La memoria-pugno. Lee Anne Schmitt e il cinema sperimentale americano di oggi

Roberto Silvestri

Ci vuole un caos dentro di sé per generare una stella danzante (Nietzsche)

California Company Town (2008) e Purge This Land (2017) sono due capolavori di land art. Dalle gallerie d’arte - Moma, RedCat, Getty Museum – tramite Viennale, Oberhausen, Rotterdam e Filmmaker di Milano, sono approdati a Pesaro 55, con l’opera omnia della sua autrice, Lee Anne Schmitt, cineasta nordamericana di colore bianco.

Schmitt è stata formata nel laboratorio del documentarista Thom Andersen, il regista “neo-costruttivista”, celebre per Los Angeles Plays Itself, film-saggio del 2003 sull’architettura e l’urbanistica della megalopoli californiana e i suoi retroscena politico-sociali, raccontati attraverso centinaia di frammenti di film hollywoodiani “rubati” (e dunque con non poche difficoltà a commercializzarlo in dvd). Andersen ha realizzato poi molti documentari corti, sulla gentrificazione losangelina (Get Out of the Cars, 2010), sull’architettura portoghese (Reconversao, del 2012, 17 edifici di Eduardo Souto Moura sezionati), sul cinema black (Juke: Passages from the films of Spencer Williams) e sul dittico di Gilles Deleuze L’immagine-movimento e L’immagine tempo (The Thoughts That Once We Hed, 2015).

Ma quei due film in 16mm di Lee Anne Schmitt sono anche frutto degli studi multidisciplinari alla CalArts, scuola d’arte pratica e teorica (pittura, danza, musica, teatro, video, cinema, critica) che Walt Disney fondò negli ultimi anni di vita, a Santa Clarita, 30 miglia a nord ovest di Los Angeles (tra gli altri allievi della scuola Tim Burton e i nostri Betta Lodoli e Marco Simon Puccioni). I futuri cineasti non possono ignorare le parallele ricerche più avanzate delle altre arti contigue. “Peccato che il primo insegnante di cinema alla CalArts, dal 1969 al 1993, fu un cineasta scozzese davvero molto conservatore dal punto di vista visuale e politico, Alexander Mackendrick” ci confessa Lee Anne, che poi ha seguito le lezioni molto meno mainstream di Andersen.

Oggi Schmitt vive ad Altadena, la zona collinosa di Pasadena dove negli anni 50 furono spintonate le famiglie nere da quelle bianche, in rivolta razzista, perché non si deprezzasse il valore dei loro appartamenti.

Marito e collaboratore alle musiche dei film di Lee Anne Schmitt è infatti Jeff Parker, prestigioso compositore, chitarrista e multistrumentista dell’avanguardia jazz chicagoana post-free, nord-americano di colore nero, conosciuto anche come ex membro del gruppo post-rock Tortoise.

Il loro figlio, oggi, va nella piscina che affaccia sulla stessa strada dove i poliziotti massacrarono di botte Rodney King, senza rendersi conto di vivere già nell’era i-phone.

Con California Company Town e Purge This Land siamo nei territori del cinema saggistico, ma agli antipodi del genere “cinema del reale”. Sono due road movie eccentrici, perché ci si sposta da luogo a luogo ma la cinepresa è sempre ferma, le inquadrature spesso dedicate a edifici o strade senza esseri umani, come fosse passata di lì la bomba N. Si affronta il paesaggio con piglio da psicogeografo che sa esattamente dove andare a indagare e cosa riprendere per produrre effetti perturbanti. Lungo il suo lavoro di pre-production. Inoltre. Qui si dice, chiaro e tondo ciò che si pensa. Si ha il coraggio di mostrare la faccia. Di farsi guardare bene negli occhi.

E, proprio come piaceva a Roberto Rossellini e Emile De Antonio, si danno risposte acute e si inventano forme circostanziate, si progettano situazioni, non si fanno solo domande generiche e spassionate sul destino del mondo e dell’umanità, sulla crisi del capitalismo, sulla società postindustriale, sul mito del West, sul razzismo e sullo sterminio dei bufali e dei nativi.

Si ritagliano, invece, brani da lettere, ricordi privati, frasi celebri dai classici, musiche da repertorio che si amalgamano come in un testo-pugno. E a volte è il territorio stesso che favorisce raccordi asimmetrici tra biografia della film-maker e storia patria. Questo reticolo di meditazioni intime, citazioni e controinformazione proveniente da tesori culturali proibiti (DuBois, Frederick Douglass, Malcolm X, C.L.R.James…) viene gettato contro le immagini con effetto barocco, di spinta sulla superficie del visibile, creando una situazione di conflitto.

La responsabilità etica e partigiana di chi non sfugge al conflitto si esprime bene in questi due film “girati” in prima persona singolare femminile. Nel cinema del guardare/guardarsi - quello cioè che instaura fiducia totale tra spettatore e sguardo del narratore - differentemente dalla politica, solo chi è passibile di conflitto di interessi, merita infatti ascolto e interesse.

Il primo film California Company Town: l’archeologia industriale, allo stadio spettrale, dello stato più ricco (ma desertificato) al mondo. La vitalità nascosta delle macerie californiane, in oltre 12 luoghi sconosciuti e dimenticati, interni, desertici, “morti-viventi”. Intere cittadine abbandonate. Ghost factories. Racconti operai di resistenza e sconfitte. Anche se la chiusura di un centro di lavoro sfruttato ha sempre qualcosa di vittorioso. Come una miniera che smise per sempre di intasare i polmoni dei minatori di pulviscoli mortali. La biografia della regista c’entra con questa passione per pipeline e campi petroliferi perché il padre, per lavoro, la portava da piccola da un centro industriale all’altro.

Il secondo, Purge This Land. Le zone più dark dell’immaginario americana. L’odissea di John Brown, il martire bianco del movimento anti-schiavista, ucciso nel 1859. I suoi compagni, dimenticati, soprattutto il suo braccio destro nero. Attraverso questa biografia ecco il razzismo, lo schiavismo, le lotte african-american, fino a Obama e oltre.

Ma anche. Questa è la cartografia della vita di Lee Anne, 48 anni. Durante le riprese di Purge ha scoperto di essere incinta. E anche di suo figlio bianco e nero, il film parla e si schiera. Schmitt oggi vive in California. E si dà un’occhiata in giro. Come era. Come è. Buttando dalla finestra le guide Lonely Planet.

(girare un film è come gettarsi nella deriva vitale situazionista).

Ma Lee Anne ieri viveva a Chicago, intrecciando progetti estetici con l’AACM (l’associazione per l’avanzamento della musica creativa che fondata nel 1965 ci ha regalato Muhal Richard Abrams e l’Art Ensemble of Chicago ma anche questa generazione più giovane e elettronica dei George Lewis, Jeff Parker, Leo Smith, Rob Mazurek …). E osserva e ascolta: molte situazioni, oggetti e luoghi biografici si sovrappongono a paesaggi, momenti e eventi chiave del movimento emancipazionista e nazionalista black. In quel luogo c’è ancora la prigione degli schiavi fuggiti e ripresi… In quella casa Sun Ra ha registrato i suoi primi album extragalattici, concepiti nei suoi pianeti paralleli e mai copernicani…. Qui a Chicago, vicino a casa mia, il Black Panthers Party e in particolare Fred Hampton ha verificato la formidabile efficacia del terrorismo di stato…Gli antenati di Jeff Parker vennero schiavizzati proprio in queste piantagioni della Virginia.. il razzismo come si vede non deperisce naturamente. “Il passato non è mai passato”.

Cosi si racconta la storia, senza fare tante storie: i luoghi, i fatti, la memoria, le macerie, i suoni, le interpretazioni, i sogni nel loro rapporto con il narratore che non disdegna, ma reinventa, perfino l’uso portante della voce fuori campo.

Interventi interlineari, aforismatici, asincroni a volte. Che hanno il ritmo, l’incalzare emotivo, di una predica religiosa. “Sì, ho avuto una forte educazione cattolica” – ci confessa. Ma adesso sembra una predicatrice battista, che monta le immagini come fossero canzoni r&b e con la disinvoltura di un vee-jay.

E, a differenza dello standard Bbc, non troveremo prestigiosi specialisti, storici, sociologi, antropologi, insomma dei talking heads ad analizzare e inquadrare gli eventi (più i raccordi sull’asse di forte impatto emotivo). E neppure materiali di repertorio a illustrare il testo orale o la cronaca vera. I materiali visivi Lee Anne se li va a riprendere da sola. E neppure quell’incalzante montaggio finale velocizzato per raggiungere il doveroso climax sentimentale. Effetto che nessun predicatore serio utilizza. Tutto è incalzante nel gospel-cinema. Quel cinema dove si sente la spinta liberatrice e urlante del sentire collettivo.

La retrospettiva pesarese dedicata alla cineasta nordamericana Lee Anne Schmitt, curata da Rinaldo Censi, non è stata “storica” solamente per aver fatto conoscere in Italia questo dispositivo poetico-documentaristico dotato come pochi altri di super poteri, ma anche per aver contrapposto alla armata Brancaleone del nostro sperimentalismo “fuori norma”, un modello pubblico-privato di tutela della ricerca sulle immagini e sui suoni che ha creato un gap tra Usa e Europa difficile da colmare quasi come quello, tecnologico, che impedisce a chiunque nel mondo di contrastare gli standard dei Marvel-Movie. Senza ricerca e senza lotta niente sviluppo. Per la verità nell’America di Trump (e prima di Reagan e dei Bush) le cose stanno peggiorando. I finanziamenti pubblici sono tagliati sempre di più (l’Europa soccorre e un po’ controlla soprattutto il cinema commerciale, gli Stati Uniti preferivano finanziare con soldi pubblici la formazione e la ricerca, meglio se incontrollata). “Negli anni '90 – spiega Schmitt a Cristiana Paternò per Cinecittà News - c’erano finanziamenti pubblici per l’arte che poi sono stati prosciugati fino a scomparire del tutto, ma io riesco a gestire in totale autonomia il mio lavoro che dura molti anni per ciascun film, tra riprese e montaggio".

Si abbassano i costi e si reagisce all’esodo esiziale dei finanziamenti statali. Oltre alle Gallerie d’arte i film sperimentali sono però vedette in molti festival: Migrating Forms, Images Festival di Toronto, UNEXPOSED a Durham, l'Ann Arbor Film Festival, il Milwaukee Underground Film Festival, che è gestito da studenti dell'Università del Wisconsin, Basilica Hudson, uno spazio multiuso per le performance vicino a Bard e il New York Film Festival.

Inoltre le cattedre di cinema sperimentale nordamericane sono diventate mitici punti di riferimento internazionale. Dall’epoca di Stan Brakhage, isolato a Boulder negli anni 70, ma poi insegnante all’Università del Colorado, molto è cambiato. Ci sono stati Ken Jacobs e Ernie Gehr a plasmare generazione di registi-contro a Binghamton; Adolfas Mekas che a Bard ha scolpito l’"universo alternativo di film", con tanto di santa Tula patrona del cinema underground, fino a Apichatpong Weerasethakul, Palma d’oro a Cannes ma allievo dei corsi più estremisti della School of the Art Institute di Chicago (SAIC). E poi altri "luoghi di libertà e protezione” sono la Duke University di Durham (Carolina del Nord), la Mass Arts, Il San Francisco Art Institute, Harvard, l'Università dell'Illinois a Chicago (UIC), UC San Diego e la CalArts che dopo il 1987 si avvale dei corsi di Thom Andersen e di James Benning e usa ancora supporti analogici sia perché il maggiore costo della pellicola costringe gli studenti alla pianificazione e agli storyboard, e crea una maggiore attenzione nelle riprese e sia perché la pellicola consente, con lo sfocato, una gamma di espressività “che include ombra e incertezza”, mentre il digitale “rende le cose troppo chiare” come afferma un’altra insegnante prestigiosa di CalArts, Bérénice Reynaud.

Ma il destino professionale dei filmmakers sperimentali? Solo insegnamento, gallerie d’arte, festival e proiezioni saltuarie.

Si possono vedere film sperimentali nella rete sempre più fitta di cinema off a New York e San Francisco, Columbus a Portland, Boston e Chicago, Los Angeles e Austin (e in un circuito mondiale che ha le principali capitali a Londra, Lisbona, Bangkok, Berlino, Rotterdam e Taipei. Siamo un po’ tagliati fuori ma un tempo anche il Torino Film Festival di Turigliatto/D’Agnolo Vallan, faceva parte di questa mappa segreta).

Gli studenti di CalArts trovano spazi di proiezione alternativi a Los Angeles, e molti arrivano dall'Echo Park Film Center, una risorsa (privata) di cinema indipendente e spazi anche itineranti di proiezione.

Gli studenti del Bard College si raggruppano presso UnionDocs e Light Industry, due piccoli cinema di Brooklyn, mentre il SAIC (l’istituto d’arte di Chicago) ha strette collaborazioni con Nightingale Cinema, Chicago Filmmakers e Conversations at the Edge.

Così negli ultimi 15 anni c'è stata un'esplosione di talenti, tra cui, oltre a Lee Anne Schmitt, Deborah Stratman, Ben Russell, Kevin Jerome Everson, Michael Robinson, Fern Silva, Jodie Mack, Laida Lertxundi e Jesse McLean.