Sul rifiuto del lavoro

Intervista di Jacopo Galimberti a Ilaria Bussoni

Puoi descrivere in breve il tuo lavoro?

Il suo contenuto è quello di qualunque altro lavoro di conoscenza: generiche facoltà linguistiche applicate a scrivere, correggere, tradurre, tagliare incollare ricucire, fare scelte, ipotesi, scenari; umane (e femminili) facoltà di relazione impegnate in una rete che si regge sugli affetti e sugli altri: desiderio, soddisfazione, riconoscimento, anche cura. Il contenuto del mio lavoro coincide con gli strumenti per realizzarlo. Il prodotto del mio lavoro sono dei libri, dunque merci, che si vendono con un prezzo. Ma il prodotto del mio lavoro sono a loro volta quelle stesse facoltà che sembrano precederlo e renderlo possibile. Non c’è da un lato una capacità e dall’altro una materia più o meno reattiva sulla quale la capacità si esercita. Non c’è una facoltà di relazione che sta prima della relazione stessa. Da qui un primato assoluto della prassi, del mezzo sul fine e l’impressione che il prodotto del lavoro (la merce-libro nel mio caso) sia quasi uno scarto, il residuo di un’attività impegnata in tutt’altra opera. La forma giuridica del mio lavoro è quella di molti altri: lavoro autonomo di terza generazione. In un altro periodo storico sarei stata «un padrone». A tratti probabilmente lo sono, come molti altri lavoratori a prescindere dal loro reddito e della loro precarietà.

Come ti sei avvicinato alla tradizione politica dell'operaismo e/o al Marxismo dell'autonomia degli anni Settanta?

Alcune condizioni strutturali: una libreria cooperativa di una città di provincia; la pubblicazione del libro I sentimenti dell’aldiquà; il movimento di studenti della Pantera. E alcuni fatti personali: entravo nell’adolescenza a metà anni Ottanta e per me Bretton Woods si traduceva in un compagno di classe che alla lavagna faceva il calcolo quotidiano di quanto costavano i miei vestiti e quanto i suoi, cintura el charro, stivali campero, jeans americanino, giubbotto monclair, skuba, il suo totale era più dello stipendio di mia madre. Io avevo la felpa con sopra Charlie Brown che veniva dal mercato, tra l’altro mi piaceva anche. Alla lavagna ogni mattina facevo l’esperienza di un valore apodittico, spropositato rispetto alle misure per me in vigore fino a quel momento. Non solo non capivo il senso di quel valore, ma quel valore veniva usato per una gerarchia dei poteri che mi obbligava persino a cambiare quel che piaceva a me. Questo avveniva in una classe dove le femmine si chiamavano Sonia, Monia, Tania, Veruska, Katiuscia e i maschi Ivan e Yuri. Era chiaro che il partito comunista non mi serviva proprio a un bel niente. Quando, con il movimento della Pantera, ho iniziato a intravedere l’operaismo italiano e l’autonomia, grossomodo ho pensato: questi sono i cattivi. Ecco una tradizione non di cattivi maestri, di cattivi e basta. Che te ne facevi del Pci e della sua transizione piagnucolante per capire la violenza del Monclair?

 

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Cosa significa per te oggi "rifiuto del lavoro"?

C’è una locandina, credo degli IWW, sulla quale è raffigurata una donna che si rivolta nel letto. Sotto il lenzuolo è nuda e dice: «I didn’t go to work today… I don’t think I’ll go to work tomorrow». Chiunque può riconoscersi nel movimento della donna che si rigira per prolungare il piacere del sonno. È l’esperienza quotidiana di ciascuno, ma qui messa in relazione al lavoro. Anche l’immagine di una chiave inglese dentro una ruota dentata dice del rifiuto del lavoro, ovviamente. Ma il movimento di quella donna continua a tradurre un gesto di resistenza che vale anche per l’oggi, quando l’insubordinazione operaia e la fuga dal lavoro sembrano difficili da rappresentare nell’epoca della vita messa al lavoro. Anche nel film di Allan Sekula e Noël Burch, The Forgetten Space, la vita di due operaie cinesi si traduce nel loro desiderio di un reggiseno chiaro imbottito per l’estate: questo rappresenta la loro vita, non il loro lavoro.

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Mettere l’accento su quella vita sussunta, disciplinata, subordinata ai dispositivi di estrazione del valore contemporaneo, continuare a sentire quel desiderio che ci muove dentro e fuori dal lavoro, dentro e fuori dalle soggezioni, dunque anche dalle posizioni soggettive che finiamo per incarnare, questo mi sembra essere l’incipit per parlare di rifiuto del lavoro oggi. Rifiuto di quel lavoro che mortifica il desiderio, del quale si trovano molte tracce anche nei lavori più gratificanti e prestigiosi. Rifiuto di un lavoro che subordina i mezzi ai fini, che perde i tratti del piacere di un atto. Rifiuto di un lavoro di merda, come diceva un altro slogan degli anni Settanta. Ci sono diverse strade che provano a riprendere questo «rifiuto». Una passa per la reintroduzione di un limite, di una separazione tra vita e lavoro. La vediamo all’opera negli uffici pubblici, tra gli impiegati di Stato o in alcune malfatte letture di stampo lacaniano. Un’altra passa per Carla Lonzi e la sua insistenza sull’«autenticità», concetto ovviamente problematico ma che mi sembra alluda esattamente a questa immanenza della prassi.

Come cerchi di mettere in pratica questo rifiuto?

Guardando di cosa è fatto il mio lavoro, materialmente. Con quali gesti, quali discussioni, quali relazioni, quali affetti è tessuto? Cercando di fare un passo indietro rispetto a un «me» col quale sono costantemente alle prese, di volta in volta gratificato o frustrato dal successo o l’insuccesso, dal riconoscimento, dalla sua valorizzazione o svalorizzazione simbolica o salariale. Sottraendo la prassi, l’azione performativa tipica del lavoro contemporaneo, dalla visibilità di una scena o di un palco. Dunque spegnendo le luci della ribalta accese dai dispositivi di valorizzazione individuale del neoliberismo e sotto le quali avvengono la maggior parte delle performance dell’intelletto generale messo al lavoro oggi. Di tanto in tanto provo a immaginare che non c’è nessuna scena, nessuna luce e nessun pubblico pronto ad applaudire o a fischiare. Rimango da sola con la mia esecuzione e a chiedermi se mi piace. Spesso mi piace, anche senza applausi. Un po’ come accade alla protagonista di Europa 51 di Rossellini, la quale inorridita per il lavoro di fabbrica che «è una cosa mostruosa», inizia a seguire un filo di incontri, relazioni, affetti che è la traccia di un suo desiderio, per l’altro, per i molti, per una plebe gioiosa, per una non classe fatta di umori, affetti e linguaggio e relazioni, che finisce letteralmente per smaterializzarla, trascinandola fuori dal soggetto che era. Poi, mi rigiro il più a lungo possibile nel letto al mattino.

Sul rifiuto del lavoro

Intervista di Jacopo Galimberti a Claire Fontaine

Puoi descrivere in breve il tuo lavoro?

Il mio è un lavoro strano perché non conosce pause e non conosce vacanze, è collettivo per nostra scelta ed è quello che si definisce un lavoro d’artista. Gli artisti lavorano mentre dormono, lavorano quando non fanno nulla, lavorano quando sono angosciati perché non hanno mostre o hanno mostre e non hanno opere da esporre, lavorano sempre, come le madri. Gran parte del lavoro d’artista non è artistica e gran parte della vita degli artisti è abitata dal desiderio politico di estirpare la bruttezza e la volgarità che sono degli agenti distruttori di ogni ambizione visiva e concettuale. È una vita pericolosa dal punto di vista economico e dal punto di vista emotivo, ma la maggior parte delle persone al di fuori dell’ambiente dell’arte non se ne accorge – a volte non lo vedono neanche le persone del nostro ambiente professionale.

Come ti sei avvicinata alla tradizione politica dell'operaismo e/o al Marxismo dell'autonomia degli anni Settanta?

Vivendo in Italia, venendo da una famiglia in cui il ‘68 è stato considerato come un momento fondatore e il ‘77 mai menzionato. Andando all’università e scoprendo le verità nascoste sul mio paese e su molti dei suoi abitanti.

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Claire Fontaine, Untitled (Sell your debt), 2012.

Cosa significa per te oggi "rifiuto del lavoro"?

Il lavoro – come era stato già predetto appunto da alcune analisi operaiste – ha ormai esondato il suo letto ristretto e sindacabile e ha invaso tutto, che si sia artisti o editori, manager o bottegai, disoccupati o precari si lavora sempre e si fa molto lavoro non remunerato. La nozione di rifiuto del lavoro quindi dovrebbe diventare rifiuto di una certa forma di vita, di un certo equilibrio tra la vita e quello che appare all’esterno come il lavoro vero e proprio. Questo tipo di azione è quello che noi definiamo lo sciopero umano, cioè il tentativo di disinnescare le dinamiche che ci fanno identificare soggettivamente col posto che occupiamo nella società “produttiva”; bisogna praticare la libertà e la condizione per farlo è rifiutare non solo il lavoro ma la soggettività che ne deriva, che lo rende accettabile anche quando è inaccettabile.

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Claire Fontaine, Untitled (White whale), 2015.

Come cerchi di mettere in pratica questo rifiuto?

Lo sciopero umano è difficile da descrivere, è poco visibile, poco spettacolare. È fatto di piccoli e grandi gesti del quotidiano che si fanno tanto sul lavoro tanto nella vita, come mantenere una certa distanza da quello che gli altri possono credere che noi siamo, restare costantemente in dialogo con le parti di sé che sono complici della libertà, della gioia, di ciò che è vitale. Lo sciopero umano è mettersi dal lato della vita, ascoltare il lamento soffocato di ogni sforzo e di ogni organizzazione economica ed ecologica che non sono sostenibili, questo è già un lavoro immenso!

alfadomenica giugno #4

G. Azzariti su Lelio Basso – M. Assennato su Le Corbusier - Rifiuto del lavoro - Coordinate dall'Irlanda - Semaforo.

UN SOCIALISTA DEL NOVECENTO
Gaetano Azzariti

Lelio Basso, intellettuale eterodosso, socialista luxemburghiano, padre costituente, politico critico della politica. Una figura del nostro passato il cui pensiero – anche grazie alla fondazione Lelio e Lisli Basso - è stato spesso oggetto di riflessione, ma che non smette di interrogarci, stimolandoci ad un confronto impietoso con le miserie del presente. È questa la sensazione che si trae dall’ultimo studio a lui dedicato: Chiara Giorgi, Un socialista del Novecento. Uguaglianza, libertà e diritti nel percorso di Lelio Basso, Roma, Carocci, 2015.
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LE CORBUSIER E IL CORPO CHE NON TORNA
Marco Assennato

Il corpo di Charles-Édouard Jeanneret venne ritrovato il 27 agosto del 1965 su una spiaggia di Cap-Martin, a poca distanza dalCabanon, semplicissimo apparecchio da lui stesso concepito secondo le misure del Modulor per trovarvi, ad ogni occasione, illusso inaudito della solitudine e del silenzio. A cinquant'anni dalla morte, è attraverso «il prisma di questo corpo» reso alla terra dal mare, che Olivier Cinqualbre e Frédéric Migayrou - curatori della mostra che il Centre Pompidou di Parigi dedica all'opera di Le Corbusier - propongono di rileggere il lavoro del maestro svizzero-francese.
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SUL RIFIUTO DEL LAVORO
Intervista di Jacopo Galimberti a Becky

Quando si parla di rifiuto, penso a Tronti, penso all’assenteismo e al sabotaggio dei lavoratori in fabbrica. Penso al furto e al mancato pagamento dei trasporti e delle bollette.
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COORDINATE DALL'IRLANDA
Enrico Terrinoni

Alla vigilia del più importante anniversario nella storia irlandese moderna, il centenario della Rivolta di Pasqua del 1916, si fa sempre più acceso, in Irlanda, il dibattito sul senso profondo della parola “repubblica”.
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SEMAFORO
Maria Teresa Carbone

Calcoli - Fenicotteri - Talmud.
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Sul rifiuto del lavoro

Intervista di Jacopo Galimberti a Becky

Puoi descrivere in breve il tuo lavoro?
L'anno scorso, dopo aver finito il mio dottorato, ho fatto ricerca in alcune università e organizzazioni artistiche. Va bene. Imparo delle cose. Non è ripetitivo e posso organizzare come e quando faccio le mie cose. Ma è un po’ deprimente perché si tratta di avanzare proposte e fare suggerimenti con i quali non sono d'accordo. Non si possono vendere critiche nichiliste e di ultra-sinistra oltretutto scritte male. Si potrebbero forse anche vendere, ma questo comporterebbe la creazione di un personaggio accademico, di un marchio, che sarebbe altrettanto falso di quello che faccio ora. Lavoro quando mi viene offerto: 5 giorni per questo progetto, 30 giorni per un altro, poi nulla per un paio di mesi. Sono pagata circa 100 sterline al giorno. Vivo a Londra, ma nonostante abbia 32 anni, non guadagno abbastanza per avere una casa in cui vivere.

Come ti sei avvicinata alla tradizione politica dell'operaismo e/o al Marxismo dell'autonomia degli anni Settanta?

Ho incominciato a conoscere l’operismo e l’autonomia italiana qualche anno fa, quando la mio migliore amica stava leggendo le prime cose di Tronti e Negri per un corso di “filosofia continentale”. O forse questo è accaduto dopo che siamo andate in Piemonte un'estate - al campo NOTAV - e abbiamo incontrato alcuni ragazzi di Askatasuna che ci piacevano. Forse avevo già letto Federici e Fortunati con un gruppo di lettura femminista. Avevo assolutamente letto frammenti di Impero e le critiche dell’autonomia del gruppo britannico Aufheben ((Raccolti qui: http://libcom.org/library/aufheben-autonomia)) che erano circolate negli ambienti degli squatters.

Cosa significa per te oggi "rifiuto del lavoro"?
Quando si parla di rifiuto, penso a Tronti, penso all’assenteismo e al sabotaggio dei lavoratori in fabbrica. Penso al furto e al mancato pagamento dei trasporti e delle bollette. Penso a una potenza non istituzionalizzata che non presenta delle richieste [positive demands]. Penso a ciò che è il motore del capitale ed è organizzato da esso, ma anche a ciò che si oppone a una società interamente sussunta negli imperativi del capitale. Penso a ciò che potrebbe distruggere lo stato, il lavoro e la classe operaia. Penso a come il capitale oggi è diventato sempre più aggrovigliato nei propri circuiti e come il lavoro ci frutta sempre meno soldi. Penso alle lotte per la casa, penso a come attraverso il costo degli affitti le persone siano cacciate fuori da Londra in zone dove la loro riproduzione è più conveniente per il capitale. Penso ai furgoni di poliziotti che si aggirano a Tottenham e Brixton e alla criminalizzazione degli squats. E immagino la feroce resistenza spontanea che anticipa e reagisce a tutto questo.

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Giovanni Rubino, Variazioni a una citazione di un volantino dell'assemblea autonoma di Porto Marghera (2015) - usato nel libro MORTEDISON del 1973 di Giovanni Rubino.
Testi di Corrado Costa e altri autori.

Come cerchi di mettere in pratica questo rifiuto? 
Al momento non c’è molta esuberanza nel mio rifiuto del lavoro. Passo molto tempo a preoccuparmi di non averne abbastanza. Il massimo che si possa dire è che io rifiuto nel senso che non ho mai avuto l’intenzione o l'entusiasmo di costruirmi una carriera. Ma poi mi preoccupo. Dovrei avere un posto all’università, ormai. Dovrei avere un mutuo e pagare dei contributi per la pensione. Dovrei avere dei figli. Mi preoccupo di essere esclusa, di starmi perdendo qualcosa. Mi preoccupo per non avere soldi. Ma finora non mi è mancato niente e preferisco questa casa occupata, dove mi trovo ora, a qualsiasi altro luogo. Quest’anno c’è stato un tentativo di ricominciare a occupare edifici residenziali. I movimenti contro l’austerità avevano occupato appartementi vuoti per far vedere che la “crisi degli alloggi” a Londra non ha niente a che vedere con la mancanza di alloggi.

Gli squatters hanno cercato di aggirare l’illegalità di creare degli “squat” chiamandoli “occupazioni” ((Due squatupation blog: https://fightfortheaylesbury.wordpress.com https://guinnessoccupation.wordpress.com)). “Non ci faranno più occupare [squat]”, ha riso qualcuno l’altro giorno, “ci fanno protestare attivamente!”. La cosa non è così stupida come sembra: da un lato cercano di sradicare il rifiuto del lavoro e di imporre un’insopportabile povertà, dall’altro consentono una patina di resistenza creativa che nasconda questa strategia. Ma non è sicuro che ci riescano. Un gran numero di lotte locali è emerso. Nuclei di resistenza non connesse contro gli sgomberi. Persino le mobilitazioni ancora ancorate a delle preoccupazioni trotzkiste (il numero di manifestazioni, etc.) sono legittimate da un crescente numero di reti e di gruppi di supporto per delle lotte concrete legate all’appropriazione e all’autoriduzione. Le lotte di persone che non vogliono prendere il potere ma sono pronte a battersi per delle vite che non siano completamente orrende. Tutto il potere al rifiuto!

giugno 2015

Traduzione di Jacopo Galimberti

Per un micromaterialismo della vita precaria

Jacopo Galimberti

In un libro sull’editoria in Italia lessi di come l’Ariosto si barcamenava per stampare e vendere L’Orlando furioso. Sembrava la descrizione di un odierno poeta che si arrabatta per commercializzare la propria plaquette. Tutti i maldestri saggi sulla supposta “attualità” dell'Ariosto venivano di colpo spazzati via dall’immagine folgorante di questo tizio scornato, costretto a gretti lavoretti, leccate e suppliche avvilenti ai Duchi e potenti di turno.

Così come le classi continuano a esistere anche se pochi ne percepiscono l’esistenza, è altrettanto vero, mi sembra, che il precariato sia esistito ben prima del Fordismo. Qualcosa accomuna il ciompo, il picaro, il lazzaro, Casanova sessantenne costretto a fare il bibliotecario, la “gazza” Ariosto e quella pazza di Torquato Tasso. Occorrerebbe occuparsi della longue durée della vita precaria: delle sue condizioni affettive e materiali, delle miserie e prodezze che ne accompagnano il fulmineo passaggio sulla Terra.

E cosa c’è di più naturale per una storica della letteratura, un filosofo, un sociologo trentenne che concentrarsi su questi escamotages proteiformi, visto che probabilmente ne sono a loro volta illustri esperti? Si aprirebbe un nuovo campo d’indagine e uno spietato, irriverente approccio applicabile a qualsiasi periodo storico, prima, dopo o durante la parentesi del Fordismo.

Derrida avrebbe voluto esortare Heidegger o Kant a parlare della propria vita sessuale perché, a suo parere, era imprescindibilmente legata alla loro filosofia. Io, per le stesse ragioni, vorrei sapere tutto sull’economia domestica di Derrida, sul contributo delle compagne munifiche, delle zie, delle nonnine; vorrei sapere come si manteneva Hobbes in esilio, come sbarcava il lunario Debord e se Bacone praticava quello che predicava rispetto alla paghetta ai figli. Vorrei conoscere nei dettagli la meschinità indotta di Gramsci e Togliatti borsisti a Torino, e chiederò ad Antonio Moresco di raccontarmi gli anni in cui, in un monolocale, scriveva sul cesso per non svegliare il figlio.

Non è gusto per il pettegolezzo, ma un’indagine di ciò che quotidianamente sostanzia e angustia il corpo del precario. Si tratta, insomma, di inaugurare un micromaterialismo che non essenzializzi il precariato, ma che dia dignità e centralità a ciò che il Fordismo riduceva a interstizio e pettegolezzo.

Inventata dai “ricercatori scalzi”, cioè da quei comunisti libertari che negli anni cinquanta e sessanta andavano in autostop alle conferenze a parlare del sottoproletariato o della Olivetti, la “conricerca” è oggi ancora più attuale. Spetta ai nuovi “ricercatori scalzi” (il dottorando senza borsa, l’assistente con figlio, quella che scrive la tesina alla reception di un hotel) di instaurare un rapporto di complicità con il proprio oggetto/soggetto.

Una complicità che fa sì che il ricercatore s’impregni delle proprie ricerche non meno di quanto il precario possa appropriarsene per valorizzare la propria vita, e la propria genealogia, fuori e contro la sfera lavorativa.

A meno di non ipotizzare una ricerca fatta dentro e per un movimento, ciò avverrà solo se i Baroni e potenti di turno lasceranno fare. Faranno forse obiezioni, segnalando i rischi di proiezioni, di anacronismi, del tono partigiano... Ma ora più che mai coloro che vogliono produrre qualcosa di feroce nella moribonda università italiana devono essere di parte.

Il picaro e il precario

Jacopo Galimberti

Sei mesi fa un amico editore mi ha chiesto un parere circa un manoscrito anonimo che gli era stato recapitato. Ne era entusiasta e avrebbe voluto pubblicarlo. Due mesi dopo, però, la moglie lo ha piantato per la ventenne moldava che si occupava della madre di lui. La piccola casa editrice, che era finanziariamente sulle spalle della moglie, è colata a picco nel giro di una settimana. Il manoscritto non presenta titolo. È un romanzo storico ambientato nella Spagna del Cinquecento. L’amico voleva infatti formattarlo come uno spiazzante contributo alla New Italian Epic, anche se ormai il dibattitto è scemato.

Tale Lazarillo nato a Tormes racconta, in prima persona, le tribolazioni della propria esistenza a “vostra Grazia”. Sotto la patina tenebrista di una Spagna tutta iuta e garze sozze, non si fatica a intravedere un quarantenne del Nord, il cui immaginario si è nutrito dei balordi di David Foster Wallace, dei ribaldi di Roberto Bolaño, senza disdegnare la saggistica di Camporesi, con i suoi “vagamondi” e le sue cloache. Lazarillo non è un mendicante, non è un attore, non è un avventuriero, né un chirurgo: è un po’ di tutto, ma certo non un ribelle. Retrospettivamente, imputa le rocambolesche traversie della propria vita ai rovesci della “Fortuna”. Al di là degli aspetti autobiografici, la trovata dell’autore consiste nello svelare, pagina dopo pagina, che Lazarillo non è nient’altro che la trasfigurazione di un odierno precario italico. Il romanzo a chiave diventa allora una satira dell’Italia, del suo welfare, dell’indigenza dilagante, dei rigurgiti feudali del mercato del lavoro.

Il lettore smaliziato non tarderà a cogliere gli indizi. L’estrazione sociale di Lazarillo, innanzitutto, è oscura. La dolce madre lo ha messo alla porta invitandolo a cercarsi un “padrone”. Il termine “padrone” già di per sé è sottile, poiché, ancorché storicamente fondato, innesca la serie delle allusioni e delle trasposizioni. La cultura di Lazarillo, poi, è troppo sfaccettata per essere quella di un pitocco sdentato. Man mano che l’intrigo si snoda, le sue osservazioni sono più quelle di un umanista erasmiano esule da qualche corte padana o di un nobile decaduto diventato ciarlatano itinerante. In questo gioco di specchi viene lentamente alla luce la traiettoria del Lazarillo/precario: laurea umanista, famiglia di ceto medio o medio basso che per motivi ignoti (esodati?) si defila abbandonandolo a se stesso.

Il laureato vaga e cialtroneggia a tutto campo, inventando e reinventandosi tra doppi e tripli lavori spesso pagati con una pacca sulla spalla, o un fracco di botte. La sua erranza è a un tempo reale e allegorica. La vita del precario non è più un percorso in cui ogni tappa prevede un accumulo di esperienze che predispongono a un’ascesa sociale o almeno a un ruolo più congruo all’età. Le avventure di Lazarillo non contemplano nessuna direzione o architettura, inanellandosi per semplice addizione. Stagna nella miseria, ma quasi per caso risale la china e diventa padroncino (di un mulo), poi è di nuovo affamato, poi diventa addirittura ricco, ma le “avversità” non demordono e il gratta e vinci (un monaco ricchissimo che gli lascia tutto) si rivelerà l’ennesima fonte di beffe e bastonature.

Naturalmente, una direzione è inaggirabile, ed è biologica: con l’invecchiamento possibilità e risorse si restringono (la pensione è ovviamente fuori dall’orizzonte mentale del precario). Le pagine in cui un Lazarillo emaciato fa il facchino di ricche cortigiane sono magistrali. Anche il lettore meno empatico avvertirà delle fitte lombari. Ma il tourbillon ricominica ancora e ancora, con borghi brulicanti, cavadenti, quaresime, banditi e “padroni” non meno banditi che coinvolgono Lazarillo in illeciti in cui sarà il solo a non trarre profitto. Non che il precario manchi di un’indole truffaldina, ma è completamente ignaro di quella teoria del sabotaggio creatore che ci hanno lasciato in eredità i gloriosi anni Settanta. Tuttavia, c’è una spiraglio di rivolta, benché remoto. Lazarillo non cade mai nel mito dell’auto-imprenditorialità. L’umanista scioperato rifiuta il lavoro con un gesto immaturo che è però già un indizio di insubordinazione: “ho sempre preferito di gran lunga mangiare cavoli e aglio senza lavorare, che non galline e capponi lavorando”.

Due osservazioni a latere. L’anticlericalismo e l’incredulità che pervadono il romanzo sono anacronistici nel Cinquencento. Nelle mie note di lettura avrei inoltre cassato la parte in cui il precario si trasforma in tonno. Annotavo: “troppo segnata da temperie post-moderna: modernariato”. Adesso che ci penso, Alessandro Raveggi ha pubblicato un libro in cui si parla di un uomo-pesce, e se fosse lui l’anonimo spagnoleggiante? Nel caso editori meglio ammogliati fossero interessati a questo manoscritto, non esitino a contattarmi. Un avvincente romanzo di locande, bische, bordelli e lettighe.

Il rimbalzo dei cervelli

Jacopo Galimberti e Vanni Santoni

A noi nati tra gli anni Settata e Ottanta il tormentone della “fuga di cervelli”, che i media additavano come segno esiziale dell’imminente tracollo del paese, in fondo piaceva. Ci rincuorava: comunque sarebbe andata, avremmo pur sempre potuto tagliare la corda. Tanto più che qualche genitore illuminato ci aveva spinti verso le lingue; tanto più che avevamo fior di “competenze informatiche” (Microsoft Word e “i più diffusi browser”, i migliori anche Excel...); tanto più che alla fin fine non era mica un’invenzione della TV e dei giornali: tutto intorno a noi si moltiplicava il fuggi fuggi, ed erano sempre di più gli amici che si riposizionavano a Berlino, Dublino, Londra, Barcellona, Oslo. Magari si trasferivano per sei mesi, o un anno “tanto per vedere”; magari si acclimatavano nel modo più liscio, tramite il progetto Erasmus; magari si fidanzavano là o vi facevano un dottorato, o trovavano un lavoro “vero”, e gli anni diventavano quattro, cinque, sei. L’Italia, di lontano, sembrava ingiusta, malmessa, alla deriva, Africa più che Europa.

Cosa accade però quando la crisi dilaga anche nelle altre nazioni europee, e gli immigrati italiani si trovano in esubero? Cosa ne è del loro sapere, del loro coraggio, della loro pervicacia, quando ciò che resta da fare è l'insopportabile: tornare in Italia? Non fanno più nemmeno parte della categoria “italiani all'estero in cerca di fortuna”, a cui si riconoscono almeno un pò di grinta e visionarietà. Le statistiche della disoccupazione (e della cattiva occupazione) torneranno a considerarli, mentre prima li trattavano come se all'estero fossero stati a fare una vacanza. In questo spirito vacanziero credeva anche il governo Berlusconi, che ha inventato la Legge “controesodo” – agevolazioni fiscali che favoriscono sostanzialmente solo lavoratori ad alto reddito. Il governo però si cautela, e ne ha ben donde, il tutto vale solo se poi si resta in Italia almeno sei anni! Insomma, il solito mezzuccio a corto raggio finalizzato a fare cassa.

Per i lavoratori disoccupati o precari senza l’alto reddito, a cui per di più i genitori non hanno comprato un appartamentino – all'estero, o almeno in una grande città italiana – il ritorno è un vero e proprio schiantarsi. Tornare nella casa paterna è una regressione di quattro, cinque, sei anni, ma con una differenza feroce: il pane che c'è sulla tavola è ormai pane altrui. C'è chi si fa piccolo e crede di aver peccato di hýbris. Attraverso l'estero, voleva sottrarsi ai ricatti del mercato del lavoro italiano, sognava un welfare, cercava diritti, uno stato devaticanizzato, fluido, meritocratico (pur sapendo che meritocrazia è nozione pericolosa, che occulta le impari condizioni sociali); voleva esercitare, insomma, il proprio sacrosanto diritto di fuga dal Brutto Paese. Si capirà allora che al ritorno c'è da diventare paranoici. Il fuggitivo, o la fuggittiva, si sente osservato: “hai tentato di farla franca, eh...”, sembra bisbigliare chi lo circonda. E hanno ragione, c'è ormai una frattura insanabile. L’ex emigrato li vede bigotti e mostruosamente provinciali, gli sarà impossibile mescolarsi a loro, mentre ai loro occhi la sua stessa presenza è da un lato una crassa soddisfazione, dall’altro una provocazione bella e buona.

Con chi ci si ritrova dopo lo schianto? Qualche amica ha fatto carriera ma è incazzata col mondo. Qualcuna si è sposata e ha normalizzato ormai da tempo la negoziazione degli aiuti coi genitori. La maggior parte è rimasta allo stesso punto di svariati anni prima. Quelle le si frequenta più volentieri, ma la vuotezza dei discorsi si è fatta baratro. “Sei tu che sei cambiata...Te la sei cercata”, sembra insinuare un brillio strano negli occhi della madre, che guarda sbalordita i vestiti che la figlia si è comprata all’estero. Chissà cosa ha combinato, pensa. Forse pensa addirittura, senza saperlo, senza nemmeno ammetterselo, che, dopotutto, sua figlia è una spostata. Una spostata in cerca di lavoro: e cosa scrivere sul curriculum, di quegli anni all'estero? Confezionare una balla? Dire dei lavori part-time inframmezzati da attività saltuarie, appassionanti, istruttive, non remunerate? Dare risalto alla padronanza di un'altra lingua? Ma è una competenza effimera, e poi se serve a qualcosa è proprio per andare all’estero! Cosa impedisce durante il colloquio di lavoro di dire le cose come stanno: che si è tentato di valorizzarsi come individui, che si è fatta una scelta di libertà e autonomia. Non sono questi i valori del miglior capitalismo?

In Danimarca, chi fa l'università generalmente non la inizia subito dopo la scuola superiore. Si passano uno, due o anche tre anni a viaggiare, a lavorare, a viaggiare lavorando, a impregnarsi di una cultura che non può essere schiaffata in un libro. Ma in Italia? Cos'è un “buco nel curriculum”, cos'è un buco nella vita? Perchè nel paese in cui prospera la Grande Arte – quella di arrangiarsi – si è cosi refrattari a esperienze eteroclite, tentennamenti, esplorazioni infruttuose? Un curriculum rappresenta la vita come un percorso a ostacoli. Quelli che ritornano invece hanno capito che le traiettorie personali sono odissee, romanzi picareschi, ballate con ritornelli e silenzi. La spostata o lo spostato hanno i mesi contati. Presto il pane sulla tavola ridiventerà pane familiare. Una bella crisi di panico o una litigata apocalittica con i genitori daranno l’abbrivio, i media nazionali la nausea di contorno. Tutto si trasformerà in un carburante la cui composizione chimica è forse nociva, o è forse la stessa di cui sono fatti i sogni. Dal purgatorio ci si prepara a un nuovo limbo, covando magari i piani per la prossima – quella sì – fuga.