Duchamp method

Jacopo Galimberti

In Italia la necessità di rivisitare il magistero di Marcel Duchamp è stata rilevata da almeno tre autori, l’anno scorso, con metodologie e propositi dissimili: Giovanna Zapperi, che ha pubblicato L’artista è una donna. La modernità di Marcel Duchamp (ombre corte - qui un estratto), Maurizio Lazzarato con Marcel Duchamp e il rifiuto del lavoro (edizioni temporale - recensito qui) e infine Michele Dantini con Macchina e stella.

Il suo libro raccoglie tre saggi: il primo è dedicato a Tonsure di Duchamp; il secondo esplora alcune opere di Jasper Johns e in particolare i suoi «dispositivi» (devices, benché nella scelta lessicale di Dantini sia presente forse un’eco dei dispositifs di Foucault), il terzo saggio è invece una concisa riflessione sulla pratica del ricamo e del disegno in Boetti, intrecciata però al tema della veggenza. Nei saggi che vertono su Johns e Boetti, la figura di Duchamp trapela a più riprese, a tratti affiorando in una sorta di Nachleben warburghiano tra emblemi e gesti, altre volte stagliandosi come un idolo maieutico capace di dischiudere orizzonti concettuali al di là del «retinico»: termine che, nell’utilizzo lato che ne fa Dantini, non è solo sinonimo di pittura come maestria e ossequio alla tradizione, ma tratto paradigmatico di un’estetica e forse persino di un’etica.

Ciò che propone Macchina e stella non è un intempestivo scandaglio di ciò che un celebre libro americano degli anni Novanta definiva Duchamp effect. Piuttosto, Dantini cerca di emanciparsi da una nozione preconcetta d’interpretazione. Se l’opportunità di modellare i propri strumenti euristici sulle specificità di un’opera d’arte e del suo autore è ampiamente condivisa, è altrettanto vero, tuttavia, che numerosi esegeti sviluppano spesso interpretazioni preventivamente «sociologiche», «psicoanalitiche», «filologiche» eccetera, senza interrogare il processo ermeneutico che un’opera invoca. Macchina e stella si colloca invece nello iato tra il verboso discorso critico/storico e la reticenza degli artisti. Dantini vaglia le indicazioni epistemologiche che Duchamp, Johns e Boetti hanno disseminato in scritti e interviste, per giungere a delle letture pressoché immanenti al loro lavoro.

L’esperimento è ad alto rischio, poiché si presta a delle derive esoteriche e «orfiche», termine ricorrente nel libro. L’autore scongiura questo pericolo forgiando un linguaggio sontuoso, ma allo stesso tempo sorvegliato ed esente da un narcisismo che porterebbe lontano dal perimetro delle opere. Dantini stesso enuncia il proprio approccio facendo appello all’«occhio» di Jasper Johns: «Si è esposti al pericolo dell’arbitrarietà o dell’avventatezza interpretativa ma non è possibile schivare l’insidia. Esiste una conoscenza storico-artistica, agli occhi di Johns, solo sul piano di processi immaginativi capaci di ricostruire il documento visivo in modi al tempo stesso controllati e rapsodici […]. L’alternativa (fallace) è l’equivoco “retinico”».

La tensione tra la griglia e il canto del rapsodo, tra la macchina celibe di Duchamp e la stella; in altre parole, l’attrito tra la routine del mestiere e l’«illuminazione» pervade i tre saggi, ma costituisce anche l’alveo entro cui si articola il metadiscorso che Dantini elabora attraverso indizi e spie. Come suggerisce il sottotitolo, il libro è infatti anche una provocatoria meditazione sullo stato della storia d’arte italiana, non di rado intenta a esibirsi in impeccabili esercizi d’erudizione, capaci tanto di chiarire quanto di esorcizzare le illuminazioni (o le chimere?) e la programmatica oscurità di alcuni artisti.

Dopo i saggi di Geopolitiche dell’arte (Christian Marinotti, 2012 - recensito qui), Macchina e stella conferma a un tempo l’eterodossia e la scomodità del lavoro di Dantini, all’interno di un panorama nazionale tendenzialmente refrattario a svolgere una ricognizione critica dei propri presupposti epistemologici e, inevitabilmente, delle istituzioni in cui essi s’incarnano.

Michele Dantini
Macchina e stella. Tre studi su arte, storia dell’arte e clandestinità: Duchamp, Johns, Boetti
Johan & Levi (2014), 91 pp.
€ 9

Lettera a Giorgio Agamben
Sul sublime

Toni Negri

Pubblichiamo un estratto dal libro di Toni Negri, Arte e multitudo (a cura di Nicolas Martino, DeriveApprodi, 2014) in libreria nei prossimi giorni. Che cos’è l’arte nella postmodernità? Cosa ne è del bello nel passaggio dal moderno al postmoderno? Cos’è il sublime quando la sussunzione reale del lavoro al capitale e l’astrazione completa del mondo si sono compiute? Sono le domande a cui risponde Negri con dieci lettere ad altrettanti amici (tra i quali Giorgio Agamben, Massimo Cacciari, Nanni Balestrini). Qui proponiamo un brano dalla lettera a Giorgio Agamben.

Caro Giorgio,

Postmoderno è dunque il mercato. Noi prendiamo il moderno per quello che è – un destino di deiezione – e il postmoderno come il suo limite astratto e forte, l’unico dei mondi oggi possibile. Non ti sarò mai abbastanza grato per quello che mi hai ricordato: la solida realtà di questo mondo vuoto, questo rincorrersi di forme che, per essere fantasmi, non sono meno reali. Mondo di fantasmi, ma vero.

La differenza fra reazionari e rivoluzionari consiste in questo: che i primi negano, i secondi affermano la massiccia ontologica vuotezza del mondo. I primi dunque sono votati alla retorica, i secondi all’ontologia. I primi tacciono, i secondi soffrono del vuoto. I primi riducono la scena del mondo a un orpello estetico, i secondi l’apprendono praticamente. Solo i rivoluzionari possono dunque praticare la critica del mondo, perché hanno un rapporto vero con l’essere. Perché riconoscono che questo mondo inumano pure l’abbiamo fatto noi. Che la sua mancanza di senso è nostra mancanza di senso e la sua vuotezza nostro vuoto. Solo questo? Il limite non è mai solo un limite, è anche un ostacolo. Il limite determina un’angoscia terribile, una feroce paura, ma è in questo, nella radicalita dell’angoscia, che il limite si sente come possibilità di superamento. Come ostacolo da sormontare, come deriva da bloccare. Superamento dialettico, esaltazione eroica della ragione? No davvero, come possiamo pensare che la ragione astratta ci permetta di lasciare alle spalle il turbamento, la paura, l’incubo e di ricominciare a provare sentimenti gioiosi e sensi aperti? No, non è la ragione che toglie il disagio ma l’immaginazione: una specie di ragione concreta e sottile che attraversa il vuoto e la paura, l’infinita serie matematica del funzionamento del mercato, per determinare un evento di rottura. Quella modernità che abbiamo costruito ci annichilisce per la sua enorme quantità di vuoto, per la spaventosa sequenza di eventi insensati, eppure quotidiani e continui, nella quale si presenta. Ma questa dura consapevolezza nello stesso tempo libera in noi la potenza dell’immaginazione. Per andare dove? Nessuno lo sa.

Eccoci ancora a riguardare quest’essere. Fin qui lo abbiamo considerato come una grande liquida massa. Dobbiamo considerarlo anche come una massa solida, enorme e solida, un grande marmo sul quale cerchiamo di leggere, attraverso le venature, come una figura scolpita possa nascerne – o come un arido deserto, le cui sole differenze sono lunghe siepi di pietrose dune. Ci muoviamo su queste pianure cercando impossibili rotture. Potrebbe essere linguaggio questa montagna di marmo, questa pianura di sabbia: linguaggio che solo di tanto in tanto mostra una scintilla di senso. Variazioni impreviste, irraggiungibili. Quest’orizzonte della più straordinaria aridità ontologica lo chiamiamo Wittgenstein, così come quel mare dell’essere il cui squallore non impediva il sublime, bene, quel mare voglio chiamarlo Heidegger. Ma perché cerchiamo, o fingiamo di cercare, qua e là, bricolage dispersivo, – quando conosciamo benissimo tutto questo? Quando la nostra vita intera ne è stata prima un’attesa, poi una testimonianza? Wittgenstein e Heidegger sono il postmoderno, la base non del nostro pensiero ma della nostra sensibilità, non della filosofia ma dell’esistere – e del nostro poetare.

Una nuova esperienza della potenza è dunque quella che noi qui veniamo facendo, una potenza tanto solida e forte quanto quella dell’essere che ci schiacciava. No, la liberazione non sarà piu un Blitz-Zeit, un’insurrezione del senso – non perciò essa sarà tolta – essa avrà bensì quella potenza che l’ontologia dal profondo produce. Un evento. Eccoci dunque di nuovo su questo bordo potente. La potenza che è azione discrimina il mondo. Essa dunque non nomina solamente ma divide l’essere. In questa differenza fra il dar nome e il discriminare l’essere sta il passaggio dalla teoria all’etica, ed è anche il superamento del postmoderno. Il passaggio all’etico, e cioe alla potenza di costruire un mondo sensato, questa è la fuoruscita dal postmoderno. Oltrepassare il sublime sarà dunque uscire dalla macchina del mercato, romperne la circolarità insignificante, rimettere i piedi sulla materialità del vero. Una nuova verità, certo, così come un nuovo mondo, quello che sta nell’astrazione liberata.

Eccoci dunque dove anche tu, Giorgio carissimo, cerchi sempre di arrivare. Ma senza riuscirvi, perché anche tu, come Heidegger, vedi il senso dell’essere volto verso il vuoto. Non è in verità quello che possiamo concludere dalla nostra analisi, non è vero che vuoto sia il concetto dell’essere. E bensì la potenza del suo concetto. La sua immaginazione – perché l’essere immagina, crea. Vi è un limite, ma su di esso l’essere si tende in potenza. Non soffre la vertigine del vuoto ma quella dell’avanti, del futuro, di quello che ancora non è. Se inseguiamo l’esperienza della grande pittura astratta, lo vediamo bene, corteggiando quegli infiniti fili che legano forme essenziali e progetti innovativi dell’immaginazione, eccoci davanti a una macchina che – tra tensioni, cadute, superamenti, come se un disegno potesse prendere corpo in uno spazio metafisico – costruisce un nuovo mondo potente. La pittura astratta e parabola del sempre nuovo rincorrersi dell’essere, del vuoto e della potenza. Non possiamo fermarci a mezza strada. Il vuoto non è limite, è un passaggio. Heidegger non e l’ontologia, e ancora fenomenologia. Il mercato è superato dalla potenza, il postmoderno e superato dall’etico: l’arte è insieme potenza ed etica. Eccoci finalmente a un punto positivo.

L’arte è creazione e riproduzione del singolare assoluto. Esattamente come l’atto etico. E in seguito vedremo perciò come l’atto artistico, esattamente come l’atto etico, sia definibile quale moltitudine. La singolarità dell’opera d’arte non è medietà né intercambiabilità, e bensì riproducibilità dell’assoluto. La pittura come la musica come la poesia mostrano la loro universalità in quanto fruibilità da parte di una moltitudine di individui e di esperienze singolari. Il mercato e la proprietà privata stravolgono quest’essenza dell’arte. Riappropriarsi privatamente dell’arte, rendere l’opera d’arte un prezzo, è distruggere l’arte. Queste chiusure non sono accettabili: l’arte è formalmente tanto aperta quanto lo è una democrazia vera e radicale. La riproducibilità dell’opera d’arte non è volgare, ma costituisce un’esperienza etica – rottura del compatto insieme della nullità esistenziale del mercato. L’arte è l’antimercato in quanto pone la moltitudine delle singolarità contro l’unicità ridotta a prezzo. La critica rivoluzionaria dell’economia politica del mercato costruisce un terreno di fruibilità dell’arte per la moltitudine delle singolarità.

Non so, caro Giorgio, se tu sia d’accordo con la mia concretissima utopia. Sono convinto che l’umiliazione quotidiana della riduzione dell’atto artistico (di creazione o di fruizione) al mercato possa essere evitata. E per questo che non accetto che la forma dell’essere possa correre verso il vuoto. In linguaggio più esplicito, questo potrebbe voler dire eternità del mercato. No, si deve andare al di là del vuoto, attraversarlo, riassumerlo nel meccanismo di costruzione della potenza. Dunamis che viene dal nulla.

7 dicembre 1988

La Versailles del poliamore

Jacopo Galimberti

Un’amica spagnola a Berlino cerca un compagno o una compagna per una relazione duratura, ma non trova nessuno: “Sono disinvolta, carina, credo... Il problema è che è diventato impossibile trovare qualcuno che voglia una relazione normale!”. Intende: monogamica, fissa, votata a costruire un percorso di coppia, né simbiotico né soffocante, ma di coppia.

Questo sconforto, così come le ragioni della controparte, li vedo e li sento sempre più di frequente a Berlino, Parigi, Londra, ma anche in Italia, sebbene, è vero, soprattutto negli ambienti metropolitani e di sinistra. Non parlo di post-adolescenti all’arrembaggio, ma di ventenni e trentenni che si trovano confrontati non tanto a una critica articolata al modello di famiglia come emerso nel dopoguerra, quanto piuttosto a una metamorfosi spontanea delle relazioni delle coppie con e soprattutto senza bambini.

Sempre più spesso la triade amore/amicizia/sesso si sfrangia in configurazioni cangianti che forse di nuovo, rispetto al Novecento, hanno solo la ricerca di legittimazione. Si va dai trombamici, alle triangolazioni consensuali, alla polifedeltà, al cameratismo sessuale, a tutte le forme di affetto occasionale con o senza orgasmo, fino al più codificato e ambizioso poliamore. Semplificando, sulla piazza del mercato si scontrano due fazioni.

Una, Quaresima, risponde all’attacco al salario e alla disoccupazione ancorandosi alle venerande sicurezze della coppia. L’altra, Carnevale, nella bagarre abbraccia l’ignoto e approfitta della maggior disponibilità di tempo per costruirsi relazioni che gli si attaglino, fregandosene un po’. Quello che più conta, probabilmente, è che entrambe sono portate allo scoperto e devono presentare le proprie credenziali.

La causalità Marxiana la spunta quasi sempre. S’inizia con il sistema produttivo e i rapporti di produzione: con contratti di sei mesi, con l’impossibilità di un mutuo, con l’immigrazione forzata. Poi, come in un frattale, si finisce con l’omologare ogni aspetto dell’esistere alle nuove necessità. Sembra una condanna, e lo è, ma non è detto che questo de-standardizzarsi delle relazioni non faccia breccia nelle masse, sboccando in prese di posizione che diano qualche grattacapo ai tutori dell’ordine economico e morale.

Da almeno due secoli i dominanti cercano di orientare l’affettività dei sottoposti con l’architettura. Il ballatoio e il compensato bisbigliano sempre qualcosa di minatorio e allo stesso tempo, appunto, di “edificante” al nucleo produttivo/riproduttivo. Basti pensare alle casette-francobollo che i Vittoriani costruivano al proletariato per fargli assaporare il frutto proibito della proprietà, o ai Komunalka, che dovrebbero forse ricordarci quanto sarebbe stato pragmatico prendere sul serio Fourier, ma anche Bertrand Russell.

Tentativi eterodossi ce ne sono stati infiniti, ma il collettivismo agrario dei Kibbutzim o quello urbano, dell’Unité d’Habitation o della Karl Marx-Hof (lodata dagli operaisti), rimanevano pur sempre imperniati sul frazionismo monogamico. Nei Settanta qualche figlio dei fiori californiano si costruì le cupole geodesiche di Buckminster Fuller, ma il prezzo da pagare era l’auto-esilio nel deserto del Nevada. Oggi, come allora, l’architettura maggioritaria parla la lingua della famiglia ristretta, del gruppo di fuoco del boom economico.

Eppure, ci sono molti esempi di un’architettura metropolitana che non postuli la sacra famiglia dell’industrializzazione: Christiania, forse, alcuni Hausprojekte di Berlino e Amburgo, i centri sociali italiani dove si cerca di dare forma architetturale a una diversa etica degli spazi comuni e dell’intimità. Bisognerà pensarci, e provarci, coinvolgendo gli architetti, i militanti, chiunque speri di vedere sorgere un giorno, dentro e fuori di noi, la Versailles del poliamore.