Poesia è suonare sempre come se fosse l’ultima volta. Intervista a James Brandon Lewis

Nazim Comunale

James Brandon Lewis porta avanti con il suo sassofono tenore la missione originale del jazz: spingere in avanti la ricerca, conservare la tradizione senza che questa diventi qualcosa di polveroso ma resti anzi seme fertile per il futuro, cantare il blues di un popolo e le sue visioni. Carismatico, con i piedi ben saldi nella storia che lo precede, ma sicuro di sé, concentrato e già capace di divagazioni di sostanza quasi filosofica, nonostante la giovane età (è del 1983) ha già da tempo avuto modo di mostrare a chi segue le vicende del jazz di mostrare tutto il suo talento. Look à la Malcom X, voce calma e sussurrata, pause meditate, figlie della consapevolezza del peso che ogni parola può avere. Il suo nuovo disco per Relative Pitch, An UnRuly Manifesto, è appena uscito.

Qual è il suo primo ricordo legato alla musica?

La musica nei film, quando ero ragazzino, il modo in cui mi faceva sentire. Quando avevo nove anni mia madre mi chiese se volevo iniziare a suonare e così ho cominciato con il clarinetto; in casa mia mia madre era dentro al jazz, ascoltava smooth jazz. Groover Washington Jr. è di Buffalo, come me. Buffalo è un posto eclettico per la musica in realtà: Ani di Franco, Goo Goo Dolls, Charles Gayle, Joe Ford; anche lo scrittore Ishmael Reed (una delle voci più potenti della comunità afroamericana) ha vissuto lì. Quando ho cominciato a prendere lezioni private sono partito da un disco di Charlie Parker: non ero ispirato, ma intimidito. Quando ero un ragazzo, ascoltare Parker mi faceva pensare: Ok, questo è come un sassofono dovrebbe suonare, allora ho davvero parecchio lavoro da fare. Poi arrivò anche l’ispirazione, ma all’inizio prevaleva una sensazione di timore reverenziale, che poi con il tempo si è dissolta.

Le capita di avere la stessa sensazione ora che le succede con regolarità di suonare con i giganti? (L’intervista è stata fatta durante il festival Ai confini tra Sardegna e Jazz , il giorno prima del concerto di James Brandon Lewis con David Murray, ndr )

No, suono con William Parker da sei anni, domani suonerò con David Murray, sono abituato a questi confronti. Si tratta di comunità, semplicemente il focus è più sul gruppo di persone che sul singolo individuo; sono sempre stato il più giovane in queste situazioni e nessuno mi fa sentire come la mascotte. Il sentimento che provo è di gratitudine per essere parte di questo, non di orgoglio: non ho tempo per essere orgoglioso. In termini di autostima essere parte di questa comunità è per me molto importante. Suono ogni volta come se fosse l’ultima volta, per me. Quindi non ho tempo per altro. Questo è il modo in cui voglio suonare. Una volta che è finita, è finita, e quindi non ho tempo per altro: devo permettere a me stesso di essere me stesso, non di essere intimidito dalla presenza sul palco di persone con una lunga storia alle spalle. Quello che conta è studiare, esercitarsi, allenarsi e lavorare duramente.

Cosa mi dice del concerto di ieri? (la sera prima si era esibito in duo con Chad Taylor, ndr )

La performance è stata per metà improvvisata e per metà basata sui materiali presenti nel disco Radiance Imprints, uscito la scorsa primavera. Sapevamo da quali fonti attingere ma non in quale ordine li avremmo suonati. Abbiamo suonato anche Somewhere Over the Rainbow (in una versione letteralmente fantastica, suonava col respiro degli archi nella musica classica, ndr) ed un tributo a Coltrane. Io ascolto ogni tipo di musica, è molto importante per me. Ho ascoltato decine di volte una canzone di Gene Ammonds, Yeah, prima ero in fissa con un tema di Mal Waldron, ho la tendenza a fissarmi per ore su una musica se questa mi colpisce, voglio restare dentro quell’emozione finché non si esaurisce. È legale, non ha effetti collaterali, ti fa stare bene, quindi, perché no?

E del futuro prossimo?

Ho un album iappena uscito su Relative Pitch, An unruly manifesto: io, Luke Stewart al contrabbasso (anche con gli ottimi Irreversible Entanglements, qui il racconto del loro concerto a Mantova), Jamie Branch alla tromba, Anthony Pirog alla chitarra e Warren Trae Cudrup III alla batteria. Ho finito questo disco lo stesso giorno in cui Radiance Imprints è stato pubblicato, il 9 marzo, che è anche il giorno del compleanno di Ornette Coleman. Si tratta di un lavoro ispirato proprio a lui e a Charlie Haden, con cui ho studiato al California Institute of the Arts. Ho ricercato i punti di contatto tra surrealismo e jazz: sono un grande fan di Bob Kaufman (poeta e musicista della Beat Generation, autore di versi potenti come questi: I miei vicini sono pesci farfalla/ la Compagnia Elettrica minaccia di scollegarmi il cervello/ il postino continua a ficcarmi del porno nella buca/ Mi è morto lo specchi/ E non so se faccio ancora riflesso, da Il Blues dell’acqua pesante, ndr ) o di Jayne Cortez (poetessa ed attivista nera, è stata anche moglie di Ornette Coleman). Nel disco in uscita ci sono dunque titoli come Year 59: Insurgent Imagination. Queste sono le fonti a cui si ispira il mio nuovo lavoro; cerco di mettere un segnalibro che indichi il posto da cui vengo e dove mi trovo ora. Voglio evadere da prigioni nostalgiche secondo un punto di vista personale, non voglio morire di nostalgia, spingere le cose in avanti. Non sono un innovatore, questo sarà il mio sesto album, la mia musica è fatta principalmente di melodia e di improvvisazione: torneremo alla melodia? Può essere, e va bene. Non ci torneremo? Può essere, e va bene lo stesso! Facciamo quello che ci va. Sono contento di questo progetto. Sono nove tracce, 45 minuti; c’è una canzone, Haden is Beauty, che credo sia una delle mie migliori composizioni ad oggi. Sono stato fortunato ad avere l’opportunità di lavorare con lui.

So che scrive poesia: che può dirmi in proposito?

Ho un ensemble di poesia e jazz, Heroes are Gang Leaders, lavoriamo sulla tradizione americana (HAGL hanno vinto l’American Book Award per la letteratura orale nel 2018), ma anche su poeti come Guendaline Brooks (la prima afroamericana a vincere il Pulitzer per la poesia), Bob Kaufmann o Gertrude Stein. Sono almeno sette anni che sto investigando le relazioni tra poesia e jazz; nella stessa residenza in cui ho incontrato Matthew Shipp ho conosciuto un poeta, Thomas Sayers Ellis, ci è capitato di aprire per Amiri Baraka a New York nel 2013. Il nome Heroes are Gang Leaders viene dal suo libro Tales del 1969. Dopo la sua morte abbiamo iniziato questo gruppo, dove suonano anche Warren Trae Cudrup III e Luke Stewart: siamo un ensemble interdisciplinare di dodici persone che esplora le combinazioni possibili tra poesia e jazz. Magari, chissà, un giorno pubblicherò anche un libro con le mie poesie.

Di cosa parlano?

(Lunga pausa di riflessione, ndr) Non ci ho mai pensato, ad essere sincero.

Guarda fuori, a problemi politici, questioni di giustizia, razziali o altro?

Non credo che ci sia più bisogno di questo. Per me ha più a che fare con l’osservare ed il vedere ciò che non è qua (questa attitudine è pienamente erede dell’afrofuturismo di Sun Ra e tanti altri musicisti neri che raccontavano fughe dall’esistente e mondi possibili e impossibili, ndr) Nessuna questione politica, semmai cercare di elaborare un codice. In an Unruly manifesto dico: “The Unruly overthrow the chief of the duplicates. The annointend king of copy who keeps past ink in lines.” (L’Indisciplinato rovescia il capo dei duplicati. Il sovrano unto della copia che trattiene l’inchiostro del passato tra le linee, traduzione mia, ndr.)

Jazz e poesia sono collegati anche nella misura in cui non possono essere tradotti o spiegati, che ne pensa?

Proprio così! The unruly outbox smack up prison guards of notes with rebels reverberations. (“L’Indisciplinato in uscita schiaffeggia i secondini delle note con riverberi ribelli, ndr)