attività umane dovevano essere remunerate in moneta e quali no (come, ad esempio, il lavoro di riproduzione).

Oggi tutta la vita è messa a lavoro e a valore, ovvero è vita produttiva, sempre più inserita nel processo di mercificazione che accomuna tutte le attività umane, da quella artistica a quella manuale. La svalorizzazione dell’attività creativa-cognitiva, emblema della produzione contemporanea, è oggi archetipo delle mutate condizioni di valorizzazione e delle trasformazioni del lavoro. Il lavoratore creativo-cognitivo, infatti, lavora tutto il giorno, ma viene pagato (e impiegato) solo raramente e, per di più, solo se è disposto ad alienare formazione e competenze in funzione della domanda e delle ideologie dei pochi committenti rimasti. Per il lavoratore creativo-cognitivo, il 1° maggio non può essere dunque la festa del lavoro.

Ma la stessa situazione la vive chi presta lavoro manuale. Le recenti vicende che hanno visto protagonisti i lavoratori, migranti e non, delle cooperative (molte delle quali legate a Lega Coop, il cui ex presidente è oggi ministro del lavoro), dalla Granarolo di Bologna, all’Ikea di Piacenza e all’Esselunga di Milano, solo per citare alcuni esempi, hanno evidenziato come il livello di precarietà e quindi di sfruttamento, con paghe orarie da fame (sino ai 2,80 euro dei lavoratori della Coopservice, nell’indotto dei servizi dell’Università di Bologna), è oramai un fatto esistenziale, che tracima la stessa condizione lavorativa.

Poco meno di un anno fa, il 23 luglio 2013, veniva siglato un accordo tra Cgil, Cisl, Uil, Expo Spa e Comune di Milano per assumere 700 giovani con contratti di apprendistato e a termine, in deroga alle norme vigenti all’epoca (riforma Fornero), e ben 18.500 volontari gratis in vista del megaevento di Expo Milano 2015. Tale accordo ha anticipato a livello locale ciò che poi si è esteso a livello nazionale con la riforma del jobs act: liberalizzazione acausale del contratto a tempo determinato con l'obiettivo di farlo diventare il contratto di lavoro standard in sostituzione di quello stabile, e trasformazione del contratto di apprendistato in contratto di inserimento per i giovani meno qualificati, a stipendio inferiore (-30%) e con agevolazioni contributive solo per le imprese.

Il 1° maggio di quest’anno - coincidenza non casuale - dovrebbe entrare in vigore il progetto Garanzia Giovani, con lo scopo, sulla base delle indicazioni europee, di trovare un’occupazione a più di 600.000 giovani che hanno terminato gli studi, non lavorano e non fanno formazione (i famosi Neet). Nulla di male, se non fosse che tale occupazione si tradurrebbe in prestazioni di servizio civile, corsi di riqualificazione e volontariato. Come aveva anticipato l’accordo per l’Expo Milano 2015, si tratta di giovani precari che lavorano gratis o, nella migliore delle ipotesi, sottopagati.

Se le cose stanno così, c’è veramente poco da festeggiare. Oggi il 1° maggio non può essere più la festa del diritto al lavoro. Dovrebbe trasformarsi, se di festa si tratta, in festa del non-lavoro e del reddito di base, ovvero richiesta di libertà di scelta del lavoro e di autodeterminazione di vita, contro l’imperante ricatto sempre più massiccio della damnatio del lavoro per sopravvivere.

Non sarà un caso che il termine “lavoro” etimologicamente significhi “dolore”, “pena”, “tortura” e che oggi non implichi più dignità ma povertà. E non sarà un caso che negli ultimi anni in Italia la manifestazione più partecipata del 1° maggio non è il tradizionale corteo mattutino indetto dai sindacati tradizionali bensì la MayDay Parade di Milano, appunto una parade, festa del reddito e del non-lavoro.