L’immigrante linguistico

Jacopo Galimberti

La speranza di ottenere un giorno molto lontano un lavoro in un’università, mi ha spinto all’itineranza: Dublino, Parigi, Berlino, Londra. Poiché non sono iscritto all’AIRE (anagrafe della popolazione italiana residente all´estero) lo Stato mi crede in Brianza, che candore... Sono sei anni che non abito più a Monza, ma raramente mi sento all’estero. La distanza culturale e sociale che c’è, per esempio, tra Parigi e Milano è probabilmente inferiore a quella che esiste tra Milano e Napoli. Però un trasloco da Milano a Parigi è una fuga, uno da Napoli a Milano no. La retorica dei cervelli in fuga è nazionalista. La circolazione dei cervelli, in realtà, è una manna, il dramma è semmai che l’Italia non ne attira. C’è, tuttavia, qualcosa che ti inchioda al fatto di essere effettivamente all’estero: la lingua.

All’estero, la distinzione da fare all’interno di quella che è poi un’unica razza, il lavoratore immigrante con passaporto dell’Unione Europea, non sembra essere tanto, chessò, tra chi è «manuale» e chi è «intellettuale» – concetti neo-platonici di scarsa utilità. La divaricazione è tra chi fa della comunicazione la parte preponderante del proprio lavoro e chi no. In discipline come la filosofia, la letteratura, la storia, ma anche in tutto ciò che è editing, avvocatura, certa amministrazione, giornalismo, cinema, teatro senza padroneggiare perfettamente la lingua non si va da nessuna parte. È la problematica che viene taciuta, fino all’ultima battuta, in The artist. Quando il cinema diventa sonoro, il protagonista, da immigrato non linguistico, sarebbe dovuto diventare un immigrato linguistico. Tuttavia, il suo possente accento francese gli impedisce la conversione e il mimetismo.

Per questo secondo tipo di immigrato, la lingua diventa una voce - una costante voce di spesa, in particolare per il linguistico accademico. Intanto passi le sere su Google ad attingere al sapere collettivo: apri le virgolette, digiti il tuo sintagma improbabile, chiudi le virgolette e attendi il responso. Se il motore di ricerca trova migliaia di risultati, il sintagma è promosso. Questo sapienza collettiva involontaria scalda magari il cuore, ma non basta. Ogni qual volta scrivi un articolo, un corso, un progetto di ricerca è giocoforza che un madrelingua debba dargli un’occhiata. È un esercizio utile, ma può arrivare a sbranare un quarto dello stipendio. Quello che rode di più, comunque, è che nessuno richieda le tue competenze linguistiche. L’italiano non interessa, se non a qualche eccentrico o all’abbiente pensionato che ha comprato una villa in Toscana, i quali potranno sempre scegliere tra le folle oceaniche di immigrati italiani quelli che offrono lezioni a prezzi da rimborso spese.

Al linguistico universitario che ambisce a restare, ad af-fermarsi, viene spesso un’insana smania di integrazione totale, di omologazione, di adesione assoluta e incondizionata. Incarna alla perfezione l’immigrato anelato dalla destra, del tipo «immigrazione sì, ma integrazione». Se vedi un linguistico accademico a intervalli di qualche mese riesci a cogliere al meglio lo sforzo erculeo che sta compiendo, e la sua miseria. Sono in perenne mutazione: la pronuncia si fa più rotonda, gli italiani gesticolano meno, magari insistono su certe frasi idiomatiche come a persuadersi della loro marcia inarrestabile nei meandri dell’idioma. Guardano, cioè guardiamo, le donne e gli uomini indigeni con un occhio più dolce; con questi custodi della lingua si è più accorti, più sensuali, più pazienti.

In questi frangenti, il linguistico italiano ha talvolta la stessa sfacciataggine dell’aitante extracomunitario che lirizza con una balena cinquantenne, arrapato dal permesso di soggiorno che un matrimonio materializzerebbe.Di notte, il linguistico universitario EU sogna studenti boriosi che non riesce a rintuzzare con la dovuta disinvoltura. Un incubo lo sradica dal sonno: una parola mal pronunciata faceva sghignazzare l’intera aula magna, a cui probabilmente non parlerà mai. Perché, in effetti, per esempio a Londra, se i dottorandi «continentali» sono a volte il 50%, quelli con posto fisso all’Università sono quasi sempre madrelingua, magari americani o canadesi. È un’osservazione simile a quella che devono farsi alcune studentesse con ambizioni accademiche: nelle discipline umanistiche sono la stragrande maggioranza, ma poi tra i professori la percentuale di donne crolla.

Forse il bracciante accademico EU troverà un giorno il suo Don Milani. Qualcuno che spieghi con parole povere che la lingua è uno strepitoso luogo di potere nella fossa dei leoni che sono le Università, specialmente oggi che i tagli hanno ulteriormente ridotto il foraggiamento dei felini. Quando torno a Monza e parlando con i miei genitori percepisco echi dialettali in ciò che dicono, sono quasi commosso. Sono le piccole cicatrici lasciate dalla borghesia del boom, nel suo avido tentativo di dotarsi di una lingua. L’italiano continuerà a essere protetto dall’aviazione e dalla marina, e potra' ancora a lungo fregiarsi del proprio ridicolo status di lingua. Tuttavia, l’immigrante linguistico italiano ha talvolta l’impressione di avere in bocca un dialetto: una lingua sconfitta, una lingua con cui non si trova lavoro, una lingua che un balzo del capitalismo può stritolare in qualche decennio.

alfadomenica giugno #2

Pedone su Joyce – Forti su Mohebali – Galimberti su rifiuto del lavoro - Coordinate di Várnai – Semaforo di Carbone

LA TERRA TREMA (A TEHRAN)
Marina Forti

Shadi è la protagonista di Non ti preoccupare, romanzo dell'iraniana Mahsa Mohebali (di recente pubblicato in Italia da Ponte33, nella traduzione dal farsi da Giacomo Longhi). Nata a Tehran nel 1972, Mohebali è laureata in discipline della musica ma ha coltivato la scrittura fin da adolescente, quando frequentava il seminario di un noto scrittore. «Il primo libro l'ho pubblicato a mie spese, avevo 27 anni, e l'ho distribuito agli amici», mi ha detto un pomeriggio di maggio nel caffè di un cinema di Tehran.
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MEDIOEVO FUTURO REMOTO. JOYCE IN MOSTRA A DUBLINO
Fabio Pedone

Nascosta con discrezione dietro la mole grigia della Cattedrale di Saint Patrick, la Marsh’s Library è la prima biblioteca pubblica d’Irlanda, nata nel 1701 per volere dell’arcivescovo Narcissus Marsh, sotto il cui sguardo placido, fermato in un ritratto a olio, ancora oggi il visitatore sale la scala di legno che conduce ai suoi austeri ambienti. Qui, in questa «stagnant bay» isolata nel mezzo della vecchia Dublino, un James Joyce appena ventenne approdò nell’ottobre del 1902 per consultare libri che potessero aiutarlo nell’elaborazione di una sua personale via d’uscita dal cristianesimo.
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SUL RIFIUTO DEL LAVORO
Intervista di Jacopo Galimberti a una lavoratrice e militante tedesca

Un rifiuto del lavoro non può funzionare in un quadro di isolamento. Per poter essere efficace necessita l’organizzazione di quelli che lavorano all’interno di un’azienda.
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COORDINATE DALL'UNGHERIA
Dóra Várnai

Se si esce da Budapest in direzione sud, ci si ritrova sulla punta settentrionale della grande isola di Csepel. Lasciati alle spalle gli ultimi, popolosi quartieri della capitale ungherese e una serie di paesini della cinta urbana assolutamente anonimi, si giunge finalmente in piena campagna magiara. La cittadina di Ráckeve, a circa cinquanta chilometri da Budapest, è il capolinea del trenino proveniente dalla capitale; per spingersi oltre in direzione sud bisogna affidarsi a qualche rara corriera o all'autostop.
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SEMAFORO
Maria Teresa Carbone

#Abitudini e #Multipli
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Sul rifiuto del lavoro

Intervista di Jacopo Galimberti a una lavoratrice e militante comunista tedesca

Puoi descrivere in breve il tuo lavoro?

Lavoro in una libreria circa venti ore alla settimana, a volte di più, a volte meno. È un impiego soggetto all’obbligo assicurativo, da poco ho anche un contratto regolare che include appunto la previdenza sociale. Il lavoro di per sé è fantastico, le condizioni di lavoro, invece, lo sono spesso molto meno. Non c’è la benché minima struttura che potrebbe proteggere la lavoratrice (come un consiglio aziendale [Betriebsrat], per esempio) e domina una carenza cronica di personale come avviene del resto quasi sempre nel commercio al dettaglio.

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Come ti sei avvicinata alla tradizione politica dell'operaismo e/o al Marxismo dell'autonomia degli anni Settanta?

Soprattutto nel contesto della mia attività politica nella Interventionistische Linke e durante la mia laurea in Sociologia, per esempio attraverso gli scritti di Antonio Negri.

Cosa significa per te oggi "rifiuto del lavoro"?

Un bel sogno! Troppo raramente c’è un quadro definito all’interno del quale ci si potrebbe ribellare. Molti lavorano come partita IVA o in modo precario e sono pagati solo per determinate prestazioni. Per fortuna, ci sono pur sempre dei posti di lavoro dove scioperare da dei risultati, ma solo dove i lavoratori sono organizzati.

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Come cerchi di mettere in pratica questo rifiuto?

Nella mia attività, come ho accennato, non c’è nessun consiglio aziendale [Betriebsrat] o una forma di organizzazione simile, ed è quindi impossibile scioperare. Un rifiuto del lavoro non può funzionare in un quadro di isolamento. Per poter essere efficace necessita l’organizzazione di quelli che lavorano all’interno di un’azienda [Betrieb].

Traduzione dal tedesco di Jacopo Galimberti

alfadomenica giugno #1

BERTHO sul TERRORISMO - ORECCHIO SU ELOY MARTÍNEZ - COLASURDO sul COMUNE - RUBRICHE di Galimberti-Benocci-Carbone *

UN'ISLAMIZZAZIONE DELLA RIVOLTA RADICALE
Intervista di Catherine Tricot a Alain Bertho*

Pubblichiamo qui una versione ridotta dell'intervista apparsa su «Regards» in cui per analizzare gli attentati di gennaio a Parigi Alain Bertho ci invita a considerare il punto di vista dei soggetti stessi, sottolineando le difficoltà attuali nel proporre una radicalità positiva.
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COME RACCONTARE UN'EPOCA ATROCE?
Davide Orecchio 

L’ultimo libro di Tomás Eloy Martínez (1934-2010, già autore del capolavoro Santa Evita, tra i più importanti scrittori argentini degli ultimi decenni) espone un problema non solo politico ma letterario, e ha il grande pregio di non risolverlo. Al centro di Purgatorio (2008, ora portato in Italia da SUR per la cura di Francesca Lazzarato) campeggia il mostro che genera menzogne, dubbi, forclusione: la dittatura dell’ultima Giunta militare argentina (1976-1982), il suo occultamento di morte, sterminio, tortura con l’oppio della desaparición: una finzione mediocre, quest’ultima, oltre che una crudele bugia di Stato. Per questo, dinanzi al potere narrante, la domanda ritorna: credere alla parola che domina o rifiutarsi, sottomettersi o resistere?
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IL COMUNE COME FORZA PRODUTTRICE
Chiara Colasurdo

Nel dibattito europeo si sta imponendo a gran voce il tema del comune, come forma di organizzazione e decisione delle comunità territoriali - inscindibilmente legato a quello dei beni comuni – quei beni, materiali ed immateriali, oggetto di interesse collettivo. Sembrerebbe quasi inflazionarsi questo tema, date le numerose pubblicazioni che si spingono, per assurdo, ad inglobarvi tutto quanto rientra nella sfera dei diritti della persona in particolare.
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SUL RIFIUTO DEL LAVORO
Intervista di Jacopo Galimberti a Irene Fernández Ramos

Purtroppo non vengo pagata per studiare e adesso lavoro part-time in una start-up dove vengo pagata il minimo per un lavoro che richiede persone altamente qualificate; allora, il mio rifiuto lo metto in prattica usando le risorse dell’azienda (dalla carta igienica, la stampante, la frutta e i dolci che ci danno fino al tempo che devo dedicare al lavoro) per i miei fini personali.
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COORDINATE - dalla Nuova Zelanda
Francesca Benocci

Nell'ottobre 2013 la scrittrice neozelandese Eleanor Catton ha vinto il Man Booker Prize con I luminari (The Luminaries, VUP 2013, edito in Italia da Fandango nella traduzione di Chiara Brovelli), il suo secondo libro dopo La prova (The Rehearsal, VUP 2008, Fandango 2010, traduzione di Flavio Santi). Nata e cresciuta in Canada, Eleanor Catton (1985) è la più giovane scrittrice ad aver mai ricevuto questo premio e con le sue 832 pagine I luminari è il romanzo vincitore più lungo nei quarantacinque anni di storia del Booker.
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SEMAFORO
Maria Teresa Carbone

#Cibo - #Indicibile - #Tecnologia
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Sul rifiuto del lavoro

Intervista di Jacopo Galimberti a Irene Fernández Ramos *

Puoi descrivere in breve il tuo lavoro?

Al momento scrivo la mia tesi dottorale all’università di Londra e lavoro quattro ore al giorno in un social network a Berlino, città dove abito. Faccio anche l’insegnante di spagnolo una volta alla settimana.

Come ti sei avvicinata alla tradizione politica dell'operaismo e/o al Marxismo dell'autonomia degli anni Settanta?

Abbastanza tarde. Sono cresciuta in un ambiente conservatore a Madrid dove ho sentito sin da piccola il discorso del lavoro a destajo (a cottimo) e del sacrificio come un valore morale che doveva essere coltivato e valorizzato. Il lavoro fisso, indefinito ed stabile era una conseguenza logica della mia formazione, e portava mano a mano a formare una famiglia e diventare una donna vera. Sei anni dopo aver lasciato la Spagna per lavorare nel settore dello sviluppo in Centroamerica e Medio Oriente, sono tornata in Europa per studiare a Londra. Nella mia università (SOAS) mi hanno guidato, a traverso l’idea gramsciana di egemonia culturale, fino a i testi di Negri.

Cosa significa per te oggi "rifiuto del lavoro"?

Secondo me, il rifiuto del lavoro si è transformato in una nozione molto più fluida nel contesto della globalizzazione. In contesti europei in cui la precarietà lavorativa è la norma – come in Spagna o Italia -, la flessibilità e mobilità può essere identificata erroneamente con un certo rifiuto del lavoro che però non è affatto tale. Vedo intorno a me gente della mia età che mette in pratica un certo livello di rifiuto ma solo finché non hanno accesso a un lavoro che sia concorde con le sue aspirazioni, normalmente economiche. Il rifiuto del lavoro sarebbe un stile di vita che non cerca di essere al 100% coerente; piutosto piccoli boicottaggi quotidiani che cercano di avvicinarsi ad un equilibrio perfetto nello scambio tempo-soldi che si trova alla base del lavoro subordinato.

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Come cerchi di mettere in pratica questo rifiuto?

Un po' incosciamente ho sempre cercato lavori che potessero essero lasciati facilmente. Ho anche cercato di farmi pagare per lavori che sarebbero considerati poco degni oppure con una reputazione dubbiosa, come lavorare come clown, o invece farmi pagare, per esempio, per tagliarmi i capelli. L’idea del dottorato è uscita dal desiderio di dedicarmi a un lavoro che mi aportasse uno stimolo intelettuale, mi permetesse di avere orari flessibili e che dissolvesse la divisione tra la mia vita ed il mio lavoro.

Purtroppo non vengo pagata per studiare e adesso lavoro part-time in una start-up dove vengo pagata il minimo per un lavoro che richiede persone altamente qualificate; allora, il mio rifiuto lo metto in prattica usando le risorse dell’azienda (dalla carta igienica, la stampante, la frutta e i dolci che ci danno fino al tempo che devo dedicare al lavoro) per i miei fini personali.

* I redattori hanno deciso di non corregere i refusi, poiché pensano che a volte occorra sabotare e meticciare anche le lingue.

alfadomenica maggio #5

A. SIMONE su P. BOURDIEU – A. CORTELLESSA e A. BOATTO su G. FIORONI – RIFIUTO DEL LAVORO – COORDINATE – SEMAFORO **

IL MONDO SECONDO BOURDIEU
Anna Simone

Nel 1993, quando uscì la prima edizione francese de La Misère du monde di Pierre Bourdieu e della sua cospicua equipe di ricerca composta, tra gli altri, da sociologi del calibro di Sayad e Wacquant, l’accoglienza fu funestata da un'acredine critico simile a quello riservato anni prima, nel 1972, a Michel Foucault e alla sua straordinaria Storia della follia.
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GIOSETTA FIORONI E IL MONDO DI BATAILLE
Andrea Cortellessa

È in corso sino al 12 giugno, alla galleria Diagonale di Roma, una mostra alquanto singolare di Giosetta Fioroni, dedicata a Georges Bataille (da lei conosciuto a Parigi nel ’57, presentatole da Giancarlo Marmori – come rievoca l’artista, in catalogo, dialogando con Elettra Bottazzi) e alla rivista «Acéphale», da lui animata (insieme a Pierre Klossowski e André Masson) dal 1936 al 1939. Tempi agitati, e piuttosto fuori di testa appunto (o forse, adorno-horkheimerianamente, sin troppo assennati…).
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L'ANATOMIA ACEFALA DEL MODERNO
Alberto Boatto

Con una testa decapitata, quella regale di Luigi XVI, si inaugura l’anatomia acefala del moderno. Il suo sferico rotolare, dall’altezza dei montanti della ghigliottina da dove è caduta, non ha conosciuto soste lungo gli ultimi due secoli. Finché, di balzo in balzo, ha finito per arrestarsi provvisoriamente ai nostri piedi. Succede di essere afferrati con strana singolarità da opposte reazioni: a volte siamo tentati di allungare la mano per sollevarla pietosamente da terra; a volte di sferrarle un calcio per allontanarla in maniera spiccia da noi.
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SUL RIFIUTO DEL LAVORO
Intervista di Jacopo Galimberti a Stefano Taccone

Il mio approccio allo studio dei fenomeni artistici ha molto a che vedere con tali questioni, così come con tali questioni hanno molto a che vedere le avanguardie storiche. In esse affonda le radici - tra l’altro - l’ “ala creativa” dell’Autonomia e quello che resta forse il suo più compiuto ed emblematico esperimento, Radio Alice. Non è un caso del resto che la tendenza alla quale mi sono avvicinato e che maggiormente conosco sia quella identificabile con l’Internazionale Situazionista e con le sue rispettive eresie, che peraltro presenta non pochi punti di tangenza con l’Autonomia, a cominciare proprio dal rifiuto del lavoro. 
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COORDINATE DALL'AMERICA LATINA 
Francesca Lazzarato

In America Latina almeno quattro milioni di persone vivono letteralmente di spazzatura: che siano cartoneros o cirujasargentini, pepenadores messicani, catadores brasiliani, questi “riciclatori informali” perlustrano le strade o esplorano le discariche a cielo aperto in cerca di tutto ciò che può essere recuperato, riutilizzato e venduto.
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SEMAFORO
Maria Teresa Carbone

Esperimenti - Geroglifici - Orangutan
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Sul rifiuto del lavoro

Intervista di Jacopo Galimberti a Stefano Taccone 

Puoi descrivere in breve il tuo lavoro?

Sono dottorando con borsa in Metodi e metodologie della ricerca archeologica e storico-artistica presso l’Università di Salerno e docente a contratto di storia dell’arte contemporanea presso la RUFA - Rome University of Fine Arts. A ciò vorrei aggiungere almeno i vari volumi che ho scritto o curato e che ho in programma di scrivere o curare; i testi per cataloghi di mostre o raccolte di saggi e le recensioni sulle riviste di settore – in particolare«Segno» -, nonché la collaborazione con la mia tutor del dottorato durante le lezioni e gli esami dei suoi corsi.

Come ti sei avvicinato alla tradizione politica dell'operaismo e/o al Marxismo dell'autonomia degli anni Settanta?

In realtà fin dalla prima adolescenza mi interessano tutte le forme di comunismo possibili e immaginabili – ma specie le più eretiche - o, più in generale, tutte le teorie e le pratiche di vita alternative al capitalismo, allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, alla reificazione del vivente, alla divisione del lavoro. Il mio stesso approccio allo studio dei fenomeni artistici ha molto a che vedere con tali questioni, così come con tali questioni hanno molto a che vedere le avanguardie storiche. In esse affonda le radici - tra l’altro - l’ “ala creativa” dell’Autonomia e quello che resta forse il suo più compiuto ed emblematico esperimento, Radio Alice. Non è un caso del resto che la tendenza comunista eretica alla quale mi sono avvicinato e che maggiormente conosco sia quella identificabile con l’Internazionale Situazionista e con le sue rispettive eresie, che peraltro presenta non pochi punti di tangenza con l’Autonomia, a cominciare proprio dal rifiuto del lavoro. Fu Guy Debord - già nel 1953 - a scrivere su di un muro di Rue de Seine il famoso Ne travaillez jamais!

Cosa significa per te oggi "rifiuto del lavoro"?

“Rifiuto del lavoro” significherebbe oggi come ieri sottrarsi allo sfruttamento fisico e psichico cui la logica capitalista costringe l’uomo onde perpetuare il suo processo di valorizzazione o almeno lottare per sottrarsi. Mettere fuori gioco la regola non scritta per la quale avresti diritto ai bisogni essenziali solo se sei in grado di collocarti opportunamente sul mercato e non a priori, in quanto essere umano. Rispetto al passato credo siano però mutati almeno due aspetti, peraltro assolutamente compenetrantisi: da una parte, se, come ci insegnano ormai da almeno un quindicennio Virno, Negri ecc., il tempo di lavoro e di non lavoro sono sempre meno distinti, vuol dire che l’oppressione del lavoro è divenuta ancora più pervasiva rispetto all’era fordista; dall’altra proprio la fine del fordismo con le sue certezze sembra molto spesso indurre meno a cercare nuove strade fuori dal lavoro che a puntare ad un ripristino, nel complesso – piaccia o meno - alquanto improbabile, degli antichi ammortizzatori del capitalismo selvaggio, tendenza che non di rado sfocia appunto - tra l’altro - in un’attitudine apologetica nei confronti della nozione di lavoro.

Come cerchi di mettere in pratica questo rifiuto?

E qui viene il difficile! Diciamo che nella mia vita ho fatto sempre scelte molto più sbilanciate sul versante della passione che su quello della convenienza, pagandone anche le conseguenze. Già scegliere di condurre degli studi umanistici costituisce sempre più un'opzione “sconsigliabile” e in definitiva poco “furba”, ma ancora meno “astute” sono state le modalità con cui mi sono mosso nel sistema dell’arte contemporanea – e non a caso dopo qualche anno ho deciso di smettere di essere curatore di mostre – e gli argomenti che ho scelto per le mie ricerche.

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Devo chiarire però che reputo tutto ciò ben al di qua di un autentico “rifiuto del lavoro”, che non credo di praticare più di quanto lo pratichi l'amica e compagna Sandra Lang che mi ha preceduto, anzi forse anche meno. Talvolta con dei miei cari amici parliamo di ritirarci in campagna, di vivere dei prodotti della terra e lasciare tutto o quasi. Sarebbe forse questa l’unica via praticabile in tempi relativamente brevi per provare a sperimentare un certa forma possibile di rifiuto, fermo restando che il successo non sarebbe affatto garantito e la “ricaduta nel lavoro” sarebbe sempre in agguato. D’altra parte non mi sento psicologicamente pronto per una scelta così radicale, né so se mai lo sarò. Altro discorso sarebbe se appunto si creassero le condizioni storiche perché sorgesse una tendenza collettiva al rifiuto, cosa a mio parere non impossibile, ma non saprei delineare con nettezza il quando e il come.